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Imprescindibili, i Marlene Kuntz: Il castello di Vogelod @ Teatro Nuovo NA) 23/11/2018

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Il cuore di Napoli, quello che freme tra vicoli che disegnano il dedalo dei Quartieri Spagnoli denso di storia e leggende, cultura popolare e salotti elitari, accoglie e condivide in una delle sue arterie, via Montecalvario, un piccolo teatro che sembra ingoiare e trasportare altrove i suoi ospiti. Il Teatro Nuovo è una sorta di antro oracolare che, fondato nel lontano 1723 come culla dell’opera buffa, oggi offre alla città una programmazione attenta e moderna.
Dal 22 al 25 novembre in scena Il castello di Vogelod, un’epifania quanto mai affascinante di convivenza tra le arti. Al centro il film muto del 1921 firmato dalla regia di Murnau, basato sul romanzo omonimo di Rudolf Stratz, e considerato uno dei prodromi del cinema giallo. Potremmo definire sonorizzazione la sinergia tra l’audace regia di Arcuri, la musica dei Marlene Kuntz e la voce (e gli effetti) di Claudio Santamaria, ma sarebbe riduttivo. Lo spettacolo è in realtà un’esperienza multisensoriale che trascina lo spettatore in un vortice enigmatico e inquietante.
Un velo-schermo, su cui si stagliano dettagli amplificati degli esterni e degli interni, separa pubblico e attori, presenti sul palco e dentro la pellicola, proiettata per intero, recitata e narrata con grande maestria da Claudio Santamaria, resa conturbante ed estrema dalla musica dei Marlene Kuntz. Il lato materico dello spettacolo è soprattutto negli strumenti della band di Cuneo, emblema del rock alternativo italiano a partire dalla pubblicazione nel 1994 di quel Catartica divenuto poi seminale per tanti e incipit di una carriera fulgida e coerente nell’ispirazione e nella sperimentazione. Chitarre, tastiere alla sinistra del palco e batteria a destra, e menti e mani a trasformarne poi il senso che diventa non solo espressivo, quando fermi, ma anche e soprattutto evocativo di una spiritualità furente ed estatica al servizio di un post rock declinato secondo una cifra stilistica unica e distintiva. Volendo cercare una simile carica emotiva, vengono alla mente soltanto gli scozzesi Mogwai.
Sicuramente è alto il livello di equilibrio tra le parti in causa in questa pièce, ma è soprattutto la musica a risultare imprescindibile. L’estro, la poesia, la circolarità ipnotica spezzata da climax impetuosi rendono l’esperimento in scena un fluido coinvolgente e ammaliante. Godano, Tesio e Bergia risultano i veri protagonisti, così padroni della dinamica da poter assecondare lentezza e veemenza della narrazione. La poetica e l’estetica dei Marlene Kuntz si mostrano in totale assonanza con il significato profondo della pellicola, dove peccato, struggimento e pentimento animano flashback e squarci onirici.

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