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Star bene (forse) è pericoloso: intervista a Dellera

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La consapevolezza del pericolo, alieni che parlano al nostro posto guardandosi intorno, la musica elettronica, quella vintage, gli anni 60, quelli che non scompariranno mai, voci femminili ammalianti e l’amore per il rock’n’roll, quello suonato, quello autentico, in un viaggio immaginifico tra la nebbia della Lombardia e la terra di Albione. Il resto ce lo facciamo raccontare direttamente dalle parole di Roberto Dellera, al termine del tour del suo ultimo ultimo album Star bene è pericoloso.

Togliamoci subito il dente: è davvero così pericoloso star bene?
Ahahah! Ma, guarda, il titolo di questa canzone assume un significato diverso ogni giorno; è mutevole e per questo l’ho fatto mio sotto consiglio di Giorgina Pi, regista teatrale e direttrice artistica del centro sperimentale Angelo Mai di Roma. Oggi mi viene da dire che per stare bene, con o senza un senso, mi sono sempre messo in situazioni pericolose o quanto meno non proprio standard; è però la consapevolezza del pericolo che cambia le carte in tavola, cambia tutto, la modalità e gli avvenimenti che va ad evocare. Almeno questo è per me, senza entrare troppo nel filosofico, tutto chiaro, no?

Spersonalizzazione per scrivere e raccontarci i tuoi testi nella maniera più diretta possibile, come se fosse qualcun altro a farlo al posto tuo, magari un alieno; puoi spiegarci meglio come è nato il tuo album?
Ho usato un escamotage classico del r’n’r’, cioè far parlare qualcun altro al posto mio. Non mi sentivo, ad esempio in Siamo Argento, di fare considerazioni in prima persona sul mondo, sul clima che stiamo vivendo in modo più generalizzato, non credo sia possibile; non sono i tempi, devi essere un genio, un messia da balera o uno psicopatico da internet (e ce n’è…) con un incredibile immaginario profetico, ma non essendo nulla di tutto questo ho fatto parlare un alieno che, in procinto di ritornare da dove viene, dice quello che pensa, fa delle considerazioni. Tutto qua. Anche Satellite In Orbita segue lo stesso procedimento, ma non è certo un filone sci-fi, solo ho applicato un po’ di esperienze teatrali fatte in questi ultimi anni, legate ovviamente alla spersonalizzazione: non performi più te stesso, ma un personaggio inventato da te.

In Maharaja’ si sente un mellotron, un prozio del campionatore. Siamo in un periodo in cui la svolta o per lo meno una stretta di mano con l’elettronica sembra obbligtoria tra i musicisti. Così, a volte, ti trovi di fronte a lavori piacevolmente spiazzanti, come l’ultimo di Damon Albarn per esempio, e ad altri spiazzanti e basta (mi viene giusto in mente il nuovo dei Mumford&Sons). Che rapporto hai con gli strumenti e la musica elettronica?
Il Mellotron, sì… fantastico strumento, l’unico che in verità non ha bisogno di essere vintage, dell’epoca, perchè è il “campionatore” per eccellenza. Ogni tasto corrispondeva alla registrazione di uno strumento, o più strumenti. I Mellotron nuovi sono campionamenti dei nastri originali. Tra l’altro la prima ditta che iniziò a produrre su scala popolare quella tastiera era proprio di Birmingham dove ho abitato per parecchio tempo. I Moody Blues ne fecero infatti ampio uso nei loro dischi da subito (Night in white satin). E’ interessante la domanda: il rapporto con la musica elettronica si evolve nel tempo come si evolve il suo uso nel tempo essendo parecchio legato alla tecnologia ad al suo utilizzo nella fase creativa e di registrazione. Mi sono dilungato! Sì, mi interessa molto, è una materia da trattare con cura per non essere appunto fuori tempo. Credo che dal prossimo disco approccerò quello che per me è musica elettronica, cioè utilizzo delle macchine per mischiare, campionare e far groovare elementi sonori non necessariamente elettroacustici e non necessariamente riconoscibili.

Se quell’alieno raccontastorie di cui sopra avesse davvero la malsana idea di scendere sul pianeta Terra ed accendere la radio (sempre che riuscisse a trovarne ancora una), cosa direbbe della musica del 2015?
Le radio ci saranno sempre, ancora per molto, forse fra un po’ solo in digitale, il che potrebbe essere una buona cosa; forse si equipareranno delle possibilità, dei poteri, non saprei… dipende da che musica si ascolta nel posto da dove proviene! Magari ha connotazioni armoniche completamente diverse dalle nostre, forse le canzoni da loro durano 10 secondi l’una, oppure non hanno canzoni, ma registrano eventi naturali come lo scorrere del fiume o un vulcano in esplosione e groovano su quello, chi lo sa.
Al contrario una macchina del tempo anche poco potente potrebbe rendere chiaro a qualcuno che cos’è una seria rock’n’roll band o un grande performer; rimanere 10 giorni a New nel 1964 tra jazz, funk, soul, folk singers, rock’n’roll e balerini da strada ti farebbe venir voglia di sbadigliare davanti ad un sacco di cose in giro adesso, almeno a livello live performances. Forse, è vero, parliamo di altri momenti storici: quella roba è andata e il “Now” è quello che conta, evitare i nostalgismi fa bene alla musica. Gente come D’Angelo o Jack White o Damon Albarn o Alex Turner mischiano le carte sempre a livelli altissimi (per citarne 4 quasi a caso). Ma credo siano dentro la stirpe dell’ Old School per questo mi piacciono. Infine il parere che io ho dei grandi network radiofonici italiani immagino sia lo stesso che avete voi che siete appassionati di musica, e basta.

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Un gruppo che dovresti conoscere, qualche anno fa cantava che Non si esce vivi dagli anni ’80: ascoltando il tuo album mi verrebbe da dire che forse anche dagli anni 60 non se ne viene fuori senza lividi…
Aahahah! Sì, vero. Guarda come ha detto un amico sbronzo al bar “non bisogna preoccuparsi troppo, gli anni ’60 ci sono stati e ci sono ancora…” e trovo sia troppo vero, in tutti i sensi, sono ancora intorno a noi, con le loro caratteristiche, e così gli anni ’80, e cosi l’800 (quando guido nella foschia rugiadosa o nella nebbia nelle campagne ultra piatte della Lombardia vedo l’800 tutt’intorno, è ancora lì, o comunque è nella tua testa sensoriale se lo vuoi). Di certo gli anni ’80 hanno dichiarato la fine di una certa epoca e guerra ad alcune cose. Non lo dico io ma chi ha vissuto il momento di passaggio tra un certo tipo di mentalità imprenditoriale ad un’altra nel mondo della musica in tutti i suoi comparti. E’ un discorso lungo e un po’ da bar, non ci scriverei un libro sull’argomento troppo doloroso, basta con queste storie, preferisco aneddoti ludicrosi, si puo’ dire?!

Chi continua ad ispirarti ancora oggi?
Chi continua ad ispirarmi? In questi giorni David Bowie, Ennio Morricone, Sly Stone, Matt Monroe, Ray Davies, la settimana prossima saranno altri… Quelli citati un paio di domande fa li ascolto per il grande livello di scrittura, performativo e attitudinale, mi toccano, ma le muse sono altre, le stesse che ascoltano pure loro per certo o quasi.

Scrivi e canti sia in italiano che in inglese: quale senti più tua di lingua, musicalmente parlando?
Purtroppo ho una scarsa mentalità imprenditoriale, fondamentale per fare questo lavoro oggi in Italia; per questo direi 50%-50%. Vado dove voglio e posso godere ed arrivare con entrambe le lingue. L’inglese è una lingua più ascetica ed onirica secondo me, legata spesso a linguaggi musicali che non hanno corrispettivi in italiano; è una nave scuola che mi tocca nel profondo perchè era quella su cui navigavo ed ho scoperto il mare da bambino. Però sono italiano, quello è il primo 50%.

Uno dei brani che più mi ha colpito è La repubblica dei desideri, una botta di “morriconianismo” e di stiloseria come forse solo Kane e Turner negli ultimi anni avevano provato a ricreare. Un mood evocativo arricchito dalle tue parole che descrivono una repubblica “dove i mari non dividono ma uniscono/ un luogo mobile senza padroni /libero pensiero”: è un piccolo riassunto del tuo mondo?
Ah, ecco… fantastico, proprio loro, i Last Shadow Puppets, il gruppo che avrei voluto fondare io in Inghilterra! 10 anni fa era proprio quello che avrei voluto fare in assoluto. L’idea della sezione ritmica de La Repubbilica dei Desideri è presa direttamente da un pezzo loro, un cliché ritmico per quel tipo di mondo sonoro. L’avrei voluta più dancy e clubby ma è uscita più sospesa ed orchestrale. Credo che il testo sia assolutamente tra i più personali e rappresentativi di me e del disco anche se il ritornello non è di mio pugno ma è in parte estratto dal Manifesto della Repubblica dei Desideri scritto dalla mia amica e collaboratrice Giorgina Pi, che invito ad investigare (il manifesto, non Giorgina…). Un condensato di dissociazione, sogno, e filosofia reale per me, comunque è sempre una canzone di r’n’r dove io sono a casa e ognuno la sente come vuole.

Non ho più niente da dire vede il featuring di Rachele Bastreghi, come è nata la collaborazione?
Molto semplicemente, sentivo il bisogno di voci femminili, e nei giorni in cui avevo appena finito la prima veloce tranche di registrazioni ho rivisto Rachele per caso, e dopo poco mi ha invitato a casa sua per una birra, e una chiacchierata. Le ho fatto sentire un po’ di cose. E’ sembrato naturale far qualcosa su quel pezzo, molto “familiare” per tutti e due, un buon punto d’incontro. Senza manager, senza niente, ci siamo detti, “facciamolo, se viene bene lo pubblichiamo e via“, cosi tutti felici. Mi piace molto come artista e come donna, molto vera e distaccata da molte minchiate inutili.

Se quell’alieno di cui sopra ti proponesse di accompagnarti in un salto indietro nel tempo, dove sceglieresti di passare una serata: Hacienda della Madchester anni 80s o Piper della Roma beat dei 60s?
Credo al Piper negli anni ’60 più lontano nel tempo, più che altro perchè, avendo passato 10 anni a Birmigham, vagamente potrei immaginarmi come sarebbe l’atmosfera “sognante” all’Hacienda; al Piper non saprei, magari potrei anche rimanere deluso ma farei qualche fantastico incontro ballando.

Il tuo tour, l’ennesimo della tua carriera direi, sta per terminare: che rapporto hai con i live, con il contatto diretto con il tuo pubblico?
Grazie Elena per le domande interessanti e divertenti per me. Non mi divertivo così da parecchio tempo! Suonare il nuovo disco insieme al vecchio materiale è ancora meglio di quanto pensassi e la band è fantastica, colorata, fisica e r’n’r e tutti molto entusiasti e divertiti. Lino Gitto è un super batterista e cantante, un vero musicista in tutti i sensi. Rodrigo D’Erasmo, se mai abbia bisogno di presentazioni, è un fratello ed un violinista la cui stoffa è impossibile da classificare. Milo Scaglioni è un cantautore, e bassista come me. Un “Kindred spirit” per esperienze fatte, anche lui 10 anni in Uk, anche lui non a Londra ma a Manchester. Incrociati per caso a Glasgow. Andrea Fish Pesce, anche lui una mano ed un cuore fuori dagli schemi, è uno dei pochi pianisti di r’n’r qui in pizzaland. Ai mixer e sonori suoni ci sono Daniele Mafio Tortora ed a volte Carlo Super Zollo. Mi sono dilungato assai. E non ho neppure citato i Beatles! Meglio cosi!

Stare bene è pericoloso – video

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