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Gli ingredienti di un esordio atipico: intervista a Shiva Bakta

Lidio Chericoni, in arte Shiva Bakta, è un autore musicista che giunge all’esordio discografico solo in questo 2014. Prima c’erano stati progetti iniziati ed abbandonati, un blog di cucina insieme a Maolo Torreggiani (altro chef con la musica nel sangue), ed ora finalmente Third, il primo album pubblicato da Gente Bella.
Lidio si apre alle nostre domande con la medesima sincerità e gentilezza che traspare dai suoi brani.
Come il vino accompagna un buon pasto, una playlist vi indicherà il background musicale di Shiva Bakta, guidandovi passo passo nella conoscenza di questo artista direttamente dalle sue parole.

Apparso e poi sparito. Ora riappari, ma spero avrai intenzione di restare a lungo. Perchè la tua storia musicale è così altalenante?
Perché la storia di ciascuno di noi non è soltanto musicale, di mezzo c’è la vita. E purtroppo non sempre si può fare tutto quello che si vorrebbe. Ad un certo punto, un paio di anni fa, ero tra lo smettere del tutto e fare questo disco. Alla fine ho fatto questo disco. Ma potevo benissimo decidere di non fare nulla. Nessuno è indispensabile, figuriamoci nel mercato stramegasaturo dell’underground musicale.

Il tuo disco stupisce per la semplice e naturale bellezza. Suona “vero”, e in questi periodi dove capita spesso di sentire dischi non ispirati e vittime del meccanismo “disco per promuovere il tour – tour per promuovere il disco” è una cosa rara, o che quantomeno colpisce. Cosa ti ha spinto veramente a realizzare questo album?
Il fatto che ad ogni riascolto il materiale non invecchiasse poi così male. Nei tre anni di stop più o meno forzato ho avuto modo di riflettere, limare, selezionare cose. In origine erano 16 o 17 pezzi, era una valanga di roba. C’era del buono e del meno buono. Ma nulla che sulla lunga distanza fosse arrivato a darmi fastidio. Cosa che invece di solito capitava sempre.

Third ha i profumi della natura, ma anche gli odori delle botteghe artigiane, dove i dettagli vengono cesellati. Quanto è durato il lavoro sui brani? I tuoi compagni hanno contribuito anche alla parte creativa o i brani erano fondamentalmente già pronti?
L’ho scritto in 4 mesi, nella primavera/estate del 2010, periodo in cui ero abbastanza solo e in cui sentivo sulla schiena il bisogno di uscire dall’idea del cantante-folk-chitarra-e-voce, perché prima di tutto iniziava ad annoiarmi, e poi perché sentivo di non essere neppure tutto questo fenomeno. Era già tutto scritto, arrangiamenti compresi. Abbiamo impiegato più di un anno, registrando un paio d’ore la settimana, con tutta la calma di questo mondo, senza scadenze, solo per noi. La band è arrivata solo in fase di registrazione. La differenza la sta facendo adesso, nella preparazione del live. Ed è una gran bella differenza.

Third non è un disco folk, non è un disco di pop psichedelico. E’ tutto un insieme di ingredienti amalgamati con cura. Merito anche dello chef che è in te?
Ho sempre creduto al parallelismo “riempirsi la pancia/riempirsi le orecchie”. Il disco è un menù, le canzoni sono le portate, il musicista è lo chef. Il suo compito è quello di saziare l’ascoltatore alternando sapientemente le portate all’interno del menù. È una metafora esageratissima, ma che mi diverte molto. Purtroppo il blog è fermo per cause dipendenti dala mia naturale tendenza ad ingrassare e il dovermi costantemente mettere a dieta. E in più non aveva molto senso tenere un blog di musicisti/cuochi senza aver mai esordito veramente nell’ambito musicale. Diciamo che presto lo riprenderò in mano. Che significa anche che negli ultimi 3/4 mesi mi sono abbastanza rimesso in forma. Olé.

Hai realizzato un disco dove si riconosce una scrittura personale, che ti identifica, ma si nota anche una grande varietà stilistica. Qual è il tuo background musicale?
Il mio background musicale è un ventennio psichedelico. Negli anni ’90 abbiamo vissuto la riscoperta degli anni ’60 e ’70, la California ma anche Londra e Liverpool, Woodstock-Monterey-Isola di Wight, gli Yes e i King Crimson, ma anche i Jefferson Airplane, gli Spirit, i Byrds, i Beach Boys. Gli anni ’90 sono stati i miei anni ’60. E poi gli anni ’00 sono stati i miei anni ’90, Motorpsycho, Sonic Youth, Pavement, Fugazi, ecc.
Poi ho studiato jazz, sono un pianista prima ancora che un chitarrista acustico. Insomma, le coordinate sono più o meno queste anche se poi fare una sintesi è un bel problema.

La copertina del disco è frutto di un contest. Perchè è stata scelta proprio quell’opera? L’oggetto della copertina è diventata addirittura un gadget in vendita ai tuoi concerti!
Il contest è nato come uno scherzo, poi è successo che erano arrivate più di 30 copertine e la cosa si stava facendo seria. Ho organizzato alla bene e meglio una votazione su Fb tra amici e fans. Alla fine la copertina di Alessandro di Sorbo ha vinto meritatamente. È un illustratore pazzesco, poetico e ironico, vi consiglio vivamente il suo blog e i suoi libri per bambini. La Shiva-tazza è il classico esempio di idea idiota quanto geniale che salta fuori il sabato sera dopo una serie di birre e di telefonate tra me e Filippo Rossi di Gente Bella.

Nei tuoi brani c’è una freschezza contagiosa. Primaverile. Alla delicatezza si alterna l’energia sferzante sempre elegante. La dimensione live mantiene queste peculiarità o lì l’atmosfera si trasforma?
Il live completerà il disco senza ripeterlo. Il rock sarà più rock, la psichedelia sarà più psichedelica, le ballad saranno più strappalacrime. Ci sarà spazio per gli strumenti, canteremo in tre, vedremo di fare il menù completo insomma.

Cosa si prova ad “esordire” su disco a trentacinque anni?
L’impressione di tenere a debita distanza la vecchiaia ancora per un po’.

Gente Bella è una realtà nuova che ti sta traghettando in questo lavoro. Com’è nato l’incontro?
Daniele Lanzara è il fonico di studio di Elio e le storie tese. Siamo diventati amici anni fa, l’idea di produrre un disco mio l’aveva avuta ma non s’era mai deciso di concretizzare. A metà delle registrazioni assieme a due soci (Filippo Rossi e Ignazio Ricco Galluzzo) ha fondato Gente Bella e deciso che il mio disco sarebbe stato il progetto-zero. Sono stato molto fortunato, perché non avrei saputo come muovermi ad album ultimato.

Perchè un nome da semidivinità?
Avevo trovato il nome su un’enciclopedia nel ’99 per una band noise che è durata una prova. Quando ho iniziato a scrivere le prime cose nel 2007 m’è tornato in mente. Era perfetto, indusimo, anni ’60, c’era serietà e autoparodia insieme.

Third – video trailer

Playlist – streaming Spotify

Come il vino accompagna un buon pasto, una playlist vi indicherà il background musicale di Shiva Bakta, guidandovi passo passo nella conoscenza di questo autore.

 

 

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