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La qualità al centro: Matteo Toni e John De Leo @ Salotto Muzika (BO) 13-12-12

A volte si respira davvero un’aria diversa. Sembra contenere più ossigeno, si può percepire che ogni molecola del proprio corpo è scattante e viva più del solito, e non ci si spiega il perché.
In un giovedì di metà Dicembre, al Salotto Muzika presso il Bentivoglio Club di Bologna, si è respirata proprio quell’aria.
Il pubblico è accorso in massa riempiendo l’ampia sala concerti del Bentivoglio: Matteo Toni e Giulio Martinelli salgono sul palco proprio mentre io varco l’ingresso del locale; tutti i divani sono già occupati, lo spazio a sedere a terra è libero solo dietro le imponenti colonne che sostengono le volte della vecchia scuderia nella quale ci troviamo. Ecco, per proporre la musica di Matteo Toni e quella di John De Leo non c’è location migliore di una scuderia: loro sono veri cavalli di razza.
Il primo con la chitarra slide stesa sulle ginocchia e i pedali sotto i suoi piedi nudi, il secondo con la sua voce incredibile legata a doppio filo con le ricche e sorprendenti costruzioni musicali che ne vestono l’essenza: Emilia e Romagna in uno splendido confronto stilistico (che forse rende bene anche le differenze caratteriali tra due anime del medesimo territorio) .
Come dicevo, ad aprire la serata sono le note leggere (ma talvolta veramente incandescenti ed abrasive) di Matteo Toni e la sua voce, sostenute dal ritmo della batteria di Giulio Martinelli. Anche questa sera il duo si conferma una realtà importante ed affascinante della musica nostrana di questo 2012 che sta volgendo al termine. Per il progetto che ha dato luce all’album Santa Pace si è solo agli inizi, e ai suoi due protagonisti si augura un nuovo anno ricco di un numero sempre maggiore di volti estasiati e sorpresi come quelli che ho visto intorno a me durante la loro esibizione.
John De Leo si presenta al pubblico bolognese dopo un’introduzione strumentale del quartetto che lo accompagna in questo live: due chitarristi (Fabrizio Tarroni e i poliedrico Dario Giovannini, capace di passare dalla chitarra elettrica alla fisarmonica e tanto altro ancora) e due fiati (Beppe Scardino e Piero Bitolo Bon al clarinetto basso e sax baritono).
La follia giocosa della musica di John De Leo si apre con la splendida L’uomo che cammina disegnando paesaggi sterminati, salite e discese tra dolci rilievi e raggi di sole. Lo spettacolo continua tra misura ed eccesso, in un’esibizione difficile da descrivere, dove la voce di John diventa anima e corpo di composizioni complesse volte a stupire. Assistendo ad un live di John De Leo si avverte l’impressione che l’intenzione fondante di tutta l’architettura dei brani di Vago Svanendo sia quella di sconvolgere/avvolgere lo spettatore, ancor di più che coinvolgerlo. Sia John in duo, quintetto o chissà in quale altro modo, lo spettatore deve lasciare il locale con la sensazione di aver assistito a qualcosa di unico e inaspettato: la volontà dell’artista romagnolo di andare oltre i limiti è mirata esclusivamente a questo. Un live di John de Leo serve ad aprire la mente, a porsi domande riguardo a tutto ciò che si ascolta solitamente, fermarsi un attimo a rielaborare su cosa è arte, cosa è espressione, chi è davvero un’eccellenza e chi invece è solo un buon venditore di note.
Finito il concerto, tra le parole di un’intensa e stravolta versione di Amore che vieni, amore che vai di Fabrizio De Andrè, il pubblico esce piano dal locale con ancora lo sguardo perso e le mani arrossate per i tanti applausi.
Due esibizioni di tale qualità in una sola serata e nel cuore di quella Bologna universitaria sempre in bilico tra esempio di civiltà ed esempio di degrado non sono cosa da tutti i giorni: questi sono più che semplici concerti. Si tratta di mettere la qualità al centro. Complimenti e grazie a tutti coloro che credono ancora nella qualità. Ce n’è un tremendo bisogno, ed è la nostra unica vera forza.
(Si ringrazia La Fabbrica per la collaborazione; foto di Roberto Ricciuti)

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