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Metallo di plastica: il rock negli anni ’80

Che strani anni erano quelli. Anni rampanti, anni veloci. Persino le giornate sembravano più luminose.
Ti guardavi in giro e, dico gente, quello non è il nuovo modello di Volvo 760? E il Verona ha vinto lo scudetto e il Napoli ha comprato un argentino basso e dai capelli ricci, tale Diego Qualcosa, e il futuro si costruisce insieme “con un garofano”, e la Milano Da Bere, e Claudio Cecchetto e pipolfromibizaohpipolfromibiza.
Nei bar, agli angoli delle strade, c’erano delle cose che sembravano cabine telefoniche e, guarda un po’, erano cabine telefoniche! E dentro, cazzo, c’erano dei così marroni grandi quanto una scatola di stivali e, indovinate… erano i telefoni! Per telefonare alla tua tipa dovevi metterci dentro delle strane monete con due scanalature su un lato e una sull’altro. Si chiamavano Gettoni. Non ne vedo da decenni.
I miei compagni di classe avevano zainetti Invicta multicolori e giubbini che non si chiamavano “giubbini” bensì Slam. Il mio Slam è così, il suo Slam è cosà, lo Slam fa fico, lo Slam è di moda. Non hai lo Slam? Sei proprio uno sfigato, Cristiano!
La musica che passava per radio era quella di Superclassifica-Show e quella musica aveva dei nomi.
Den Harrow, dio lo perdoni, oppure Spagna. E poi c’erno Sandy Marton e Black e i Modern Talking. E poi c’erano gli A-ha e  anche le Bananarama.
Certo, c’erano anche i Duran Duran e gli Spandau Ballet e gli Smiths, i Depeche Mode, gli U2 e i primi Cure ma, dico, vuoi mettere con When Will I Be Famous dei Bros? E su, dai!
La verità è che c’era anche altra musica ma le reti televisive, che stavano iniziando a diventare sempre più gli strumenti di rincoglionimento di massa che sono diventate, non la passavano a meno che non avesse già un discreto successo.
Le radio erano un altro discorso ma l’epoca d’oro delle radio libere era finita e pochi network si avventuravano nei terreni pericolosi della musica “seria”, complici anche alcuni giovani appassionati che si improvvisavano conduttori di improbabili ed audaci trasmissioni radiofoniche in cui si passava musica più di nicchia (e il nostro Vlady ne sa qualcosa, vero fratello gentile?).
Insomma, negli anni ’80 la musica che si ascoltava era quelle che era.
E poi c’era il rock.
Eh, il rock… ma quale rock?
Iniziamo col dire che gli ultimi quattro anni dei ’70 videro la scomparsa di nomi quali Keith Moon e Marc Bolan, nell’80 di John Bonham e di John Lennon. Un’ecatombe. Con la morte del loro manager prima e del loro batterista poi, i Led Zeppelin si spensero tristemente come mangiati da un cancro e, se pensiamo che Ozzy Osbourne iniziava a diventare il pupazzo disconnesso che è oggi e che anche i Deep Purple non erano più quelli di una volta, possiamo notare come  i tre gruppi che più di tutti avevano gettato le basi dell’hard rock erano morti o moribondi. In più, la brevissima stagione del punk inglese aveva stroncato i barocchismi del rock progressivo e aveva azzerato il pentagramma per tornare ai tre o quattro accordi in croce in 4/4  al massimo in levare. Il rock, l’hard rock, stava cambiando.
In cosa?
Facile, in Heavy Metal.
Le nuove realtà che si affacciavano all’orizzonte e che arrivavano dall’Inghilterra erano realtà particolari.
Si chiamavano Iron Maiden, capostipiti dell’HM inglese, Saxon, Judas Priest.
Sono band che, fin dall’abbigliamento, si pongono come decisamente lontane del nichilismo trasandato del punk e, se anche possono sembrarvi affini, sono invece ricercatissimi nel loro look da guerrieri metropolitani in pantaloni di pelle, giacche di jeans e borchie metalliche. L’heavy metal, del resto, si distingue dal punk per la capacità tecnica elevatissima – che quasi diventa virtuosismo fine a se stesso – dei musicisti,  per le liriche epiche, per un atteggiamento aggressivo ma mai esplicitamente anarchico come quello dei punk.
Anche dagli States arrivano band heavy metal, una per tutte i Kiss che diventano un’impressionante macchina da soldi con concerti sempre sold out, vere vagonate di supporter e palchi stracolmi di effetti luminosi.
Per farla breve, l’hard rock dei vari led Zeppelin e soci si trasformò in qualcosa di indefinito e, lasciatemelo dire da vecchio metallaro mai pentito, anche abbastanza ridicolo.
Eppure il peggio non era ancora arrivato.
La notte di capodanno del 1980 vide la nascita di MTV, che da sola avrebbe cambiato il modo di fare e comporre musica, di  creare e distruggere miti,  di inventare stili e – lasciatemelo dire – di imbastardire e livellare i gusti della massa che, già in quanto tale, non era il massimo dell’intelligenza.
Con l’avvento di MTV un brano musicale necessita, per vendere, di due cose fondamentali: un videoclip, meglio se spettacolare, e un cantante (o una band) che sia esteticamente affascinate.
Il tempo tecnico affinché i produttori capissero quale meraviglioso gioiello fosse MTV ed ecco, improvvisa come la diarrea, una genesi di band che brillarono il volgere di pochi anni ma che, in quegli anni, vendettero camionate di dischi e i cui membri divennero le nuove icone dell’estetica rock anni ’80.
I loro componenti erano inguantati in abiti spesso di pelle nera, giovani spesso imberbi e dai biondi e cotonatissimi capelli, occhi di ghiaccio, movenze da attori porno e, spesso, erano anche in gamba.
Io ricordo che non avevo nemmeno il tempo di ascoltare l’ultimo disco dei tal dei tali che subito usciva il primo disco dei meravigliosi tal altri. Il periodo che andò dal 1985 al ‘90-’91 fu per chi scrive un continuo ascoltare e conoscere band assurde, stupendamente vanesie, anche dotate – per carità – di una certa attitudine ma tutte, tutte nessuna esclusa, condannate al limbo.
Ricordo il bellissimo Girls Girls Girls dei pacchianissimi Mötley Crüe, che bissarono con l’altrettanto bello e pacchiano Dr. Feelgood e che poi scomparvero per ricomparire pochi anni fa ingrassati, appesantiti dal benessere e dall’alcool, sempre cafoni ma decisamente patetici.
Ricordo Open Up And Say Ahh! dei Poison, biondissimi, tamarrissimi, bravissimi e dimenticatissimi.
Ricordo le ragazzine che impazzivano per Sebastian Bach, voce degli Skid Row, che wikipedia definisce “la più dura fra la hair rock band” e che il solo pensiero mi fa stravaccare a terra dalle risate.
Ricordo  i Bon Jovi, una delle band più longeve degli anni ’80, star milionarie della musica e – ahimè –del cinema, le cui vicissitudini personali dei vari componenti, i loro amori e i loro divorzi, sono forse più conosciute dei loro dischi anche se Slippery When Wet e New Jersey furono successi a dir poco planetari.
E poi i Dokken, per certi versi molto superiori a tanti altri, firmarono la colonna sonora di non so quale blockbuster anni ’80 e poi scomparvero.
E poi i Cinderella, i Whitesnake, Doro Pesch, gli L.A.Guns, i Vikken, i Def Leppard, gli svedesi Europe, i sovietici Gorky Park.
Forse potremmo inserire in questa categoria di ridicoli angeli ribelli costruiti a tavolino anche i Guns’n Roses, vere icone del rock degli anni di plastica, che in quegli anni nacquero e raggiunsero il successo a cavallo dei ’90 per poi scomparire, distrutti da cause legali, droghe ed egoismi e che, con l’uscita di Chinese Democracy, il loro attesissimo disco di qualche anno fa dopo più di un decennio, non hanno nemmeno lontanamente raggiunto le vette che toccarono con i due Use Your Illusion.
Ciò che venne chiamato Hair Metal, per ciò che vuol significare, era comunque caratterizzato da linee molto più melodiche di quanto si voleva far credere e da liriche a volte dure e altre volte – spesso – melense. Se è pur vero che qualche brano faceva più “scandalo” di altri perché, magari, parlava di sesso spinto o veniva tacciato di inneggiare al razzismo, la vena polemica e decisamente controcorrente del rock dei ‘70 era  lontana ere geologiche. In breve, un bel prodotto da impacchettare e vendere.
Mentre queste band nascevano e scomparivano nel volgere di pochi anni, dalla scena californiana iniziavano ad arrivare le bordate di un gruppo nato qualche anno prima. Chitarre tiratissime, giri di basso tremendi e batteria a spaccare i timpani, su tutto una voce a tratti chiara, a tratti graffiata, a volte addirittura cavernosa. Erano i Metallica che, con Master Of Puppets nell’86 e con …And Justice For All nell’88, venivano a reclamare il posto che spettava loro nell’olimpo del metal.
La storia dei Metallica e della nascita del Trash meriterebbe un discorso a parte ma il tempo stringe, gli anni ’80 stavano finendo e i tempi stavano cambiando: il finto benessere degli yuppies stava scivolando nella crisi dei ’90 ma aveva fatto in tempo a lasciar la sua traccia. Apparenza, ignoranza, massificazione, crisi dei valori e delle ideologie, cocaina.
Anche il rock come lo si era inteso fino ad allora stava rantolando.
Il colpo di grazia, o meglio sarebbe dire l’iniezione letale che lo fece brillare ancora una volta gliela fece un biondo ragazzo di Seattle che aveva uno strano odore. Un odore, non so, come di spirito giovane. O di deodorante intimo.
Ma questa, davvero, è un’altra storia.

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