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Ci mettiamo a disposizione del pubblico come degli spacciatori di musica: intervista Michele Bitossi (Numero6)

I Numero6 pubblicano un nuovo album, il quarto d’inediti: Dio C’è, in uscita su Urtovox il 12 ottobre. La band genovese ormai è una conferma: ogni album è un perfetto connubio tra melodia, rock ed elettronica legate insieme dalla voce inconfondibile di Michele Bitossi, autore di tutti i testi dei Numero6, oltre che ideatore di un progetto solista a nome “Mezzala”. Ma Bitossi è anche scrittore (il 20 aprile è uscito il suo libro Piccoli esorcismi tra amici) e produttore con la sua The Prisoner Record. L’abbiamo incontrato per farci mostrare un po’ tutte le sue varie “facce” e per fare due chiacchiere sul nuovo album del Numero6.

Partiamo dal titolo del vostro nuovo album, Dio c’è, che porta alla memoria tante scritte viste sui muri che lasciavano perplesso chi era un adolescente negli anni ’80. Raccontaci un po’ questa scelta.
Siamo tutti nati a metà degli anni settanta e, da adolescenti, ci capitava spessissimo di imbatterci nella scritta “Dio c’è” sui muri dei palazzi della nostra città, ma anche per esempio sui cavalcavia delle autostrade che prendevamo con le nostre famiglie quando si partiva per le vacanze estive. Col tempo abbiamo capito quale fosse il reale significato di questi graffiti, ossia un vero e proprio messaggio in codice ad opera di pusher che intendevano avvisare la loro potenziale clientela del fatto che in quella zona fosse possibile rifornirsi di eroina. Non era sicuramente nostra intenzione evocare significati religiosi nel titolo dell’album, tanto meno cercavamo necessariamente un riferimento alla droga. Semplicemente ci piaceva evocare con una certa forza espressiva un immaginario metropolitano anni ‘70-‘80, marginale, periferico, misterioso e anche un po’ squallido se vuoi. Ci può essere poi anche un ulteriore livello di lettura ascrivibile al fatto che, con una buona dose di sana presunzione, ci mettiamo a disposizione del pubblico come degli spacciatori di musica molto buona e di parole altrettanto significative.

Parlaci di come sono nate le varie collaborazioni che troviamo nell’album Dio c’è.
Dall’ep Quando arriva la gente si sente meglio del 2008 abbiamo iniziato a collaborare periodicamente con altri artisti. In quel caso fu il grande Bonnie “Prince” Billy a regalarci la sua presenza alla voce in un brano. Poi è stata la volta di Enrico Brizzi che ha scritto per noi un testo e con cui abbiamo realizzato addirittura un album (Il pellegrino dalle braccia d’inchiostro). Da lì altre collaborazioni (quella con Matteo B Bianchi per esempio) fino ad arrivare al nuovo disco, in cui abbiamo ospitato Giulia Sarpero dei Kramers, a mio avviso uno dei talenti più fulgidi del panorama indipendente italiano, che canta in tre brani. C’è poi Une passante (Giulia Sarno) a impreziosire A chi è infallibile per cui sentivo il bisogno di duettare con una voce femminile e ritenevo la sua perfetta. Il nostro amico Colapesce (Lorenzo Urciullo) canta con me su Un mare, forse il mio brano preferito di Dio c’è. Tutte queste collaborazioni si sono concretizzate in maniera molto spontanea e naturale. Abbiamo coinvolto persone che riteniamo in linea col nostro progetto e con la nostra visone della musica per cui tutto si è svolto con modalità molto piacevole e giocosa.

Fa ridere è il primo singolo tratto dal vostro nuovo album. È accompagnato da un video molto vintage, con un gran giradischi a fare da sfondo. Stefano Poletti del clip:”Il video vuole sposare la malinconia felice della canzone, l’agrodolce dell’amore e la complessità che innesca. Molto spesso ci si perde in piccoli dettagli che complicano la relazione quando invece basterebbe guardare il tutto da un altro punto di vista. Ecco il perché nel video assistiamo il tutto da un punto di vista insolito. dall’alto si riesce ad avere una visione oggettiva e distaccata delle cose. Ciò che è piccolo ci sembra grande e viceversa”. Ci puoi raccontare com’è nata l’idea alla base del video?
Innanzitutto ti dico che Fa ridere inizialmente doveva rimanere fuori dal disco. Si tratta di un brano che non convinceva tutti, poi si è scelto di assecondare la fazione “a favore” e, addirittura, la canzone è diventata il primo singolo del disco.
L’idea del video è di Stefano Poletti, regista molto bravo che stimiamo e che ha all’attivo parecchi clip sia di area underground che di area mainstream. È la seconda volta che lavoriamo insieme (un anno fa circa fu la volta di Che fine faremo dal mio esordio solista a nome Mezzala) e devo dire che con lui c’è parecchia sintonia sia dal punto di vista estetico che umano. Appena ascoltata la canzone, Stefano ci ha proposto di puntare su un immaginario decisamente modernista. Visto il nostro amore incondizionato per l’estetica mod e, in generale, retro, non ce lo siamo fatti ripetere due volte. Siamo davvero molto soddisfatti del video, c’è stato un importante lavoro di post produzione per ottenere il risultato finale. Anche la gente sembra gradire molto visto l’altissimo numero di visualizzazioni sul web.

Dieci anni di carriera (se consideriamo l’esperienza con i Laghisecchi anche qual cosina in più) sono un traguardo importante. Tempo di bilanci per i Numero6?
Capita molto raramente che mi guardi alle spalle contando gli anni passati a scrivere e suonare canzoni. Me lo stai facendo notare tu e la cosa un po’ mi deprime (perché, in effetti, qui si sta invecchiando davvero), ma m’inorgoglisce sicuramente visto il buon numero di cose fatte, il livello qualitativo tenuto (a mio avviso decisamente alto) e le soddisfazioni che ci siamo tolti. Personalmente siccome quando ho iniziato mi sono posto come traguardo principale quello di cercare di scrivere buone canzoni e di comunicare all’esterno tramite esse, credo di averlo raggiunto ampiamente già da qualche tempo. Detto questo, ho da sempre costante desiderio di migliorarmi, di andare avanti, di sperimentare situazioni ed esperienze nuove, di fare musica al meglio delle mie possibilità cercando di arrivare a un numero maggiore possibile di persone preservando totalmente la mia onestà intellettuale e la mia ispirazione, senza ricorrere a mezzucci o a marchette.
Negli ultimi tempi, anche e soprattutto in ambito indipendente, vedo una sorta di spasmodica, scomposta e triste corsa all’oro. Non esiste più nessuna parvenza di autocensura, quando invece sarebbe davvero importante che centinaia di cialtroni prima di pubblicare musica orribile e disonesta riascoltassero attentamente la loro merda, la cacciassero nel cesso e tirassero la catena.
Perché dico questo? Perché probabilmente il più importante obiettivo che mi pongo adesso in ambito musicale è di smetterla assolutamente nel preciso istante in cui mi renderò conto di non aver più nulla da dire. Ma se penso a quel che sto e stiamo facendo attualmente un’opzione del genere non mi passa nemmeno lontanamente per l’anticamera del cervello.

Il 20 aprile è uscito Piccoli esorcismi tra amici, prima tua esperienza in veste di scrittore. Perché una persona che comunque ha modo di esprimersi attraverso i testi delle canzoni sente l’esigenza di scrivere anche un libro?
In tutta sincerità ti dico che personalmente non avrei avuto nessuna intenzione di scrivere un libro. Semplicemente, di punto in bianco, Del Vecchio Editore mi ha chiesto di scrivere per una nuova collana dedicata a musicisti italiani a loro avviso meritevoli. Dopo qualche perplessità ho accettato e mi sono messo al lavoro. Parlo di tre anni esatti fa, era un periodo molto difficile per me: mio padre era morto all’improvviso e per me è stato importante da un punto di vista anche terapeutico confrontarmi con un formato diverso dalla canzone. Superato un primo momento d’incertezza ho iniziato a scrivere di getto una serie di flussi di coscienza, di mini racconti, di pensieri, di deliri. Mi ha divertito e mi ha molto aiutato farlo. Improvvisamente poi, a libro finito, la Del Vecchio mi ha comunicato che la collana avrebbe chiuso i battenti dopo un solo libro pubblicato (quello di Peppe Voltarelli). Il loro è stato un comportamento davvero sgradevole per tempi e modalità. Mi sono quindi trovato con un libro finito in mano senza più la casa editrice che me lo aveva commissionato. Si è quindi fatta avanti Habanero di Genova dimostrando grande interesse per il progetto. Alla fine il libro è uscito per loro.

Bitossi autore e interprete di canzoni, Bitossi scrittore, Bitossi produttore tramite The Prisoner Record. Qual è il “vestito” nel quale ti senti più comodo?
Quella di fondare la The Prisoner Record è stata l’ultima delle mie grandi incoscienze. Sulla carta questo è il periodo più sbagliato per dar vita a un’etichetta discografica. Nonostante ciò ci ho creduto e ci sto credendo, convinto del fatto che lavorando con passione e serietà su progetti scelti con cura alla fine porterà (ma in parte è già successo) delle soddisfazioni significative, se non in termini di dischi venduti (chi li vende oggi?) per quanto riguarda la crescita globale degli artisti che seguo. Rispondendo alla tua domanda, ti dico che oltre a ciò che hai citato c’è pure da aggiungerne una, nel senso che da poco mi sto dedicando con determinazione alla scrittura di canzoni per interpreti con l’ambizione di diventare anche autore per altri in pianta stabile. È vero, faccio parecchie cose, non riesco a stare fermo, ho sempre bisogno di stare in movimento, di lavorare su idee nuove, di sperimentare, di sperimentarmi… Posso dirti che l’attività che reputo di saper far meglio è quella di scrivere canzoni. Ritengo però di sapermela cavare per lo meno dignitosamente anche negli altri campi che hai accennato.

Storia precaria – Streaming

Fa ridere – Video

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