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Un viaggio nelle suggestioni: intervista a Umberto Giardini (Pineda)

Pineda è un progetto strumentale nato nell’ottobre 2010, un progetto dove tre universi sonori differenti si incontrano e scelgono di compiere un viaggio comune, in cui la parola d’ordine rimane Libertà.
Ogni traccia di questo album può rappresentare una tappa, un’immagine definita e precisa che prende forma e si evolve nella nostra mente.
Si parte, si esplora, ci si incontra nella consapevolezza di un viaggio dal quale si farà ritorno nella sicurezza di ritrovare ciò che avevamo lasciato alla partenza, che ora però ci appare più ricco e denso, grazie alla potenza e al valore delle emozioni. (Domino è in streaming autorizzato dalla DeAmbula Records; foto 1-2 di Claudio Del Monte)

Pineda è la nuova dimensione e idea musicale di Umberto Giardini (aka Moltheni), insieme a Marco Marzo Maracas Floriano Bocchino. Come e quando nasce questa band?
Nasce nell’Ottobre dell’anno scorso, quasi per gioco. Concluso il progetto Moltheni, avevamo voglia di tornare in studio e suonare qualsiasi cosa, così abbiamo partorito Pineda.

Nel video del promo per l’edizione in vinile del disco il tuo nome risulta sempre come la terza parte di un trio. La scelta di comparire come terzo è semplicemente il non voler confondere i tuoi due progetti e tenerli separati oppure c’è anche un altro motivo? Se sì, quale?
Non me ne ero neanche accorto…un motivo? Dovrei inventarmelo adesso!

Il “ruolo” del batterista in una band è solitamente più nascosto rispetto alle altre figure, ma certamente fondamentale per quanto riguarda lo schema ritmico dei brani. Il tuo bisogno/desiderio di tornare alle tue origini musicali da che cosa dipende?
Non c’è stata nessuna ragione precisa, avrei potuto suonare il basso, un’altra chitarra. É stata una necessità dettata esclusivamente dal fatto che qualcuno doveva suonarla. Tutto qua, poi il fatto che io me la cavassi ci ha solamente avvantaggiato, ma nulla di più… davvero.

La scelta di aprire il disco con Give me some well dressed freedom è coraggiosa perché dà modo a chi ascolta di scoprire le radici del progetto e trovare un riferimento, ma allo stesso tempo incuriosisce e invita a proseguire nell’ascolto. In particolare le parti di chitarra richiamano il rock degli anni Settanta, anche se poi dallla seconda traccia in poi il suono si rimpie ed “evolve” in originalità. Mi parli proprio di come questo brano si pone rispetto al resto?
Give me è stato scelto come apripista del disco proprio per il motivo a cui accennavi tu. É un brano che parte minimale e poi si sviluppa, un po’ come l’andamento di tutto il lavoro. É estremamente riepilogativo, ma contemporaneamente adatto all’apertura di un disco come questo, racchiude l’anima di ciò che segue.

Human behaviour e Touch me sono brani dal ritmo veloce, quasi frenetico e tipicamente metropolitano, trovo siano molto adatti a descrivere i rapporti affettivi nella contemporaneità. Sei d’accordo con questa interpretazione o c’è un messaggio diverso (se c’è)?
Onestamente non posso azzardare letture e significati particolari riferiti ai brani poichè ci siamo fatti trascinare dall’emotività del suono. Poi i titoli hanno giocato un ruolo fondamentale, trascendente e parallelo alle sensazioni provocate. E’ giusto che ognuno traduca a modo proprio quello che vi legge ma la tua interpretazione è quasi verosimile.

Questo album è ricco di titoli suggestivi e interessanti. Come sono nati?
Sono nati scherzando e giocando sui suoni. Ogni titolo molto spesso deve rappresentare ciò che si ascolta, nella musica strumentale di un certo tipo è una pura conseguenza che ci sia quindi molta libertà a riguardo.
Noi l’abbiamo usata pienamente.

Questo disco può essere inteso come un viaggio, sia fisico e/o dell’immaginario?
Questo disco racchiude qualsiasi significato.

Vedendovi nella dimensione live i suoni risultano ancor più pieni e coinvolgenti, ma soprattutto lo spettatore può cogliere senza troppa difficoltà la vostra voglia e felicità di essere su un palco a suonare ciò che più vi piace, ed è una cosa molto positiva che arriva al pubblico. Effettivamente cos’è il live secondo la prospettiva dei Pineda?
Sì, è verissimo, siamo consapevoli che il pubblico se ne accorga. Con questo modo di fare assolutamente disinteressato siamo sempre riusciti a catturare lo spettatore. Pineda è un progetto di facile lettura e i suoi live sono esperienze benefiche. Le nostre performance si possono tradurre come le si vuole, il significato è plasmabile e quindi riconducibile a qualsiasi sensazione. É così.

Domino – Preview

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