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Truelove’s gutter – Richard Hawley

richard-hawley-trueloves-gutterE’ notte. L’oscurità avvolge la cittadina inglese di Sheffield mentre fioche luci illuminano i marci bassifondi della periferia. Una passeggiata tra le squallide bettole che diventano il rifugio di coloro che soltanto nell’alcool trovano il modo di affondare il dolore e la disperazione. Giusto il tempo di uno sguardo prima di rinchiudersi nella solitudine desolata del proprio io. E nell’oscurità i ricordi affiorano con tutto quel che si portano dietro. La consapevolezza di essere stati sul fondo del baratro e poi aver visto la luce. Oscurità che si mostra come elemento dominante già dalla copertina del sesto album solista di Richard Hawley, il cantautore già anima dei Longpips e dei Pulp che decide quasi di abbandonare la musica prima di intraprendere la splendida carriera solista. Oscurità che diventa il momento giusto per riflettere, nudi, di fronte a se stessi, per scegliere la calma e lasciare che i pensieri viaggino per poter cantare dell’amore, vero, dei bassifondi. Ed è tutto così romantico e appassionato. Ogni cosa procede con la calma della riflessione, la malinconia si insinua tra le trame intricate della solitudine. Tutto si calma tra le vie impervie dei pensieri, nel conforto di poter riflettere sul passato con coscienza di una maturità che deriva incontestabilmente dall’esperienza (Ashes on the Fire), la lucida consapevolezza sporcata dal rimorso di chi è stato nel profondo dell’abisso, di chi si rende conto di aver rischiato grosso con l’alcool e la droga, di chi dalla musica in fondo è stato ucciso e poi salvato, resuscitato: “Oh those white lines made your eyes wide/I was likewise in those white lines” canta sulla splendida Remorse Code, impreziosita dalle gentili, docili ed estranianti trame di chitarra elettrica per tutti i suoi quasi dieci minuti di durata. Questa musica emoziona, commuove. Quella voce che si fa così struggente, così appassionata, quasi tremante per la pelle che si rizza su ogni parte del corpo alla luce del ricordo, mentre pronuncia quella parola “baby” che si carica di rimandi, si spoglia della sua veste grammaticale per farsi immagine, prima sfocata e poi sempre più chiara dietro gli occhi, nella mente e nel cuore. Voce splendida che fa risuonare, colma di struggente sentimento, la preghiera rassicurante e toccante: “don’t get hung up in your soul/don’t let them make your heart cold” mentre un timidissimo theremin porta a termine il brano con una melodia piccola e solitaria (Don’t Get Hung Up In Your Soul). Gli strumenti sembrano cullare le trame splendide e riscaldanti della voce di Hawley con misura, in composizioni piuttosto minimali che riescono a farsi bellissime nella semplicità perché ogni cosa è fatta con passione, tutto è vero, il cuore che si manifesta, come lo stomaco, la pancia, il fegato. E’ tutto così naturale, tutto già sentito eppure inspiegabilmente è tutto così incredibilmente bello e appagante. Ecco allora che, negli spazi in cui la voce si fa gentilmente da parte, la slide guitar ci accarezza dolcemente assopiti nel torpore che quasi non ce ne accorgiamo (Soldier On) e quegli arpeggi di chitarra così disadorni diventano la cosa più bella del mondo sul soffice tappeto sonoro di As the Dawn Breaks; quegli stessi arpeggi che, quasi muti, in segno di rispetto, accolgono le riflessioni più intime della voce che trema mentre rievoca l’immagine di una dolce melodia che si insinua tra le fioche luci dell’alba; una melodia cantata per lui, che si fa dedica, veicolo di sentimenti, rimpianto d’amore. Ogni sfumatura è resa con pennellate lievi, modeste, che sfiorano lasciando minuscole tracce di colore, stupende proprio perchè nella loro peculiare piccolezza riescono a legarsi in un quadro d’insieme in cui ogni cosa contribuisce a rendere la bellezza pura; poiché essa stessa, la bellezza, è questione di sfumature, di piccole cose che sanno scintillare agli occhi più sensibili. Così, timidamente, gli archi spuntano sulla meravgliosa melodia di chitarra e pian piano crescono insieme a basso, batteria e voce, sviluppando trame eleganti e lascive, senza mai prevalere, fino al finale in cui voce ed archi passeggiano mano nella mano nell’immensità dei campi (Open Up The Door). Un mood malinconico che si manifesta in tutta la sua essenza nelle trame docili e bellissime di For Your Lover Give Some Time; la chitarra arpeggia leggiadra, mentre il violoncello lascia scivolare lacrime che inumidiscono la voce più pura dell’anima: “I will give up this cigarette/Stay at home and watch you mend the tears in your dress/ Have your name in a rose tattooed across my chest /And be your lover for all time“. Confessione introspettiva che si svela pura e sincera e che giunge al termine nei dieci minuti della sognante Don’t You Cry, colma di suoni dilatati. Perché le stelle, viste dai bassifondi, sembrano più luminose.

Credits

Label: Mute Records – 2009

Line-up: Richard Hawley

Tracklist:

  1. As The Dawn Breaks
  2. Open Up The Door
  3. Ashes On The FIre
  4. Remorse Code
  5. Don’t Hung Up In Your Soul
  6. Soldier On
  7. For Your Lover, Give Some Time
  8. Don’t You Cry

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