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Camminamenti fatti di silenzi e di alterna fortuna: intervista a Cesare Basile

“Tanto sangue, infine, per lavarci gli occhi dalle illusioni di ere felici vissute tra amori e bevute, canti e spettacoli teatrali. Dei tanti uomini spazzati via, umile è rimasto invece il lavoro, la roccia scolpita dalle loro dissolte mani, forgiando teatri e templi; che nei loro incavi ancora mostrano l’ombra delle dita umanissime.” (Tucidide). Segreti tenuti e segreti svelati. Parole di taglio e parole attraverso. Un tamburello mima l’orologio mentre la terra gira su stessa con la grazia impavida della necessità. Donne e uomini che si incontrano per puro caso cuciono addosso alle stagioni il loro nome, lo ricamano sulle spalle della sera perché non osi dimenticarlo. Eppure la sera dimentica. Le stagioni dimenticano. Cesare Basile no. Lui non dimentica. Traduce in note e accordi l’afflato terreno, il mormorio mistico, le carezze della memoria, le punture del nemico. Si scopre le spalle e si presenta, si bestemmia, incanta. Storia di Caino è vivo, muore e risorge; Storia di Caino cammina, inciampa, non si riposa, parafrasando i passi di quelle creature che hanno l’urgenza del sogno, la pretesa della sete. Cesare Basile ascolta, chiude gli occhi e poi li riapre, fruga nel suo sacco di reggimenti e ci dice la verità. Ancora una volta. Semplicemente: la verità. (Foto by Roberta Molteni)

Caino, il primo uomo, il primo assassino. Caino, fondatore della civiltà, marchiato dalla colpa e dal perdono. Caino ed il suo segreto svelato alla memoria. Perché Caino? Perché adesso?
Perché Caino è oggetto di disprezzo, diseredato, colpevole per un amore ignorato. Perché Caino ci passa accanto ogni giorno per le strade del suo esilio e fermarsi ad ascoltare la sua storia potrebbe farci dimettere quell’aria tronfia che ci portiamo in giro, come bestie appena sfamate.

Storia di Caino racconta delle storie. Le canzoni non sono fini a se stesse ma narrano, rivelano, insinuano, intraprendono un dialogo con chi le ascolta. C’è nella durezza come nella commozione, nell’impeto come nell’abbandono un tatto peculiare, uno spiraglio che vuole aprirsi, lasciarsi attraversare. E’ così?
Le canzoni pretendono, pretendono da chi le scrive e vogliono affascinare chi le ascolta. Sono femmine, trappola, liberazione, spiragli sull’infinità di mondi possibili, e sono fragili come spettri all’alba.

Il disco emana profumi particolari, d’incensi, di luoghi primitivi, quasi volesse fissare un non-tempo, un territorio della memoria dove possano sostare i dettagli, fermarsi i gesti, dove nulla possa cambiare o riesca a cambiarci, dove si finisca giusto per ritrovarsi da soli… il territorio antico dell’infanzia, delle promesse, dell’attesa. Perché forse parlare d’assenza è parlare d’attesa. Ed entrambe esigono la fede…
E’ un palco grande come un deserto dove cerchi di cogliere ogni impercettibile segno di movimento, di vita. Miraggi che ti fanno compagnia e promettono di spegnere la sete, senza fede non si sopravvive al deserto.

Mimare l’amore“. Questa intuizione è straordinaria. Penso a quell’usare l’amore, quel consumarlo come consuma di Usa tutto l’amore che porto. Amore mimato, più pudico, nostalgico. Amore consumato, che ri-fugge il rimpianto. In ogni caso, amore che è. Fondamento, scelta, necessità? Colore? Attimo? Respiro?
Sono quei gesti che usi per nascondere il dolore, per cercare in un incontro un sollievo e che spesso ti portano a inciampare, a rivelare la tua goffaggine… mimare un amore che è esercizio di menzogna a volte, eppure sembra l’unica strada per non impazzire.

“Il provar meraviglia sorregge la filosofia e la domina dall’inizio alla fine”, dice Heidegger. Chiedere meraviglia è qualcosa di diverso, qualcosa che va oltre la sensazione, la pura curiosità. Come chiedi meraviglia alle cose, ad ogni cosa? Cos’è meraviglia?
Meraviglia è lo stupore del bambino… quella capacità di contemplare le cose senza volerle svelare a ogni costo, anche farsi ingannare dalle cose, gioire del fascino di una bugia, lasciare il mistero al mistero per farne parte. E’ sete.

La tradizione ri-consegna ciò che spesso la storia toglie. La tradizione trasmette ciò che di sostanziale, di umanissimo riesce a sopravvivere al tempo, al compromesso. In questo tuo disco, come già nei precedenti, la tradizione, un certo folklore sono marcatamente presenti, sia a livello letterario che a livello musicale. Si tratta semplicemente di una scelta stilistica o piuttosto di un’urgenza?
La musica folk è fatta di terra, radici, sangue e allo stesso tempo è in viaggio perenne e si trasforma in nuove terre, nuove radici e nuovo sangue. E’ questo il motivo per cui parla al nostro cuore e alle viscere. E’ riconoscibile e ancestrale, come se tu avessi sempre fatto parte di un luogo eppure sei appena arrivato. Un blues del Delta, una pizzica Salentina, una ballata di ubriaconi irlandesi o una dolcissima canzone d’amore del Mali avranno sempre corde da fare suonare in un uomo e queste corde hanno radici comuni.

Questo disco esce due anni dopo Hellequin Song. Quando hai cominciato a scrivere i nuovi pezzi? Quando è stata concepita questa tua Storia? Come è nato il tuo nuovo disco?
Ho cominciato a scrivere queste canzoni circa un anno dopo l’uscita di Hellequin Song. Vivevo in periferia fra la nebbia e il Lambro e la casa era invasa dalle ombre. Me le sono portate giù in Sicilia queste ombre e poi in una nuova casa sul naviglio… ho lasciato anche quella casa è ho finito il disco.

E’ lecito chiedersi cosa ascoltasse Cesare Basile nel frattempo, quali libri stesse leggendo, se qualcuno lo ha colpito in particolare…
Non mi ricordo… avrò fatto confusione come al solito, rubando frasi qua e là convincendomi di averle scritte io.

L’affiatamento con i tuoi collaboratori è indubbio. Ti sei circondato di musicisti e talenti che hanno un’affinità incredibile con il tuo modo di sentire, di vivere la musica, e non solo. Parlami di loro, del tuo rapporto con loro, del vostro approccio ai pezzi, dell’apporto di ognuno, di come, se e fino a che punto il lavoro di ciascuno diventa imprescindibile, necessario.
Senza di loro sarei ben poca cosa, resterei da solo con le mie intuizioni. Sono musicisti liberi, attenti, precisi come pochi. Capiscono qual è il nervo scoperto e lo fanno vibrare, fanno proprie le canzoni e negli anni hanno sviluppato un senso della misura raro.

Quali difficoltà incontra, può ancora incontrare, un artista come te, un songwriter indipendente, con tanta storia alle spalle, per riuscire a portare a termine il proprio lavoro, per vedere realizzati i propri progetti, per concretizzare le proprie aspirazioni?
Non parlo di queste cose, ho già detto anche troppo su questo argomento. Mi preoccupo soltanto di scrivere e continuare a scrivere roba decente. Il resto non deve interessarmi.

Grazie, per l’onestà quando è la differenza…

Sul mondo e sulle luci – Preview

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2 commenti

  1. Meraviglia è quella capacità di contemplare le cose senza volerle svelare a ogni costo

    Sul mondo e sulle luci.
    E’ così.

  2. Intensa. Di domande ricamate.
    E risposte in trame che non ingannano.
    Tutti dovrebbero leggere.
    Perchè ogni tanto qualcuno vince sulla superficialità dilagante.

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