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Siamo una band e abbiamo quasi il dovere di spiazzare: intervista a Manuel Agnelli e Giorgio Prette (Afterhours)

Martedì 20 maggio: musicisti di strada sui generis, muniti di strumenti e amplificatori a spalla, invadono una piccola saletta spuntando dal nulla sulle note di Voglio una pelle splendida. Mischiano ironia, leggerezza, professionalità tirando fuori da una storia di vent’anni: Tema: la mia città, Musa di nessuno e Male di miele. LostHighways ha vissuto l’onore e il privilegio di moderare l’incontro pomeridiano degli Afterhours con il pubblico al Forum Fnac di Napoli, in occasione della presentazione del nuovo album: I milanesi ammazzano il sabato (Universal).
In serata, invece, la copiosa pioggia primaverile è stata il sottofondo di un’intervista piacevolissima. Un dialogo critico e problematico su un tema che in molti scoprono solo ora esser caro ad una band che non ha mai fatto solo e semplicemente musica.

Questo è il motivo per cui LostHighways ha sempre mostrato interesse e cura per le iniziative della rock band milanese. La comunicazione, sia emozionale che di contenuti e progettualità, è sempre stata uno degli elementi di vent’anni di carriera e di scelte motivate e fondate. Noi, che siamo utenti della rete in modo particolare scegliendo di avere delle posizioni obbedienti al gusto, alla passione e alla qualità, abbiamo avuto la possibilità di confrontarci con Manuel Agnelli e Giorgio Prette anche sui vantaggi e sui pericoli di un mezzo di “informazione” veloce e democratico in modo così ambiguo. Le dinamiche dell’informazione via web e il ruolo della musica già in passato sono stati temi che ci hanno legati agli Afterhours: l’incontro al club Paradiso di Amsterdam fu (e rimane) un momento di crescita e di definizione di una linea che abbiamo scelto di alimentare (In collaborazione con Vladimiro Vacca; foto by Rosa D’Ettore; si ringraziano Paolo Santoro e Roberta Accettulli – Casasonica Management).

(A) Il 2 maggio è uscito il vostro nuovo lavoro in studio, I milanesi ammazzano il sabato. In breve tempo avete raggiunto la top five della classifica di vendite (terzo e quarto posto). Come va?!
Giorgio: Va bene! La viviamo benissimo! E’ un gran risultato che gratifica un lavoro impegnativo, ma il numero di copie non ci cambia. L’importante è salvaguardare la nostra integrità musicale.

(A) Il titolo è una manipolazione verbale. La matrice originaria è nel titolo del romanzo noir di G. Scerbanenco: I milanesi ammazzano al sabato
Manuel: Il romanzo non c’entra molto con l’album. Semplicemente girava in studio, colpa di Gabrielli! Io ho rubato il titolo, l’ho copiato sbagliando, inserendo un articolo e creando un doppio senso: i milanesi ammazzano fisicamente il sabato e trovano anche modo di divertirsi e di passare il tempo. Ci serviva come chiave di lettura del disco. Il titolo è arrivato prima di tutto il resto. Avevo bisogno di un luogo fisico come punto di riferimento, quindi Milano ma il disco comunica molto altro.

(A) 14 singoli. 14 capitoli slegati gli uni dagli altri in un disco avventuroso, schizofrenico che sa ancora osare la sperimentazione più estrema usando la lama dell’ironia leggera ma feroce…
Manuel: Un gruppo che non ha voglia di osare, dopo vent’anni di esperienze, non ha ragione di essere. Per noi è importante rinnovarci. L’ironia è presente nell’ultimo disco in una luce diversa ma è stato tutto molto spontaneo. Questo è un disco che raccoglie molti pezzi ma dalla durata totale breve, quindi è frizzante, veloce, alterna umori e atmosfere diverse.

(V) Ancora la tematica della mediocrità…
Manuel: Sì, in Quello che non c’è emerge la consapevolezza di una forma di mediocrità, in Ballate per piccole iene viene delineata in una chiave quasi eroica, nell’ultimo disco si tocca il fondo!

(A) I milanesi ammazzano il sabato è targato Universal. Gli Afterhours e il loro rapporto con una major…
Manuel: Per ora è un rapporto molto produttivo. Universal ci ha dato libertà d’azione, non soltanto artistica ma anche di cura dell’immagine e di marketing. Quindi abbiamo una libertà di scelta proprio sui modi per veicolare la nostra musica. Chiaramente l’etichetta espone una sua idea ed è giusto perché sta investendo moltissimi soldi e lavoro in questo progetto, e c’è anche una grande esperienza alle spalle. La nostra situazione comunque è stata facilitata dal fatto che siamo arrivati “scegliendo” e non semplicemente perché era l’unica cosa che potevamo fare, quindi è logico che il nostro caso non possa essere considerato uno standard, non possiamo dire che la situazione della discografia italiana sia cambiata perché noi abbiamo questo tipo di libertà: ce la siamo ritagliata ed è sempre un rapporto di forze che determina certe dinamiche. Probabilmente per un gruppo emergente non ci sarebbero le stesse condizioni.

(A) Avete adottato una strategia promozionale sui generis, puntando sia sui mezzi di diffusione tradizionali che sul web. Riprendere Berlino è il singolo ufficiale, ma tutto è cominciato in modo anomalo con il lancio di E’ solo febbre e Pochi istanti nella lavatrice (accompagnati dalle avanguardie visive di G. Staino)…
Manuel: Ho una mia idea sulla promozione tradizionale. In realtà abbiamo proprio tre singoli, ma l’unico che ha avuto passaggi consistenti in televisione e un po’ in radio è stato il terzo, Riprendere Berlino. Tutti identificano in quello il singolo tradizionale perché è passato di più. Per questo mi domando: siamo noi che diamo dei messaggi o è come li recepisce la gente che è più importante? So che gli After sono più conosciuti per i singoli che hanno fatto uscire in passato che per quello che c’è veramente nei loro dischi, questo per quanto riguarda la generalità dei casi. Anche all’interno del mondo indipendente tutto funziona in modo contraddittorio. Voglio dire che all’interno di un mondo in cui i singoli sono considerati il demonio… proprio i singoli valgono tantissimo a livello di comunicazione. E’ lo stesso mondo indipendente che usa comunque i mezzi che vuole combattere oppure ne è succube (ancora peggio). Noi abbiamo cercato di uscire da questo tipo di impostazione, non ci autoghettizziamo. Passiamo nei circuiti che riteniamo moralmente decenti. Comunque siamo all’interno di un sistema occidentale di mercato perché vendiamo un cd, perché costiamo dei soldi, perché produciamo “cose”. Non siamo ipocriti, siamo all’interno di un sistema, ma ciò che per noi conta è la qualità dell’informazione e la qualità della nostra musica, tutto il resto lo valutiamo di volta in volta in base a dei criteri. Non possiamo pensare che ci sia qualità solo nei canali alternativi, come quelli web, e non in canali tradizionali, tipo mtv. Bisogna conoscere le persone. Spesso c’è molta serietà e professionalità anche in situazioni esteticamente più generaliste. XL è un giornale generalista e popolare (da un certo punto di vista) come Rock Sound, eppure due dei più grandi professionisti che conosco sono proprio i direttori di XL e di Rock Sound, parlo di due grandi appassionati che hanno una visione della musica oltre il trend, due persone che fanno del bene alla musica italiana.

(A) L’importanza della comunicazione evitando il rischio di autoghettizzarsi. E’ il concetto che hai espresso in occasione della partecipazione ad AnnoZero…
Manuel: Sì. Quando ci hanno invitati, ci siamo posti il problema se fossimo in grado di poter partecipare ad un dibattito politico a quei livelli tecnici. L’argomento era proprio l’informazione e noi potevamo intervenire in base alla nostra esperienza. Siamo stati onorati di vivere un’occasione del genere, ben al di là di un programma tradizionale che prevede la semplice presentazione di un video e di un disco. Avevamo la possibilità di comunicare un pensiero.

(A) In molti considerano ancora Germi e Hai paura del buio? gli album più “duri” degli Afterhours, senza tenere conto del percorso di evoluzione. I milanesi ammazzano il sabato è un disco molto più complesso e ostico…
Manuel: Appunto! Intanto, bisogna stabilire cosa si intende per durezza. Per me l’ultimo disco è molto più ostico di Germi e Hai paura del buio? per quanto riguarda la struttura e l’atmosfera dei pezzi. Non accetto il discorso per cui il suono in questo disco si sia ammorbidito: la pasta dei suoni, in generale, è molto abrasiva. Ci sono canzoni molto più spinte (Tutti gli uomini del presidente, Pochi istanti nella lavatrice, Neppure carne da cannone per Dio) e ci sono altri pezzi che non hanno le chitarre come protagoniste principali, ma era così anche in Germi: Dentro Marilyn non ha chitarre abrasive. Ossigeno è un pezzo assolutamente pop con gli assoli distorti.
E’ vero che un certo pubblico è rimasto legato a quei dischi perché c’è sempre un pubblico legato a quello che fai prima. Pensa alla gente che critica l’ultimo album perché non ha i pezzi di Ballate per piccole iene, e quando uscì Ballate… apriti cielo! Sarà sempre così e per fortuna, da un certo punto di vista. Non telefoniamo mai le cose e sorprendiamo sempre chi ci ascolta.
Giorgio: Dipende da molta discografia che ha educato il pubblico alla convinzione che un certo artista (bene o male) debba fare sempre le stesse cose.
Manuel: E’ vero. Però, personalmente mi sono stufato di sentire sempre questi commenti… “Germi è più duro”, Hai paura del buio? è più vario”. Questi sono solo commenti, pareri. Non sono affatto d’accordo. Questi dischi li abbiamo fatti noi, quindi pensiamo di conoscerli meglio di altri. Dopo tanti anni, credo di riuscire a vederli in un modo abbastanza cinico, quindi dall’esterno. Ultimamente anche la stampa specializzata, quella che ha ancora un minimo di spessore e di livello di analisi (i dischi vengono ascoltati, le recensioni sono ponderate), ha un verdetto unanime rispetto a questo disco e non perché considerato frizzante, bello o brutto, ma perché “difficile”, “abrasivo” e “non scontato” come tipo di messaggio.
Se quattro persone scrivono su qualche forum delle cose diverse, non credo che rappresenti legge. Sono molto accorato su questo perché ci sono persone (all’interno del nostro stesso ambiente) che si sono prese troppo spazio, troppa credibilità rispetto a quanto possono realmente averne.

(A) Le sessioni ricreative (in allegato proprio ad XL). Si è trattato di un esperimento di educazione musicale nei confronti del pubblico, penso in particolare alle tre prospettive sulla dinamica evolutiva di E’ solo febbre. Un tentativo di dialogo informativo con i fruitori della vostra musica…
Sì! Non siamo noi ad avere inventato casi di questo genere. Ci sono addirittura gruppi che fanno mixare i dischi ai fans per poi disconoscerli! A me non piace questo tipo di interattività totale. Altrimenti perché fai un disco?! E’ un’operazione concettuale geniale da un certo punto di vista, ma…

(V) A proposito dell’interattività, mi viene in mente MySpace. Dà l’illusione di essere un artista anche a chi non lo è! Ci sono casi di presunti artisti che hanno solo un pubblico virtuale, poi ai concerti la verità è evidente…
Manuel: Infatti, la rete ha creato davvero dei mostri. Rimane un veicolo di comunicazione inimitabile e veramente utile, però ha dei difetti molto grandi: la velocità, la sintesi sono infatti dei pregi in sé ma per la rete diventano dei difetti. Manca completamente la profondità di analisi.

(V) Nel nostro caso abbiamo riscontro di quanto stai dicendo. La scelta di proporre articoli di approfondimento si paga in termini di contatti, ma per chi non ha velleità economiche è relativo, perché ti interessa la qualità dell’utenza…
Manuel: Certo. In generale ci sono dimensioni che non mi piacciono. Un esempio: non ci sono dei forum che abbiano un tipo di dialogo pacifico, educato. E’ una regola generale dei forum (musicali e non solo) che il tono del discorso sia sempre troppo acceso. E’ un problema di comunicazione perché il mezzo lo pone, ti porta a dire le cose in modo conciso e che devono essere assolute, però si finisce a: “W Inter, Juve merda”! Alla fine arrivi a questo! E non è colpa del mezzo, non è la pistola che preme il grilletto.
Giorgio: Un grosso alibi che, secondo me, distingue MySpace dai forum è la mancanza dell’anonimato. Con il canale MySapce chiunque si comporta in una maniera più civile e normale. In molti forum finchè c’è lo spazio per nascondersi dietro un nickname, chiaramente c’è spazio per forme di vigliaccheria: ti permetti di dire certe cose solo perché puoi nasconderti. E’ un po’ come con gli ultras: in blocco distruggono le città e quando li prendi uno per uno… piangono!
Manuel: Oppure è esattamente il contrario, la mania di protagonismo che porta delle persone a ritagliarsi una situazione di visibilità propria. All’interno dei forum ci sono questi casi. E’ il bello e il brutto di internet. E’ la democrazia totale: ognuno può dire quello che vuole, ma poi appare e passa per la superficialità che usa.
Giorgio: E in più non ci mette il nome e la faccia, spesso!
Manuel: Molti hanno uno pseudonimo e si creano una fama. Si generano mostri all’interno del web, uno di questi è proprio l’anonimato e l’altro è, come dicevo, il protagonismo con un anonimato parziale… utilizzando, giudicando, la vita degli altri. Un meccanismo davvero triste. Il mezzo continua ad affascinarmi moltissimo, ma sono depresso per come viene utilizzato, anche dal nostro pubblico.

(V) Passiamo alla dimensione live. Dall’arrivo di Gabrielli e Dell’Era ho notato una progressione di coesione e compattezza nei suoni. Ho visto gli After come un gruppo moderno. Avete vissuto, negli anni, il pericolo di soccombere a causa degli abbandoni, ma dal possibile capitombolo siete passati ad una forza maggiore. Avete arginato i problemi arricchendovi. Sostituire il bassista e non solo! Avete introdotto un nuovo elemento…
Manuel: Lei ha citato un altro modo di morire, oltre quello degli abbandoni: il pericolo di rifare sempre Germi e Hai paura del buio?
Essere percepiti come un gruppo moderno è un grandissimo complimento perché è quello che vogliamo essere. Vogliamo essere un gruppo che si rinnova facendo cose contemporanee. Purtroppo (e considero manifestazione d’amore anche quelle critiche) molti non lo capiscono. E’ un po’ come la fidanzata che ti dice: “Sei cambiato”… Sì, non sono più quello di una volta e per fortuna. Solo i coglioni non cambiano in vent’anni di vita!

(A) Fondamentale l’esperienza all’estero per riassaporare la voglia di rimettersi in gioco…
Manuel: Sì, una delle scelte migliori è stata proprio andare all’estero e capire che quello che stavamo facendo era contemporaneo, forte e riusciva a comunicare. E’ proprio all’estero che ci siamo accorti di essere contemporanei, appunto. Qui siamo dei dinosauri per gli altri. Non vogliamo sentirci così, stiamo provando ad essere altro, a progredire, a lavorare molto sulla nostra musica. Rispetto l’opinione di tutti, ma non per questo devo farmi condizionare.

(V) Le collaborazioni in termini di produzione artistica sono un chiaro segnale proprio in tal senso… E penso sia ai nomi italiani (Cesare Malfatti, Cesare Basile) che a quelli stranieri (John Parish, Brian Ritchie, Stef Kamil Carlens/Zita Swoon, Greg Dulli). La massa non lo considera?
Manuel: E’ paradossale. Considerando la velocità dell’informazione di oggi, puoi leggere ovunque notizie simili. Il punto è che la gente non è attenta. In passato, quando in un lavoro discografico c’erano delle partecipazioni, la gente si incuriosiva, andava a cercarsi i dischi degli ospiti per capire da che esperienze venivano e cosa potevano aver portato.
Giorgio: Questo mi fa venire in mente la diretta conseguenza della crisi del disco. Ovviamente noi siamo cresciuti in altra maniera, ma quello che noto è che non trovo nessun gusto a scaricare musica o a copiare un cd. Non per una questione etica. Anche il cd è diverso dal vinile, però il fatto di andare a spulciare informazioni è stimolante. Conta proprio il gesto di leggere il booklet mentre ascolti e scopri i contenuti di un lavoro… non è un dettaglio questo. Scaricando o copiando non puoi avere tutto un quadro completo.
Manuel: Non ti interessa nemmeno averlo. Non ti interessa approfondire. Non ti interessa capire.
Chi pensa che Germi sia più aggressivo dell’ultimo disco… in realtà non l’ha scoltato bene, anzi l’ha fatto con un preconcetto. Un atteggiamento abbastanza comune, per questo siamo andati all’estero. La gente qui si aspetta delle cose che ritiene positive e che noi non vogliamo per forza dare perché “funzionano” o perché fanno parte di un’immagine. L’esperienza all’estero ci ha completamente liberati da questi pesi.

(V) Il ricordo dello stupore delle persone da varie parti d’Europa al concerto al club Paradiso di Amsterdam è motivo di orgoglio. Un’occasione per capire come siete percepiti da orecchie vergini. Qui avete una nicchia che, come dici tu, ha delle aspettative…
Manuel: Infatti! Noi vogliamo allargarla o cambiarla, rigenerandola. Dei vecchi fans che temono di perdere l’appartenenza al gruppo non ci interessa. Noi non siamo una religione. Noi siamo una band e abbiamo quasi il dovere di spiazzare le persone. Se un fan non si riconosce nella nostra musica, che abbia il coraggio di non ritrovarcisi più fino in fondo, di mollarci, di non venire più ai concerti e di non comprare più i nostri dischi.

Grazie per la disponibilità e la gentilezza!
Manuel, Giorgio: Grazie a voi!

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4 commenti

  1. Una grande intervista. Il punto di arrivo…il punto di partenza di LostHighways. Quest’intervista è di tutti. Grazie alle belle persone che sono Manuel e Giorgio…e tutti gli After. Grazie alla persona che ci è stata più vicina di tutte.

  2. Un’intervista splendida. Come ha sottolineato Manuel, la profondità d’analisi, nello spazio libero del web, manca e fa pesare la propria assenza. LostHighways si distingue per la cura e l’attenzione con cui presenta e segue gli artisti in cui crede.

    LostHighways come gli Afterhours: un denominatore comune nella curiosità, nella voglia di scoprirsi e migliorarsi sempre, nella passione per ciò che si fa. Grazie

  3. E’ incredibile come in questa intervista ci sia una sintesi perfetta di quello che sono stati e sono gli Afterhours.
    Con una lucidità assoluta e una vicinanza a chi legge molto, molto forte.
    E’ davvero riconoscibile lo spirito di Losthighways anche qui, soprattutto qui.
    E questo inorgoglisce, emoziona.
    Grazie.

    Lucy

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