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Apnea – Massimo Giangrande

Una bolla d’acqua e cristallo… a questo regno consegna una musica che avvolge come un morbido e candido abbraccio di lana o luna. In questo nido, che possiede confini di vetro sottile e un cielo liquido, le seduzioni dell’Apnea sono giaciglio ed insieme sfere d’aria che conducono fino alle Nuvole, sono carezze che sfiorano l’anima per farle scoprire come l’assenza di respiro possa tradursi in vertigine. Massimo Giangrande fa delle parole un filo iridato, vi ordisce immagini e sensi che si dispiegano come ricami tra le densità o le trasparenze di suoni profumati di cura, tramuta ogni coagulo di inchiostro in un respiro o nel suo dissolvimento, nella sua negazione, nella sua assenza che affida alla pelle e al sangue la possibilità di vita. Tra lemmi bianchi come il latte e le frontiere delle pupille, come la somma dei colori, emergono in forma di canto fotografie di slanci o cadute, di abbandoni o amori…istanti eternati dalla stessa luce che li ha illuminati e poi fermati su una carta di carne, disancorati dall’attimo precedente e da quello successivo che pure evocano. Una voce che inebria apre per undici volte delle finestre o ferite in cui appaiono battiti ed impulsi sottratti al tempo, ad un tutto, a delle storie… i dettagli di un fotogramma, le sfumature ac-colte da uno sguardo lasciano che ci sia ancora e sempre da immaginare, lasciano l’invisibile sotteso al visibile e ne cantano la poesia, quel mistero comune al buio, alla fine, all’inizio, alla creazione, alla distruzione, all’amore. Si comincia, con un silenzio disfatto, a stare in equilibrio sui tagli, a danzare dentro la bolla di vetro e rugiada, facendosi rapire da La teoria del volo per poi perdersi… perché “il pensiero è un oceano oltre gli argini” e la nostra umanità, con le sue altezze e le sue miserie, resta un inarrestabile anelito, una ricerca fatale. Pochi passi sulle lacerazioni, poche carezze dentro le fessure e già il vento dolce-amaro che spira da labbra e dita di grazia ha compiuto la sua malia annegando il sentire in un abisso luminoso che sta tutto dentro una sfera iridescente, culla di tempeste ed aurore. Basta il sussurro delle parole, il bacio delle musiche, e ci si ritrova sospesi in un mondo d’aria densa… i sensi galleggiano in un mare di seta, volano dentro un globo saturo di fremiti, s’abbandonano come in un sonno, come ad un sogno. Tutto è Lieve come l’aria, “ogni mio respiro/sembra come esplodere”, e farsi soggiogare dall’incanto diventa desiderabile, lasciarsi vincere ed avvincere dalla bellezza, cedere alle sue fascinazioni, seduce e non incontra resistenza alcuna. Le Nuvole, in quest’universo vicino alle stelle, fanno comprendere all’anima che per amarsi “qua giù le ali non servono”, alle labbra insegnano a dire “ti aspetterei/come si aspettano gli angeli” e alla carne fanno sussurrare una brama dolce: “ti troverei/dovessi perdermi una vita”. Nella bolla di linfa opalescente l’amore sorge tra i petali di un Fiore rosso o trova la sua fine in “due parole leggere…/come il calcio di un fucile”, è inganno o volo, luce o inquietudine, comunque si compie, scorre, fluisce penetrando…si presenta come una grazia, come ciò che resta una benedizione dell’esserci anche quando infligge la pena. È quell’amore conosciuto da Il mestiere di vivere che ci adagia su una lama “con i nostri sogni stretti/dentro ai pugni chiusi/orgogliosi quanto basta da drogare il mondo/dei nostri sospiri e delle nostalgie”. È quell’amore al cui cospetto le corde accarezzate si dissolvono facendosi nebbia, bruma che tutto avvolge, confonde e fonde, e la musica diventa un vapore dentro il quale far gridare piano alle viscere… “vorrei soltanto averti qui con me/nuotarti accanto e non pensare più di affogare/trattieni il fiato e salta giù con me/ci eclisseremo al sole come polvere noi due”. Le note a tratti si fanno gocce di cielo e la voce è una tensione sospesa, una trama di raso tesa su cui cade La neve, in ogni fiocco è iscritta la stretta di due corpi che insieme respirano aria fredda, ma poco più in là un cristallo di gelo custodisce uno sfiorarsi divenuto gesto inutile, proietta l’immagine de Il perché delle cose, dell’odio che dà conforto, delle distanze impercorribili, di chi ricorda…nelle forme dell’acqua i riflessi restituiscono a mo’ di bagliori le essenze degli uomini, le donano come sostanze cantabili e due labbra le colgono per farne melodia. Con gli occhi chiusi, infine, si vede la bellezza che trascende il dolore, allora c’è pace anche dentro una lacrima e diventano grotte in-quiete le viscere di chi mormora la mancanza come una poesia… “riuscivo a piangere di gioia/per un tuo gesto semplice/come soffiare via la polvere/e farlo sembrare un dettaglio”, lo mormora un petto che racchiude e dischiude palpiti, sensi, canti.
Mentre tutto scorre so che non mi servirà respirare ancora per sentirmi vivere”. L’Apnea necessita applicazione, bisogna educare il corpo affinché riesca a spingersi fino alla possibilità della perdita o della conquista… affinché possa sostare in quella fenditura di tempo sospesa tra la vita e la sua antitesi. È l’accettazione del rischio, il riconoscersi come arrischianti… il vedersi giocati dall’essere e il decidere di giocare l’essere. È l’istante in cui si è Oltre gli argini e il sangue impara a respirare da sé. È una musica limpida e profonda come l’acqua del mondo. L’Apnea come poesia è frutto della cura di Massimo Giangrande che, attraverso un cantautorato venato di rock e jazz, ha ordito le note e le parole disegnando tempeste o fiumi di astri, manti di brina o nidi soffici perché i suoni potessero essere vortici ipnotici, carezze ammalianti, venti elettrici, baci morbidi, pennellate di colori tenui o deflagrazioni di pigmenti puri. Questa prima opera da solista del cantautore romano, che ha felicemente intrecciato il proprio percorso con quello del Collettivo Angelo Mai, ricorda la White Writing di Mark Tobey… graffio o calligrafia che apre la pelle, che disvela e porta nella luce, nel colore, nella profondità, atto dell’anima che va alla bellezza, cercandola in un fondo o in un cielo. Accompagnato dai respiri di Renato Ciunfrini e Davide Piersanti, dai violini di Rodrigo D’Erasmo, dalla delicatezza di Andrea Pesce, dalla bontà e dalla maestria di chi confida nella meraviglia e sceglie ogni giorno di amarla, Giangrande fa dell’incanto un dono che consegna all’anima con il calore delle mani, della voce… e “rimane solo da cercare che cos’è il mondo, e la verità, e l’essere, nei termini della complicità che abbiamo con essi” (Maurice Merleau-Ponty).

Credits

Label: Fiorirari – 2007

Line-up: Massimo Giangrande (voce, chitarra acustica, chitarra elettrica) – Fabio Rondanini (batteria, cassa da banda, percussioni) – Gabriele Lazzaretti (basso) – Andrea Pesce (pianoforte, vibrafono, moog, rhodes, solina) – Rodrigo D’Erasmo (violini, vibrafono) – Francesco Forni (chitarra elettrica) – Cristiano De Fabritiis (percussioni) – Roberto Angelini (chitarra elettrica) – Daniele Tortora (chitarra elettrica, organo, toy piano, toy organ, rohdes) – Mr. Coffee (wurlitzer, moog, synth) – Lorenzo Corti (chitarra elettrica) – Renato Ciunfrini (sassofono) – Davide Piersanti (trombone, arrangiamento fiati); Testi e musiche di Massimo Giangrande, tranne La teoria del volo e Come il cuore leggero di Massimo Giangrande e Pino Marino.

Tracklist:

  1. La teoria del volo
  2. Oltre gli argini
  3. Lieve come l’aria
  4. Come il cuore leggero
  5. Il mestiere di vivere
  6. La neve
  7. Fiore rosso
  8. Nuvole
  9. Il perché delle cose
  10. Apnea
  11. Con gli occhi chiusi

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