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Un libro e un disco in dialogo: Alessandro Raina… Nema Fictzione

Una pelle candida di carta serica custodisce in sé suoni e porta su di sé segni fatti di un nero che è riga, parola disvelata o occultata, cancellata, ri-vestita, negata e così evocata, un nero che è concrezione d’inchiostro, costruzione d’inchiostro… la materia ed insieme la bocca che la divora.
Di una pelle candida ricamata di segni e profumata di suoni è fatto un libro d’arte che intreccia silenzi e musiche e fa della forma una manifestazione dell’essenza, fondendo la grafica con la scrittura, rendendo disegno il segno perché possa rappresentare uomini e donne, trame e tracce di un’epoca che è radice dell’oggi. Due lingue e una moltitudine di linguaggi grafici per fare delle parole un calligramma, un dipinto, una fotografia, l’architettura di un essere, la trasparenza di uno sguardo.

Due lingue per legare più forte gli occhi alle pagine, perché restino loro fedeli addentrandovisi, scrutando i significati oltre i significanti, attraverso questi. La poesia traslucida, sgorgata da un polso stillante una scrittura affilata ed affusolata, prende forme d’avorio ed onice affinché la sua realtà e il reale che de-scrive si ritrovino trasposti in una dimensione altra, soggetti ad un perturbamento cosicché si crei una ferita da cui possa sgorgare una luce, quella luce che corre costantemente il rischio di rimanere chiusa in insondabili viscere.
Un libro e un disco in dialogo costituiscono con eleganza la messa in opera di una bellezza fatta di tratti e sensi, di parole e suoni, che generano con il loro rapportarsi un percorso percettivo non lineare, i cui passi sono evocazioni e richiami, ricerche e ricostruzioni, individuazioni ed intuizioni, un cammino che dà da pensare al corpo ed attraverso il corpo dà da sentire all’anima. L’opera infatti reclama partecipazione, una percezione carnale che porta ad ap-prendere con le dita, con gli occhi… si deve restare vigili per ac-cogliere il suono, mentre le mani devono scorrere le pagine, le ciglia accarezzarle perché le parole svelino la fonte che le nutre, perché i numeri tolgano i veli dai visi. Lo sguardo allora, anche grazie alla musica, prende il moto delle onde, dell’andare e del venire, per baciare e leccare senso, quello effuso dal pensiero opalescente e quello rappresentato da e in una grafia di china densa.
Prima che si manifesti anche solo la possibilità del riconoscimento, ci si ritrova davanti, dentro, un fotogramma su cui la penna trapunta raggi e sensazioni, vissuti intimi il cui riverbero sulla società ha saputo essere cibo. Nel fare esperienza di questi frammenti d’anime si comprende che non importa poi molto dar loro un nome, che conta avvertirne la bellezza, dolce o tragica, languida o terrificante, che un’identità resta pulsante e percepibile anche attraverso i contorni sfumati, nonostante il tempo che scorre verso l’oblio. Lo scoprire chi riposa sotto lenzuola di versi diventa allora quasi un gioco dal gusto dada, un modo per riassaporare una curiosità innocente e la vertigine che dà… svestire con gesti lenti un corpo per arrivare ingenui alla sua essenza nuda.
Numeri, canzoni, parole e segni appaiono come fili da intrecciare perché si partecipi alla tessitura di una carezza in cui rifugiarsi a sentir l’eco di incanti incorruttibili e suggestioni ammalianti… “Ed è il fatto/di saper collegare questi punti/(questi concetti?)/distanti apparentemente estranei tra loro/che mi riempie nel sonno/di profondissima quiete” (Giulia Niccolai), è il prendere in sé e il perdersi tra i sintagmi e le tracce a consegnare sogni di idee ed immagini che abbracciano con una pace di meraviglia.
Pensieri vestiti di note o da lettere possiedono la sensibilità alla luce dell’argento, la capacità di far emergere da un’oscurità cieca, da un buio avviluppante, un’immagine latente custodita dentro un’emulsione di materia fluida. Affiorano così quaranta esistenze che hanno significato, fecondato e determinato un tempo, sono evocate attraverso pagine di bianchi silenzi, di musiche che risuonano altrove, di candori violati da coaguli di un sangue nero. Le vite si fanno componimenti, composizioni di note e fiori di inchiostro… alla fine, solo alla fine, i nomi che definiscono, che mettono a fuoco, che trasformano figure di nebbie rarefatte ed umori viscosi in forme vivide. Ma “quel che importa sono le vie di cui non si vede la fine, i buchi di cui non si vede il fondo, le fumate che non lasciano vedere quel che c’è dentro. Il fruitore può così fare delle grandi passeggiate dentro i quadri, e mai le stesse. Non sopporto i ritratti che costringono a fare sempre la stessa passeggiata. A me piacciono i giardini in cui si può vagabondare a piacere…e che ci restino dei rovi, molti rovi” (Jean Dubuffet); Pier Vittorio Tondelli, Amelia Rosselli, Erika De Nardo, Pietro Germi… ogni anima evocata è fatta giardino in cui potersi inoltrare all’infinito, tra spine e boccioli di memoria, tra rovi di linguaggio percorsi da un canto di piume e petali, d’acqua e vento.

Una sola betulla crepuscolare
Sul monte azzurro della ragione…
Prendo la misura angolare
Dal cuore all’anima e all’orizzonte
È il galoppo delle memorie
Tra i lillà dei begli occhi
E i cannoni dell’indifferenza
Sparano i miei sogni verso i cieli

(Guillaume Apollinaire)

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