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Noir e desiderio: Lo.mo & Henry Hugo Live @ La Casa 139, Milano 01/02/08

L’inverno si nasconde dietro a un alito di pioggia e gioca a scacchi con pudiche intuizioni primaverili. Oggi scocca febbraio, mese del rimedio, agosto australe, custode delle prospettive, apologia delle intenzioni. La precocità della primula, il tiepido viola dei vini, la fredda perfezione dell’ametista: febbraio e gli amanti, febbraio e la solitudine, febbraio e il principio di fuga dai postumi del letargo. Annuso nell’aria un’illogica leggerezza nei neri, una malinconica passione negli entusiasmi. L’impressione è che l’istante stia per schiudersi rivelando la complicità della memoria, senza disfarsene ma arretrando, traendo spunto da quel che di onirico celano i ricordi per dare ragione ai sensi, agli opposti quando finiscono per attrarsi. La scena si anima di elettricità e pace, di leggerezza e gravità, di simmetrie e distorsioni: i confini si dissolvono nelle ombre, le ombre nella luce. I Lo.mo aprono con la nuova Il tre nel segno (unico pezzo proposto non incluso nel loro disco d’esordio Camere da riordinare) ed è una carezza decisa, persuasiva.

Pensiero magico confessa un’intenzione e ne viene un certo desiderio di complicità. Roberto Binda canta il midollo, si insinua con confidenza tra le orme dell’attesa e intuisce un senso, confessa un destino, veste la casualità di sostanza. Darren Cinque lo asseconda, talvolta conduce l’estro dei tasti fino ad una deriva di sponde visionarie d’essenza. La chitarra restituisce quanto Paolo Zangara intende per vero: l’arroganza degli accordi e l’immediatezza del tatto. Roberta Cartisano, con un abile tocco di basso, regge il filo da qui ad altrove, incoraggiando la voce, stuzzicando la chitarra, compiacendo il pianoforte. Il gusto del ricordo coccola un presagio di alta marea che finirà per ritrarsi. E la marea si ritrae al ritmo di Una sangre, carica di energie, impellente e netta. Henry Hugo e Pascale Amstutz Jimenez lasciano le quinte e aggiungono intensità d’altre corde ad Un altro mare. La complicità fra i sei è un piacere da assaporare senza alcuna parsimonia, con la stessa onestà con cui il pezzo prende forma e ammalia.
Quindi piano e violino vengono lasciati soli: Henry Hugo e i propri talenti (argentino di nascita, svizzero d’adozione, ha 13 album all’attivo con i gruppi The electric company prima e Kindred souls successivamente, svariate colonne sonore e produzioni tra Argentina, California, Spagna e Francia) battuti sui tasti con l’avvenenza di una palpabile sincerità; Pascale e il fascino dell’abete, la concretezza dell’ebano a imprimere delicata classe all’accompagnamento. Henry intona storie di uomini e sono uomini in carne ed ossa, che hanno avuto la spietata sventura/impagabile fortuna di innamorarsi (Poor man), che arrossiscono per uno sguardo e per lo stesso sguardo si rivolgono al cielo, che scrivono poesie per una sola donna e per tutte le altre ancora, che si torturano di domande destinate a vagare in un limbo senza alcuna risposta (You are the only star that shines, Moonlight’s love, I don’t know why she ain’y never coming back, tutti brani inclusi nel suo ultimo cd Henry’s Street & Riviseted songs). Il sottile gioco dei timbri, il bianco e nero delle ottave e delle alterazioni, pungola il tepore della voce, persuade gli accenti, stempera l’atmosfera. Le corde del violino, accarezzate dall’archetto o pizzicate dalle dita, rispondono alle provocazioni folk con capricci di vibrato e brevi monologhi armonici. Henry Hugo scrive ed interpreta ballate dal retrogusto noir, porta addosso i ruvidi panni di un certo country: quando lascia lo sgabello e si mette nelle mani della chitarra lascia che la cassa lo vinca e si abbandona all’istinto blues. E sempre Pascale lo intuisce, lo attende: si mette di lato e suggerisce altro dall’apparenza, esponendosi in attimi di intenso e controverso lirismo. Siren’s song seduce la teoria con la pratica del viaggio, conduce il luogo attraverso l’immaginario, amalgama l’immediatezza ruffiana della poesia con il retrogusto candido della prosa. L’armonia suggerisce una danza a piedi scalzi, propiziatoria, quel modo dissacrante di pregare la terra che usa quale tramite il cielo e certi riverberi di luce; gli accenti si inseguono, disorientano per simmetria, per fermezza. Di Sine metu resta a memoria il disegno ritmico, la vivace cupezza dell’intercalare delle note. I Lo.mo raggiungono Henry per un arrivederci di elegante fattura: Henry Street non è una favola ma la fatica del viaggio, le suole quando si consumano, il sollievo di una birra chiara, la nettezza di un orizzonte ora paradisiaco, talvolta infernale, spesso indefinito, indefinibile, angolo acuto del presentimento, spigolo ottuso del tramonto, della sera. Sei volti, sei coppie di mani, sei sguardi a restituirne uno solo, di puro piacere, di seducente energia.
Quando è di nuovo silenzio, ora che la musica è finita e La Casa si anima di chiacchiere e abbracci, resta nell’aria la buona sensazione dell’appartenenza, il docile presentimento che davvero il quarzo possa proteggere dagli eccessi, che il prossimo equinozio possa riservare, dentro al suo particolare istante, un’oasi d’appagamento, giorni cortesi di desiderio. (Lost Gallery)

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