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Sfumature di una diversa intimità: intervista ai Kiddycar

In occasione dell’uscita del loro primo lavoro discografico Forget About per la Seahorse Recordings, rivolgiamo qualche domanda a Valentina Cidda voce dei Kiddycar, percorrendo insieme a lei i sentieri intimi e malinconici della loro musica e addentrandoci con stupore nel loro universo discreto. Suoni, silenzi e poesia di un progetto tra i più eclettici della scena indie italiana.

Parto col farvi davvero i complimenti per l’ottimo esordio di Forget About, un disco intimo ed ispirato che d’altronde non poteva non fare breccia nei nostri cuori indie. Una domanda direi quasi di rito, la prima. Perché i Kiddycar? Com’è nato questo progetto, da dove esce fuori il nome?


Prima di tutto grazie a te per i complimenti e la passione che metti nel tuo lavoro… davvero rara e preziosa!
I Kiddycar sono il frutto di un sogno paziente, se pur tormentato da varie vicende, nato una diecina di anni fa… Il “progetto ideale” nasce con il nome “Kriminal Bit” nell’anno 1998 da Stefano Santoni, Paolo Ferri, Roberto Bianchi e altri. Le linee descrittive erano gia presenti allora e di fatto brani come Human Logic, Trust o The dawn and the fly sono stati concepiti e arrangiati in quel primo momento creativo, ma il progetto, nato appunto nel 1998, si blocca nel 2000 e rimane sospeso per più di cinque anni.
I Kiddycar, con il nome di oggi e l’attuale formazione, nascono solo nella seconda metà del 2005, dopo l’incontro con la mia voce e la mia poetica di autrice e della formazione originaria rimangono Paolo Ferri e Stefano Santoni.
Per quanto riguarda il nome, racchiude un duplice universo significante: da una parte c’è l’oggetto, l’automobilina a pedali, e l’immagine che essa immediatamente evoca… un immagine vintage, una memoria “analogica” per così dire, del tempo in cui (ci piace pensare) il tempo non voleva dire solo “fretta”, del tempo in cui c’era ancora spazio per l’inutilità del gioco puro, per una ben diversa intimità, di un tempo che (in un certo senso) se ne sta sospeso nella nostra coscienza e immerso in una dolce ma prepotente nostalgia di certe sfumature dell’esistere; dall’altra parte c’è il nome in quanto simbolo, idea, metafora linguistica della linea filosofica e poetica da noi scelta e perseguita… l’intenzione di raccontare il mondo con sguardo infantile, con la meraviglia, lo stupore, la delicatezza trasparente di tale sguardo e, contemporaneamente, con quella ruvida crudezza, con lo sgomento assente e composto di un bambino che davanti a un cielo stellato coglie meglio di chiunque altro la meraviglia ma anche il panico indescrivibile della sua piccola vita al cospetto dell’universo…

Musicalmente le vostre influenze sono varie, altrettanti gli echi che giungono dai vostri brani: l’elettronica, l’ambient, il pop atmosferico, l’indie pop, il post-rock, il folk… qual è l’influenza che riterreste indispensabile per la vostra esperienza musicale? Che musica ascoltano solitamente Kiddycar?
Beh sai… le influenze sono molte… talvolta più talvolta meno consapevolmente assorbite, e non necessariamente limitate alla sfera musicale. A volte può essere determinante leggere un brano di letteratura, una poesia o vedere un’opera d’arte, seguire un film… l’essenza della percezione è costantemente popolata da ombre dilatate e oscillanti da cui ci si lascia avvolgere per poi scivolare via con una consapevolezza nuova tutta da reinventare. Detto questo, certamente siamo devoti a vari momenti della storia del pop-rock mondiali, dalla psichedelica degli anni 60 passando per i Velvet, i Love, Nike Drake, a un certo filone di pop francese di cui Serge Gainsbourg è sicuramente il più vicino a noi, all’impatto imprescindibile con il post-rock e a gruppi come I Pram e I Tram, all’elettronica di matrice europea, ad artisti come Berhnard Fleischmann, fino all’attuale rock nordico e al mood di gruppi quali i Mum e i Sigur Rós.

Anche la scena musicale tedesca ha un ruolo fondamentale nella nostra formazione musicale dagli inizi degli anni 70, con gruppi Kraut-rock come i Can, passando ovviamente dai Kraftwerk, gruppo cardine dell’elettronica pop, fino alla discografia Morr Music.

 

La Seahorse di Paolo Messere si sta rivelando autentica e sensibile torre di osservazione di nuove realtà interessanti. Com’è nato il vostro rapporto?
A dire il vero il nostro primo rapporto è nato in modo piuttosto consueto: la Seahorse era tra le etichette che avevamo accuratamente selezionato per un contatto ed è stata tra quelle che ci hanno risposto chiedendo di inviare un demo. L’abbiamo fatto. Sono passati tre, forse quattro mesi. Nel frattempo abbiamo firmato con la Minuta, svizzera, per l’EP Small Things, ricevuto altre proposte e stavamo per… quando è arrivata la fatidica mail di Paolo Messere che diceva, in sostanza, che i Kiddycar gli piacevano molto e sperava fosse ancora possibile averli in Seahorse. Sai quelle cose che accadono perché devono accadere! Paolo mi ha raccontato che aveva lasciato il nostro demo in mezzo ad una pila di altri cd tra quelli etichettati come “interessante, da riascoltare”, dimenticato per mesi, come spesso accade, poi… il cd gli è praticamente caduto tra le mani ed è stato “amore al secondo ascolto”!
Così eccoci qui… in casa Seahorse, ben felici di esserci.
Sai, ciò che, tra le varie proposte, ha orientato la nostra scelta verso l’etichetta è stata soprattutto un’affinità basilare riscontrata con Paolo Messere, una rara intesa su sostanza ed estetica davvero preziosa per un artista nei confronti del suo discografico! E in effetti, Paolo, oltre ad essere il nostro discografico è entrato indubbiamente a far parte dei nostri più cari amici. L’intesa poi è sottolineata dal fatto che abbiamo appena realizzato in collaborazione con Paolo il brano You save me from understanding more, uscito negli Stati Uniti per una compliation della Silber Records, oltre alla precedente collaborazione per il brano Elsewhere, realizzato dai Kiddycar insieme a Christian Rainer, che costituisce la “bonus track” della versione giapponese di Forget About, che uscirà il 7 novembre in Giappone per la Xtal Recordings di Tokyo

Infatti, vi abbiamo ascoltati anche in collaborazione con l’artista Christian Rainer, in un ottimo connubio tra i vostri due mondi. Qualche progetto in vista?
Si, certo. A dire il vero la collaborazione con Christian è tra le cose a cui al momento teniamo di più. Una di quelle alchimie magiche che capitano molto raramente e che quando capitano ti incantano. Un’intesa unica e una grande affinità sia in senso artistico che umano. Personalmente considero un onore lavorare con Christian, lo stimavo profondamente prima di conoscerlo come uno tra gli artisti più interessanti del momento e se mi avessero detto che avremmo collaborato con questa intensità, avrei faticato a crederci.
Progetti prossimi con Christian… stiamo finendo il nostro EP How this word resounds, che uscirà a Natale seguito dalla stampa di un vinile. Poi cominceremo a lavorare ad un suo progetto in francese per il quale ho accettato con gioia il suo invito a collaborare. Poi… si vedrà…

Valentina, la tua vita ha sempre gravitato intorno all’arte: musica, teatro, letteratura, scrittura creativa. Poi una laurea in filosofia, la fondazione di un centro di studio e ricerca tra cinema, teatro e musica e non meno importante il tuo ruolo di regista nella compagnia di teatro sperimentale Dulcamareatro. Quanto questo tassello di esperienza nei Kiddycar ha saputo arricchire, se lo ha fatto, la tua vita artistica? Quanto c’è di veramente tuo in questo progetto?
Molto, moltissimo. Il progetto Kiddycar non solo ha saputo arricchire la mia vita professionale ma è sicuramente uno dei progetti in cui mi riconosco di più, un progetto che sento profondamente mio e nel quale credo davvero molto. I miei attori mi prendono spesso in giro per questo attaccamento ai Kiddycar ma li amano molto. Non la serietà e la pesantezza bensì la leggerezza e la profondità sono quanto cerco in tutte le cose e… i Kiddycar sono un concentrato di entrambe per me. E poi vi è una fusione costante tra il parallelo della mia vita di regista e il mio ruolo nei Kiddycar, tanto come autrice dei testi, le cui tematiche, il cui tono, la cui poetica sono gli stessi dei testi che uso in teatro, quanto nell’intenzione descrittiva e sostanziale dei miei spettacoli. Del resto c’è da dire che per anni tutta la mia ricerca come attrice, e naturalmente come regista, si è mossa in una specifica direzione: il superamento del “recitare”, di ogni enfasi, di ogni gesto o respiro che non fosse strettamente determinante, della parola urlata o declamata, a vantaggio del connubio tra parola, silenzio, suono, gesto performativo. Il mio teatro è cinematografico, silenzioso, ammiccante, bisbiglia… le voci sono tutt’uno con il corpo sonoro delle musiche… sono voci registrate,nude, spogliate dell’intenzione e nutrite dal pensiero… che non si discostano dal ritmo e dal respiro delle musiche sulle quali si muovono. Il mio cantato…segue lo stesso sentiero…più o meno malinconicamente…

Un’altra delle sorprese in cui è piacevole smarrirsi nell’incontro con il vostro universo è costituita dai bellissimi testi (di cui è possibile leggere anche la traduzione in italiano sul vostro sito), pieni di poesia, discreti, filosofici: sembra emergere sempre questo eterno conflitto tra interiorità e mondo esteriore, tra la genuina sostanza custodita nel nocciolo e ciò che è fuori la corteccia e non ci appartiene… qual è il vostro approccio alla scrittura?
Ti ringrazio per l’apprezzamento dei testi e per esserti soffermato con tanta delicatezza e attenzione su di essi. In effetti li consideriamo una parte molto importante e significativa del progetto. Per nulla in secondo piano. Per nulla trascurata nell’insieme composito della fase di creazione di un brano. Sono io che mi occupo dei testi, quindi mi assumo tutte le responsabilità a riguardo nel bene e nel male! E sì, hai ragione: tutta la mia poetica ruota intorno ad un conflitto gentile e spietato che assume di volta in volta innumerevoli forme, ma in un certo senso ricalca sempre la vita e il suo limite… nascere e morire, l’amore, la tristezza, la dolcezza e la ruvidezza di tutte le cose, la bellezza e il terrore che suscita sull’orlo della sua fine, l’alba e il tramonto, il fuori e il dentro, un sì e un no, un pugno serrato tra la vergogna e lo splendore, una ruota delicata e malinconica che fa il suo giro, antico e eternamente rinnovato, tra la metà bianca e la metà nera sulla stessa luna dell’esistenza umana…

Parliamo dei vostri video. Sul vostro space è possibile vedere i clip realizzati per i brani Can I Have Your Desert Please? e Small Things. Due video molto suggestivi, mi ha colpito moltissimo la lentezza e la delicatezza con cui si evolvono le scene accompagnando la musica, per poi inaspettatamente proiettarci in una Venezia d’epoca di vecchi ricordi e immagini sfocate (Can I Have Your Desert Please?). Quant’è importante l’aspetto “visivo” nella musica dei Kiddycar ?
Sai… parli con una che fin da bambina ha imparato a guardare il mondo come si guarda un film. Il cinema ha influenzato fortemente tutta la mia formazione e, volente o nolente, mi trovo sempre a ragionare, scrivere, pensare, comporre, persino sognare per immagini. Detto questo, penso che non si possa, oggi come oggi, prescindere dalla narrazione per immagini: è di fatto lo specchio della nostra espressività di uomini di oggi, di esseri confinati più o meno volontariamente, più o meno consapevolmente, in un tempo e in un mondo dominato dall’immagine. L’immagine e la sua infinta gamma di possibilità espressive ci pone al centro dell’evoluzione comunicativa di un’epoca, la nostra, e di una ben precisa disposizione a vivere quest’ epoca. Quindi l’aspetto visivo è importante, sicuramente importante, ma non solo come mezzo di diffusione di un brano tramite videoclip, quanto come ulteriore veicolo di espressione di una sostanza filosofica ed estetica ben precise e della poetica ad esse sottesa, per questo è importante che un video sappia raccontare bene e con estrema coerenza l’universo sonoro che lo ispira e, di conseguenza, è fondamentale circondarsi di collaboratori videomakers che siano davvero capaci di capire il progetto fino in fondo e di interpretarlo al meglio.

Attendiamo di vedere anche il nuovo video del brano Human Logic, che ho avuto l’onore di vedere in anteprima. Un video girato in quel di Berlino, altrettanto suggestivo, pieno di fascino e di contenuto filosofico, che vedrà la firma Almasen per la regia. Volete svelarci qualche altra indiscrezione? Il brano racconta degli eterni contrasti tra la logica umana, a volte spregiudicatamente bugiarda, e l’istinto. L’eterna diatriba tra ragione e passione?
Beh, hai indovinato! Sì, il video ruota intorno a questo conflitto silenzioso della condizione umana tra l’istinto puro, “il sentire con la pancia”, il “percepire” ben prima del “capire” e la logica in senso occidentale, ossia quella che discende da Parmenide per cui “l’essere è e il non essere non è”. Quindi…”o” questo “o” quello!
Senza andare troppo nel particolare filosofico, traspare dal video la consapevolezza spiazzante di questa contesa tra istinto e logica, passione e ragione, mente e non-mente. Viviamo tra collegamenti e sovra-costruzioni tipiche della cultura e quindi della logica che la specifica struttura culturale in cui cresciamo ci impone fin da quando cominciamo ad “abitare” il mondo, connessioni e giudizi a priori dei quali non così facilmente ci si libera. Nonostante i contenuti, tutto è comunque reso con estrema leggerezza, è un video dal ritmo veloce e scorrevole, volutamente in linea con i ritmi di un clip commerciale.
Al mio sguardo vitreo, al vagare senza una meta, in uno smarrimento glaciale e coscientemente malinconico, quasi rassegnato all’evidenza della condizione umana, si accompagna la figura del cavallo che mi ossessiona, a volte come mio doppio femminile, altre volte come doppio maschile.
E il cavallo, del resto, è da sempre simbolo dell’istinto più puro e emblema della filosofia “romantica”.

Lascia esterrefatti poesia e morbidezza con cui descrivete questo confronto col mondo, con le sue forme, paradossalmente con la sua fragilità e, allo stesso tempo, palesate un desiderio di verità, di spontaneità, di fare i conti con le radici di ciò che sentiamo veramente. Ma è un po’ come affidarsi al buio (come dite nella canzone Trust). Citando ancora i vostri versi, è davvero possibile illuminare ciò che si ama senza sbiadirne l’ombra?

Bella domanda! Beh… ad una domanda così non si può che rispondere innanzitutto con un silenzio… quel silenzio assenso di chi si sente perfettamente capito e interpretato. Per il resto…che rispondere?! E’ possibile davvero illuminare ciò che si ama senza sbiadirne l’ombra…? Dovrebbe… io credo… dovrebbe essere possibile… dovrebbe essere così. Il fatto è che per la logica umana (chiamiamola così) l’amore si confonde con il legame… il legame si costruisce sul possesso… e il possesso vuole possedere anche l’ombra pure se ciò significa sbiadirla. Per amare occorrerebbe essere slegati da sé. Distaccati da qualsiasi reame. Vuotarsi le tasche. Perdere il proprio nome. Scoprire con gioia la certezza di non essere nulla. Una simile idea di amore è forse un desiderio dell’anima timidamente accennato che tutti abbiamo presumibilmente intuito prima o poi, forse utopia tra i rapporti umani che regolano questo mondo… ma… rimane come dono di certi momenti, un breve istante, un’ora, una notte in cui magicamente accade… può accadere… e ciò inventa allora per lo spazio e il tempo una verginità improvvisata contro la quale rimbalzano gli oggetti, si strofinano le anime, si lavano i pensieri. Fosse anche per un attimo è gioia…c ome uno schizzo d’acqua fresca in faccia. Quel sentimento gonfiato con l’idrogeno che lo tieni per un filo ma ti scappa subito di mano e se ne vola via. E del resto la gioia pura è dei bambini… proprio come i palloncini.

Chiuderei l’intervista con una domanda apparentemente sconnessa, ma l’universo dei Kiddycar è così immerso nella filosofia che viene quasi spontaneo: che importanza ha il sogno per voi? Esiste secondo voi, oggi più di ieri, una grossa paura o difficoltà nel credere nei propri sogni? Vale ancora la pena appellarsi al sogno nella società di oggi?
A questa domanda ognuno di noi quattro potrebbe rispondere diversamente… ed è giusto che sia così.
Personalmente posso dirti che forse, più che credere nei propri sogni, immagine un po’ troppo lirica per degli esistenzialisti malinconici cronici come noi, si può credere e aspettarsi che il sogno venga a noi. Non farò certo discorsi disfattisti sulla società di oggi, se ne sentono fin troppi e non mi riguardano, del resto personalmente penso che non sia così diversa dalle società di ieri, cambiano i mezzi, i termini, le misure dello spazio e del tempo, ma la condizione umana nel mondo è la stessa, identica, indi per cui…
L’attesa è il sogno più bello… un’attesa fedele dell’inatteso che potrebbe sorprenderci, in qualsiasi momento, ad ogni angolo di strada. Vivere a misura delle cose piccole, ordinarie, semplici, ritrovando il gusto di esse, il sapore, il senso vitale sulle quali si costruisce un sogno quotidiano.
Per il sogno inteso come una meta da raggiungere occorre una visione organizzata, capace di seguire un sentiero definito, io/noi credo, siamo degli inguaribili sognatori, ma in senso romantico, folle, e ci affidiamo alla vita come alla corrente di un fiume, nutrendola certo delle cose che amiamo.
Come dire… ”so che vado in quella direzione perché non potrei andare da nessun’altra parte, perché è più forte di me, so dove sto camminando, dove metto i piedi, ma non so in che luogo arriverò… spero solo che quel luogo mi piaccia… ma so gia che penserò che c’è un posto migliore e continuerò a camminare…”.
Quindi non potremmo parlare di sogni “cenerentoliani” come desideri da realizzare e, sai, su un certo livello ci piace l’idea perpetuata dal manifesto surrealista per cui il vero momento della veglia è il momento del sonno in cui si sogna mentre la veglia reale non è altro che una pausa, una sorta di sospensione dal cosmo in cui si riprendono le energie necessarie per ricominciare a sognare.
Per finire, una cosa da sognare ad ogni risveglio potrebbe essere “che questa giornata ci possa stupire…che la vita in un modo o nell’altro ci possa sorprendere”.

Qual è il vostro pensiero su internet e le nuove modalità di fruizione della musica? Cosa ne pensate del sistema Creative Commons, di Myspace, del loro affiancamento (quando non sostituzione) ai mezzi tradizionali di diffusione?
Per risponderti a questa domanda, innanzitutto, cito una frase di Henry Miller, che essendo vissuto dal 1891-1980 ha visto un gran bel pezzo di storia scivolargli davanti agli occhi: “la nostra meta non è mai un luogo ma un modo nuovo di vedere le cose.”. Io condivido appieno! Viviamo una rivoluzione, cominciata da tempo e ancora per nulla esaurita. Una rivoluzione porta sempre grandi cose, spesso necessarie e inevitabili, materializzate nell’ineluttabile corso della storia umana… certo porta anche diversi difetti o problemi, ma insomma, quando piove e fa freddo ci si lamenta del freddo, quando fa caldo ci si lamenta del caldo! Molto più intelligente è usare il proprio sguardo per frugare la realtà e scoprire dove essa è e può farsi utile e straordinaria.
Come avrai capito sono una fervida sostenitrice della tecnologia in tutti i settori così come della liberalizzazione e della democrazia del sapere. E’ una svolta nella direzione di una costruzione collettiva, antiautoritaria, democratica ed aperta, di uno spazio del sapere che rispetta e non trascende le volontà di ognuno. Creative Commons, MySpace, sono veicoli di straordinaria crescita e diffusione di progetti e idee e proprio il livello di alta democrazia e libertà di scelta che impera al loro interno decreta il valore o la misura in cui un progetto riesce a raggiungere la gente e a diffondersi.
Per noi è stato, e continua a essere, un mezzo miracoloso! Basterebbe il fatto che la mail di Graham Pavey, (dirigente della catena di etichette indipendenti, facenti capo ad una major nipponica di cui fa parte anche la Xtal, etichetta che produce e stampa il nostro album in Giappone) l’abbiamo trovata, un giorno qualsiasi tra i messaggi dell’inbox di MySpace!!!
E poi sai, forse certi sistemi di diffusione possono dare più fastidio alle majors e a sistemi di mercato ormai destinati in ogni caso a prosciugarsi in se stessi ma, per l’ indie, la ricerca e la sperimentazione è un grande vantaggio sotto diversi punti di vista… un modo per non farsi costantemente sovrastare e reprimere da potenze commerciali oscuranti.Dalle tecnologie molari, pubblicità e televisione, che si rivolgono ad “individui massa”, uno identico all’altro, che considerano i loro oggetti e i loro prodotti in blocco e alla cieca, si è passati con internet a tecnologie molecolari che evitano la massificazione e agiscono sui propri oggetti come microstrutture… nella piena libertà di azione e di scelta.

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2 commenti

  1. Grazie mille a Valentina… e a Gian
    Splendido dialogo

  2. Che grande intervista!! Un dialogo dove il lettore esce arrichito dentro l’anima. W Valentina e Gianpaolo per il tempo che hanno fermato e reso unico.

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