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Cuore d’immagini – Mauro Ermanno Giovanardi

L’arte possiede molteplici lingue, fa della loro specificità altrettanti modi per dire la bellezza, per pronunciarla e farla essere con una parola, muta od urlante, con un segno che è concrezione di senso o con un’invisibile traccia di puro suono. I vari linguaggi artistici, mantenendo le loro peculiarità, possono sfilacciare i confini che li dividono, contrappongono, allontanano… possono, all’unisono, esprimere il medesimo senso, incarnarsi in materie diverse per significarle, per farne significanti che rimandano ad un solo senso, all’essenza della meraviglia che si disvela.
Tutto questo genera una potenza espressiva che dà vita e, al contempo, appartiene all’arte e al suo essere universo in espansione costante. Tutto questo si è fatto sostanza di una preziosa opera, Cuore a nudo. Questo lavoro, che vede Mauro Ermanno Giovanardi per la prima volta impegnato come solista, è nato dall’amore, da una passione che si è nutrita anche di pazienza e dedizione e che ha saputo trasfondersi in poesia, letteratura, teatro, arte visiva e musica… un amore che ha comunicato se stesso e si è fatto comunicazione attraverso questi linguaggi, intrecciando e fondendo queste lingue. Gli occhi sfiorano ed accarezzano quest’amore guardando le fotografie di Silva Rotelli e Alessandro Bianchi che fanno del booklet un’esperienza di luce, di quanto la luce possa toccare, farsi sentire. Mentre le note e le parole ci abbracciano, le nostre dita possono lambire pagine bianche ricamate di scrittura ed altre pagine in cui solo i raggi luminosi si sono fatti inchiostro e penna insieme, mezzo e materia di una grafia che effonde poesia.
Cuore a nudo ha preso forma a partire da ed attraverso uno spettacolo portato e messo in scena nei teatri per circa due anni, una rap-presentazione della musicalità della poesia e della poeticità della musica, un modo per raf-figurare questo sinolo, per dargli figura, corpo, quel corpo stesso che lo veicola, un corpo da far divenire pasto, il cibo-segno della transustanziazione, quella sostanza che manifesta la con-versione e la commistione delle sostanze. Un corpo nudo è andato in scena, il corpo di una voce, quella di un’anima, di una tromba e di un pianoforte. Questa nudità si è fatta possibilità di abitare lo spazio scenico con essenze pure e per esse i vuoti si sono fatti luoghi in cui distendersi, dilatarsi, tra-s-formarsi. Le immagini non hanno immortalato questo, non hanno eternato un momento di questo spettacolo, hanno trovato il modo per farlo accadere ancora, in un altrove, dandogli nuova materia da plasmare… hanno detto e continuano a dire ai nostri sguardi di questa nudità nominandola con il linguaggio della fotografia, si sono pro-poste come ulteriore dimensione in cui per questo cuore a nudo fosse possibile incarnarsi, divenire percettibile.
L’essenzialità di quel corpo fatto di voce la si ritrova negli scatti che l’hanno scritta con la luce e la poeticità di un luogo, un’ex-colonia abbandonata sul Lago Maggiore.
Vetri rotti, frantumati. Finestre aperte dalla natura stessa, lacerate da sassi o mani. Drappi di stoffa, tende dilaniate eppure ciglia carezzevoli di occhi socchiusi. Pareti scrostate dal tempo… o incrostate, di vita fluita, confluita e defluita in stanze che, pur vuote, ne restano piene. Varchi, corridoi, porte e mura divenute polvere. Queste le membra di una casa del silenzio in cui, di soppiatto, si è introdotto il soffio della bellezza, un alito di vita arrivato su fogli slegati e rimasto lì per una durata scandita non dal ticchettio delle lancette, ma dai click, dal suono che fa un diaframma che si apre, un occhio che si sofferma e ferma. In tutti gli scatti la luce, sapientemente modellata come morbida materia o semplicemente lasciata essere nella sua incantevole fluidità, si posa delicata su di un corpo ammantato di nero, su un volto e su mani da cui affiorano e fioriscono emozioni. Una sola eccezione. Una sola fotografia in cui l’uomo non compare, se non attraverso una sua traccia, la scrittura accolta e raccolta su fogli, carezze in volo fermatesi su di un piano a trasformar vetri rotti in cristalli, in gemme trasparenti e lucenti… a ricordare che la poesia non solo si fa attraverso, ma è fatta di ogni cosa, anche della polvere o del bordo ingiallito di un lembo di carta, anche di un abbandono, di un invisibile dolore o di un non raffigurabile battito, di un solo respiro.
Dieci immagini per il booklet di questo album, dieci dita che ci afferrano l’anima, che s’insinuano nell’anima, dieci colpi di ciglia per veder nuda l’essenza della poesia, dieci rin-tocchi del cuore. Ai margini di alcune compaiono dei versi, poche parole a dissolvere ancor di più i limiti tra letteratura ed arte visiva, tra il senso e il suo suono… poche parole a porre l’accento sul significato e su come questo sappia e possa vestirsi di tante lingue.
“Il linguaggio è la casa dell’essere”, così scrisse Martin Heidegger. Questo pensiero si fa sensazione mettendosi in ascolto dell’opera di Giovanardi, sentendo le fotografie che hanno ri-scritto con la luce poesie e musiche, gesti e parole, note e toni, movimenti e sospensioni.
Shakespeare e Sanguineti, Tenco, Gualtieri, Lodoli e Guerra, Pagliarani e Tondelli, molti altri insieme a Giovanardi, ad un pianoforte ed una tromba, ad un teatro ed una dimora abbandonata hanno costruito con Silva Rotelli ed Alessandro Bianchi una casa avente come fondamenta il senso, fatta di mattoni di suoni e parole, del linguaggio, di ogni linguaggio. Questa casa ha porte e finestre spalancate, l’essere vi respira, vi abita, l’essere esiste in essa e grazie ad essa e nel suo grembo si dispiega, prende forma e si trasforma portando la bellezza ad esistere, fin dentro le pieghe dell’esistere. I sensi tutti possono e devono accogliere e farsi accogliere da questa casa, entrarvi e sostarvici… aperti.

 

cuore-a-nudo-17.jpg

Sito di Silva Rotelli e Alessandro Bianchi

 

Sito di Mauro Ermanno Giovanardi da qui possono essere scaricate le foto

 

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