
Suoni dal Futuro è un progetto ambizioso di natura triennale con protagonisti assoluti i musicisti e le musiciste della nuova generazione.
Distante dalle logiche dell’algoritmo, dal delirio liquido degli streaming e delle views, dalle false seduzioni dell’AI, dalle manipolazioni dell’autotune, un manipolo di giovanissimi (tra i 15 ed i 30 anni) partecipa al piano visionario nato al Germi di Milano e supportato dalla proverbiale lucidità di Manuel Agnelli.
In collaborazione con SIAE, Suoni dal Futuro pone al centro la musica come atto catartico e libero, capace di stimolare un cambiamento sociale positivo e percorsi artistici autentici che si riappropriano dello spazio reale in una rete capillare di confronto e condivisione.
Parlarne con chi ha il coraggio e la necessità di agire per sostenere con la propria esperienza una nuova energia alternativa ad un sistema statico e deformante è sempre un’occasione preziosa e stimolante.
Il nome del progetto triennale Suoni dal Futuro suona come un oracolo che sintetizza tutta la potenzialità di una scena musicale in fermento in cui tu credi fortemente. Parliamo di una generazione di giovanissimi musicisti e musiciste che si muove in un tempo umano e in uno spazio reale da conquistare, puntando su relazioni e condivisione.
È così. Il titolo è esattamente la descrizione di quello che il progetto prevede, con una gestione nel tempo col tempo. Negli ultimi anni il primo obiettivo è il stato successo a tutti i costi, nel nome della politica del tutto subito. Invece ai ragazzi coinvolti in Suoni dal Futuro vorrei riuscire a trasmettere l’esperienza del percorso e quindi della libertà artistica senza compromessi e senza la fretta che ti costringe a sceglierli. Solo con il tempo è davvero possibile sviluppare un proprio linguaggio, sperimentando, scambiando esperienze ed idee, e ovviamente sbagliando. Il ritorno alla presenza fisica nei posti è proprio una risposta al malessere che un certo tipo di innovazioni ha creato anche a livello sociale. Le innovazioni tecnologiche hanno veramente portato molta infelicità. Pur essendo positive, è l’uso che ne abbiamo fatto ad averci portato a visioni distorte. Tutta la generazione dei giovani è arrivata a soffrire tantissimo per le pressioni che ha subito, spinta a dover essere presente subito, dappertutto, figa, super funzionale e funzionante. Eppure proprio quest’ultima generazione ha iniziato a rifiutare queste dinamiche e credo che questo sia l’inizio di un grosso cambiamento.
Hai ragione, i nostri sono tempi condizionati dall’ansia di essere performanti sempre. In ambito soprattutto artistico diventa un paradosso disumano. Quanto è difficile costruire questo modello alternativo a quello dei fenomeni che l’industria musicale degli ultimi anni ha lanciato?
È difficile per tanti motivi perché c’è sempre una resistenza pazzesca per interessi diretti, ma anche banalmente per qualunquismo, superficialità, presa di posizione, tanto per aprire bocca perché comunque questo è un Paese fatto così purtroppo, e anche il resto del mondo è molto peggiorato da questo punto di vista! Noi restiamo comunque dei campioni alla fine, e tanto vale darla per scontata questa resistenza. I ragazzi devono imparare ad abituarsi ad avere il giudizio degli altri su di sé, perché si esporranno ad un pubblico, generando necessariamente una reazione che potrà essere molto positiva, ma contemporaneamente anche molto negativa.
Nel 1968 Andy Wharol profetizzò l’effimera natura della celebrità nell’era dei mass media e della cultura pop. Oggi social media e viralità hanno estremizzato il culto dell’apparenza facendola passare per sostanza, legittimando tutto, anche il diritto all’insulto. Suoni dal Futuro come si pone rispetto all’uso dei social?
Quello che succede sul web è veramente virtuale. Da anni faccio cose anche impopolari, spiegandomi sempre, eppure attiro tantissimi giudizi negativi. Se avessi dato credito a questo tipo di critiche, probabilmente mi sarei fermato, mi sarei atrofizzato. Basta spegnere il telefono a un certo punto o, come ho fatto io, imparare ad abituarsi fino a diventare immune, le reazioni in realtà mi servono solo come dati e mi stimolano ancora di più. Anche recentemente, quando ho preso posizione sul referendum, si è innescata la solita macchina del fango. In quel caso ho capito che stavo facendo qualcosa di giusto o comunque di fastidioso, quindi aveva un senso. Se non abbiamo reazione non abbiamo senso, appunto. I ragazzi devono imparare anche questo: se ambiscono ad essere quello che vogliono, non condizionati dalle dinamiche del sistema musica, devono anche imparare a capire quando i commenti negativi sono un effetto positivo, perché in qualche modo stanno stimolando una reazione. È fondamentale per continuare a vivere bene la parte strettamente artistica, soprattutto crescendo. Parliamo di ragazzi molto giovani e praticamente sconosciuti, per cui sono molto protetti dall’entusiasmo, vanno in giro portando il loro linguaggio, riescono a vivere la musica come una forza catartica che li fa stare meglio rispetto alla vita, alle aspettative. Non dimentichiamoci che questa generazione è la prima che vivrà peggio dei propri genitori, non hanno proprio prospettive di futuro, sono in una società quasi distopica, però hanno la musica e sono tornati infatti a viverla come un’alternativa per stare bene, non come strumento per essere fighi o avere successo e soldi. È veramente una cosa preziosa per loro come lo è stato ed è per me. Questa attitudine, quando diventeranno più grandi, verrà messa alla prova dal sistema, dalla fama, dalle critiche.
Questo è il fulcro della scelta di mettere la tua visione a vantaggio dei ragazzi…
Sì, vorrei riuscire in qualche modo a passare a questi ragazzi le mie esperienze per proteggerli, prepararli e stimolare il loro processo di crescita. Per questo stiamo cercando di fare rete in giro, per tutta Italia.
Infatti Suoni dal Futuro prevede circa 100 concerti a Germi e 96 concerti in giro per l’Italia, tutti ad ingresso gratuito. Dimmi di più di questa logica della rete.
In Italia ci sono tanti posti come il Germi di Milano. Si tratta di spazi dove fanno suonare appunto musicisti nuovi e che promuovono attività culturali legate anche alla letteratura, al cinema, alla stand-up comedy. Magari non hanno la mia visibilità, però ce ne sono di importanti e noi vorremmo riuscire a ricostruire un network di posti come questi e dar vita ad un ecosistema virtuoso. Non stiamo lavorando contro qualcosa, ma vogliamo costruire un’alternativa ramificata che adesso non c’è, ma che io ho vissuto e mi ha aiutato tantissimo tra la fine degli anni ’80 ed i primi 2000.
Questa idea di rete ha ben poco di virtuale e tanto di interazione e forze sul campo che si stanno impegnando per riattivare quella terra di mezzo di cui sei stato parte anche tu e che può essere non solo occasione di creatività ma anche di profitto.
Parlando di profitto, negli anni ‘80-‘90 sono emerse tante professionalità. C’erano decine di festival molto grandi in Italia, centinaia di locali e migliaia e migliaia di persone di pubblico. Tutto questo indotto era economia anche di una certa importanza. Lo ripeto sempre, anche se capisco che per il grande pubblico la mia faccia è diventata conosciuta con la televisione, io vivevo benissimo di musica anche prima e come me tanti altri artisti della mia generazione. Dal vivo facevamo molta più gente di chi andava in classifica e anche se eravamo ignorati quasi dai media mainstream, quindi le grandi radio, la televisione ufficiale e i quotidiani, alla fine poi il risultato non cambiava perché avevamo un sistema interno che viveva di vita propria, arrivando a formare delle professionalità che oggi lavorano ad altissimi livelli: manager, uffici stampa, fonici, tecnici luce, agenzie per i concerti. Non è entrato nella testa della gente che parliamo di professioni molto serie, molto difficili, molto impegnative e molto rischiose anche perché si tratta di imprenditoria estrema. Manca il rispetto nei confronti della categoria musicale. Vorrei trasmettere a questi ragazzi l’idea di dignità professionale che devono avere, perché è un loro diritto farsi rispettare come professionisti e lavoratori. Se vogliamo che cambino le cose da questo punto di vista, ci vuole una partecipazione grande da parte degli stessi musicisti e di tutto il pubblico che segue la musica. È necessaria una grande consapevolezza. Purtroppo ne manca anche per superficialità. Leggo molto spesso dei commenti sulle mie partecipazioni mainstream, (la televisione, Sanremo, ecc.), ma sono commenti poco approfonditi rispetto al mio messaggio, diverso da quello che i media fanno passare del sistema musica come puro intrattenimento e svago. Ho sempre usato il mio ruolo per portare in giro un’altra idea. Pensa a tutto il lavoro fatto insieme ad altri per una legge sulla musica durante il Covid. Eravamo riusciti a farla approvare, ma non è mai diventata decreto attuativo, e questo governo l’ha praticamente azzerata, ma si può rifare. Ci vuole partecipazione da parte di tutti. E la partecipazione non è il web! Il web non è così reale come vogliono farlo passare altrimenti io non farei una persona di pubblico! Quest’estate gli Afterhours hanno fatto 164.000 paganti reali in concerti reali.
Mi fai venire in mente Black Mirror dove c’è una critica sociale feroce all’ossessione per la tecnologia e allo smarrimento dell’empatia. Agli esordi della serie poteva sembrare una provocazione, ma ci siamo dentro in maniera pericolosa ormai ad ogni livello. Suoni dal Futuro ha una narrazione opposta, e non solo dal punto di vista artistico.
Viviamo una fase del tutto distorta. Era da illusi ed ingenui pensare che ci sarebbe stata una rivoluzione democratica. Oggi è molto più facile controllarci. In rete trovi tutto ed il contrario di tutto e la gente si sente non solo confusa, ma anche annichilita. Si illude che per partecipare alla vita sociale, politica, basti schiacciare un tasto. Come ti dicevo prima, ho fiducia in quest’ultima generazione e ne ho avuto la conferma con la percentuale altissima di voto al referendum e con le varie manifestazioni che stanno segnando un cambiamento di lotta. Si tratta della fotografia del nostro Paese, di quello che verrà. Per questo motivo ho iniziato ad occuparmi del progetto di Suoni dal Futuro, preceduto da Carne Fresca. Non voglio fare il promoter, l’agente, il manager, tantomeno il santone. Voglio aiutare questi ragazzi a velocizzare il processo di conquista delle esperienze perché intuisco la possibilità del cambiamento che succederà comunque, ma, invece che fra 10-15 anni, vorrei succedesse prima.
Sei dentro i mezzi di comunicazione. Dalla televisione alla radio, ai social li hai attraversati per usarli a vantaggio della tua visione. Ti hanno restituito una notorietà ed una visibilità trasversale in pochissimo tempo. Pesa così tanto questo passaggio per avere credibilità nel nostro Paese?
E non è neanche sufficiente. Ci sono due lati positivi riguardo la televisione. L’ho fatta a 50 anni, quindi da adulto che sapeva benissimo cosa voleva e cosa no e che aveva un piano in testa. Inoltre la televisione mi ha messo in mezzo alla gente senza accettare nessun tipo di compromesso. Sono una persona con un carattere di un certo tipo, ho suonato e fatto musica anche per quello, quindi per esprimere il mio linguaggio e non adattarmi più di tanto, stando all’interno di un circuito preciso, seppur grande, e da cui il resto del mondo sembrava essere fuori. La televisione mi ha dato popolarità a livello nazionale senza farmi cambiare una virgola del mio carattere e del mio approccio nei confronti della musica o della vita. Sono andato ad X Factor restando me stesso, ho occupato quello spazio con la mia visione della musica, così diversa da quella che i media proponevano e propongono ancora adesso. Quindi ho usato il mezzo ricevendo energia positiva: la gente per strada mi saluta, mi parla. Possono sembrare aspetti superficiali, ma in realtà è tutta positività, è una figata. E questo rimanendo me stesso anche nei miei lati più ostici, più spigolosi, più oscuri. Poi c’è anche il lato economico, certo, molto importante, perché io in televisione ho preso tanti soldi e con quei tanti soldi, lo ripeto in continuazione, ho avuto la possibilità di realizzare dei progetti che erano al centro del mio interesse. Non ho pensato di prendermi un elicottero, la piscina, la Porsche, come molti musicisti in quest’ultimo periodo bramano, ma ho aperto Germi, ho a cuore iniziative come Suoni dal futuro. Una certa credibilità poi è arrivata e mi ha permesso di fare delle esperienze che altrimenti non avrei fatto: Ossigeno, per esempio, il mio programma in RAI; il teatro con Lazarus, Radio 24 dove ho una trasmissione… tutti contesti dove non mi avrebbero mai chiamato, se non avessi avuto quella visibilità. Di conseguenza non avrei potuto aprire Germi. Anche l’accordo con la SIAE per sostenere i ragazzi difficilmente sarebbe arrivato, se io non avessi avuto quel tipo di credibilità professionale. La mia idea è sempre stata quella integralista a livello artistico, ma poi devi portare dovunque quello che sei, rimanendo fedele a te stesso. Ed è il messaggio che vorrei passare a questi ragazzi. Bisogna uscire dalla gabbia autoghettizante che ogni tanto è la musica italiana alternativa. Bisogna veicolare dovunque il proprio talento, il proprio linguaggio senza paura e con maturità e preparazione. Per me è molto importante sporcarsi le mani perché giocare quel ruolo poi ti permette di fare anche altro. È paradossale che quelli che criticano il mio confrontarmi col mainstream poi non ne vedano gli effetti positivi. Significa essere prevenuti, peccando di superficialità e menefreghismo.

Tu sei uno degli esponenti di una scena che ha costruito un’alternativa basata su numeri importanti nelle vendite di dischi e concerti. L’ostacolo maggiore per quella scena è stato proprio l’autoghetizzarsi?
Secondo me sì, non tanto per i più grandi di quella scena che invece hanno provato tutti ad uscire dal ghetto. Penso agli Almamegretta, ai La Crus, a Cristina Donà, ai Malene Kuntz che sono stati a Sanremo con Patti Smith come ospite. Quella scena ci ha provato, ma non è stata seguita da una gran parte del pubblico e soprattutto, secondo me, da una gran parte dei media specializzati perché, pur parlandone tanto, hanno sempre avuto un atteggiamento paternalistico nei confronti di quello che succedeva in Italia. Bravi, sì, ma… c’era sempre un ma.
A Sanremo del resto quella scena è sempre stata la quota indie, no?
Sì, un po’ sì. Ed era anche un modo per avere il controllo sul proprio orticello da parte di molti giornalisti. In più c’è stata la generazione di mezzo fra questa dei giovanissimi e la nostra che ha un po’ distrutto tutto quello che avevamo contribuito a costruire. Una generazione che ha avuto poco da dire e che ha avuto anche un successo clamoroso, ma che ha lasciato ben poco perché, secondo me, non ha portato nuova linfa, ha usato tutto quello che avevamo costruito in tanti anni (festival, locali, ecc.) e poi alla fine non lo ha difeso. C’è stata una culura del mantra io io io io in questi ultimi anni, non c’è stato un senso di collettività vero. Negli anni ‘90 c’è stato invece, nonostante le differenze e le rivalità. Quello spirito di comunità lo ritrovo adesso in questa generazione. Per questo penso che sia molto forte.
Qual è invece l’ostacolo più grande per questa generazione di giovanissimi?
L’ostacolo più grande è proprio il desiderio umano di soddisfazione e visibilità. È naturale che un musicista voglia essere capito ed apprezzato, ma chiaramente con la situazione che c’è adesso è molto difficile, proprio per come è settato il sistema. Abbiamo a che fare con produzioni a catena di montaggio dove autotune ed intelligenza artificiale sono arrivati a sostituire la creatività. Invece il progresso dovrebbe essere un servizio. Questi ragazzi stanno cercando una risposta per non dipendere dalle dinamiche di oggi con un’attitudine tipica del passato, ma non ripetuta da modelli trascorsi perché non ce l’hanno un passato quindi loro non è che tornano lì, loro ci arrivano lì. Per questo hanno una forza dirompente che in maniera naturale appare opposta alla dinamica attuale strutturata ed imperante. Per chi non vive direttamente questo ambiente è difficile capire che un concerto, per esempio, per come lo si intende in maniera classica è cento volte più eccitante di un grande evento dove sei seduto in poltrona, magari con il visore a 3D che ti fa sentire sul palco con la band, ma vivendo passivamente una situazione non reale.
E per di più da solo…
Esatto. Da solo ed isolato. Invece questi ragazzi hanno desiderio di comunità, di confronto, di condivisione. Ci vorrà del tempo per riattivare in maniera capillare questa dinamica, l’unica cosa da fare sarà suonare in giro il più possibile, raccontando questo tipo di attitudine, questo tipo di messaggio.
Tornando allo spazio di cui questa generazione necessita, parlami dei locali scelti per la prima sessione del tour…
Il preambolo riguarda la collaborazione con SIAE e l’importanza dei fondi per organizzare questo tour e promuovere una nuova generazione di autori che scrivono i loro pezzi. Questo è un modello che si discosta del tutto da quello delle squadre di produzione odierne che servono l’algoritmo e lanciano pezzi uguali per tutti, monopolizzando il mercato. A questa nuova generazione serve la rinascita dei centri dove si fa musica, ovvero i live club che ultimamente in Italia sono diventati purtroppo stanzoni vuoti che vengono affittati dai promoter quando devono portare i gruppi in tour, quindi non c’è più una programmazione artistica con un direttore artistico che si prende delle responsabilità, come accadeva una volta, penso al Velvet di Rimini, per farti un esempio. Eppure, nonostante le tante chiusure in era Covid, ci sono posti molto piccoli che sono tornati ad avere (solo alcuni non hanno mai smesso) una direzione artistica, quindi una programmazione, dei contenuti, facendo delle scelte precise. Sappiamo che in giro per tutta Italia ci sono questi spazi culturali, alcuni simili a Germi. Come ti dicevo prima, si tratta di luoghi dove non si fa solo musica, ma si organizzano presentazioni, stand-up comedy, classi per imparare a scrivere, a produrre. Durante i tre anni di Suoni dal Futuro vogliamo coinvolgerne il più possibile, per il momento per esigenze organizzative abbiamo scelto quelli che si sono dimostrati più interessati fin dall’inizio, quindi prima dell’intervento della SIAE, per giocarci la possibilità di mettere in piedi un piano più professionale. Siamo partiti da quelli che avevano già il sacro fuoco. Penso a I Candelai di Palermo, che conosco abbastanza bene perché ci sono stato diverse volte. Penso al Covo di Bologna, un posto storico dove è passato tutto l’underground sia italiano che internazionale degli ultimi anni e intorno a cui si radunano le persone che a Bologna lavorano per il tipo di linguaggio che vogliamo diffondere. Ti cito punti di riferimento per l’ambiente, per la regione di appartenenza, perché promuovono un certo modo di fare cultura, non sono semplicemente club dove si fanno eventi e dunque business, sono posti che hanno una visione e li abbiamo scelti per questo. Puntiamo su posti aggregativi che aiutano localmente a raccontare una storia diversa.
I protagonisti assoluti di Suoni dal Futuro sono i giovanissimi. Ti chiedo in quale modo potrai supportare ulteriormente l’attenzione che deve restare alta per il buon esito delle varie tappe del progetto. Tornando alla rete di cui sopra, va costruita ed alimentata con il confronto ed il dialogo…
Noi porteremo avanti questo progetto. Io non ho la presunzione, e ci tengo a sottolinearlo, di bastare a una generazione perché cambi le cose. Spero che questo cerino che stiamo accendendo diventi un rogo, un incendio grazie all’adesione di altri. Che saltino pure sul carrozzone, no problem. Mi auguro di contaminare il più possibile anche figure che hanno la mia visibilità o altre situazioni che offrano possibilità a questi ragazzi di potersi esprimere. Non ci sono regole e non ci sono neanche formule magiche. Bisogna semplicemente essere consapevoli che il cambiamento è possibile. I giovani devono poter sbagliare, evolvere, maturare. Vogliamo costruire un percorso e il percorso deve essere il risultato da raggiungere per mutare lo stato delle cose.
Parlami della collaborazione con SIAE di cui accennavi prima e dell’importanza degli investimenti economici per nutrire e velocizzare una rivoluzione del pensiero che proprio i giovanissimi possono attuare…
Sono convinto che questa cosa sarebbe successa comunque, anche senza la mia notorietà ed i soldi. Per velocizzarla però, come dici tu, servono gli investimenti. Servono un certo tipo di visibilità e di penetrazione a livello di comunicazione e soprattutto la possibilità di poter sostenere i progetti economicamente, per strutturarli e dare un’immagine professionale. Quindi, certo che i soldi aiutano, però sono indispensabili per dare concretezza adesso, ma, secondo me, nel tempo questo nuovo fermento sarebbe cresciuto ugualmente perché è una necessità dei ragazzi. Naturalmente per mettere in piedi Suoni dal Futuro gli investimenti della SIAE sono stati fondamentali. Ciò che più conta è in assoluto la spinta a fare, è questo che io vorrei riuscire a trasmettere ai ragazzi. Fare al di là di tutto, anche delle critiche. Lo dice la fisica: ad ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria, e questo succede sempre quando c’è un movimento, c’è sempre qualcuno o qualcosa che si metterà contro. Vorrei riuscire a trasmettere che prima di tutto bisogna agire e poi, al limite, correggere. Non puoi stare ad aspettare la situazione perfetta che non arriverà mai, devi creartela.
Quale può essere il passo successivo? Magari proposte per migliorare anche la normativa di settore?
Per il momento, no. Anche perché è troppo presto. Io ho solo individuato una direzione e la sto alimentando e questo voglio continuare a fare. Ovviamente le istituzioni possono fare tantissimo. Se ci sarà possibilità di dialogo in tal senso, ben venga. Penso all’importanza di recuperare una legge sulla musica, questo potrebbe essere già un primo passo. Penso anche alla necessità di raccontare la parte professionale del sistema musica. Sono tante le figure che lo compongono e meritano tutte rispetto perché parliamo di un mestiere molto difficile. In Italia questo rispetto manca, soprattutto dopo quasi 40 anni di disgregazione culturale che ha portato la gente a disinteressarsi, ad essere annichilita, come ti dicevo prima. Certamente non possiamo pensare di essere noi quelli che vedranno i cambiamenti. Noi possiamo soltanto pensare di trasmettere delle esperienze. Ho molta fiducia in questa generazione. Non voglio fare un discorso qualunquista, però se mi sono mosso così e mi sono preso questo tipo di impegno è perché sento che ne vale la pena.
Foto di Hugo Weber

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