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The Mountain – Gorillaz

Gorillaz-The-MountainLa Montagna è un traguardo di ricerca spirituale, estetica e musicale, è il racconto di un viaggio che è preciso itinerario geografico e meditativa scoperta di sé, abbraccio panteistico a questo mondo e alle sue culture variegate, momento di crescita che solo Damon Albarn nello scenario attuale avrebbe potuto tradurre in un album tanto denso di significati quanto leggero e orecchiabile come le precedenti otto prove della band virtuale dei Gorillaz, alter ego della personalità multiforme del leader, che qui sposa alla perfezione una nuova visione col sodale Jamie Hewlett, autore dell’aspetto grafico fumettistico del gruppo. Il viaggio compiuto dai due in India, dove è stata registrata parte dell’album, è una fonte di ispirazione dichiarata, coi suoi colori, melodie e strumenti, ma il tema dell’album non è l’Oriente, bensì quello meno atteso per una band tanto festaiola e caciarona: la morte. Per questo, partendo dalle perdite personali di entrambi, Albarn e Hewlett hanno deciso di utilizzare nelle nuove canzoni le voci registrate in studio di attori e musicisti scomparsi che hanno collaborato negli anni coi Gorillaz, come Dennis Hopper, Tony Allen e Mark E. Smith. I Gorillaz gettano così uno sguardo vitale e dissacrante, mai lugubre o macabro, sempre privo di angoscia o tristezza, che dalla vetta della copertina guarda tra le nuvole dell’alba verso l’aldilà, in cerca di un destino e di una ragione comuni all’intera umanità, in definitiva della gioia in terra. Una ricerca ambiziosa e più che mai inscindibile dall’aspetto grafico del progetto Gorillaz, come testimonia il cortometraggio che fonde tre brani dell’album The mountain, The Moon cave and The Sad God, che inizia come irriverente parodia del classico Disney Il libro della giungla (non che il capolavoro di Walt non fosse irriverente), con Mowgli che dopo un bagno nel Gange si trasforma in Noodle per incontrare gli altri personaggi della band, 2D, Murdoc e Niccals, coi quali intraprende un viaggio esilarante che li condurrà nella mente scolpita di una gigantesca divinità antica, dove in una sequenza che mescola la Danza degli elefanti rosa, il rap e Miyazaki, troveranno un novello Caronte che li inviterà a tuffarsi nel fiume della vita.
Alle prime note del bansouri (flauto indiano di bambù) di Ajay Prasanna, in mistico dialogo col sitar di Anoushka Shankar, siamo già in India ad ammirare la maestosa bellezza di The Mountain, il cui tema delizioso è basato su un antico tradizionale del Rajasthan per le corde del ravanahatha (antenato indiano del violino), esempio di Gandharva Veda, l’antico sistema che racchiude la conoscenza pura del suono, della musica e dell’arte, attraverso melodie o raga per creare armonia e benessere, dunque una sorta di terapia vibrazionale. Rielaborata da Albarn la musica viene qui riletta dalla Hindu Jea Band Jaipur, con l’aggiunta delle parole pronunciate da Dennis Hopper, “fire coming out of the monkey’s head“, dagli outtakes dell’album Demon Days. Con gli archi del cinema anni ’70, The Moon Cave trova un groove irresistibile in cerca della purezza, “You must wash all your perfume from your body“, incontrando il rap dinamico di Jalen Ngonda e di Black Thought, misto alle spoken words degli scomparsi Bobby Womack e Dave Jolicoeur. È l’unico riferimento al tema della morte, che la musica sembra invece respingere con forza come nel ritmo scoppiettante di The Happy Dictator, singolo apripista con la complicita degli Sparks, ispirato al dittatore del Turkmenistan, Saparmurat Niyazov, e la sua bislacca idea di bandire le cattive notizie per garantire la felicità al popolo, trasformata da Albarn e soci in un frizzante ritornello “No more bad news / So you can sleep well at night / And the palace of your mind will be bright“. La morte fa capolino nelle gelide tastiere di The Hardest Thing, con le parole del compianto Tony Allen, poi con quelle di Albarn che con voce rotta e disperata sostiene che la cosa più difficile “Is to say goodbye to someone you love”, e dopo il distacco inevitabile la domanda arriva come un tarlo: “How you got to the afterlife?“. Ma la tensione è sciolta da flauti e trombe squillanti che, come in una corsa sui marciapiedi di Penny Lane, illuminano l’orizzonte con audace speranza. Ed ecco che la domanda esistenziale appena posta si trasforma nel ritornello fischiettante di Orange County, spensierato giro in bicicletta pomeridiano, in staffetta con la voce corposa e amara di Kara Jackson, con la brezza che liscia il viso e smuove le chiome mentre il cuore è leggero e felice. Una melodia stralunata si impossessa delle traiettorie glitchate di The God of Lying, anche grazie alla partecipazione degli Idles, a catturare una coralità ieratica e misteriosa. Ancora il sitar di Anoushka Shankar guadagna la ribalta per il tema doloroso di Empty Dream Machine che ondeggia tra la voce impastata e vischiosa di Damon, il rap spezzettato di Black Thought e i controcanti soul di Johnny Marr. Coi cori di The Manifesto entra prepotentemente in scena Bollywood, con le sue sgargianti coreografie, benché il brano sia cantato in spagnolo dal rapper argentino Trueno, mentre Albarn si occupa del ritornello danzante. Il primo tempo finisce ed ecco che, annunciato da fanfare festanti, entra a passo lento lo statunitense Proof, col suo freestyle sghembo e un lungo strascico di richiami lanciati dalla cima di un minareto e una schiera di percussionisti indiani che riconduce al tema iniziale, per un epilogo di rarefatta desolazione elettronica, chiazzata dalla voce pungente di Albarn. The Plastic Guru è un contraltare elettro pop della delusione lennoniana cantata in Sexy Sadie, in seguito alla visita dei Beatles al Maharishi, qui ispirata da un rituale trasmesso in diretta tv, “I looked into the eyes / Of the plastic guru / Who lived on the mountain / He was tied to the demon / Burning in the silence before the applause“; ed è per questo che il suono si fa gommoso e le parole pronunciate da Lou Reed in Plastic Beach sono le sole filtrate da un sintetizzatore che le rende robotiche e artificiose. Ne deriva uno smarrimento che sfocia nell’intro da tragedia greca di Delirium, la sua lenta crescita fino al diabolico sovvertimento, con Damon che si trasforma da dr. Jeckyll in Mr. Hyde e pare di vederlo mentre lancia banconote in aria col sigaro in bocca e il cappello da cowboy, in un momento di evasione tamarra che solo lui può permettersi senza scadere nel cattivo gusto. Introdotta da pad e droni sognanti, Damascus è una rissa che infuria nella casbah, tra incantatori di serpenti e percussioni infernali, per il rap sanguigno del siriano Omar Souleyman e del newyorkese Yasiin Bey, con le bande rivali che si ricompattano in un ritornello di vento Grecale che attraversa le membra e induce alla danza, “New arrivals / Fresh survivals“: un coro di resistenza che non a caso è stato presentato in anteprima live alla Wembley Arena per il concerto Together for Palestine, oragnizzato da Brian Eno e dallo stesso Albarn. Veleggiando su un tappeto elettronico, una slide che rimbalza lungo le coste del Pacifico, dalle Hawaii al Giappone, segna il tema portante di The Shadowy Light, pop sognante retto dal canto gutturale e melodioso dell’indiana Asha Bhosle, registrato nel suo appartamento a Mumbai, accompagnata da Albarn all’harmonium. Casablanca, col featuring di Paul Simonon e Johnny Marr ai cori, scivola come una ballata obliqua alla Damon Albarn, lungo coordinate già percorse nel suo ultimo lavoro solista, deviando dalla sua rotta nota per cadere in precipizi improvvisi e collosi nei quali affondare al rallentatore. Ancora il bansouri di Ajay Prasanna in contrappunto col sitar di Anoushka Shankar disegnano il fondale mitico, degno di Siddharta, sul quale scorre la quieta armonia di The Sweet Prince a raccontare la morte come serena accettazione di quel che sarà, “And the sword you hold in your hand / Well, its mighty blow will set you on your patterned path into the next life“. Così, The Sad God finisce per essere un tranquillo e corale commiato, ritrovando infine la frase portante della simbolica The Mountain, per svanire serenamente nelle sacre acque del Gange, “I gave you blue skies, sweet fallacy / I gave you poppies for malady / I gave you white cells, you weaponised / I gave you garlands, you closed your eyes / In paradise“. Non si tratta solo di una sterzata etnico sperimentale condotta da Albarn, nè del divertissement mistico di una rock star annoiata, quest’album rappresenta la piena maturità del più creativo e prolifico musicista degli ultimi trent’anni, che oggi ha davvero raggiunto The Universal.

Credits

Label: Kong/Sony Music – 2026

Line-up: Damon Albarn (vocals) – Dennis Hopper (spoken word, 1) – Ajay Prasanna (bansuri, 1–4, 6, 8, 12, 14–15) – Anoushka Shankar (sitar, 1–2, 5, 7, 9, 14–15, 17) – Amaan Ali Bangash (sarod, 1, 8, 12) – Ayaan Ali Bangash (sarod, 1, 8, 12) – Viraj Acharya (percussion, 1–3, 6–8, 10–13) – Asha Puthli (vocals, 2) – Bobby Womack (vocals, 2) – Dave Jolicoeur (vocals, 2) – Jalen Ngonda (vocals, 2) – Black Thought (vocals, 2, 7, 15) – Izzi Dunn (cello, 2, 4, 8, 10, 13) – Kotono Sato (violin, 2, 4, 8, 10, 13) – Sarah Tuke (violin, 2, 4, 8, 10, 13) – Ciara Ismail (viola, 2, 4, 8, 10, 13) – Olivia Jageurs (harp, 2, 14) – The Mountain Choir (backing vocals, 3, 8–9, 12–13, 15) – Russell Mael (vocals, 3) – Tony Allen (spoken word, 4) – Chris Storr (trumpet, 4, 8) – Kara Jackson (vocals, 5; backing vocals, 14) – Santiago Alvarado (keyboards, 5) – Joseph Talbot (vocals, 6) – Rebecca Freckleton (backing vocals, 7) – Jesse Appiah (backing vocals, 7) – Johnny Marr (electric guitar, 7, 9, 13–14) – Trueno (vocals, 8) – Proof (vocals, 8) – Bharat Singh (tabla, 8) – Hindu Jea Band Jaipur (brass, 8, 18–19) – Matthew Gunner (French horn, 8, 15) – Mark E. Smith (vocals, 10) – Vlad (spoken word, 10) – Samuel Egglenton (additional programming, 10) – Omar Souleyman (vocals, 11) – Yasiin Bey (vocals, 11) – Asha Bhosle (vocals, 12) – Gruff Rhys (vocals, 12) – Paul Simonon (backing vocals, 13) – Niloy Ahsan (vocals, 16) – Pamela Jain (vocals, 17)

Tracklist:

  1. The Mountain (feat. Dennis Hopper, Ajay Prasanna, Anoushka Shankar, Amaan Ali Bangash, and Ayaan Ali Bangash)
  2. The Moon Cave (feat. Asha Puthli, Bobby Womack, Dave Jolicoeur, Jalen Ngonda, and Black Thought)
  3. The Happy Dictator (feat. Sparks)
  4. The Hardest Thing (feat. Tony Allen)
  5. Orange County (feat. Bizarrap, Kara Jackson, and Anoushka Shankar)
  6. The God of Lying (feat. Idles)
  7. The Empty Dream Machine (feat. Black Thought, Johnny Marr, and Anoushka Shankar)
  8. The Manifesto (feat. Trueno and Proof)
  9. The Plastic Guru (feat. Johnny Marr and Anoushka Shankar)
  10. Delirium (feat. Mark E. Smith)
  11. Damascus (feat. Omar Souleyman and Yasiin Bey)
  12. The Shadowy Light (feat. Asha Bhosle, Gruff Rhys, Ajay Prasanna, Amaan Ali Bangash, and Ayaan Ali Bangash)
  13. Casablanca (feat. Paul Simonon and Johnny Marr)
  14. The Sweet Prince (feat. Ajay Prasanna, Johnny Marr, and Anoushka Shankar)
  15. The Sad God (feat. Black Thought, Ajay Prasanna, and Anoushka Shankar)


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