Alla terza prova in poco più di quattro anni, Marta Del Grandi, rimuove il velo rosa che sembrava nasconderla sulla copertina del precedente Selva e si presenta ben a fuoco e come nuda nella sua intimità domestica, tra pile di libri e cucina creativa, come nel video di lancio, dichiarando netta la sua passione per la musica a 360 gradi, che si canalizza in dieci brani di melodie immediate e frasi pensierose, esperimenti eleganti e arrangiamenti spumeggianti. You could perhaps si avvia con soffice tastiera arpeggiata e armonia di voce che ricorda le Unthanks, procede con una batteria destrutturata screziata da rapidi guizzi vocali e organi a mantice, per chiudere con una coda strumentale che ricorda il circo psichedelico di Being for the benefit of Mr. Kyte. La title-track, Dream life, è una ballata leggera, che rimonta a McCartney e finanche a Burt Bacharach, con quel lieve accento del refrain, brezza rinfrescante di una giornata di sole al parco cittadino, tra sorrisi di amici, cinguettii, campanelli e tromboni. Antarctica si inerpica su una trama funky che aggiorna i Talking Heads e Laurie Anderson con un piglio glamour che discende dalla sofisticata e scoppiettante spontaneità di St. Vincent, con quei fiati briosi che rimandano all’album di Annie assieme a David Byrne, e quei licks alla chitarra che sferzano l’aria come frustini in fiamme prima di partire al galoppo. Come in un mondo capovolto, 20 days of summer si muove inquieta sul battito cardiaco di due note di basso stoppate con canto di miele denso di rammarico, si dilata in un ritornello di sussurri al vento per poi richiudersi in un sentiero in penombra di voci raddoppiate e scatti nevrotici delle bacchette, scivolando come in un vicolo che conduce a una grande aula gremita, giusto in tempo per una partecipata celebrazione serale, mentre il richiamo del muezzin si spegne sommesso. Alpha Centauri rappresenta la seconda parte di Polar bear village, dal precedente album Selva, trasportando la mitologica citazione dei Soft Machine in un’operetta pop che si apre a poco a poco, costruendo elaboratissimi castelli di carta, verso armonie degne di Joni Mitchell, sorretta da corni da epopea norrena, prendendo infine il volo verso le stelle sulle ali di Edie Brickell e Joan Armatrading, con pari grinta e trasporto. Shoe shaped cloud è una ballata malinconica per la voce lirica e vibrata di Marta che sale in crescendo rotondo che sarebbe piaciuto a Sheryl Crow, sospinto da un canto di passionale equilibrio, tastiere liquide e suoni fibrosi. L’inizio di Neon lights potrebbe uscire da una scena tagliata di Blade runner, con ricordi che si riflettono su bolle di sapone iridescenti, ma poi un cambio di tempo spalanca la porta all’incursione di un riff frippiano schizoide seguito da una vocalità obliqua alla Adrian Belew, facendoci trovare nel mezzo di un coro che prova a cappella in giardino, prima di venire ancora investiti da un riff allucinato degno di Lizard del Re Cremisi che si scompone in mille facce come visto attraverso un caleidoscopio. Gold mine gioca su un pattern percussivo onomatopeico che fa da tappeto alla muta e modulata vocalità che dà una direzione maestosa a questo breve bozzetto strumentale. Some days incede con greve teatralità portando in scena una lenta danza a due voci con la partecipazione di Fenne Kuppens dei Whisperin Sons e il suo timbro profondo che ben si sposa col registro romantico di Marta, una dolorosa processione che conduce alla conclusiva Oh my father, che vede Marta interpretare una terza ballata, la più intima e personale dell’album, sebbene tutta rinforzata da una seconda voce, pur sempre la sua, che le consente di tracciare un finale epico che cresce arioso tra i vocalizzi e i fiati morbidi di Benjamin Herman e Frederick Heirman, fino a trovare una strofa finale accorata e commuovente. Ed è davvero una vita da sogno quella che vive il mondo musicale immaginato da Marta, che ci invita a entrare e metterci comodi per sognare con lei.
Credits
Label: Fire Records – 2026
Line-up: Marta Del Grandi (vocals, synthesizers, guitars, programming) – Fenne Kuppens (vocals in “Some Days”) – Artan Buleshkaj (guitars) – Kobe Boon (bass) – Simon Raman (drums, percussion) – Heleen Andriessen (piano in “Dream Life”) – Benjamin Herman (baritone saxophone, alto saxophone) – Frederick Heirman (tenor tuba, trombone) Bert Vliegen (synthesizers, additional programming)
Tracklist:
- You Could Perhaps
- Dream Life
- Antarctica
- 20 Days Of Summer
- Alpha Centauri
- Shoe Shaped Cloud
- Neon Lights
- Gold Mine
- Some Days (feat. Fenne Kuppens)
- Oh My Father
Italian singer-songwriter Marta Del Grandi returns with Dream Life, an album that bustles in a field of dreams, a multi-dimensional panoramic snapshot punctuated with serene disillusionment, that transcends musical boundaries as personal hopes and aspirations are cast against the vastness of the stars and beyond.
The record opens with Antarctica, addressing the world’s ethical dilemma and shaking us out of our comfort zone with a riff reminiscent of Talking Heads in their prime, infused with Laurie Anderson-like abstract phrasing. While Neon Lights underlines the sentiment but tackles it on a more personal level, its fuzzy guitars and roaming bass offering a harsher slice of rebellious self-exploration set in a symphonic swirl of sound.
“My previous album Selva had a poetic and bucolic nature – in my head I can picture each song as an oil painting – Dream Life has a more contemporary approach, with lyrics touching political and social issues, a more explicit personal storytelling and a more defined pop sound. It’s more like a photobook, more defined and detailed”. – Marta Del Grandi
Further into Dream Life, Alpha Centauri is a haunting introspective slice of pop magic that allows Marta’s gorgeous vocal to prowl in nostalgia for teenage times, rediscovering her inner child while a distant tuba carries a counter melody. The title track examines the quantum leap between reality and our dreams and ambitions, a counter point to Shoe Shaped Cloud and its brooding study of a relationship gone awry that’s propelled by an aching vocal which recalls Radiohead at their most brittle.
The album reflects a growing awareness that we cannot fully control the future or the outcome of our plans. This thread weaves throughout the record, a journey that is poetic, ironic, and deeply grounded in the present.
Lost Highways Seek your mood, Find your lost highways!