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30 anni di Mamamu: intervista a Ciro Matarese

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30 anni. Significa che il Mamamu è stato testimone e casa della musica alternativa in Italia.
La parola FERMENTO qui non è mai stata occasionale, ma oggetto di una declinazione estrema che soprattutto ha unito il cuore di un universo di persone. La parola UNDERGROUND qui è stata materica. Il suono ruvido delle pareti del Mamamu non ha eguali.
Una storia di incredibili scoperte, di parentesi di difficoltà, di ricostruzione e di gioia incontenibile.
A via Sedile di Porto ci sono passati in tantissimi. Qui tornava Benvegnù.
I festival erano la festa, la celebrazione di una programmazione sempre unica e resistente.
Quest’anno il Festival ritorna per celebrare un trentennale che chiama a raccolta una schiera di anime ancora innamorate dell’idea che l’alternativa è possibile. Anime che hanno il pieno diritto di festeggiare questa dimensione perché l’hanno messa in piedi, l’hanno sostenuta, l’hanno attraversata e la rivendicano ancora oggi.
Tutto quello che le nuove generazioni possono fare nel campo dei live… qui è stato già fatto! Da qui, da luoghi come il Mamamu, si impara ad amare la musica.
Anche noi ci siamo sentiti a casa nelle visioni del Mamamu. Abbiamo collaborato per eventi che ricordare ci commuove. Al tempo tutto era speciale. Line up di rassegne, locandine, nulla era improvvisato e tutto era pensato, sentito. Ci sono tanti aneddoti. La serata Mouths e l’idea di una compilation di musica della nostra città. Il concept della grafica e i CD distribuiti al pubblico… una fiumana di gente colorata e curiosa. Che meraviglia!
La mattina in cui accogliemmo Lydia Lunch fu epica! Lei in tubino di pelle e tacchi a spillo a mezzogiorno che ferma il traffico per farci attraversare il Rettifilo per andare a prendere un caffè… “C’mon, baby”, ci urlò sorniona!
E la notte del “Ciro, sei aperto? Non chiudere!” in vivavoce in auto e la risposta fu: “State venendo con Manuel”?. E andò così: Agnelli all’improvviso al Mamamu tra lo stupore di quelli che stentavano a crederci!
Non mancate! Perché? Se non vi sono bastate le nostre parole, ve lo spiega Ciro. Ciro Mamamu! – Amalia Dell’Osso

Quando hai aperto il Mamamu, hai scelto una linea artistica radicale, lontana dalle logiche commerciali. Qual era la visione che ti muoveva allora e quanto è rimasta intatta dopo trent’anni di palco?
Quando ho aperto il Mamamu avevo una visione molto semplice ma molto netta: volevo un posto che fosse prima di tutto un luogo di ricerca, libertà e ascolto. In quel momento non mi interessava inseguire ciò che funzionava sul piano commerciale, ma dare spazio a quello che sentivo vero, necessario, diverso. Il Mamamu nasce da qui, dalla voglia di costruire uno spazio che non fosse omologato.
Dopo trent’anni, quella visione per me è rimasta quasi intatta. Sono cambiate tante cose attorno: il modo di ascoltare musica, il mercato, la città, il pubblico. Ma l’idea di fondo è la stessa: stare dalla parte della musica originale.

Per celebrare i trent’anni hai chiamato band che rappresentano momenti diversi della storia del locale. Cosa ti ha guidato nella scelta? Che cosa raccontano, oggi, della comunità che si è formata attorno al Mamamu?
Per i trent’anni ho cercato band e artisti che rappresentassero momenti diversi della storia del Mamamu, perché non volevo solo fare una celebrazione, ma raccontare un percorso umano e musicale. La scelta è stata guidata soprattutto dal legame, dalla coerenza e anche dal desiderio di dare spazio a qualche giovane che credo possa davvero andare avanti e costruirsi la strada che merita nella musica.
C’è dentro un po’ tutta la storia del locale: chi c’è stato nei momenti iniziali, chi ha segnato delle tappe importanti e chi oggi rappresenta il futuro.

In tre decenni di musica live, quali sono le serate che hanno davvero lasciato un segno? Ci sono concerti che hanno definito l’identità del Mamamu o che hanno cambiato il tuo modo di intendere la musica indipendente?
In trent’anni sono state tante le serate che hanno lasciato un segno. Alcune per l’intensità del concerto, altre per il clima umano, altre ancora perché hanno fatto capire che il Mamamu stava diventando un punto di riferimento.
Ci sono tanti artisti che hanno suonato al Mamamu prima di essere conosciuti dal grande pubblico: penso a Giovanni Truppi, Calcutta, Iosonouncane — che tra l’altro doveva essere con noi in questo festival — ma anche a nomi già noti come Lydia Lunch, icona della controcultura statunitense, e Paolo Benvegnù, che al Mamamu era davvero di casa.
Sono stati questi i nomi e questi i momenti che più hanno dato un’impronta forte alla storia del locale.

Gestire un locale underground a Napoli, senza sostegno istituzionale, è un atto culturale complesso. Cosa significa, concretamente, difendere la musica originale in una città che spesso premia ciò che è più immediato e riconoscibile?
Gestire un locale underground a Napoli significa fare una scelta culturale prima ancora che imprenditoriale. Difendere la musica originale vuol dire accettare che spesso il percorso è più difficile, che i numeri non sono immediati, che bisogna costruire tutto con pazienza e convinzione.
In una città che spesso premia ciò che è più riconoscibile e immediato, resistere significa tenere viva una possibilità diversa. Non è una battaglia contro qualcuno, ma per qualcosa: per la creatività, per l’identità, per dare la possibilità agli artisti emergenti di avere uno spazio dove potersi esprimere. Questa è stata da sempre la nostra prerogativa.

La nuova Napoli turistica può rappresentare un’opportunità per un luogo come il Mamamu o rischia di snaturare la scena indipendente? In che modo il cambiamento della città si riflette sul vostro pubblico e sulla vostra missione?
La nuova Napoli turistica è una realtà complessa. Da un lato è un’opportunità, perché porta attenzione, movimento, curiosità. Dall’altro c’è il rischio che tutto venga appiattito su un’immagine superficiale della città.
Per un luogo come il Mamamu, la vera sfida è non lasciarsi snaturare. Il cambiamento della città si riflette anche sul pubblico: arrivano persone nuove, più passaggio, più diversità. Ma l’intenzione resta quella di sempre, cioè mantenere un’identità forte e non diventare una vetrina.
L’idea è accogliere il cambiamento senza perdere l’anima.

Se dovessi raccontare i trent’anni del Mamamu attraverso una playlist di massimo dieci brani, quali sceglieresti? Dieci tracce che, per te, rappresentano lo spirito, le battaglie, le notti e le persone che hanno attraversato questo luogo.
Questa è una domanda che sembra facile, ma in realtà mi mette in seria difficoltà: dieci brani sono troppo pochi e di sicuro, appena finita, mi verranno in mente altri pezzi che avrei dovuto inserire. Però ci provo, sarà variegata!

  1. Purple Rain di Prince
  2. Loser di Beck
  3. Epitaph dei 24 Grana
  4. Lioness dei Songs Ohia
  5. Nel silenzio di Paolo Benvegnù
  6. Rid of me di PJ Harvey
  7. Kafi lied di Kalabrese
  8. Black dei Pearl jam
  9. Il boogie dei piedi di Iosonouncane
  10. Voglio una pelle splendida degli Afterhours

Nel corso degli anni è nato un cocktail del Mamamu, qualcosa che esiste solo lì? Una miscela che racconta il locale tanto quanto la sua musica? Se sì, qual è la sua storia?
Sì, il cocktail del Mamamu esiste, è qualcosa di semplice, ma riconoscibile. Si chiama MrPepper ed è un sour fatto con il pepe di Sichuan. È nato un po’ per gioco, facendo esperimenti con le spezie orientali.

Paolo Benvegnù è stato un artista profondamente legato al Mamamu, una presenza che ha segnato il locale e chi lo ha vissuto. Che ricordo hai di lui? In che modo la sua sensibilità artistica ha influenzato la storia del Mamamu e la tua visione della musica?
Paolo Benvegnù per il Mamamu è stato una presenza importante, direi quasi necessaria. Era un artista dotato di una sensibilità rarissima, capace di unire profondità, intelligenza e libertà espressiva.
Il ricordo che ho di lui è legato prima di tutto alla sua umanità, oltre che alla sua musica. Ogni volta che veniva al Mamamu era una festa, la sua umiltà era unica. Abbiamo fatto una serata in suo ricordo qualche mese fa, con tanti musicisti che hanno suonato con lui; c’era Luca Roccia e per l’occasione si sono riuniti anche gli Scisma. È stata la serata più commovente che abbiamo mai organizzato al Mamamu.

In trent’anni di attività avete ospitato artisti che poi sono diventati più conosciuti dal grande pubblico. Cosa significa per un locale indipendente essere un luogo dove certe storie iniziano?
In trent’anni sono passati tanti artisti che poi hanno trovato maggiore visibilità. Alcuni nomi li ricordo con affetto perché li abbiamo visti crescere, cambiare, trovare una voce sempre più forte.
Per un locale indipendente essere il luogo in cui certe storie iniziano è una grande soddisfazione. Significa avere creduto in un artista quando ancora non aveva il riconoscimento più ampio, e aver contribuito a creare un contesto in cui potesse esprimersi in libertà.

Qual è stato il momento più difficile di questi trent’anni? C’è stato un periodo in cui hai pensato di fermarti, e cosa ti ha convinto a continuare a credere in questo spazio?
Il momento più difficile, in trent’anni, è stato probabilmente quello in cui tutto sembrava più faticoso da sostenere: economicamente, umanamente, emotivamente. Ci sono stati periodi in cui la tentazione di fermarsi c’è stata, perché portare avanti un progetto del genere richiede energie enormi.
Il periodo più difficile in assoluto è stato intorno al 2015, con cambiamenti troppo repentini rispetto alla musica dal vivo. Poi si è unito come socio il mio amico Renato Minale, che mi ha dato sicuramente forza e mi ha aiutato nei tanti impegni che comporta avere un locale.
Alla fine continui perché capisci che quello spazio serve ancora, forse più di prima.

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PREVENDITA 
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PREZZI:
Singola data > 20 € + prev.
Abbonamento 2 giorni: 35 € + prev.

ORARI:
Open door 19.30 | Start show 21.00
La Santissima – Vico Trinità delle Monache 1, Napoli

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Artwork by Manuele Altieri

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