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Into The Waves – Maiah Wynne

642008Into the Waves è un album che si muove come una marea: avanza, si ritira, torna a colpire con una forza che non è mai solo sonora, ma emotiva. Ogni brano sembra una diversa forma dell’acqua: corrente, risacca, abisso, superficie che riflette e inganna. Maiah Wynne attraversa il trauma come si attraversa un oceano in tempesta, lasciando che la musica diventi la rotta, la bussola, la zattera.  Registrato tra hotel, aeroporti e stanze temporanee, il disco conserva la fragilità dei luoghi di passaggio: è un lavoro nomade, ma mai disorientato. La sua voce — morbida, precisa, luminosa — è il filo che tiene insieme tutto: folk intimo, alternative rock atmosferico, arrangiamenti che sfiorano il cinema. E attorno a lei, una costellazione di presenze: Bethany Joyce, Avelyn Reynolds, Brooks Berg, Adam Brzycki, Randy Cooke, Henry Sheppard, e soprattutto Alex Lifeson, che porta nel disco una tensione elettrica che vibra come luce sott’acqua. Un ponte naturale con gli Envy of None, ma senza mai rubare il centro alla sua voce.  In alcuni passaggi, Into the Waves sembra riflettere la luce di altre artiste che hanno saputo trasformare la vulnerabilità in paesaggio sonoro. C’è una dolcezza che arriva come una corrente calma, una morbidezza che ricorda la prima Norah Jones: non nell’estetica jazz, ma nel modo in cui la voce di Maiah Wynne si posa sulle melodie come acqua su pietra, senza mai forzare, senza mai cercare il colpo di scena. È una delicatezza che non cede, che non si spezza, che accompagna. Poi, quando le onde si alzano, emerge una tensione più rituale, più fisica, più vicina alla furia luminosa di Florence and the Machine. Non è imitazione: è la stessa capacità di trasformare l’emozione in movimento, di far vibrare l’aria attorno alle parole, di far sembrare ogni crescendo una corsa verso la superficie dopo una lunga immersione. Brani come False Gods o Creatures in the Night hanno quella energia che pulsa come un cuore sotto l’acqua. E poi c’è l’elemento più misterioso, più lunare, più sospeso: un’eco lontana di Kate Bush. La ritrovi nei dettagli: nelle armonie che sembrano spirali, nelle linee vocali che si muovono come correnti imprevedibili, nelle atmosfere che non descrivono un’emozione ma la incarnano. In a Dream, Underwater, See the Water hanno quella qualità eterea che non appartiene alla terra, ma a un luogo intermedio — una stanza sommersa, un cielo riflesso, un fondale che respira. Maiah Wynne non somiglia a nessuna di loro, e proprio per questo le richiama: perché appartiene alla stessa famiglia di artiste che non usano la voce per cantare, ma per evocare.  Into the Waves non appartiene a un solo genere: è un delta, un punto in cui più correnti si incontrano. La produzione è essenziale ma mai povera: ogni strumento è una goccia che cade nel punto giusto, ogni silenzio è una pausa che respira. Le collaborazioni non decorano: ampliano. Into the Waves è un viaggio nell’acqua — quella che trascina, quella che cura, quella che riflette, quella che inganna. Un album che scorre, che cambia forma, che torna sempre a riva con qualcosa di nuovo. Maiah Wynne firma un’opera che non affoga mai: rimane sospesa, viva, luminosa. Una delle uscite più intense e sincere del 2026.

Credits

Label: Kscope – 2026

Line-up:
Maiah Wynne (voce, chitarra, dulcimer, piano, synth, composizione, produzione) – Bethany Joyce (violoncello) – Avelyn Reynolds (violino) – Brooks Berg (chitarra) – Adam Brzycki (batteria) –
Randy Cooke (batteria) – Henry Sheppard (flicorno) – Alex Lifeson (chitarra ospite) – Justin Abel (missaggio, produzione aggiuntiva) – Alan Douches (mastering).

Tracklist:

1. Nothing Stays The Same
2. Satellites
3. In A Dream
4. Creatures In The Night
5. False Gods
6. Another Step (feat. Dan Avidan)
7. See The Water
8. Underwater
9. Don’t Want To Say Goodbye
10. Breathe
11. Don’t Wait
12. Girl Dinner

Link: Official Site

Breathe – Video

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