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Nere sono voce e anima degli Afghan Whigs: live @ The Academy, Dublino, 28/05/2017

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Gli Afghan Whigs di Greg Dulli sono tornati con In Spades, il loro ottavo album, che segue Do to the Beast del 2014, disco della reunion della band dopo il suo precedente scioglimento. Da poco è cominciato il loro tour, data zero al famoso Apollo Theater di New York, e quindi Europa, dove una delle prime date è stata Dublino, il 28 di Maggio, The Academy, venue che accoglie molto spesso band cult.
Ad aprire la serata è Ed Harcourt (che poi ritroveremo sul palco con gli stessi Afghan Whigs), cantautore anglosassone di talento e attivo da diversi anni.
Propone pezzi dall’ultimo Furnaces del 2016, come l’accattivante Occupational Hazard, e i suoi brani più noti, in una nuova veste. Da solo col suo portatile, alternandosi alla chitarra, tastiere e tamburi, intrattiene il pubblico con grande maestria e simpatia. Racconta di essere andato in giro per Dublino e di avere visto il Leprechaun Museum, ma precisa che la canzone che sta per cantare non racconta di questo. Dotato di un microfono anni 50 intona un paio di suoi classici, come Until Tomorrow Then.
Davvero piacevole live e consigliatissimo l’ascolto per chi non lo conoscesse.
Ci si avvia verso il cambio palco, c’è impazienza nel rivedere Greg Dulli e soci on stage.
Ed ecco che sulle note di Birdland, prima traccia del nuovo album, dal suono insolito ed originale per i nostri, entra Greg Dulli. Il carisma è un dono, e Mister Dulli lo ha ricevuto in abbondanza. Subito la sala si riempie di vibrazioni in sua presenza; un paio di minuti da solo e arriva il resto della band ad accompagnarlo: John Curley al basso (l’unico rimasto dalla formazione originale), Larry Palm alla chitarra, Patrick Keeler alla batteria, il polistrumentista Rick Nelson alla chitarra, piano, violino e violoncello.
Secondo brano, e anche secondo di In Spades, è Arabian Heights. Quindi è la volta di Matamoros, dall’album precedente, Do to the Beast, dal quale propongono numerosi pezzi, al pari del nuovo. Si è dato maggiore spazio agli ultimi due dischi, quelli dopo la “rinascita” del gruppo.
Debonair ci catapulta a più di vent’anni fa e a quel capolavoro che è Gentlemen; poco più avanti ascolteremo anche la canzone che porta lo stesso titolo e che fa impazzire la platea.
Parola d’ordine è chitarra. Chitarre taglienti, per tutto l’intero set, fatta eccezione per il paio di momenti in cui Dulli è al piano. Passatemi il termine, è un caos sonoro. La meravigliosa voce soul di Dulli resta sempre un po’ indietro, alternando momenti dal cantato caldo ad altri in cui si sgola. Tutto urla, dagli strumenti alle voci, alle anime. Sul palco volumi altissimi, soli di chitarre, che a un certo punto diventano quattro: sul palco interviene anche Ed Harcourt, per l’occasione parte integrante della band.
Dulli armato di voce e chitarra nere ci vomita addosso tutta la ferocia, la disperazione e l’erotismo di cui solo lui è capace, ma risultando sempre un “gentleman”, questo è il suo marchio di fabbrica e solo lui sa e può farlo così. Ho letto da qualche parte una considerazione che approvo, e cioè che solo Greg Dulli è capace di utilizzare certe atmosfere riuscendo a non dare l’idea di stare componendo la colonna sonora di un porno. Eleganza e decadenza insieme. Spettri. Atmosfere oscure. L’ultimo disco poi è stato influenzato dalla malattia, come quella dell’amico e storico chitarrista Dave Rosser.
La platea è incantata e lo segue intonando canzone dopo canzone.
Il giorno prima era venuto a mancare Gregg Allman degli Allman Brothers Band e gli si rende omaggio con una bellissima versione della sua Melissa.
Dulli incute un po’ di timore reverenziale, però andando avanti col concerto sorride coi suoi compagni e col pubblico, si scioglie, e l’atmosfera diventa sempre più amichevole.
E così si scorre tra Algiers, Gentlemen, Oriole, Toy Automatic, Demon in Profile, la sensualissima Somethin’ Hot dall’album 1965 (del 1998), Copernicus e Lost in the Woods, che procede con una lunga coda dove viene intonata Penny Lane dei Beatles. Con questo sapore agrodolce si chiude per ritrovarsi nei bis.
Si riapre con Royal Cream e Summer’s Kiss. In ultimo la cover della malinconica I Can’t Make You Love Me di Bonnie Raitt (coverizzata da molti e perfetta in questo caso) che è l’intro per un’intensissima Faded, da Black Love del 1996.
Dulli presenta i suoi compagni di viaggio, ringrazia tutti per avere partecipato alla serata e saluta con la sua voce potente. Ci lascia con la consapevolezza che in trent’anni di carriera conservi intatta una personalità unica e irripetibile. Vedere gli Afghan Whigs in concerto ti fa sentire parte di una storia che, fortunatamente, si sta ancora scrivendo.

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