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È necessaria una reazione: intervista a Daniele Tenca

Wake Up Nation, il nuovo e atteso lavoro in studio di Daniele Tenca, verrà presentato il 12 gennaio allo Spazio Teatro 89 di Milano. Abbiamo avuto il piacere di parlarne con lui proprio in occasione dell’uscita del disco. Ci siamo permessi di entrare nel merito delle sfumature tematiche, del piacere legato alla realizzazione di un progetto che ha richiesto tempo e dedizione e della storia di Daniele e della sua band. Buona lettura. Con l’occasione vi onformiamo che il 18 gennaio Daniele Tenca sarà allo Stone Pony, Asbury Park, New Jersey, USA per il Main Event del Light of Day, sul cui palco negli anni si sono presentati Bruce Springsteen, Willie Nile, James Maddock, Joe Grushecky, Michael J. Fox, Jakob Dylan, per citarne alcuni. (The Wounds Stay With You è in streaming esclusivo autorizzato; Foto 1 di Claudio Del Monte)

Wake up Nation vede finalmente la luce. Oso dire finalmente perché è da tempo che questo progetto semina segni lungo le strade percorse da chi ha amato Blues for the Working Class. Raccontaci il come e il perché di questo disco: come è venuto al mondo e perché lo hai voluto.
La genesi di Wake Up Nation è addirittura più semplice di quanto lo sia stataa quella di Blues for the Working Class; è bastato tenere aperti gli occhi e guardarsi in giro in questi anni, capire che è necessaria una reazione, misurare la distanza tra una reazione a parole ed una “effettiva” e metterla in musica. Non vorrei scomodare frasi divenute celebri o citare a sproposito colleghi più illustri, ma il provare a “fare qualcosa che serva”, è stata la spinta, così come il fatto che molta della gente ai concerti ci dicesse “ma nel prossimo disco parlerete della crisi?”, come se aver scritto e cantato di sicurezza sul lavoro, o di mancanza del lavoro stesso ci avesse dato una specie di “missione” da portare avanti. Noi lo facciamo volentieri, e lo avremmo fatto comunque;  in ogni caso il fatto che da alcuni ci venga riconosciuta e affidata questa “responsabilità” (anche se parliamo sempre di fare dischi, eh!) è di sicuro un grande onore, oltre che molto gratificante.

Parlando di Blues for the working class mi dicesti “Per come è stato suonato mi aspetto che sia un disco credibile, come spero sempre siano i miei dischi”. Non ti chiedo di convincermi in merito (lo sono già), ma di darmi gli argomenti su cui continuare a riflettere in merito al senso, alla credibilità di  Wake up Nation.
Penso che la credibilità di Wake Up Nation si appoggi in prima battuta proprio su quello che è successo a Blues for the Working Class, inteso come disco, e come progetto in senso allargato; essere risultati credibili parlando di un tema specifico e facile alla retorica come quello del lavoro ci ha dato consapevolezza e, se vogliamo, un po’ più di tranquillità, nel poter affrontare un tema come quello “della crisi” passando sopra all’ansia da demagogia o banalità.
Ti dico anche che, dal punto di vista dei testi, ho cercato di “sporcarmi le mani” molto di più che nel disco precedente; là c’erano racconti, storie, non dico vissute dall’esterno, ma sicuramente con un distacco da “narratore”. In Wake Up Nation ho cercato di annullare il più possibile questa distanza, mettendomi quanto più “in mezzo” alle storie stesse, per essere più diretto ed immediato. Non è sicuramente un disco di slogan e inni, questo no, però è più facile immedesimarsi in quello che suoniamo e cantiamo, al di là del fatto che siano temi che toccano un po’ tutti, anche per una scelta di immediatezza nei titoli, ad esempio, che potesse avvicinare anche chi l’inglese lo conosce fino a un certo punto. Una canzone che si intitola Default Boogie, per fare l’esempio più lampante, anche uno che l’inglese lo parla poco capisce di cosa tratta. Con Blues for the Working Class questo processo era più complicato.

La band che ti accompagna è la Blues for the working class band, quella del precedente disco e di tanti live, dei palchi americani e di tanta vita . Oso pensarvi famiglia, in qualche modo, una di quelle famiglie che non osservano le feste comandate, ma parlano la stessa lingua quando si tratta di musica. Mi sbaglio?
È di sicuro una famiglia “allargata”, che permette di far fronte ai molteplici impegni di tutti senza far venir meno la qualità del progetto. Condividiamo molto anche di quello che succede a ognuno di noi giù dal palco, e questo per come la vedo io ci fa salire sul palco in maniera più compatta e coesa. Si discute, si litiga, ci si incazza. Sì, è una famiglia, in un certo senso. Rispetto al disco precedente, si è aggiunto Leo Ghiringhelli alla chitarra, in pianta stabile dal tour di Blues for the Working Class; un altro che rende il palco una poltrona per me sempre più comoda… perché poi, se parliamo strettamente di linguaggio musicale, in questo disco, ci siamo tutti messi in gioco alla grande, anche affidandoci, per la ricerca del suono e della direzione artistica del progetto, nelle mani di Cooper (Antonio Cooper Cupertino, produttore di Umberto Maria Giardini e Matteo Toni, per citare i suoi ultimi lavori), che con me ha co-prodotto il disco, e non è stato sempre semplice trovare la strada al primo colpo. Cooper è stato davvero fantastico, e la Band anche, a mettersi gli uni nelle mani dell’altro e viceversa. Aver lavorato tutti con Cooper già per Blues for the Working Class ha reso le cose più semplici dal punto di vista relazionale (poi con lui questo è proprio l’ultimissimo dei problemi!), ma se mi chiedi se mi sono divertito a registrare questo disco, ecco, divertito è una parola che non userei. Emozionato, commosso, eccitato, depresso, tutto a loop. È stato (giustamente) un cazzo di  lavoro. Me la sono goduta molto di più con Blues for the Working Class. Ma questo lo vedo come un ottimo segno…

Molti i compagni di viaggio che figurano nei credits e fra i grazie: amici, colleghi, luoghi, qualche fantasma.  Un blues di volti e sapori che, te lo confesso, fanno venire voglia di un racconto, di avere fra le mani qualche fotografia …
I nomi e i luoghi che leggi coprono proprio la distanza temporale tra Blues for the Working Class e Wake Up Nation, mi vengono in mente Memphis, i Festival, i viaggi, le splendide persone incontrate e quelle che ci accompagnavano già da prima. Il legame di cui parlavi tra me e la Band si può, in un certo modo, allargare anche a tutti quei nomi che leggi nei credits, che sono al nostro fianco, e spero lo resteranno anche dopo aver ascoltato queste canzoni.
Già che ci sono, voglio ringraziare ancora una volta tutti i musicisti che hanno suonato nel disco, oltre a noi della Band, Andy J. Forest, Paolo Bonfanti, Maurizio “Gnola” Glielmo, Fabrizio Coppola, Riccardo Maccabruni, Alex Cambise per citarne alcuni. L’hanno fatto con grande anima e assoluta disponibilità, ed è stato un onore averli a bordo.

Dead and gone apre il disco come servisse uno schiaffo per aprire gli occhi e vedere bene. Raccontaci la collaborazione con Fabrizio Coppola, di come la sua La Stupidità si è prestata a questo cambio d’abito senza uscirne snaturata.
Ho sempre considerato la canzone di Fabrizio un accuratissimo e tragico specchio dei nostri tempi, e musicalmente mi ha sempre fatto pensare a un “mantra rock-blues” che si sarebbe potuto ripetere all’infinito. Rispetto all’originale nel testo ho forse enfatizzato una certa parte di corresponsabilità nello sfascio, nel senso che, se quello che vediamo è quello che raccontiamo, stiamo permettendo in qualche modo che sia così, e quindi anche le nostre anime sono, per certi versi, morte e sepolte (dead and gone appunto). Ho fatto ascoltare a Fabrizio una preproduzione col testo in inglese, gli è piaciuta l’idea, e siamo finiti in studio insieme, dove lui ha contribuito alla grande con cori e armonica. Colgo l’occasione per ringraziarlo ancora, è un amico oltre che uno di quelli che ci mette la faccia sempre, senza sconti, e gli auguro, per tutto, buona fortuna con tutto il cuore.

Fastidio. Disagio. Consapevolezza. Rabbia. Fatica. Una dose massiccia d’amore. La vita, quella vera, quella delle mani sporche e delle bocche da sfamare, della malinconia e delle cicatrici. Di quale Nazione stiamo parlando? Ci sopravvivrà?  Le sopravvivremo? Wake up(Nation) before is too late…
Nel titolo del disco e della canzone stessa, la Nazione viene quasi evocata, esortata a svegliarsi da sola, facendo affidamento sulla propria storia, sui propri valori, proprio perchè la gente non ha più gli strumenti, pratici ed emotivi, per darle e darsi una mano. Dopo aver scritto il testo, mi sono quasi immaginato uscisse dall’anima di una persona che ha magari lottato perchè la Nazione esistesse (mi viene in mente un partigiano, ad esempio, riferendosi alla nostra, di Nazione), e per la rinascita spera che sia la Nazione come entità, con quei principi e quei valori, a farcela da sola, perché ha perso ogni fiducia nella reazione degli individui che la compongono. Credo che questo scollamento tra valori insiti nel concetto (quello “sano” e non estremista) di Nazione, e popolazione (ormai sempre più “insieme di individui tra loro non connessi, se non virtualmente” piuttosto che popolo), sia alla base della pressochè totale assenza di reazione a ciò che accade e all’isolamento che ne consegue, e continua ad essere terreno fertile per i Pochi Fortunati che si arricchiscono e beneficiano di questo stallo. Quindi, la Nazione ci sopravviverà: quale Nazione sarà, su che valori si fonderà, sinceramente non lo so, ma non ho buone sensazioni.

Tre le cover nel disco: Last Po’ Man di Seasick Steve, It’s all good di Bob Dylan e Society di Jerry Hannan. Perché loro?
Perchè musicalmente e concettualmente coerenti col resto delle canzoni del disco; due di esse danno una possibilità di “rifiuto” della societa’, del “New World Order” imposto, che sia la vita da homeless del protagonista di Last Po’Man, o la fuga dall’effimero e dal superfluo di Society. Tra l’altro, Society è entrata nel disco all’ultimo momento, stavamo già mixando e mi è capitato per caso di risentirla; mi è sembrata una chiusura del cerchio perfetta a livello di contenuti, così l’abbiamo registrata al volo in presa direttissima, preparandola pochissimo e affidandoci all’emozione. Poi mi ha pure permesso di ritornare a una formula solo voce/chitarra/armonica a cui sono molto legato. It’s all Good invece consente di avere uno sguardo dissacratorio e ironico ma sferzante ed amaro (come solo Dylan sa essere contemporaneamente nella stessa canzone) su quanto i millantatori prezzolati di varia e dubbia natura tentino comunque di tenere buona la gente con false rassicurazioni mentre tutto va a rotoli.

Se Wake up Nation fosse un romanzo, quale dei pezzi potrebbe esserne il sottotitolo?
Credo The Wounds Stay With You. Perchè alla fine, se hai combattuto, e se pure la Nazione si sarà svegliata, e potrai ricostruire un futuro migliore, avrai pagato un prezzo. E le ferite rimangono. A ricordarti quel prezzo.

Grazie Daniele. In bocca al lupo.
Grazie a te e a LostHighways per il supporto.

The Wounds- Stay With You – Streaming

E.P.K.:Wake Up Nation

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