Home / Editoriali / Il vuoto, profondamente: intervista a Lele Battista

Il vuoto, profondamente: intervista a Lele Battista

lelebattista_inter01Il vuoto come occasione di immersione nel silenzio delle zone remote dell’anima. Il vuoto come negazione della velocità famelica di un tempo rumoroso nel suo scorrere inutile. Il vuoto si riempie, con la lentezza conquistata.
Profondità e leggerezza, connubio raro per un genere troppo spesso consumato e logorato dalla mediocrità delle intenzioni votate all’ascolto facile e alienante. Riflessioni di un intimo procedere che si scelgono una struttura testuale precisa e misurata, scivolando su tele di suono di un minimalismo notturno ed elegante. Il pop preserva il suo significato più nobile in Nuove esperienze sul vuoto (Mescal, 2010), secondo capitolo solista di Lele Battista. Artista raro e prezioso, ci racconta gli angoli di un disco che consigliamo vivamente di esplorare, di ascoltare facendo un po’ di vuoto pieno in giornate troppo isteriche e confuse. (Il nido e Il mio punto debole sono in streaming autorizzato; si ringrazia Manuela Longhi – Mescal; foto di Paolo De Francesco)

Nuove esperienze sul vuoto è un titolo intenso che proietta la mente in un viaggio di riflessioni. Il concetto di esperienza connesso al concetto di vuoto. Un vuoto pieno, quindi. Sono finita in Oriente, d’istinto. Dove la meditazione è elevazione. Dove la concentrazione è rituale che arriva all’inaudibile. L’Oriente educa all’esperienza sul vuoto. Tu, come ci sei arrivato?
Diciamo che la mia vuole essere una provocazione, mi piace dare al vuoto un significato positivo. Se la materia che ci circonda è qualcosa di invadente, che ci toglie come dici tu la capacità di concentrazione, allora un po’ di sano vuoto è quello che ci vuole come antidoto a questa società ipercinetica. Fissare il vuoto, che è sinonimo di noia e inefficienza, diventa un valore; ecco che il “nuove esperienze” del titolo sta proprio ad indicare questo modo strano di intendere il vuoto.

Il mio non è stato un ascolto semplice, lo confesso. Ho letto questo disco. E piano piano sono arrivata ad un centro. La libertà scaturita da una forma di leggerezza non superficiale e che conduce alla possibilità di scegliere. La libertà di avere un forte slancio vitale. Questa libertà è il punto debole del nostro essere umani: desiderare l’infinito pur sentendomi finito. Il mio punto debole mi è subito sembrato in intima e alchemica connessione col titolo del disco…
So che non è un disco semplice, richiede un ascolto attento, ma mi affascina l’idea di cercare di portare l’ascoltatore nel mio mondo e fargli fare un percorso. Il disco io lo vivo come un viaggio, per me l’album ha ancora un’importanza fondamentale, deve essere un’esperienza l’ascolto di un disco, anche per questo sono legato ai concept degli anni 70. Poi soffro terribilmente per lo stato in cui versa la musica, per come viene poco considerata all’interno della società, perché l’unica musica che viene trasmessa dai grandi network è al 90% inascoltabile, perché oggi al pop si associa la stupidità… allora, forse per reazione, mi piace l’idea di fare una musica non facilissima.

L’arte di essere felici amplifica e aggiunge un altro tassello. Libertà è felicità…
Dovresti vedermi davanti al menu di un ristorante per capire quanto per me sia difficile scegliere, ho sempre considerato questa cosa come un limite grandissimo, perché l’impossibilità di scegliere ci lascia sempre nella perenne insoddisfazione data dal dubbio di non fare la scelta giusta, quindi cerco ultimamente di scegliere, usando la ragione o l’istinto… non importa. La scelta è una grande opportunità, e l’averlo realizzato mi ha reso più sereno.

Il nido (singolo di lancio) è una scelta. Un pezzo di profonda e delicata intimità. Raccontami…
È nato come una serenata per celebrare l’inizio della convivenza con la mia compagna, il testo ha dei riferimenti alla nostra casa e alla nostra vita privata, molto personali.
Sono stato colpito dal fatto che la Mescal lo abbia scelto come primo singolo; è stata una scelta coraggiosa e punk, in un periodo in cui nei testi “radiofonici” si sentono spesso frasi a slogan e con riferimenti all’attualità. E’ davvero una scelta controcorrente proporre al pubblico una canzone il cui testo è perlopiù un susseguirsi di  immagini .

In Attento ho trovato una parola su cui ultimamente rifletto molto: eccesso. Dall’eccesso si arriva ad una forma buona di leggerezza? Me ne parli?
L’eccesso è una forma del rock con cui mi sono spesso confrontato. Mi mettono quasi sempre a disagio gli eccessi ma nell’arte sono spesso vitali. Pensiamo ad esempio al novecento: è un secolo secondo me molto affascinante per l’arte, in cui l’eccesso l’ha fatta da padrone, facendo dei danni incredibili anche; ad esempio il novecento ha distrutto il concetto di bellezza, ha legittimato la provocazione artistica facendocela a volte odiare. Ora l’eccesso in questo senso non esiste più e il suo confine, come in molti altri ambiti, è sempre più mutevole.

In questo brano ci sono dei rimandi a Paul Valéry. Ho pensato a quanto fosse un attento osservatore delle ballerine di Degas. Lo sforzo fisico, la tensione delle punte, eppure lo stato di leggerezza…
Valéry mi affascina perché è uno scrittore lucido, attento, decadente, ma anche positivo e leggero a volte; questa cosa mi ha molto colpito. I suoi cattivi pensieri li trovo modernissimi.

lelebattista_inter02Come è nata la collaborazione con Mauro Ermanno Giovanardi per Attento?
Ero un grande fan dei La Crus, poi ho avuto la fortuna di frequentare Giò perché per un periodo abbiamo condiviso la stessa etichetta discografica. Ci siamo conosciuti ad un appuntamento a cui ogni anno partecipavano gli artisti e tutto lo staff della Mescal, la festa della bagna cauda a Nizza Monferrato… poi ci siamo persi di vista e riavvicinati qualche anno fa grazie ad un amico e collaboratore comune, Raffaele Stefani. Ho partecipato ad un suo concerto l’anno scorso e ho notato che ha delle grandi doti di attore, oltre ad essere una delle voci migliori di questi anni, Così ho pensato di coinvolgerlo in questa partecipazione particolare: il recitato alla fine del brano Attento, e sono molto contento perché ha dato al brano un valore aggiunto; io non sarei certo riuscito a recitare così bene.

Non ami l’estate, e preferisci l’inverno. Anch’io! L’inverno è una metafora. Nutrire la mente è un’operazione che necessita di tempesta, di contrasto
Non è solo una metafora: il caldo estivo mi opprime la mente, mi rende meno lucido. Come il protagonista de Lo Straniero di Camus, sento questo in maniera molto forte e nutrire la mente necessita fatica, sfinisce… ma tutto sommato è una fatica sopportabile, quasi piacevole.

Profondamente dentro: raccontami di questo brano così vicino (nel tempo) e così lontano (nel risultato) rispetto a Le Ombre.
È il primo brano nato dopo Le Ombre. Scrivo spesso nel periodo che segue la fine della realizzazione di un album, perché mi sento liberato dalla responsabilità di portare a termine un grosso lavoro come un disco intero, che deve avere una sua coerenza, e inizio una nuova fase creativa in cui mi piace sperimentare nuove strade, scrivo per puro piacere, e così è nato questo brano, lento, con poche parole, una specie di mantra elettronico.

I Sigur Rós ne sono un richiamo…
I Sigur Ròs sono stati uno dei gruppi che ho ascoltato di più tra il 2000 e il 2005 e hanno avuto molta influenza sul disco Le Ombre, anche se questa influenza non si coglie facilmente. Forse il brano Profondamente Dentro è nato proprio per rendere più esplicito e rintracciabile il mio amore per questa band.

In parte me è stato ispirato da John Lennon. Cosa rappresenta lui per te?
Lennon è un simbolo del rock, uno degli artisti più affascinanti del novecento, io lo amo incondizionatamente anche se non mi piace tutto quello che ha fatto, ma trovo che abbia unito in un modo unico arte e vita. Ha avuto molte debolezze e crisi creative da cui risaliva improvvisamente con brani provocatori o azioni politicamente e socialmente fortissime.

E’ un disco di stratificazioni sonore. C’è una gran cura negli arrangiamenti. C’è il pianoforte e la sua levità malinconica e notturna…
La realizzazione è stata lunghissima. Io e Giorgio Mastrocola, che ha condiviso con me tutto di questo disco, dalla scrittura alla produzione, lo abbiamo curato moltissimo nei particolari; siamo dei veri “topi da studio” e spesso registriamo di notte, nel nostro studio a Milano, anche se entrambi ameremmo farlo di giorno. Probabilmente questa influenza della notte si sente; il pianoforte è il mio strumento e nei dischi precedenti l’ho suonato molto meno… in questo la fa da padrone, proprio perché volevamo fare un disco minimale, senza troppi arrangiamenti, e poi molti brani sono nati proprio così: piano, chitarra e voce.

Il cd come un goniometro. C’è un motivo preciso?
Forse ti darò una delusione ma io a livello visivo non sono uno che ha molte idee, e per questo mi affido a persone che stimo molto e con cui collaboro da tempo, Paolo De Francesco di Multimedia per la grafica, Lorenzo Vignolo per i video e Dario Mastrocola per le foto. L’idea della copertina è totalmente di Paolo. Non so il perché, ma l’idea del goniometro l’ho trovata molto azzeccata per il vuoto; dà un senso di vertigine. Non gli ho chiesto quale fosse il motivo, mi piaceva e basta.

Non mi deludi! Mi parli del tuo contributo alla colonna sonora del film Lo Stallo?
È stata un’esperienza bellissima per me, che mi ha costretto a misurarmi con una musica completamente diversa da quello che sono abituato a fare . Il tutto è nato da un fraintendimento. Lo Stallo è una commedia con dei risvolti amari e la produzione mi aveva contattato perché scrivessi delle musiche malinconiche che sottolineassero i momenti meno comici. Una volta scritti i temi  assieme a Giorgio Mastrocola, la regista  Silvia Ferreri si è resa conto che la cosa non funzionava e mi ha mi chiesto di lavorare nella direzione opposta, ovvero mi chiedeva che la musica facesse ridere e accentuasse le situazioni comiche. Un po’ frastornato a quel punto mi sono messo ad ascoltare Nino Rota e scavando tra le mie scarse conoscenze di musica contemporanea ho provato a fare qualcosa di completamente diverso. Il risultato ha funzionato, la musica fa ridere ma è nello stesso tempo strana e raffinata, e alcuni dei temi malinconici scartati sono diventati canzoni inserite in Nuove Esperienze Sul Vuoto.

lelebattista_inter03Le Ombre e Nuove esperienze sul vuoto riescono a coniugare con naturalezza la musica, di cui il pubblico consuma spesso solo delle parti, e la filosofia. Ti ha mai spaventato l’impatto con quello che si chiama mercato?
Certo, ho sempre un rapporto conflittuale con il mercato. Per anni ho sentito teorie che si sono rivelate quasi sempre sbagliate; il mercato musicale è in crisi da troppo tempo per dare credito a tutte le voci ed ai consigli che arrivano da più parti. In questi anni ho capito che non si può fare musica pensando sempre all’eventuale pubblico, e nemmeno pensando troppo a se stessi.
Cerco una mia strada, cerco di condividere la mia musica prima di tutto con altri artisti, perché le collaborazioni ci rendono più forti e uniti. C’è sempre troppo snobismo sia tra i musicisti che tra gli addetti ai lavori. Bisogna superare questi atteggiamenti che appartengono al decennio più buio della musica, gli anni zero. Bisogna pensare alla bellezza e al fatto che la musica deve avere un ruolo molto più importante nella società: il mercato risponderà se i musicisti si dimostreranno uniti, con le idee chiare e consapevoli di quello che fanno.

Nuove esperienze sul vuoto – Preview

Ti potrebbe interessare...

Enrico Rovelli, S.T._LowRes

ENRICO ROVELLI PRESENTA “MILLE VOLTI” FINO AL 27 GENNAIO alla GALLERIA D’ARTE CAEL A MILANO

Lo storico manager e imprenditore musicale fondatore di importanti club come il Rolling Stone e …

Leave a Reply