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Yeah, So – Slow Club

slowclubSono in due. Giovani. Un uomo e una donna. Lui suona la chitarra e canta. Lei suona la batteria, all’occasione la chitarra e canta. Avete indovinato di chi si tratta? Mi dispiace ma non sono i White Stripes! Già perché Charles Watson e Rebecca Taylor, alias Slow Club, sono inglesi, di Sheffield per la precisione. Arrivano dalle ceneri dei furono The Lonely Hearts ed esordiscono con questo Yeah, So che ben poco ha in comune con i ben più illustri colleghi di Detroit, se non forse un semplice fattore di qualità. Yeah, So è un disco fondamentalmente folk; quel tipo di folk che sta per folklore, tanto legato al country dalle suggestioni un po’ western e al rockabilly, più vicino alla cultura del folk praticata in America piuttosto che a quella inglese. Ma Yeah, So è anche un disco dalle splendide melodie sempre sognanti, sempre emozionanti che guardano ad un certo tipo di pop. Sembrano usciti proprio dal mondo delle favole i due giovani inglesi poiché bastano le delicatezze acustiche di un dolcissimo valzer (Apples and Pairs) introdotto dalle esili note di un piccolo xilofono per aprirci le porte fatate di quel mondo e che si sviluppa poi con le due splendide voci che prima si alternano e poi si uniscono insieme, ognuna col suo timbro, ognuna con la sua linea melodica da coltivare. Basta poco per cambiare le dinamiche, accrescere il climax fino quasi a scoppiare. Qualche colpo di batteria, qualche abbellimento di fiati o chitarra elettrica. E col semplice ausilio di chitarra, batteria e due voci, quasi sempre indissolubilmente unite, le atmosfere cambiano passando dal rockabilly più indiavolato delle canzoni tradizionali, tra i continui cambi di tempo (Because We’re Dead), al folk classico alla Bob Dylan. Chitarra acustica e voci con tanto di fischio ad accompagnare, fino a richiamare quel tipo folk dalla linea vocale incredibilmente melodica che guarda più al pop classico (Come On Youth) e le splendide ballate malinconiche, delicate come il chiarore della luce della luna che guida nella notte (Dance Till the Morning Light). A volte finisce poi per unirsi tutto, le anime e le diverse influenze musicali, quasi a seguire il feeling intimo delle due voci:  il blues honky tonk che sposa il rock ‘n roll e il country (Giving Up on Love) o il country tradizionale che veste le strutture più tipiche del pop (It Doesnt’ Have To Be Beautiful e Trophy Room). Ed è incredibile la bellezza spoglia di un brano come I Was Unconscious, It Was A Dream nonostante la registrazione amatoriale, una chitarra acustica che giace sul fondo e a stento si sente e le due voci che sembrano alienate. Meravigliosa la melodia delle voci e dei cori sulla conclusiva Our Most Brilliant Friends, di stampo più decisamente inglese, con tanto di coda in cui la voce di Rebecca emoziona insieme alla chitarra acustica. Assolutamente incantevole la voce femminile sulla breve, commovente e riflessiva ninnananna acustica Sorry about the Doom e la profondità di quella maschile sorretta dalla note basse e pesanti del piano di There Is No Good Way To Say I Am Leaving You.
Brilla davvero di luce propria l’esordio di questi ragazzi che possiedono la genuinità giovanile e un po’ bambinesca delle dolci melodie ma anche l’austerità antica, matura e sincera della tradizione e la facoltà di rapire un pezzetto di mondo per regalarcene la bellezza.

Credits

Label: Moshi Moshi – 2009

Line-up: Charles Watson (vocals, guitar) and Rebecca Taylor (vocals, guitar, percussion)

Tracklist:

  1. When I Go
  2. Giving Up On Love
  3. I Was Unconscious, It Was A Dream
  4. It Doesn’t Have to be Beautiful
  5. There Is No Good Way To Say I Am Leaving You
  6. Trophy Room
  7. Because We’re Dead
  8. Dance Till The Morning Light
  9. Sorry About The Doom
  10. Come On Youth
  11. Apples And Pairs
  12. Our Most Brilliant Friends

Links:Sito Ufficiale,MySpace

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