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Alla riscoperta della melodia folk suonando mandolino, banjo e concertina: intervista ad Alberto Casadei (Jewels for Caribou)

Non c’è bisogno di andare lontano per trovare la poesia del folk. In qualche osteria della romagna potrete imbattervi in una band che crede nelle radici del folk, che preferisce la concertina, il banjo, la sega musicale a sintetizzatori e chitarre effettate per colorare di alternative le proprie melodie dense di sangue e polvere. I Jewels for Caribou sorprendono ed emozionano in ogni brano di Land of nasty toys perché riescono a commistionare il deserto del folk americano con le linee gotiche della new wave anni settanta. Tra atmosfere alla Lynch e una voce tra Lanegan e Burns si resta solamente accecati dall’immensa luce che irradiano questi gioielli sonori prodotti dalla Ribess Records. LostHighways ancora una volta approfondisce una strada nascosta con un’intervista ad Alberto Casadei, voce multicolore di questo interessante gruppo nostrano.

Il folk dei Jewels for Caribou lo si può definire “alternative” nel senso che si basa sugli strumenti tradizionali del folk. Uno su tutti il mandolino  che  vive le recenti deviazioni e contaminazioni di genere con l’elettronica. Uno strumento con una grande poeticità sonora…
Concordo pienamente. È incredibile come noi si sia arrivati a innamorarci di strumenti quali il mandolino, il banjo, la sega musicale e la concertina dopo aver utilizzato a piene mani sintetizzatori, batterie elettroniche, chitarre elettriche dilatate  e voci piene di effetti. Qualcuno può considerarla un’involuzione, ma ti assicuro che la libertà creativa viene elevata alla massima potenza e le melodie, per quel che ci riguarda, sono diventate più ariose.

Dark Water penso sia un brano perfetto, ricco di melodia e poesia del viaggio. Come è nato?
Dalla morte assurda di un caro amico, affogato durante un’alluvione che ha colpito il nostro paese. È paradossale che sia anche il brano più melodico dell’album. Abbiamo voluto onorare la sua memoria, sempre viva in noi. La commozione spesso ci pervade totalmente mentre suoniamo Dark Water dal vivo.

Oltre al pregevole mandolino che si sente nelle vostre canzoni colpisce la modularità dei colori della voce, che sa essere polverosa come quella di Mark Lanegan e allo stesso tempo dolce vento nel deserto come quella di Joey Burns dei Calexico. Quanto è importante la parte vocale nella vostra musica?
Cosa posso dire!? Il paragone è quanto di più bello che un “non cantante” come me possa sentirsi dire. Sono lusingato e intimorito allo stesso tempo: Lanegan e Burns sono due miei idoli. La voce è la nostra musica in parole. Il tema del brano nasce nel momento in cui viene messa insieme la prima sequenza di note, poi  timbrica e tonalità escono fuori spontaneamente, senza nessuna volontà espressa. A conti fatti penso che la parte vocale abbia la stessa importanza del banjo/mandolino di Marcello o del basso di Filippo o della chitarra acustica di Alessandro o della batteria di Andrea.

Come è nato il nome del gruppo Jewels for a Caribou?
Stavo seguendo un documentario sulla vita dei caribù e mi ha impressionato la decimazione che li colpisce durante i loro lunghi viaggi migratori. I “gioielli” sono gli stenti che costellano la loro esistenza. Ero parecchio depresso in quel periodo.

Come è possibile fondere i colori chiari del folk tradizionale con quelli gotici della new wave?
Sono nato anagraficamente nel ’66 e musicalmente con la scena inglese di fine ’70-inizio ’80: gruppi come Joy Division, The Cure, Bauhaus e Sound mi hanno segnato profondamente. Alla stessa stregua gli altri componenti del gruppo. In particolare Filippo e Marcello, che fanno parte del nucleo iniziale [i Thundra, ndr], pur essendo molto più giovani, sono profondi e appassionati conoscitori di quella scena. Va da sé che, data la nostra matrice gothic e più in generale new wave, alcune importanti reminiscenze riaffiorano per forza di cose, specie nei giri di basso e nelle basse vocali, anche quando proponiamo musica folk tradizionale. In poche parole la cosa non è ricercata. Anzi, è una deformazione del tutto involontaria.

Ci avete mai pensato che Smog in the Fog potrebbe essere la soundtrack di un film di Lynch?
Adoro Lynch e la “malattia” che impregna le sue opere. Smog in the Fog è un brano malato, sì. Certo è che se Lynch ambientasse un altro film a Los Angeles e ci chiedesse un brano per la colonna sonora, c’è poco da fare, sverrei seduta stante!

Vi ho scoperto attraverso la compilation della Canebagnato. Quanto è importante partecipare a questi progetti di pura divulgazione musicale per realtà che, come la vostra, sono agli esordi discografici?
Hai detto bene, pur frequentandoci musicalmente da più di sette anni siamo agli esordi discografici. Per la gente che si diletta a suonare per puro gusto personale è gratificante che qualcuno dia la possibilità di uscire allo scoperto. Anche attraverso le compilation, perché no, che assemblano generi musicali eterogenei ma pur sempre ritenuti interessanti da persone che conoscono a fondo la scena alternativa. Cogliamo l’occasione per ringraziare gli amici della Canebagnato. Fra l’altro hanno ospitato un gruppo Ribéss subito dopo che la Ribéss ha ospitato un artista Canebagnato. È una forma di stima reciproca e di vera cortesia che non è facile vedere in giro, nemmeno nel circuito indipendente.

Avete intenzione di partire con un tour live nella penisola e non solo?
Sarebbe un sogno ma lo credo improbabile per una serie di fattori, non ultimo, ovviamente, il fatto che ci conoscono in pochi. Quando arrivano richieste facciamo i salti mortali per esibirci dal vivo, semplicemente perché ci piace suonare, e non ci interessa del music business. Nei prossimi mesi suoneremo in alcuni club in Emilia-Romagna. Per il resto sembra che in primavera ci sarà addirittura qualche data nel sud-ovest degli States, grazie al sodalizio fra Ribéss records e Out of Round records, di San Francisco.

Come vi siete trovati con Ribéss Records?
Ribéss Records è fondamentalmente Giulio Accettulli, nostro nume tutelare da sempre. Ci ha preso per mano fin da quando ci siamo conosciuti, e ci ha consigliato sempre nel migliore dei modi. È un amico che ha fondato l’etichetta insieme ad Alessandro Gentili, leader dei Lilli Burlero, che nei Jewels for a Caribou suona la chitarra ritmica e il banjo. Per prima cosa Giulio ci ha fatto conoscere al pubblico della nostra zona e ora, a quanto sembra, anche fuori. Per il nostro cd si è occupato anche della grafica. Usa lo pseudonimo di qaphqa [con la q minuscola, ndr] per non dare nell’occhio. Anzi, per scomparire. Ma ora vi svelo un arcano: è lui la seconda voce in Smile Little GirI. Aveva fatto con le mani e coi piedi per farla eseguire a Patrick Kadyk dei Ruby Howl, che fra l’altro aveva accettato al volo. Ma poi per questioni di tempistica non se n’è fatto niente e si è dovuto rassegnare a cantarla lui. Ubriaco tinco di Negroni vecchia formula.

Gli ultimi cinque album acquistati di cui vi siete innamorati?
Di album, tra tutti noi, ne acquistiamo parecchi. Poi ce li giriamo. Possiamo elencarti… dopo un rapido consulto… quelli che forse ci hanno influenzato di più. Vediamo… Supper di Smog, Scraps at Midnight di Mark Lanegan, Hot Rail dei Calexico, Mosaic dei Woven Hand e certamente High in the Murk dei nostri amici californiani Hazy Loper.

Smog in the fog – Preview

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