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È giunto il tempo che le stelle tornino alla terra: intervista ad Aulicino

Talvolta davanti alla definizione pop si parte prevenuti. Si storce il naso temendo di dover ascoltare qualcosa che in realtà già si ascolta da anni. Negli ambienti di nicchia, come per altro nel linguaggio comune, pop e banale sono sinonimi stretti, quasi termini interscambiabili. Di identico peso e valore. Incontrando Aulicino, LostHighways scopre il retrogusto filosofico di una melodia rigorosamente pop. Un dialogo attento e puntuale, acuto e pungente quanto basta a non essere polemico. Al suono il compito di arrivare ai molti, alla parola e all’intelletto il dono di penetrare nel profondo di chi sa Guardare.

Il tuo disco si intitola Supergiù, a sottolineare il tuo modo di procedere. Mi spieghi cosa intendi dire?

Ho sentito affiorare dall’intimo questo modo di procedere come il possibile “senso di una rivoluzione”! Una rivoluzione che è d’Amore! Il cammino “su-per-giù” presuppone il volersi spingere alla conquista dei valori “alti” ma, soprattutto, invita a ritornare sempre “giù” con quei tesori raccolti, laddove la vita ogni giorno scorre, per accenderla di profondo significato! Supergiù annuncia una rinascita della quale pre-sentiamo il sapore. In un linguaggio più simbolico, ti dico che credo sia giunto il tempo che le stelle ritornino con la loro luce a quella terra che le ha generate!

Supergiù è un disco che parla d’amore, secondo quella che è stata definita una visione moderna del Romanticismo. In quali forme vedi la modernità del tuo pensiero?
Supergiù è la declinazione poetico-musicale di un “concept” che affronta il tema del viaggio esistenziale dell’uomo. In questo percorso l’uomo può diventare per come vive. E certamente “vivere con amore” resta sempre una fondamentale svolta! Ma, più in particolare, manifesto un approccio che, sulla base sempre di quell’amore, ci spinge a fermarci, in una sorta di “sospensione fenomenologica”, e a fermare quelle nostre “smanie produttive” per ascoltare finalmente un mondo che, in senso autenticamente Romantico, continua ancora a parlarci e può davvero dirci qualcosa di noi. Qualsiasi linguaggio d’espressione dovrebbe attivarsi, dunque, quando si sentono finalmente emergere valori da quei volti del mondo contemplati, valori che per questo possono riguardarci come umanità in genere e che vale la pena, a quel punto, di produrre in forme d’arte. Ma nel far questo, anziché farmi strada verso la contemporaneità sperimentale, spesso tendente al nichilismo del tutto che diventa arte, cerco un ritorno a un simbolismo che sappia però proporre nuove immagini che nascano dalla società e dai bisogni dell’uomo di oggi: un linguaggio di significati che possa significare e che possa innestarsi nel nostro presente, sfuggendo agli schemi, più o meno vuota-mente “collezionistici”, del meccanismo “usa e getta” che è di estrema velocità, e a volte anche divertente, ma di profondità spesso prossima allo zero! Su queste note lascio in genere che la mia “visione” possa innanzitutto liberamente definirsi da sé. Se vogliamo parlare di “visione moderna” va anche bene, ma aggiungo subito che per me vale come “visione universale che respira nel presente”.

Nei tuoi testi è spesso evocato il concetto di “infinito”. Quale accezione gli dai? Cosa rappresenta per te? E come si configura all’interno del tuo lavoro?
Uno dei sensi di “infinito” a cui spesso mi riferisco è quello di una dimensione profonda cui possiamo accedere quando sappiamo vivere intensamente una qualsiasi esperienza! In un “tratto” possiamo così trovare quell’infinito che lo rende un tratto magico, completo e unitario, pieno di significato. Si è certamente più interessati a costruire e lottare per superare le difficoltà quando si sente e si crede che ci sia “tutto” anche dentro “uno”! E in Supergiù l’appello è appunto quello di fermarsi, scoprire e lasciar emergere quel Tu Paradiso che abbiamo dentro, liberandolo “da un vecchio inverno”! Il mondo tende al “veloce”, è vero! Ma c’è sempre più chi sente il bisogno di fermarsi per… respirare! Procedo pazientemente e con passione cercando in ascolto quell’infinito nella “verticalità”! Ma il mio intento, sia chiaro, è quello di raccogliere e manifestare un “infinito possibile”, che possa essere concretamente vissuto, alla Kant, non il trascendente ma il trascendentale!, e lo individuo in quei tesori “alti” che possono essere trasferiti, attraverso l’arte come attraverso azioni vere di vita, nella normale “dimensione orizzontale” della nostra esistenza quotidiana, e questo con un coraggioso movimento di senso “su-per-giù”!

In Dentro ogni uomo affermi: “Dentro ogni uomo in fondo c’è l’amore”. Me ne parli?
Sentiamo ogni uomo splendidamente diverso e con il suo bagaglio di unicità sempre in evoluzione. Ed è bello che sia così. Ma ho sentito e sento con chiarezza, nella sfera del tutto più intima, l’agitarsi di un magma essenziale che è lo stesso per tutti, che prima era “infinito possibile”, ma che voglio anche chiamare con il nome “Amore”. Ma a chi non piace questa parola, possiamo dire che si tratta in genere di una sommersa “energia” (che oggi suona più “alternativa”) che genera tutto e attrae percorrendo i diversi strati esistenziali! Ben lontano da un certo “materialismo determinista”, sento e credo fortemente in una “sostanza comune” che può tener insieme e far confluire quelle diversità di ogni entità nel senso più vero! Quando entriamo in relazione con qualcuno, se non crediamo all’esistenza di una scintilla di profonda verità che sta alla base, costruiamo i nostri contatti sul terreno estremamente fragile degli interessi più superficiali. É inevitabile, e questo è quello che si osserva come fenomeno esponenziale nelle diverse dinamiche sociali: rapporti di comodo, transiti e investimenti veloci su sempre nuovi e altri soggetti/oggetti… e mi fermo. Credere in qualcosa di “universale” nel rispetto dei “particolari” credo sia un passo fondamentale per costruire una libera società di valori. Sì, affermo che dentro ogni uomo, in fondo, c’è l’amore… e che tutti possiamo scoprirlo!

So che sei appassionato di internet e dei suoi meccanismi di comunicazione. Come valuti la sua funzione in ambito musicale?
É vero! Da subito ho accolto con entusiasmo le possibilità offerte dal web agli artisti di manifestarsi al di fuori dei classici canali, obiettivamente sempre più chiusi e miopi! Per gli artisti affermati è certamente uno strumento in più ma per gli emergenti può anche restare un momento pericolosamente sospeso fuori dalla realtà se poi non entrano anche in gioco tutti gli altri canali. Se in Italia, come altrove, i “talent scout” a diversi livelli sono “stanchi” di far il giro per i locali (che a loro volta hanno sempre meno coraggio di aprir le porte ai lavori più creativi!) con internet c’è intanto una sempre più comoda possibilità per rimettersi al lavoro… Insomma, va bene internet, ma non solo! Possono aumentare e potenziarsi le possibilità di espressione ma dico che serve sempre e assolutamente quella volontà da parte dei media e del pubblico di profondamente saper “leggere” le espressioni. Senza questo vediamo, infatti, come anche internet, insieme agli altri media, serva a ben poco e capiamo anche come, per esempio nel settore immagini, possano emergere come super-visti tanti video riproducenti l’ennesimo spettacolare incidente, improvvisazioni alla ricerca della novità da clamore a tutti i costi, video rappresentati da un seno in prima immagine e da altro del genere in sequenza, e così via! Diciamo che la macchina è davvero ok, ma ho serie perplessità sui conducenti! Tuttavia ho piena fiducia perché… dopo tanti “giri al volo” si sente poi sempre quella necessità di una buona cena con i piedi per terra! E da lì si può sempre tentare di ripartire, no?!

In passato ti sei esibito allo Stadio Olimpico di Roma in apertura al tour di Claudio Baglioni. Cosa ricordi di quell’esperienza?
Il mio è un percorso non “standard” perché ho costruito un progetto artistico senza lasciarlo venir fuori se non dopo un’intera vita di esperienze e meditazioni. Per questo, fino all’attuale pubblicazione di questo concept-album, non mi sono concesso che poche ma significative esperienze musicali che mi hanno consentito, nel mio più ampio sviluppo del progetto, la possibilità di tenerlo collegato alla realtà sociale, nonché di osservare più da vicino certi meccanismi, e una di queste esperienze fu l’esecuzione di Tu Paradiso, Profumi Nuovi e Dentro Ogni Uomo in una sorta di progetto-laboratorio organizzato all’Olimpico per una data di quel tour. Allora stavo in una piccola casa-grotta nel paesino di Calcata, non molto lontano da Roma, così scesi un momento per poi risalire!

Per concludere. In Ov-Est ti rivolgi così: “Aspettandoti, o Ritornello… tu/ che giungi a me, sofferto/ come lacrima alla sete, tu/ addormenta queste strofe”. Qual è il ritornello perfetto secondo te? Quello che avresti voluto scrivere tu.
Per restare in Ov-Est, direi proprio il suo stesso ritornello “E mi alzo Uomo/ e danzo in alto, ma/ il mio corpo mi chiama/ e cado”. Beh, il “ritornello perfetto” credo sia quello che ritorna senza ritornare! E, comunque, quando a suo modo ritorna a te, che sei la strofa, ti fa finalmente vivere e sognare e ti da un respiro inteso per poter volare con tutto il tuo essere. Poi, normalmente, ci si risveglia ancora alla strofa, ok, ma almeno con quel sapore! E quale miglior modo c’era per chiudere se non con un “ritornello”?! Un grazie di cuore a te, alla gentile redazione, e a tutti i lettori che pazientemente ci hanno seguito e, spero, ancora ci seguiranno… e che questo “supergiù” possa… soffiarci un “senso”! Grazie ancora.

Grazie a te.

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