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Ricordo Faber

“Chi sarà a raccontare. Sarà chi rimane. Io seguirò questo migrare. Seguirò questa corrente d’ali.” (Khorakhané).
E Faber quella corrente d’ali l’ha seguita in un giorno di gennaio e ricordo esattamente quello in cui ero affaccendata quando l’ho saputo. Succede spesso quando arriva quel senso di sbigottimento che pare fermare il tempo come in una fotografia. Quella corrente d’ali l’ha seguita nel cielo di Milano, quello stesso asettico cielo che, tante volte, mi ha dato il buongiorno quest’inverno. Quel cielo così lontano, per colore e consistenza, dal cielo della sua Genova e della sua Sardegna. E guardando il cielo che l’ha salutato e con nel cuore la terra che lui guardava, sono qui a cercare parole per raccontarlo… Faber.

Cantastorie d’altri tempi il De André, ma se si guarda bene mica sono poi cambiati tanto quei tempi là se ancora è un pugno nello stomaco quella frase “credevano ad un altro diverso da te e non mi hanno fatto del male” (Il testamento di Tito). Chansonnier di piccoli uomini coi loro piccoli demoni, di drogati, prostitute, gente dimenticata nei vicoli di quella Genova città di nuvole e mare. Poeta che con la sua voce dava voce a tutti quelli che, talmente avevano urlato, non ne avevano più. Scomodo cittadino De André, don Chisciotte nostrano che combatteva contro i mulini a vento, che se si aguzza lo sguardo si possono ancora vedere lì dov’erano, quegli stessi che alla sua morte gli concessero gli onori e il fasto del grande poeta, ma si sa questa è un’italica arte.
Io De André l’ho incontrato su una vecchia TDK nel mangiacassette di mia zia, ma ero una bimba e mica lo capivo che era “peccato” quello che Marinella aveva commesso cadendo nel fiume. Poi mi sono persa un po’ nel variegato mondo musicale dei tempi fin quando, alle scuole superiori, me lo sono ritrovata di fronte quel signore che cantava dal vecchio mangiacassette. E lì, tra una manifestazione farlocca e una seria, tra un similbacio e uno che un po’ più gli somigliava, io e il signor De André abbiamo iniziato a conoscerci e a darci del tu. In quei tempi lì parlavamo molto di politica Faber ed io, ma anche allora, come da bambina, mi sa che mica capivo proprio tutto di quello che diceva. Pensavo seguisse la “mia ideologia” mentre lo sentivo dire “e se credete che tutto sia come prima perché avete votato ancora la sicurezza, la disciplina, convinti di allontanare la paura di cambiare verremo ancora alle vostre porte e grideremo ancora più forte per quanto voi vi crediate assolti siete lo stesso coinvolti” (Canzone del maggio) oppure “lungo le sponde del mio torrente voglio che scendano lucci argentati non più i cadaveri dei soldati” (La guerra di Piero), la saccenza adolescenziale non mi faceva vedere quanto Lui fosse avanti centomila volte me nella scala della saggezza, quanto Lui fosse un uomo libero dalla gabbia di qualsiasi ideologia, quanto stesse davvero dall’unica parte giusta, quella dell’etica e della coerenza. Poi, si sa, succede tra amici… ci siamo di nuovo persi un po’ di vista. Io mi sono trovata dentro altre musiche, lui ha continuato a cantar storie, ma i vecchi amici si ritrovano sempre. E così una sera di luglio di dieci anni fa sono andata a cercarlo e l’ho trovato nell’anfiteatro di Nuoro in carne ed ossa. Fu il mio primo, purtroppo anche l’ultimo, concerto. Quella sera ci ha unito per sempre, da allora lo ritrovo più spesso nelle mie giornate. Con gli anni riesco a comprenderlo un po’ di più e, forse, per questo ora so quando voglio ascoltarlo mentre mi parla d’amore o quando voglio sentirlo mentre mi descrive, con la perfezione dei dettagli, la società che non è poi così cambiata da quando la cantava se è ancora un pugno nello stomaco quella frase “se avete preso per buone le verità della televisione, anche se vi siete assolti siete lo stesso coinvolti” (Canzone del maggio), che pare scritta per avvenimenti molto più vicini a noi e alla sua Genova che non agli anni Settanta. Altre volte mi piace ascoltarlo solo per incontrare un buon amico che mi racconti senza false verità la vita.
E non sono io, che son restata, ad averlo raccontato questa sera Faber, ma è la sua voce che inonda la stanza, con un suono migliore di quel mangiacassette, ma con la stessa ruvida forza che, per fortuna, nessuna morte terrena ci ha potuto portare via.

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