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Io non faccio poesia, verticalizzo: intervista a Michele Bitossi (Numero6)

Genova ha sempre rappresentato uno dei punti cardine per la musica in Italia ed è proprio da lì che arrivano i Numero6, una delle realtà più interessanti del panorama musicale italiano. Hanno da poco reso disponibile sul loro sito (www.numero6.it) l’EP Quando Arriva La Gente Si Sente Meglio. La versione “fisica” del disco esce in allegato al numero di maggio 2008 della rivista Rockit-Mag mentre è prevista la realizzazione di un’edizione deluxe per la vendita esclusiva ai concerti. Quando Arriva La Gente Si Sente Meglio, prodotto dai Numero 6 e da Mattia Cominotto, contiene cinque canzoni (tre inediti e due nuove versioni di brani già pubblicati). LostHighways ha colto l’occasione per porre qualche domanda a Michele Bitossi, voce e chitarra della band. (Foto by Stefano Bozzetta)

Ho letto che per il nome della band avete preso spunto dal protagonista di una serie televisiva inglese. Immagino ci siano motivazioni particolari…
Numero6 è il protagonista di una serie televisiva di culto di fine anni sessanta chiamata The Prisoner. Si tratta di un telefilm davvero molto interessante e per tanti versi premonitore di inquietanti dinamiche che viviamo al giorno d’oggi. Quando si è trattato di scegliere la “ragione sociale” della band ci siamo certamente ispirati a The Prisoner. Esiste però anche un’altra chiave di lettura per il nostro nome, a cui siamo particolarmente legati: in un calcio ormai antico e purtroppo dimenticato c’era il libero, ovvero un ruolo molto affascinante e ormai desueto. Il libero aveva quasi sempre la maglia Numero6; ci piace molto associarci metaforicamente a tutto ciò; io poi, che sono un grandissimo tifoso del Genoa, ho un libero nel cuore. Il suo nome è Gianluca Signorini.

I testi dei Numero6 raccontano tante piccole storie. Per fare un paio di esempi, mi vengono in mente Verso Casa e Da Piccolissimi Pezzi. Da cosa parti per comporli?
Personalmente ripongo molta attenzione alla composizione dei testi. Fin dai tempi dei Laghisecchi (il mio progetto precedente) ho sempre cercato di scrivere cose che potessero destare un qualche interesse in chi le avrebbe ascoltate; ho sempre cercato di scrivere con onestà, di questioni che sento e che, possibilmente, conosco davvero. Soprattutto mi sono posto l’obiettivo di cercare, trovare e affinare uno stile il più personale possibile. Fortunatamente qualcuno si è accorto di questo aspetto della nostra musica e fa davvero piacere ricevere attestati di stima. Ho notato però che il mio modo di scrivere divide. O piace tantissimo o irrita. Forse a causa del fatto che quasi mai mi preoccupo di seguire una metrica canonica. Quanto ai contenuti dipende dai casi. Non mi impongo mai di trattare un argomento a priori perché il mio metodo di scrittura prevede un “recupero” progressivo di spunti precedentemente fissati e fotografati. Quando riprendo in mano una frase o un concetto che mi sembra interessante da sviluppare mi lascio trasportare, curioso io per primo di vedere dove mi porterà. In ogni caso, anche quando vengono fuori delle piccole storie, sono sempre piccole storie un po’ devianti dal punto di vista narrativo. Non a caso adoro scrittori come Paolo Nori, che consiglio a tutti di leggere.

Avete realizzato diversi video con un regista che noi di LostHighways amiamo particolarmente, Lorenzo Vignolo. Cosa vi ha portato a scegliere di collaborare con quest’artista della macchina da presa?
Abbiamo iniziato a lavorare con Lorenzo quattro anni fa in occasione del video di La Stabilità (dall’album Iononsono), un clip che ebbe una fortuna a tratti anche surreale… Con lui c’è stato da subito molto feeling, siamo diventati amici e abbiamo sviluppato nel tempo una complicità artistica che ci ha portati a lavorare su progetti anche molto diversi tra loro. Mi viene in mente un video come I’m The Line, che ha richiesto un’organizzazione di un certo tipo e “esperimenti” come la stessa Verso Casa, per il cui clip io e Stefano Piccardo (l’altro N6) ci siamo messi in gioco addirittura alla regia, con Lorenzo come imprescindibile coordinatore del progetto. Credo che, a ragione, sia considerato uno dei più bravi videomaker italiani. Si tratta di una persona ricca di talento e di sensibilità artistica, sempre pronto a mettersi in gioco con entusiasmo e grande professionalità.

Già dal disco precedente avete evidenziato un certo gusto per la contaminazione tra musica e scrittura (il booklet di Dovessi Mai Svegliarmi ospita narrazioni di vari scrittori italiani emergenti). Questa vostra passione è sfociata in una collaborazione con uno scrittore al quale sono molto legata perché mi ha fatto riscoprire l’amore per la lettura: il bolognese Enrico Brizzi. Com’è stato il vostro incontro e da dove è nata l’idea dello spettacolo di reading che avete realizzato e del successivo disco?
Enrico in origine faceva parte del lotto di scrittori che abbiamo contattato per regalarci uno scritto inedito da inserire nel booklet di Dovessi Mai Svegliarmi. Diciamo che il buon Brizzi sì è accorto in ritardo di noi nel senso che a due mesi circa dall’uscita del disco mi ha scritto una mail piena di apprezzamenti per la nostra musica. La cosa mi ha fatto parecchio piacere dal momento che pure io ho “fatto i conti” con i libri di Enrico, uno degli scrittori italiani più significativi degli ultimi quindici anni. Gli ho risposto subito proponendogli una collaborazione su una nuova canzone, per recuperare il tempo perduto. Lui ha accettato e, nel giro di cinque giorni, mi ha mandato lo splendido testo di Navi Stanche Di Burrasca. Da qui è nata un’amicizia che ci ha portati a lavorare a un progetto comune, ossia Il Pellegrino Dalle Braccia d’Inchiostro, Reading In Concerto Per Viandanti Del XXI Secolo. L’obiettivo, a mio avviso raggiunto in pieno, era quello di creare una serie di canzoni originali di impianto fondamentalmente indie-rock in cui Enrico potesse declamare brani scelti (e per l’occasione riarrangiati) dal suo (ormai penultimo) romanzo. Abbiamo fatto parecchie date in tutta Italia portando in giro questo spettacolo. Siamo rimasti soddisfatti a tal punto che abbiamo deciso di fissare tutto su un disco che è quasi pronto e che uscirà fra qualche mese.

Un’altra collaborazione importante è quella con il cantate folk americano Will Oldham, Aka Bonnie “Prince” Billy, che ha reinterpretato il brano Da Piccolissimi Pezzi contenuto nel vostro EP Quando Arriva La Gente Si Sente Meglio. Ci vuoi raccontare com’è andata?
Siamo grandi fan di Will Oldham, fin dai tempi dei Palace Brothers. Ci piace da matti il suo modo di scrivere e di interpretare canzoni che hanno un mood assolutamente senza tempo. Will riesce ad essere malinconico senza stuccare, ha grande gusto per le melodie e per un suono minimale ma assai intenso, e ha una grande voce. Insomma lo apprezziamo davvero. Un giorno (senza troppe aspettative per la verità) gli ho scritto chiedendogli se gli andava di cantare su una canzone. Lui mi ha risposto di sì, ma a patto di cantare in italiano. Siamo rimasti di stucco e anche un po’ perplessi per la verità. Ma una volta ascoltata la sua traccia di voce abbiamo capito che avevamo in mano qualcosa di veramente unico, qualcosa di davvero bello.

State preparando un nuovo disco. Ci puoi dare qualche anticipazione?
Proprio in questi giorni abbiamo iniziato le session di scrittura dei nuovi brani. Abbiamo intenzione di fare un disco veloce, elettrico e rumoroso, dopo un Ep che è venuto fuori decisamente acustico e introspettivo. Abbiamo voglia di scrivere e suonare canzoni liberatorie con grandi melodie e ad alto volume. Poi magari il disco sarà elettronico, non si sa mai… Il nuovo album uscirà non prima di gennaio 2009. Ce la prenderemo con calma.

Per la distribuzione dell’EP Quando Arriva La Gente Si Sente Meglio avete scelto di regalarlo ai vostri fans tramite le pagine del vostro sito. Avete già fatto lo stesso col brano contenuto nel vostro album precedente, Le Parole Giuste. Qual è il vostro rapporto con la rete, sia come mezzo di comunicazione che di diffusione della musica?
Proprio ieri ho iniziato a scrivere un testo in cui immagino una giornata tipo del 1989. Niente telefonini ma ricerca spasmodica di una cabina libera, niente e-mail ma carta, penna e calligrafia…
Non sono per nulla un nostalgico, anzi, faccio grande uso della tecnologia e in particolare della rete per vari motivi fra cui la diffusione della mia musica. Come Numero6 siamo consci delle potenzialità di internet e di quanto possa facilitare e velocizzare il processo di fruizione della musica. La situazione del mercato discografico è tragica per cui ci si adegua e si regala la propria musica, cosa che ormai sta diventando normale e assai poco rivoluzionaria. Si fa questo sperando di avere introiti da concerti, merchandising ecc. (sempre che si abbia mentalità imprenditoriale, cosa che noi abbiamo ben poco suonando ormai quasi essenzialmente per noi stessi). Il problema sta però alla base ed è sintomatico di una mentalità sbagliata, demenziale, oscena: la musica si può avere gratis, è normale prendersela senza sborsare un centesimo. Il tecnico di Sky che ti viene a riparare la parabola invece va pagato per il suo lavoro, ci manca ancora… Che cazzo di discorsi sono questi? Qualcuno me lo vuole spiegare?

Ti ringrazio ancora per averci dedicato un po’ del tuo tempo. In bocca al lupo per il futuro!
Grazie a voi. Crepi!

Verso Casa – Video



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