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Un pop-rock elegante tra Dan Fante e David Bowie: intervista agli Hollowblue

Gli Hollowblue sono la band del momento. Un pop-rock curatissimo ed elegante, incentrato sull’uso sapiente del violoncello e del pianoforte, abilmente miscelati con i suoni di basso, chitarra elettrica e batteria. Il quintetto toscano emana atmosfere a volte rarefatte, a volte tese e drammatiche, sempre con un songwriting coerente e personale. In quest’intervista LostHighways li ha incrociati per approfondire il loro album d’esordio Stars are crashing (in my backyard), dove si è evidenziata la splendida collaborazione letteraria con lo scrittore Dan Fante per il brano First Avenue. L’intervista è stata un’occasione per entrare nei loro pensieri di artisti a tutto tondo, dal modo di comporre ai loro miti come David Bowie.

Com’è nata la splendida collaborazione con Dan Fante nella bellissima First Avenue? Il mondo letterario può contaminare quello della musica accentuandone i valori artistici e sinestetici?
Marco: dal mio punto di vista vi sono connessioni tra tutte le arti in genere, siano esse visive, figurative… noi ci esprimiamo con la musica ma, nel nostro immaginario, non sono presenti note ma situazioni, con i loro colori, le loro forme, le loro parole.
Gianluca: la collaborazione è nata via web in un modo analogo a quella nata con Anthony Reynolds (col quale abbiamo collaborato sul nostro ep What you left behind). Anzi, proprio quest’ultimo ci ha messo in contatto. Io oltre a fare il musicista sono anche grafico. Anthony mi chiese di curare il sito di questo suo caro amico. Essendo un avido lettore del padre John, accettai subito. Dopo un paio di anni in cui il mio rapporto con Dan, per quanto epistolare, si era consolidato provai a chiedergli se avesse avuto qualche testo da inviarci. Dopo un’ora me ne mandò due, uno di questi era First Avenue.
Le parole scritte aiutano molto a smuovere l’immaginazione. Possono creare un mondo e questo mondo può essere musicato. Ci sono autori che più di altri mi portano a prendere in mano uno strumento e a filtrare con la musica quanto letto. Non è un processo razionale. Sento talvolta, dopo una lettura stimolante, che qualcosa è germogliato dentro.

Un aspetto comune di tutti i brani di Stars are crashing (in my backyard) è una produzione artistica incentrata su arrangiamenti delicati e funzionali all’esaltazione della chiave melodica. Sbaglio a dire che voi siete la risposta a chi nel mainstream cerca di omologare a tutti i costi i colori della musica pop-rock, magari appiattendo la melodia?
Marco: certamente per noi l’aspetto melodico è importante. Nel nostro processo compositivo, che è molto più spontaneo di quanto possa alla fine sembrare, vi è comunque una ricerca innata di una forma di espressione propria. Soprattutto in questo contesto giocano un significativo contrasto gli apporti di tutti noi, dato che abbiamo un’estrazione musicale ed artistica differente.
Gianluca: quando qualcuno mi chiede il perchè di certi arrangiamenti, rispondo sempre nello stesso modo. Sia personalmente che come gruppo facciamo delle scelte ben precise che però non sono così razionali. Non decidiamo oggi vogliamo essere rock, oggi suoneremo pop e via dicendo. Tutte le scelte che facciamo nascono da quello che la canzone ci chiede. In questo siamo alle dipendenze della canzone stessa. Sicuramente, come cantante, la melodia è per me molto importante. Tutto il mio percorso di musicista è volto a trovare belle melodie. Questo non vuol dire complesse, ma che comunichino, che smuovano qualcosa nell’ascoltatore. E che lo facciano con me prima di tutto.

Trovo No wings inside un brano magnifico, sublime nelle atmosfere e nel testo. Com’è nato?
Gianluca: ti ringrazio molto. Il brano è nato velocemente, come spesso mi capita o ci capita in studio. Non sono un pianista ma il brano è nato proprio dalla linea di pianoforte.
Nick Cave recentemente ha affermato come il suonare strumenti mai suonati gli sia servito per trovare soluzioni diverse dalle solite e che l’usare in modo non convenzionale uno strumento, senza alcuna preparazione, sia un po’ come un’esplorazione continua.
Ecco, approvo in pieno. In particolare mi piace molto comporre al pianoforte. Proprio il fatto che non sia il mio strumento fa sì che ogni volta sia un viaggio avventuroso.
Per quanto riguarda il testo, volevo che fosse una specie di esortazione a conquistarsi un proprio spazio di piaceri e soddisfazioni nella vita, a non lasciarla correre via senza ideali, sogni e obiettivi che le diano un senso.

Il duetto tra Gianluca e Lara Martelli traspira sensualità. Quanto è importante l’interpretazione di un singer per suscitare forti emozioni nell’ascoltatore?
Gianluca: allora… qui stiamo parlando di musica che non ricerca il virtuosismo, la complessità fine a se stessa ma che si basa proprio su questo: sull’interpretazione, sia nel cantato che nelle parti strumentali. Sicuramente la voce può avere un ruolo determinante nel creare atmosfere e nel trasmettere emozioni. Non mi interessa particolarmente il bel canto ma far percepire che quello che sto facendo abbia un grado di convinzione assoluta. Poi questa convinzione può manifestarsi con un sussurro, un grido o per assurdo con il silenzio.

Nei ringraziamenti del disco si menzionano Nick Cave e David Bowie. Io trovo Bowie uno dei più grandi geni della musica del XX secolo, è stato un precursore di stili musicali con ogni suo disco. Siccome siete stati protagonisti di una cover Letter to Hermione del duca bianco, vi chiedo cosa rappresenta per la vostra musica e per la musica in generale?
Gianluca: Bowie mi ha influenzato enormemente. Mi ha fatto capire ad esempio quanto l’immagine possa essere importante per creare un immaginario che non svanisca dopo i tre minuti di una canzone.
Quello che apprezzo molto, e credo che in questo sia davvero unico, è che al di là degli stili la sua personalità emerga in modo così straripante e sempre riconoscibile.
Reinterpretare Letter to Hermione è stata una vera sfida. Mi verrebbe da dire che in qualche modo l’abbiamo anche vinta, dando un’interpretazione davvero lontana dall’originale dal punto di vista dell’arrangiamento e al tempo stesso molto vicina per le emozioni espresse.
La versione originale è scarna, con un arrangiamento di chitarre acustiche, noi abbiamo reso la canzone invece multistrato con chitarre elettriche, trombe, flauti, archi, basso, sintetizzatori, piano e batteria. Senza per questo risultare barocca. Ne approfitto per ringraziare Luca Faggella che, oltre ad aver suonato un assolo di chitarra elettrica alla Mick Ronson, ci ha dato degli spunti iniziali importantissimi per la direzione del brano.

Gianluca Maria Sorace è, oltre leader della band, anche deus ex machina della Midfinger Records. Cosa vuol dire per un artista essere anche produttore artistico di un’etichetta discografica?
Gianluca: Midfinger Records mi contattò per produrre il disco di Hollowblue. Firmato il contratto e passato un po’ di tempo, ci siamo trovati talmente in sintonia per quanto riguarda certi modi di pensare e vedere le cose che ad un certo punto è avvenuto che mi chiedessero di collaborare. Sicuramente la mia è una posizione privilegiata perché oltre a fare il musicista sul palco ho modo anche di osservare il dietro le quinte.
Midfinger è una realtà che si sta affermando con prodotti di qualità e con una filosofia che pone l’artista avanti all’interesse puramente economico, mettendo sul mercato prodotti nei quali crede fino in fondo.
Mi sono accorto, lavorando dall’interno, che veramente in Italia il numero di proposte musicali è impressionante. Produrre un disco è diventato semplice. Farlo in un certo modo magari un po’ meno e non parlo di investimenti economici ma di professionalità che difficilmente è possibile improvvisare. L’ascoltare così tante proposte che ogni giorno ci arrivano, buone, meno buone e brutte ha affinato in qualche modo il mio senso critico e mi ha fatto capire ancor più come sia importante affidarsi al proprio istinto, ma con dedizione assoluta. L’istinto al servizio della professionalità e viceversa.

La musica indipendente in Italia è veramente indipendente?
Marco: è talmente indipendente che praticamente nessuno si è accorto che ci sia! Sono strabiliato dall’indifferenza globale nella quale si trovi a vivere il mondo musicale italiano. Solo pochi addetti ai lavori oramai degnano tale “scena” della necessaria attenzione.
Gianluca: comincio ad avere un bel po’ di dubbi su cosa voglia dire essere indipendenti in Italia. Negli anni ’80 era abbastanza chiaro. Ora un po’ meno, forse perché i cambiamenti anche di ordine tecnologico in questo settore sono sempre più veloci e siamo presi più dal capire se abbia senso parlare di discografia in generale. Comunque la sensazione che ho è che le stesse major, incapaci di affrontare questi cambiamenti, si stiano guardando intorno e sembrino aprire per la prima volta gli occhi su una realtà, fatta di pochi soldi ma di molto cuore che continua ad essere vitale e ancora stimolante.

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