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Il sogno è fondamentale in tutto: intervista ad Andrea Bruschi (Marti)

Andrea Bruschi dei Marti ci ipnotizza con la sua voce calda e profonda, capace di emulare quella di mostri sacri come David Bowie, Nick Cave e Dave Gahan.
Il sound dei Marti è un albero che affonda le sue radici nel elettro-pop anni ottanta e si dipana, a tratti, in venature swing, soul e jazz.

I mille colori della notte, quelli delle città che Andrea Bruschi ha visitato nella sua carriera parallela d’attore, si sentono tutti grazie anche alla sempre perfetta produzione artistica di Paolo Benvegnù.
LostHighways si lascia sedurre dal fascino di chi… osa.

Andrea, voglio partire da lontano… Lauzi affermava, un po’ controcorrente, che una “scuola genovese” dei cantautori non esisteva. Lauzi, Tenco, Bindi, Paoli si incontravano, certo, e avevano molte cose nuove da dirsi, ma nessuno era maestro e nessuno allievo… Ognuno con influenze, e sogni, diversi. Lauzi pensava all’America, De André avrebbe in seguito guardato alla Francia. Il primo sogno è sempre quello americano? E’ stato così anche per te, vero?
Io sono nato a Genova, nel quartiere di San Fruttuoso, dove hanno vissuto Beppe Grillo (comico), Carmen Russo (soubrette), Paolo Villaggio (attore), Donato Bilancia ( scellerato serial killer), Lloyd Constance Wilde (moglie di Oscar )… nel quartiere era momentaneamente scoperto il ruolo di cantautore anglofono e allora l’ho preso io con i miei sogni.
Il sogno è fondamentale in tutto, semplicemente avere l’immaginazione per desiderare cose liete ed emozionanti è fondamentale nella vita; le cose però non nascono mai da sole e penso che bisogna avere varie fonti d’ispirazione… poi il percorso, di una persona in generale e di un artista, è sempre misterioso e ha a che fare con tanti incontri-scontri e tante energie.
A Genova negli anni 60’ è successa una cosa magica: queste persone con le loro differenze erano come unite da qualche cosa, oltre che dalla grande amicizia. Devo dire quello che penso, e quello che penso è che con tutti i suoi difetti Genova ha sicuramente un pregio, quello suo intrinseco di porsi ai margini e allo stesso tempo all’ avanguardia nelle cose… E’ vero, nessuno fa niente in città perché questo avvenga apertamente, quindi capisco anche che si possa dire che non c’è nessuna “scuola genovese”… Io penso che in gran parte questo sia dovuto alla serietà e austerità della popolazione e della città e quindi anche soprattutto dei suoi artisti che sono la sua anima, questo fa proprio la differenza rispetto ad un’altra Italia dove le cose sono vissute differentemente… altrimenti non si spiegherebbe l’importanza storica di questo luogo e quello che ha dato alla storia di questo paese. Qui c’è come un pudore per l‘affetto anche… è straziante in certi casi.
Adesso torno al mio sogno… per me il sogno americano e anche inglese è stato determinante e non saprei dire neanche da dove è partito… penso ascoltando musica anni 50’ 60’ in casa grazie a mio fratello e anche a mia nonna. Mi ricordo che già a dieci anni volevo viaggiare e vedere l’ America e l’Inghilterra… sono partito a 14 anni da solo per il primo viaggio in UK e a quei tempi non era una cosa cosi normale… semplicemente quel mondo ha avuto un effetto esplosivo su di me e me lo sono goduto tutto senza problemi e con tanta fantasia e lo faccio ancora adesso.

Hai viaggiato molto, hai vissuto a Roma molti anni, anche per il tuo lavoro di attore, ma hai girato anche l’America e l’Europa. Immagino gli spostamenti, l’umanità varia che si incontra. Hai mai scritto in viaggio?
Scrivo sempre in viaggio… fondamentalmente credo nell’uomo che viaggia… ci vuole un viaggio o un grande dolore per ridisegnare la propria personalità o per meglio dire per comprenderla vivacemente e vederla da un’altra angolazione. Il viaggio ti mette davanti delle scelte da prendere mentre nella vita comune ci si mette spesso nella dimensione di essere scelti che è comunque una scelta, ma sempre la stessa.

Unmade beds, il disco d’esordio, è un progetto di grande raffinatezza, accolto dalla critica con favore e recensioni molto positive. Le influenze sono evidenti: i musical, la new wave, addirittura il cabaret… In certi casi le influenze diventano omaggio vero e proprio: penso al technopop softcelliano di Walkout, per esempio. Comporre e cantare in inglese è faticoso, oppure è per te necessario?
Comporre in inglese è semplicemente naturale… fluido. Tutto qui. Le cose che scrivo sembra abbiano un senso. La parola inglese la uso anche come uno strumento, un suono ma anche quando sento le registrazioni di cose improvvisate in camera, trovo sempre una sua funzionalità. Un certo genere musicale se vogliamo poi ha proprio una sua naturalezza in una lingua con le sue caratteristiche lessicali cioè, l’opera lirica è perfetta in italiano, così come la wave o il rock sono perfette per l’inglese.
Questo non vuol dire che un giorno non scriverò nella mia lingua madre. Mi piacerebbe e sarei onorato di cantare anche un testo di Benvegnù o Bianconi e non è detto che non si faccia prima o poi.
Mi chiedevi di Walkout… allora la canzone descrive un tipo che si infatua di una ragazza in un nightclub mentre lei è in compagnia di loschi figuri e tutto viene raccontato dai pensieri in prima persona di questo ragazzo, come si guardano, la sua pessima compagnia, il desiderio di lui di andare al suo tavolo, il suo camminare tra la gente mentre si dirige da lei ecc… tutto questo avviene appunto in club e allora ci siamo inventati (il mio amato Benvegnù lo ha fatto) che magari proprio in quel momento sul dancefloor suonavano Tainted love. Mi sembra un doveroso omaggio postmoderno al Northern soul e al technopop.
In generale non ho paura di evocare spiriti o canzoni, basta che lo si faccia o con umorismo o da impossessati…

La leggenda narra che tu abbia scritto Unmade beds nella tua camera da letto, a Genova, accompagnato dal fedele Fender Rhodes. E’ dal Rhodes che tutto nasce? Ti svegli nel cuore della notte, con il Rhodes lì accanto… componi anche così?
Certo questo è vero perché non ho un home studio ma piuttosto un bedroom studio. Anche molte delle nuove canzoni sono nate cosi e alcune invece in Usa e a Roma. Non ho una metodologia ben precisa… tutto è davvero abbastanza misterioso la cosa importante è non censurarsi ma comunque nonostante suoni da quando ho 14 anni questo è principalmente il mio primo disco quindi sono un “absolute beginner” palombaro della canzone con tanta voglia di andare in fondo.

Le tue sono spesso canzoni d’amore, fra fidanzate tristi, rimpianti, storie finite, la malinconia di No Sundays… credi che il motore della creatività, in generale, sia sempre la sofferenza, il vissuto personale? O si tratta solo di un cliché? Parafrasando Piero Ciampi, bisogna avere tutte le carte in regola per essere un artista, anche oggi?
Penso di sì ma sono in buona compagnia… niente vieta di cantare una giornata serena però tutto dovrebbe essere organico con quello che si sente. I cliché sono solo la pigrizia del pubblico, dell’artista e dell’essere umano che con i suoi limiti propone la sua opera. Voglio dire Ciampi e Edoardo De Crescenzo (quello di Ancora) scrivono cose tristi ma per me non fanno lo stesso lavoro, Tenco e Masini fanno i disperati ma non fanno lo stesso lavoro, Toni Servillo e Leonardo Pieraccioni non fanno lo stesso lavoro, molti non fanno nessun lavoro, pensano solo al maglione di cachemere.

La tappezzeria delle camere dei motel… sono davvero mappe segrete, come canti in September in the Rain? E di cosa?
Ma niente, è solo un’immagine che avevo… perché mi piace la carta da parati… più complessa e pesante è, più mi piace. Immaginavo che come in un film di Terry Gilliam uno prende una stanza in un hotel e scopre, guardando meglio la carta da parati che ha davanti, che è una mappa segreta di un mondo parallelo. La canzone parla in un certo senso del mio esaurimento e tachicardia quando mi lasciava la mia ragazza e allora mi svegliavo alle 4 del mattino e andavo a piedi da casa mia al Ragno verde che è un bar dalla stazione Principe di Genova, aperto quasi tutta la notte, dove tra l’altro andava spesso De André… ma non rivelo nient’altro neanche sotto tortura!

I Marti propongono una musica sofisticata, suonata dall’inizio alla fine da bravissimi musicisti che rendono la Marti “live experience” davvero molto intensa, intima ed esplosiva al tempo stesso. I Marti sono spesso in giro per l’Italia a suonare. La musica dal vivo è ancora importante?
Mi sembra che sia sempre più fondamentale in un mondo che cerca di venderti cose per stare a casa tranquillo e narcotizzato. Quando ero teenager e andavo ai concerti era un’esperienza davvero molto forte… interagire con tutte quelle persone e l’emozione fortissima di condividere la musica con altri. È una cosa semplicissima e antichissima come l’umanità. Poi se aggiungi che un meccanismo perverso ha fatto sì che le persone si discostino dal disco come oggetto di cultura e non penso ad internet… la cosa è partita prima ed era in mano a chi vendeva la musica… in qualche modo l’hanno svalutata, non so come ma lo hanno fatto danneggiando anche loro stessi. Invece il disco e l’azione fisica di andarlo a comprare era una cosa importantissima. Portare un disco in giro con sé è importante come portarsi un libro.

Torniamo a Genova. I video tratti da Unmade beds, finora due, sono entrambi girati nella tua bellissima Genova, tutta giocata fra luci e ombre, salite e discese e fermate d’autobus dal tuo amico regista Lorenzo Vignolo. Genova oggi, che cos’è per te? Che tipo di rapporto hai con la città? Non dirmi anche tu d’amore e odio…
I video sono il sogno ancora… e il sodalizio artistico con il mio caro amico Lorenzo e ringrazio chi di dovere di avermelo fatto incontrare. Grazie.
Io penso sempre a Genova come in un film, è una cosa che faccio da quando sono bambino. Il cinema per me è un luogo fantastico, anche la sala cinematografica intendo, e insieme alla musica mi ha salvato e penso sia così anche per Lorenzo. September in the rain è ancora meglio di come mi aspettassi, è davvero un sogno e sono orgoglioso… tra l’altro devo anche ringraziare il producer Matteo Zingirian che mi ha aiutato tantissimo. Veniamo dunque al mio rapporto con la città: la amo con i suoi mille difetti… un po’ ti ho già risposto nella prima domanda, comunque il rapporto è sempre conflittuale ed è giusto che lo sia, io ci sto bene e la conosco ma mi sorprende sempre, la vivo a sprazzi perché sono sempre in giro ma è anche forse il modo giusto per vivere tutta questa regione che è un grande porto da cui salpare e ritornare a rifugiarsi.

In Italia Unmade beds è stato recepito e apprezzato… ma di cosa ha ancora bisogno questo disco, e di che tipo di pubblico? Ci sono novità interessanti, anche molto recenti. Siamo a una svolta nella storia dei Marti? Ce ne vuoi parlare?
La svolta è questa dopo tanta fatica, pianti, sorrisi, digrignare di denti durante il sonno, mal di testa, salti di gioia, salti di pasti regolari… ho firmato finalmente per la neonata canadese F.O.D Records di Montreal, che farà uscire il disco in Europa ed in Asia. I video sono già in rotazione in Germania, il primo paese in cui si esce l’album a febbraio e ci apprestiamo a partire per una turnée che inizia in Germania e toccherà Francia e Nord Europa.
Fondamentalmente, dopo i nostri amici e sostenitori Meganoidi e la loro luminosa etichetta Greenfog records, avevamo bisogno di qualcuno che credesse in noi per portarci fuori dall’Italia… che è quello che ho sempre desiderato. In molti mi hanno chiesto perché non ho formato la band quando lavoravo in UK ma forse non era il momento giusto e volevo cercare di ripartire dal mio paese per poi uscirne.Sono ovviamente al settimo cielo perché sto coronando il mio sogno di ragazzo di San Fruttuoso, quello di fare un disco all’estero con un’etichetta straniera nel loro modo e nel loro mondo. Ci sono entrato in punta di piedi, scalzo, e se c’è qualche vetro in terra, pazienza sono anche pronto ad uscirne… ma intanto inizio a farci due passi.
Grazie dell’intervista, baci Andrea.

Grazie a te, Andrea!

Video – September in the rain


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2 commenti

  1. Un’intervista attesa.
    Complimenti Paola… è un incrocio bellissimo.
    Il video è meraviglioso e “qualcuno” sa che c’è un’inquadratura che adoro…
    In bocca al lupo per i nuovi progetti dei Marti.

  2. Mi sono innamorato della musica di Marti da settembre 2006 e non mi ha lasciato più…gli auguro tutto quello che desidera dall’estero che certamente lo valuterà meglio di noi narcotizzati italiani… :-)

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