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Il manifesto della fragilità: intervista ad Emil Moonstone

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Emil Moonstone, cantante e musicista polistrumentista con un bagaglio ricco di esperienze ormai trentennali con diversi gruppi, torna con Human Error, un lavoro solista intenso e affascinante di cui abbiamo il piacere di parlare insieme.

Iniziamo da Human Error, definito “il manifesto della fragilità”. Seguendo i testi ho notato come, pur descrivendo il senso di solitudine e imperfezione, in qualche modo questo non sia mai totalmente apocalittico, quasi a suggerire che anche quando tutto sembra svanire nelle ombre dell’incertezza vale la pena ricordare anche la bellezza di essere umani e attraversare la vita nelle sue ombre e nelle sue luci. Anche nelle atmosfere più cupe si percepisce un senso di equilibrio e consapevolezza: è il frutto maturo della tua ricerca iniziata con gli album precedenti, Disappointed e Naked is a man upon the Earth, o è un lavoro che apre nuove prospettive?
Mi fa piacere che tu abbia colto questa sfumatura, perché è proprio lì che risiede il cuore pulsante dell’album. Human Error non è un punto di arrivo, ma un’evoluzione necessaria.
Se in passato ho scavato nel fallimento e nella fragilità, qui scelgo di accettare l’errore come l’unica vera forma di resistenza all’algoritmica perfezione moderna. Non è un disco apocalittico, ma una ricerca di bellezza autentica tra le macerie. La fragilità diventa forza nel silenzio (Alive), la tenerezza si fa atto politico contro la follia (War is a mistake), la solitudine si trasforma in un santuario di libertà (Prison) e così via. Ho smesso di combattere contro le mie crepe: ora guardo la luce che ci passa attraverso.

Human Error celebra l’errore e l’imperfezione come ciò che effettivamente ci rende umani, e mi ha ricordato Montale: “Cerca una maglia rotta nella rete che ci stringe, tu balza fuori, fuggi!”. Nel tuo disco quello squarcio nella rete è un’apertura in sé stessi, si fugge e si ritorna in sé stessi, un tema che torna spesso nei tuoi testi e che decisamente stride col mondo iperconnesso in cui viviamo che, probabilmente, ci restituisce una libertà effimera. Come vivi e osservi tu questa dimensione di iperconnessione dei nostri tempi?
Questa è una riflessione profonda che tocca il nervo scoperto della nostra epoca. La “maglia rotta” di Montale in Human Error è esattamente quella fallibilità che cerco di celebrare: l’errore come unica forma di resistenza all’algoritmica perfezione moderna. Spesso l’iperconnessione ci restituisce una libertà effimera che in realtà ci incatena a schemi sociali. In brani come Prison, descrivo la necessità di rifugiarsi in una “gabbia di cemento” interiore per ritrovare il silenzio, lontano dal rumore infinito e dalle lotte costanti del mondo esterno. In Alive indico che la vera fuga fuori avviene nel silenzio della natura, che definisco come la mia beatitudine e funzionalità, luogo dove non esistono sguardi indiscreti e dove posso sentirmi ed essere veramente me stesso. Viviamo in un mondo che cerca di nascondere ogni crepa sotto filtri digitali. Al contrario, credo che siamo come “vasi fragili”, facilmente danneggiabili. Ma è proprio in quel momento in cui qualcosa si rompe che diventiamo finalmente autentici. Nonostante l’oscurità di un “domani sbiadito” e di un futuro che sembra perduto, la ricerca di una “stella guida” o di un “amore sacro” rimane l’unico modo per rompere l’oscurità della notte. In definitiva, osservo questa iperconnessione come un labirinto caotico. La mia musica è l’invito a trovare quella “maglia rotta” non per scappare dal mondo, ma per tornare finalmente a sé stessi, accettando la propria natura di “errore umano”.

La nostra generazione è cresciuta in anni in cui ascoltare musica era un’esperienza lenta e privata, non avevamo a disposizione l’abbondanza di mezzi che ora talvolta sembra relegare il tutto ad un rumore di sottofondo: Human Error non è un disco immediato, è ricco di sfumature che ti obbligano quasi a fermarti, a lasciarti coinvolgere a tutto tondo. In qualche modo, è un’ancora di salvezza che getti al tuo pubblico, per ritrovare quella dimensione più intima che ci riporta a noi stessi?
La verità è che oggi siamo circondati da un rumore bianco costante. Le parole e le canzoni, forse, un tempo riuscivano davvero a smuovere le coscienze, a essere il centro di una rivoluzione personale o collettiva. Oggi la musica è diventata per pochi, almeno se la intendiamo come un’esperienza che ti attraversa davvero. Il resto è, purtroppo, puro intrattenimento. Se ascolti un brano distrattamente in macchina, tra uno scaffale e l’altro del supermercato, o come sottofondo veloce a un video di gatti su TikTok, c’è ben poco spazio per l’introspezione. La musica in quei casi non ti parla, ti tiene solo compagnia mentre fai altro. Io non ho la pretesa di fare il profeta. Non voglio insegnare niente a nessuno, né tantomeno guidare qualcuno verso una “verità”. Mi piace semplicemente dire quello che penso, con onestà. Human Error non è nato per essere un disco immediato o rassicurante. È un lavoro pieno di sfumature, un po’ spigoloso, che ti chiede, quasi gentilmente, di fermarti a pensare. A me basta questo: se anche una sola persona, ascoltando l’album, sente di condividere lo stesso sentire, allora significa che nel mondo c’è una frequenza in più compatibile con la mia. E in questo mare di algoritmi e perfezione artificiale, ritrovare un po’ di “errore umano” in qualcun altro è già un gran bel risultato.

Come ti aspetti che il pubblico recepisca oggi questo tuo terzo lavoro solista, decisamente dinamico nelle dieci tracce che compongono Human Error?
Considerando che viviamo nell’era degli algoritmi che decidono pure quando dobbiamo andare in bagno, mi aspetto che Human Error venga accolto come un bug nel sistema. Scherzi a parte, questo è il mio terzo lavoro solista e, sì, è decisamente più dinamico: spero che il pubblico lo riceva per quanto detto sopra. Non cerco like facili o cuoricini su Instagram; cerco qualcuno che abbia voglia di sporcarsi le orecchie con un suono onesto, punk nel midollo ma con la maturità di chi ha capito che l’unico modo per essere autentici oggi è accettare di essere meravigliosamente difettosi. Se poi qualcuno si aspetta la hit estiva da ballare sotto l’ombrellone, temo che abbia sbagliato citofono.

La tua musica è stata definita underground, desert rock, glam rock, noise, new wave, alternative rock, post punk. Bon pensi che questo uso quasi ossessivo di “etichette” condizioni la tua creatività, creando l’aspettativa di brani che devono rientrare in un determinato genere e non altro? In fondo credo che nessuno di noi ascolti un unico genere musicale, pur prediligendo alcuni orientamenti e tu stesso, in Human Error, ti accosti a sonorità differenti che lo rendono ancora più intrigante e completo.
Le etichette sono un po’ come le ombre in una città fantasma: sono ovunque, ti seguono, ma non hanno sostanza reale. Capisco perché i critici e il pubblico sentano il bisogno di usarle; servono a mappare un territorio sonoro che altrimenti risulterebbe troppo vasto e spaventoso. Tuttavia, non ho mai permesso che definissero il perimetro della mia creatività. Per me la musica non è mai stata una questione di genere, ma di urgenza espressiva.

La musica ha davvero bisogno di essere così “etichettata” o forse il pubblico dovrebbe essere accompagnato verso un ascolto scevro da condizionamenti, dove la bellezza delle contaminazioni musicali e la potenza stessa del messaggio musicale diventano centrali e ciascuno può ritrovarvi le proprie connessioni?
Preferisco che la mia musica sia definita “viscerale” o “atmosferica” piuttosto che chiusa in un cassetto stilistico. Le etichette sono per gli archivi; la musica è per le anime inquiete che non hanno paura di perdersi nel rumore e nell’introspezione. La musica non dovrebbe aver bisogno di essere “etichettata” perché la sua forza risiede nella potenza del messaggio.

La tua trentennale ricerca musicale è stata accompagnata dalle influenze di artisti del calibro di Morissey e The Smiths, Michael Stipe e REM, Nick Cave, Joy Division. Pensi che la scena musicale attuale offra ai giovani talenti gli stessi stimoli e confronti, la stessa possibiltà di crescere artisticamente con degli esempi di tale spessore?
Essere sulla scena da oltre trent’anni mi ha permesso di vivere epoche musicali profondamente diverse. Rispondendo alla tua domanda, credo che il confronto tra la scena attuale e quella che ha formato artisti come Morrissey, Michael Stipe o Nick Cave sia complesso. Oggi i giovani talenti hanno un accesso alle informazioni e agli strumenti tecnici che noi potevamo solo sognare. Tuttavia, la sovrabbondanza può paradossalmente diventare un limite. Figure come Nick Cave per noi non erano solo musicisti, ma icone di uno spessore intellettuale e carismatico che guidavano intere generazioni. Quel tipo di “scuola” artistica oggi fatica a emergere nel mare magnum della velocità digitale. Oggi ai giovani viene chiesto di essere “visibili” prima ancora di essere “formati”. La scena attuale offre stimoli tecnologici infiniti, ma forse meno spazio per quel tipo di introspezione lenta e vera che ha forgiato gli artisti che citavi.

Fai spesso riferimento a Morissey e Michael Stipe, due artisti che hanno dato decisamente spazio alle loro esigenze da solista, e mi ha colpita la tua riflessione sul fatto che The Anomalies, il gruppo che hai scelto per accompagnarti, siano diventati ora una vera e propria band e, tra l’altro, ricordiamo che sei ancora attivo con i Two Moons. Riesci bene a muoverti tra le due dimensioni creative, il solista e il gruppo, o l’una resta un po’ in ombra rispetto all’altra?
Per me Morrissey e Michael Stipe restano tra i massimi poeti dei nostri tempi. Due stili opposti ma sublimi: da un lato la densità poetica di Morrissey, dall’altro l’estetica visionaria e cinematografica di Stipe; tuttavia, non sono stati né loro né altri artisti a indicarmi il mio percorso da solista. È stata una scommessa per la realizzazione di quello che pensavo fosse un lavoro quasi solo per me; infatti, non avevo in mente di portarlo live. Poi sono nati i The Anomalies proprio per dare una dimensione live a quelle composizioni solitarie, ma prestissimo sono diventati molto di più. Da band di supporto si sono trasformati in una formazione organica e coesa. Sebbene io continui a curare composizione, testi e produzione, gli arrangiamenti sono frutto del lavoro collettivo con la band. Parallelamente, l’esperienza con i Two Moons rimane una colonna portante della mia carriera. È una formazione tuttora attiva che mi permette di esplorare le sonorità post-punk e darkwave in un contesto di respiro internazionale. Muoversi tra la dimensione solista e quella di gruppo non è un gioco di ombre, ma piuttosto un gioco di luci complementari. Non sento che una parte oscuri l’altra; semmai, si alimentano a vicenda in un ciclo continuo di ispirazione e supporto.

Raccontaci dei musicisti che compongono The Anomalies.
The Anomalies sono composti da me (voce e chitarra), Marcel Scarabo (basso), Mino Andriani (chitarra), Emanuele Laghi (synth e pianoforte) e Michele Testi (batteria). Il progetto solista è nato nel 2018 con l’album Disappointed perché volevo essere libero di fare tutto da solo. Risultato? Sono finito a formare una band intera di 5 (a volte 6 elementi), The Anomalies, appunto. Il motivo è semplice, non riuscivo a stare lontano dall’energia di un gruppo. Siamo diventati così uniti che ormai gli arrangiamenti li stravolgiamo insieme in sala prove, trasformando quella che doveva essere una “dittatura artistica” in una democrazia rumorosa.

Ho trovato davvero molto bello il video di War is a mistake, molto cinematografico direi, e sbirciando un po’ le tue note autobiografiche ho scoperto che ti occupi di visual e produzione video. Sinceramente ho trovato lo stile di Human Error molto immaginifico: testi e musiche capaci di creare immagini nella mente. Pensi mai di cimentarti in un lavoro più esteso di un video, magari prestare la tua musica ad una colonna sonora di una serie o un film?
Per me la musica non è mai solo suono, ma una proiezione di immagini, quasi un frame cinematografico che prende vita. Questo approccio non è affatto casuale. Oltre alla musica, la mia vita professionale è profondamente radicata nel mondo dell’immagine: gestisco un’agenzia di comunicazione e da oltre 35 anni mi occupo quotidianamente di pubblicità, grafica e design. Questa mia “doppia vita” tra suoni e pixel influenza costantemente il mio processo creativo. Mi occupo personalmente del visual e della produzione video perché considero l’aspetto grafico e filmico un’estensione naturale del messaggio sonoro. Riguardo alla tua domanda su un lavoro più esteso, come una colonna sonora per un film o una serie, è un’idea che mi stimola moltissimo. Prestare la mia musica a un progetto cinematografico sarebbe la naturale evoluzione di questo percorso che unisce la mia esperienza trentennale nel design alla mia ricerca musicale. Per dirla in modo semplice, fare il precorso di Trent Reznor non mi dispiacerebbe per niente!

C’è una serie televisiva o un film con cui ti cimenteresti, che magari hai apprezzato e pensato adatta alla tua musica?
A dire il vero non ci avevo mai riflettuto seriamente. Se però dovessi accostare la mia musica a un’opera cinematografica, sento una forte affinità con il cinema di Bong Joon-ho; le sue atmosfere e i suoi temi risuonano molto con la mia visione. Per l’Oscar, invece, c’è ancora tempo: ne riparleremo più avanti!

 

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