Home / Recensioni / Wish you were Here – Pink Floyd

Wish you were Here – Pink Floyd

Pink Floyd Wish you were hereWell, you wore out your welcome with random precision
Rode on the steel breeze
Come on, you raver, you seer of visions
Come on, you painter, you piper, you prisoner, and shine

Vorrei che fossi qui. È il 5 giugno del 1975, un tizio con soprabito, borsa e scarpe bianchi si aggira assente nello Studio 3 di Abbey Road, di tanto in tanto scambia qualche parola coi presenti, sebbene all’inizio nessuno lo riconosca, è ingrassato, capelli corti, quasi rasati. David Gilmour, che ne ha preso il posto nella band e quel giorno offre un banchetto per il suo matrimonio nella cantina dell’edificio, chiede chi sia a Jerry Shirley: neppure lui, che ha suonato la batteria nelle prove soliste di Barrett, riconosce Syd. Eppure sono trascorsi appena otto anni da quando Cappellaio Matto e soci confezionavano negli stessi studi uno dei più innovativi album (The piper at the gates of dawn) di un anno mostruoso come il 1967, confrontandosi con pari creatività con musicisti del calibro di Hendrix e Beatles. Sorpresa, sconcerto, angoscia, rimpianto. La band è allora già in fase di missaggio del difficile, travagliato album che segue la pietra miliare The dark side of the moon e lo spettro del fondatore dei Pink Floyd aleggia su tutte le poche ma complesse composizioni di una scaletta risicata, che si apre e chiude con le due parti della lunga e dolorosa suite Shine on you crazy diamond, a racchiudere altre tre perle soltanto. Sebbene mai dichiarato apertamente e anzi più volte maldestramente smentito, l’album È di fatto dedicato a Syd Barrett, lo dicono i testi, le immagini, gli accenni, temi e soluzioni musicali, compreso il fraseggio solitario e reiterato di sole quattro note eseguite da Gilmour improvvisando in studio e subito attenzionate da Waters, che ne coglie il riferimento allo stile ieratico dell’amico perduto nei suoi viaggi allucinogeni, per divenire uno dei temi dominanti di Shine on you crazy diamond. La lunghissima suite sfiora i 26 minuti totali, sommando le due parti, e supera in lunghezza tanto Atom heart mother che Echoes. Si dipana, dopo lunghissimo fade-in dapprima appena percepibile, in un lento contrappunto in Sol minore tra le tastiere immaginifiche di intrecci compassati tessuti da Richard Wright e gli assoli taglienti di blues psichedelico per la Fender di David Gilmour, che regala una sequela di bending sostenuti e ululanti, invenzioni guizzanti e fraseggi indimenticabili, tra cui almeno quello a 2′ e 28″ resta un caposaldo della sua intera carriera che qualsiasi fan potrebbe riconoscere e completare sentendo solo la prima nota. Dopo la prolungata fase strumentale, ben oltre la metà della prima parte, arriva la sequenza canzone dallo schema lineare strofa/refrain, strofa/refrain, chorus, ad accompagnare uno dei più profondi testi mai scritti da Roger Waters, una malinconica invocazione/esortazione a ritrovare una forza irrimediabilmente smarrita, dopo repentina e rovinosa caduta nell’abisso “Now there’s a look in your eyes/ Like black holes in the sky“. Ed è l’assenza, non i fasti rimpianti, a guidare la musica minimalista ed evocativa del gruppo, in una trama per lo più rarefatta e scarnificata, anche nei momenti di salita, come l’ostinato in Fa maggiore affidato quasi del tutto alla sola chitarra pulita di Gilmour. Il refrain con il titolo urlato in coro riaccende un barlume di speranza celebrativa, mentre l’arpeggio calante del chorus lascia già intuire una fine amara: al primo passaggio evitata con l’arioso inciso di chitarra che scaglia in cielo raggi di solare lirismo, al secondo agguantata dal sassofono fumoso e devastante di Dick Parry, già attivo in Dark side, che dopo essersi rotolato nel fango di una tristezza inguaribile si libra in volo in un finale incalzante e liberatorio, e per un breve momento esaltante vive con ardore la catarsi delle angosce. Solo un momento, perché la macchina è sempre in agguato. Tra i rumori sinistri di una società industriale e alienata, un citofono al quale nessuno risponde simbolo di incomunicabilità, un basso inquietante sale dall’ombra, respiro affannoso di creature mostruose e gelide lacrime di cristallo fuoriescono dalle tastiere di Wright, tanto influenzate dal krautrock, disegnando scenari fantascientifici che ricordano il viaggio del capitano Bowman attraverso il monolite di 2001: Odissea nello spazio. La sequenza di accordi glissati ascendenti crea un climax di tensione che sfocia nelle acuminate saette di Wright, lampi accecanti che illuminano rantoli di inquietudine. Welcome to the machine è un angosciante precipitare nell’impossibilità di esprimersi, nel controllo sociale che ammazza le pulsioni creative “You bought a guitar to punish your ma/ You didn’t like school and you know you’re nobody’s fool/ So welcome to the machine“. Così, l’arrivo in moto del protagonista ad una festa animata suona come una desolante resa al conformismo. Si cambia lato del vinile e arriva inaspettato il rock lento e bluesy di Have a cigar, cantato da Roy Harper e che non a caso, coi suoi ruvidi assoli taglienti, sa di Led Zeppelin dalle parti di Phisical graffiti, band che qualche anno prima aveva dichiarato con fierezza Hats off to (Roy) Harper. Dalla sintonizzazione distorta di una vecchia radio arriva uno scarno giro armonico di una chitarra acustica dal suono roots, al secondo passaggio le fa il verso un’acustica moderna (dell’epoca, s’intende), che inizia una melodia cristallina in primo piano con accenti di folk ancestrale. È l’attacco memorabile di Wish you were here, title track e ballata delle ballate messe a segno dai Floyd, che rivela tutto l’amore di Gilmour per Dylan e l’Americana, trapuntata di soffici tastiere e piano minimale, dove l’assolo è un cinguettio di tribù indiane indissolubili dalla natura circostante, un afflato di speranza in chiusura di un testo che si nutre di rimpianto e smarrimento: “Running over the same old ground, what have we found?/ The same old fears, wish you were here“. E dai venti che spaziano quel vecchio campo, macinato da un basso ossessivo che rallenta ipnotico l’ostinata follia di One of these days, salgono le tastiere siderali e futuribili della ripresa di Shine on (quanto saranno piaciute al Vangelis di Blade Runner). Dagli stessi venti vorticosi sgorga l’assolo di Gilmour, tutto giocato sul registro altissimo del suo strumento, martoriato da una slide lancinante da serial killer. Si resta ancora smarriti di fronte al reale, “Nobody knows where you are“, non resta che rituffarsi in una jam strumentale di funky psichedelico e darci dentro fino alla fine, un ardito proposito che presto si infrange in una coda di classica sintetica, vuoto esistenziale e luci vacue che ricordano le vite disperate narrate da Arancia Meccanica. Anche se l’album uscito il 12 settembre 1975 non è stato pensato per una colonna sonora, è musica per immagini, a partire dall’iconica immagine di copertina, ideata da Storm Thorgerson dello studio Hipgnosis: una foto, scattata presso gli studi Warner di Los Angeles durante il tour dei Pink Floyd del 1974, che ritrae due uomini d’affari in abito scuro, interpretati da due stuntman, che si stringono la mano al centro di una strada metafisicamente vuota. Uno dei due, quello a destra, sta andando a fuoco, letteralmente. Al punto che le fiamme che si levano dalla schiena bruciano persino il bianco passepartout che inquadra la foto a colori poco saturi di taglio verticale, rompendo l’illusione della cornice per entrare nello spazio dell’osservatore.
Qualcuno sostiene che l’album abbia segnato un calo d’ispirazione rispetto alla perfezione di Dark side, altri affermano che in fondo anche quello non era perfetto in quanto “troppo” perfetto. Dubito che Waters e compagni abbiano mai inseguito la perfezione, Wish you were here s’impone per ragioni complesse e inafferrabili, pertanto solo parzialmente sopra esposte. Ma se mai esistesse la perfezione questo è uno di quei rari album che gli si avvicina davvero.

Credits

Label: Harvest/EMI – 1975

Line-up:
David Gilmour (lead vocals, vocal harmonies, electric lead guitar, electric rhythm guitar, acoustic guitar, Twelve-string guitar, pedal steel guitar, bass, EMS VCS 3)  – Nick Mason (drums, timpani, cymbals) – Roger Waters (lead vocals, vocal harmonies, bass, EMS VCS 3) – Richard Wright (vocal harmonies, keyboards, Steinway piano, vibraphone, minimoog) – Venetta Fields (backing vocals) – Carlena Williams (backing vocals) – Dick Parry (saxophones) – Roy Harper (lead vocals)

Tracklist:

  1. Shine On You Crazy Diamond (Parts I–V)
  2. Welcome to the Machine
  3. Have a Cigar
  4. Wish You Were Here
  5. Shine On You Crazy Diamond” (Parts VI–IX)


Link: Sito Ufficiale
Facebook

Ti potrebbe interessare...

0e25d939-c4d9-47f7-802e-0245c0e331ef

Olimpo diverso – Umberto Maria Giardini

21 novembre 2025. La data finalmente cerchiata in rosso sul calendario da mesi. Precisamente da …

Leave a Reply