Tra gli artisti italiani che più hanno saputo trasformare il pianoforte in uno spazio di ascolto e contemplazione, Bruno Bavota continua a inseguire la bellezza delle cose imperfette, quelle che sfuggono al controllo e trovano significato proprio nella loro fragilità. Con Be Human, realizzato insieme alla violinista Violeta Vicci, aveva celebrato l’incontro come atto creativo, lasciando che dialogo, errore e spontaneità diventassero parte integrante della composizione. Oggi quella stessa sensibilità sembra volgere lo sguardo verso un orizzonte più raccolto e notturno. Con il recente Night Music, Bavota torna a confrontarsi con il silenzio, la solitudine e il paesaggio interiore, registrando nelle ore in cui il mondo rallenta e ogni suono acquista un peso diverso. È un disco che non cerca effetti o dichiarazioni, ma che invita ad abitare gli spazi vuoti, ad ascoltare il tempo che scorre e le emozioni che emergono quando il rumore di fondo finalmente si ritrae. Lo abbiamo incontrato per parlare di umanità e imperfezione, di notti insonni e malinconie fertili, del rapporto tra luoghi e memoria, e di quella ricerca silenziosa che continua a unire ogni capitolo del suo percorso artistico.
In Be Human, realizzato insieme a Violeta Vicci, emerge una musica che sembra nascere dall’ascolto reciproco e dall’accettazione dell’imprevisto. Quanto è importante, oggi, lasciare spazio all’errore e alla spontaneità nel processo creativo?
Per me sono fondamentali, e oggi forse più di prima. Viviamo in un’epoca in cui tutto si può correggere, quantizzare, rendere perfetto, ma la perfezione tende a spegnere ciò che rende umana la musica. In Be Human, con Violeta, ci siamo dati la possibilità di ascoltarci davvero e di accogliere ciò che arrivava, anche quando non era previsto. Spesso le cose più vere nascono proprio da un incidente, da una nota fuori posto o da un respiro che resta nella registrazione. L’idea iniziale era quella di registrare delle demo da riregistrare poi nei rispettivi home studio e di lavorare a distanza. Alla fine delle registrazioni ci siamo resi conto che ci piacevano, nella loro imperfezione e unicità. Molti brani sono stati registrati in un solo take e abbiamo deciso di lasciarli così com’erano.
Se Be Human raccontava l’incontro, Night Music sembra invece nascere da una dimensione più solitaria e contemplativa. Sono due mondi opposti o due tappe della stessa ricerca artistica?
Sin da piccolo ho avuto un rapporto con la solitudine abbastanza inusuale, nel senso che non mi è mai pesato stare da solo. Con la mia famiglia andavamo sempre in vacanza a luglio e, quando ritornavo a Napoli, i miei amici erano appena partiti. Così trascorrevo il mese di agosto, che a quei tempi sembrava infinito, in solitudine. È una presenza che ho imparato subito ad accogliere. Certo, all’inizio ho sofferto, perché stare da soli con sé stessi non è mai facile. Sei tu e il suono dei tuoi pensieri, che a volte può essere assordante. In realtà, è stato proprio nei momenti di profonda solitudine che sono cresciuto interiormente, e questi mi hanno sempre aiutato a rimettere a posto qualcosa, un poco alla volta. La solitudine è una compagnia. Per rispondere alla tua domanda, sono due tappe della stessa ricerca.
Hai registrato Night Music nel tuo studio di Caposele, circondato dal silenzio della montagna e affidandoti al suono del tuo storico pianoforte Schiller. Se Chopin cercava la notte dell’anima e Bartók quella della natura, quale notte stavi ascoltando tu mentre registravi Night Music a Caposele?
In realtà cercavo semplicemente un momento in cui poter registrare e non sudare! Ti posso assicurare che provare a lavorare o registrare qualcosa in estate è un’agonia. Negli ultimi anni il caldo estivo ha raggiunto anche l’Alta Irpinia, dove prima le estati erano molto più miti, e per me l’unico momento possibile per registrare era la notte, quando tutto diventa più tranquillo e dilatato. Quindi ascoltavo una notte reale, fatta di silenzio, di tempo che rallenta e di un pianoforte Schiller che risponde in modo diverso quando intorno non c’è più niente.
Nelle tue composizioni il silenzio sembra avere un peso pari a quello delle note. È qualcosa che hai imparato con il tempo o è sempre stato parte del tuo modo di ascoltare il mondo?
Credo sia sempre stato dentro il mio modo di ascoltare, ma l’ho capito con il tempo. All’inizio forse avevo paura dei vuoti e tendevo a riempirli; poi ho imparato che il silenzio è ciò che dà forma alle note e permette loro di respirare.
La tua musica viene spesso percepita come intimamente legata al paesaggio. Ti senti più influenzato dai luoghi reali che attraversi o dai paesaggi interiori che porti dentro di te?
Bella domanda! Sono convinto che la musica che puoi comporre dipenda dal luogo in cui sei. Questa è per me una certezza. La musica che scrivo nel mio studio a Napoli è sicuramente diversa da quella che scrivo a Caposele. Mi è capitato di scrivere musica anche quando sono in tour. Viaggio molto ed essere in continuo movimento aiuta a cercare e trovare nuova ispirazione, provando a sentire i luoghi che visiti. Ci sono sicuramente anche paesaggi interiori, come la malinconia che, insieme alla solitudine, è ancora oggi una fedele compagna. Penso sempre a una frase di Baricco: «Molti, ad esempio, sono malinconici da giovani, e allora succede che lo rimangano per sempre».
La tua musica dialoga naturalmente con ambient, elettronica, folk da camera e modern classical. Ti senti ancora vicino all’idea di genere musicale oppure la consideri ormai un limite?
Lo sento come un punto di riferimento utile per chi ascolta. Quando compongo non penso a “modern classical” o “ambient”: penso a un’emozione e a quali strumenti, suoni o elettronica servano per raccontarla. Il pianoforte resta la mia voce, ma lo piego volentieri verso loop, sintetizzatori e live electronics. Le etichette servono a orientarsi, non a decidere cosa si può fare.
Dalle collaborazioni con musicisti provenienti da percorsi e paesi diversi hai costruito un linguaggio molto personale che sfugge alle etichette. Qual è la lezione più preziosa che questi incontri internazionali ti hanno lasciato?
Sicuramente le persone e la crescita umana e professionale. Modi di vedere nuovi e, soprattutto, l’importanza di darsi spazio senza peccare di egocentrismo. Accogliere l’altro e capire che ognuno ha il proprio mondo sonoro e una sfera personale fatta di tante sfumature.
La tua musica riesce a parlare a pubblici molto lontani tra loro. Hai notato differenze nel modo in cui viene recepita in Europa, in Cina o in altri contesti culturali?
C’è tanta differenza. Ad aprile scorso ho avuto finalmente l’occasione di suonare per il pubblico cinese partecipando al CAN Festival. È stata una delle esperienze più belle della mia vita. Da qualche anno la mia musica ha iniziato a “girare” molto in Cina e ho iniziato a ricevere spesso email o messaggi da fan cinesi che mi hanno raccontato quanto sia importante per loro la mia musica. Devo dirti che è un pubblico meraviglioso! Si tratta di un festival open air con qualche migliaio di persone e il loro ascolto è stato talmente sacrale che sentivi soltanto i suoni della musica e della natura. Spero davvero di tornarci presto! Ma ogni pubblico ha le sue peculiarità. Molto caloroso è anche quello dell’Europa dell’Est. In generale c’è sempre molta attenzione e cura quando si parla di musica. Non ho ancora suonato dal vivo negli Stati Uniti. Stiamo lavorando a un possibile tour.
Collaborare con altri artisti cambia il tuo modo di comporre oppure rappresenta soprattutto un’occasione per osservare la tua musica da una prospettiva diversa?
Cambia eccome. Almeno per me. Penso sempre agli spazi, a dove lasciare spazio a ogni musicista coinvolto nel progetto.
Guardando ai tuoi lavori degli ultimi anni, da RE_Cordis a Be Human, fino a Night Music, qual è il filo invisibile che li unisce?
Cercare sempre di sentire qualcosa quando compongo. Quel fuoco che ha fatto sì che iniziassi il mio percorso nella musica sedici anni fa. La musica vive uno dei momenti più complicati da che ho memoria. È importante restare fedeli a sé stessi e al proprio percorso, abbracciare il cambiamento ma fare sì che non diventi una condanna.
Dopo tanti dischi, collaborazioni e viaggi, c’è ancora un luogo artistico o umano che senti di non aver raggiunto e che continui a inseguire attraverso la musica?
Mi piacerebbe molto scrivere un’intera colonna sonora.
Lost Highways Seek your mood, Find your lost highways!