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Fetch the Bolt Cutters – Fiona Apple

fionaapple2020Non capita tutti i giorni di ascoltare un disco di nuova uscita e avere la sensazione di trovarsi al cospetto di un classico. Con Fetch the Bolt Cutters, quinta e ultima fatica di Fiona Apple, mi cascasse un orecchio se non è stato proprio così. Compromettersi con posizioni così nette e pretenziose a un solo mese di distanza dall’uscita ufficiale di un disco è un po’ folle forse, ma nella vita bisogna assumersi la responsabilità di dire tutta la verità e nient’altro che quella. Quindi lo diciamo: questo disco, registrato interamente fra le mura di casa di Fiona a Venice Beach (Los Angeles), utilizzando (pare) unicamente oggetti percussivi (tra cui le ossa della adorata e compianta pitbull, Janet, morta nel 2012) è un capolavoro. E ci si affanna a rintracciare un fil-rouge che lo leghi al passato, un germe elettrico, nell’impulso a spezzare la riga con la punta della penna, sempre in sontuosa calligrafia. Ma quel filo non c’è; si perde ogni volta che lo rintracci, la linea logica si sfalda, il corpo si deforma in scaglie. Perché agli anfratti smodati del passato qui si oppone il demone libero di un’ispirazione veramente nuova e violenta, smodata più che in passato. La parabola artistica di Fiona Apple, a parere di chi scrive, è assai singolare: un esordio in stato di grazia (Tidal, 1996), il bacio della dea che di solito predilige il totale principiante (e raramente il saggio al limitare della sua carriera), poi anni di esperimento e di lotta. Una lotta forse non cercata per manifesto, ma giusta e necessaria, per svincolarsi da quell’immagine così conciliante, giovane, fresca e sexy che la discografia mainstream voleva tatuare addosso al suo comunque fervido eclettismo. Fiona, la ragazza tutta nervo e dolcezza, con una violenza sessuale subita nel cassetto dei suoi ricordi, è anche molto, molto altro. Dunque una serie di dischi belli ma spinti al limite, obbligati in una scrittura tanto impeccabile quanto, di fatto, limitata. Per approdare a questo Fetch the Bolt Cutters, che si configura come uno degli esempi di cantautorato contemporaneo post duemila (strettamente fuori dal mondo hip-hop) più visionari ed eclettici che si possano ricordare. Già in apertura, nei fraseggi di pianoforte di I Want You to Love Me, una maturità dichiarata, il sentiero melodico percorso a piedi nudi e il primo segno di una controtendenza nemmeno così velata rispetto al passato: del piano rock trascorso è rimasto ormai poco, il piglio nervoso scivola sul canto, accarezza e percuote in volto Patti Smith – mai come ora – e si impone parimenti sciamanico: “And while I’m in this body.. I want you to love me”. Si legge un po’ ovunque dell’attitudine percussiva di questo disco. E’ così di fatto; lo è per l’esplorazione timbrica che lo percorre, per la varietà strumentale, per l’ottimo apporto dietro le pelli della sorprendente Amy Aileen Wood, ma anche per un’autentica e continua sfida metrica. Se rompi il guscio, il cuore sembra quasi tutto jazz, ma la scorza fuori è rock a muso duro, la rincorsa di Shameika ne è una prova. Nei clangori di Newspaper, o nelle divagazioni di Relay vengono alla mente persino i Sonic Youth di Bad Moon Rising, cioè il repertorio di studio sulla dissonanza, quando erano ancora fra i banchi di Glenn Branca. La title-track è il probabile punto più alto del disco,  fumo lento negli occhi, thriller consumato solo in apparenza, puro simbolismo, improbabile danza messianica. Decenni di litanie stordenti, da Robert Wyatt a Tom Waits passando dai Morphine e i Porno for Pyros, qui sembrano improvvisamente redivivi in un coagulo da brividi, con tanto di  chiusura affidata a cani che abbaiano, campane tibetane e profonde sferzate di contrabbasso. Un piglio che si rafforza coraggiosissimo e diventa stratificazione in Relay, che sembra partire ritmicamente con un boogie per vivificarsi in una sorta di danza della pioggia e poi, a metà del brano, lanciarsi in una jam alienante, tra gorgheggi eterei, dissonanze, cambi di mano. Non è trascorsa la metà del disco ed è ormai lampante come Fiona Apple non solo sia in una fase ispiratissima della sua carriera, ma abbia genio e tecnica allo zenit. Le pose eleganti di Ladies, cingono i fianchi a un soul pop da titoli di coda, adagiato da qualche parte tra Janis Joplin e Feist. Ancora nelle fughe di piano Under the Table, si rileva un talento per l’arrangiamento che lascia senza parole; Fiona violenta il ritmo, padroneggia le pause, si lancia in climax pieni di suspance e minaccia senza timore: “Kick me under the table all you want/ I won’t shut up, I won’t shut up!“.  Viene spontaneo, data la potenza espressiva raggiunta, pensare a nomi come Björk, Kate Bush, Joni Mitchell, Joanna Newsom, mai per stendere parentele stilistiche o insinuare manierismi; perché qui ne siamo certi, Fetch The Bolt Cutters non indulge in niente di tutto ciò. Tra la dolcezza e la rabbia, l’ironia e la crudezza ci sono brani che rincorrono l’amore, non senza parentesi di grande poesia e romanticismo come in Cosmonauts (“’Cause you and I will be like a couple of cosmonauts/Except with way more gravity than when we started off”), che sembra ricordare un Lou Reed al chiaro di luna. Maestoso e in crescendo il finale, con la tripletta For Her, Drumset e On I Go, episodi che vivono in esercizi straordinari di voci sovrapposte: Fiona omaggia con la sua voce la storia della musica, dal gospel all’avanguardia, dalle work songs alle folksinger.  
Non facile rintracciare talloni d’Achille a questo punto: probabilmente un neo resta la solita avarizia nel concedere compromessi, ma è un difetto storico quello. Si paga tutto sul piano del pop, certo; del non facile metabolismo di un disco che resta un po’ ostico e non per tutti i palati. Ma qui non ci sono contratti da santificare e pubblici da rincorrere. Al netto di ciò, dal nostro piccolo osservatorio, una nuova stella risplende nel cielo e magari si parlerà davvero di un nuovo classico ritrovato un giorno. Questo, chiaramente, lo lasciamo al tempo.

Credits:

Label: Epic – 2020

Line-Up: Fiona Apple (produzione, testi, voce, composizione, batterie, piano, cori, percussioni, recording engineering, batteria elettronica, campane) – Bob Ludwig (mastering) – Amy Aileen Wood (produzione, batterie, percussioni, recording engineer, loops) – Sebastian Steinberg (basso, batterie, percussioni, chitarra, arpa, composizione, cori) – Dave Way (mix, recording engineer) – John Would (recording engineer, organo, piano, mix) – Tchad Blake (mix) – Clara Delevingne (cori) – David Garza (percussioni, chitarra, composizione, cori, piano, organo) – Maude Maggart (cori) – Winifred Lucky (cori).

Tracklist:

  1. 1. I Want You to Love Me
  2. 2. Shameika
  3. 3. Fetch the Bolt Cutters
  4. 4. Under the Table
  5. 5. Relay
  6. 6. Rack of His
  7. 7. Newspaper
  8. 8. Ladies
  9. 9. Heavy Balloon
  10. 10. Cosmonauts
  11. 11. For Her
  12. 12. Drumset
  13. 13. On I Go

https://www.fionaapplestore.com/store/

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