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Quelle strade da me non previste: intervista a John De Leo

John de Leo è un artista fuori dal comune, si sa: non ha bisogno di presentazioni. Questo non significa che sappiamo ormai tutto di lui, dei suoi progetti, della sua sempre sorprendete opera artistica. Abbiamo deciso così di incontrarlo qualche giorno prima di vederlo ed ascoltarlo dal vivo al Salotto Muzika di Bologna. Incontenibile anche nelle risposte, John non riesce a risparmiarsi neppure durante un’intervista, donandoci una preziosa e ricca lettura, ideale accompagnamento per il viaggio nelle nostre lost highways.

Il tuo progetto artistico è incentrato tanto sulla voce, lo strumento generalmente “più utilizzato” nella musica, e al contempo il  più “malamente utilizzato”. Secondo te come e quanto viene considerata ora la voce dall’ascoltatore medio?
Innanzitutto il mio progetto artistico non è incentrato sulla voce, anzi lo strumento voce è l’ultimo che affino in una composizione. Ovviamente spesse volte la melodia vocale guida il brano, ma altrettante volte è utilizzata a supporto della composizione in modo ritmico o contrappuntistico. La voce è per me uno strumento come gli altri strumenti: l’importante è la composizione nella sua interezza.
L’ascoltatore medio credo si fermi alla vocalità, è vero. Quasi mai si ascolta in quale contesto musicale la voce s’inserisce anche perché, generalizzando, nelle canzoni pop questo esercizio non vale la pena farlo.

I vari talent show, di recente aspramente attaccati da Martin Gore (Depeche Mode), sono davvero la madre tutti i mali o il problema esisteva già prima?
Non ho mai guardato un talent-show. Alcuni penseranno lo dica per snobismo, ma lo accetterò. Non ho la televisione da molti anni. L’offerta televisiva non mi piace, così come spesso accade per le offerte di maggior risonanza. Voglio rimanere ignorante all’ipertelia della comunicazione, sento di dovermi difendere. Quasi mai sui media più importanti, sento, vedo qualcosa che desti curiosità, che non sia corrotto da un qualche meccanismo economico, che sia fatto con una certa etica. Spesso anche l’universo del web offre pseudo opportunità e una libertà di scelta solo apparente. Ovviamente so cos’è un talent-show, così come conosco le canzoni più in voga senza che queste mi piacciano. Le sentiamo in diffusione in un qualsiasi centro commerciale. Ad ogni modo il Male è il consumismo. Dovrei argomentare, lo so, ma molto banalmente questo male si è talmente insinuato nella cultura generale che ha definitivamente corrotto il nostro senso critico, e ogni operazione culturale utile e di qualità difficilmente la si può riconoscere, e quasi mai conoscere.

La tua creatività è trasversale, si presta a una molteplicità di “contenitori” differenti (intendo i generi musicali, il contesto artistico che varia dal teatro alla letteratura passando per il jazz o l’ambiente della musica indipendente italiana): come un liquido prendi la forma del contenitore oppure è il contrario?
Sono molto attratto dall’Arte, dalle sue molteplici espressioni. Spesso mi sono dedicato anche a forme artistiche non strettamente legate a quella musicale. Sono convinto che i puristi dei vari linguaggi artistici avrebbero qualcosa da ridire quanto alle mie commistioni, e probabilmente sarei d’accordo con loro. Sono solito dire che al momento sono riuscito a far credere di essere un cantante, e così mi si può definire. Succede poi che una musica consigli un’immagine, o un testo letterario una musica e, ingenuamente se vogliamo, sento l’urgenza di assemblare, tentare di instaurare un possibile dialogo.

Il 13 Dicembre suonerai al Salotto Muzika di Bologna. Porterai sul palco i brani del tuo ultimo album Vago Svanendo? Ci sarà qualche anticipazione dei nuovi pezzi del tuo prossimo disco?
Torno a Bologna con piacere. Poche le novità in scaletta, ma ciò che secondo me rinverdisce il repertorio è una nuova formazione, forse la più affiatata dall’inizio del tour di Vago Svanendo. Trovo doveroso citare i componenti di questo quintetto: i chitarristi Fabrizio Tarroni e Dario Giovannini, rispettivamente alla semi acustica e all’elettrica, Beppe Scardino e Piero Bitolo Bon che entrambi suonano per metà concerto il clarinetto basso, nella seconda i sax baritono, io alla voce. Nessuna anticipazione dal vivo del nuovo album: ci sto lavorando. Con molta dedizione.

In passato sono stato tra il pubblico di un tuo live in duo (voce e chitarra). Dal tuo punto di vista cosa cambia maggiormente tra questa esibizione e quella in quintetto?
Il duo è una formazione stimolante ma faticosa; concede molta libertà, è vero, ma “dall’altro canto” implica un ingegno un po’ diverso rispetto alle formazioni con più elementi. Diverso è il gioco con le dinamiche e con le gamme sonore. Anche se mi interessa sempre ottenere un “fortissimo”, necessario sarà sfruttare anche i pochi suoni a disposizione, quindi le atmosfere minimali, fino ai silenzi. Diverso è l’approccio improvvisativo, che può naturalmente volgere al duello. Nel nostro caso specifico, un dolce problema sta nel restituire tutti i contrappunti di brani originariamente pensati per formazioni più allargate. E ci si deve comunque “fare in quattro”.
In una formazione di duo, soprattutto se si approccia le canzoni, è facile cadere nel piano bar. O “chitarra bar”, o “contrabbasso bar”, che più o meno sono sempre la stessa cosa. Io e il fido Tarroni da ormai venti anni cerchiamo di evitarlo. A proposito di duo, recentemente lavoro anche insieme a un fantasioso pianista -tra l’altro risiede qui nella vostra città da alcuni anni- che risponde al nome di Fabrizio Puglisi. Io e Puglisi stiamo progettando un cd.

Vago Svanendo è un disco estremamente variopinto, stilisticamente indefinibile se non con un vago, per quanto efficace: “è John De Leo!“. Il tuo prossimo lavoro sarà più concentrato in qualche precisa direzione o ti sei lasciato aperto tutte le strade percorribili?
Devo ringraziarti, perché in questa domanda sei riuscito a cogliere l’essenza della mia missione. O semplicemente a rendere felice il mio ego. È per me importante riconoscere uno stile, una modalità di pensiero. Mi si accusa spesso di non occuparmi di un solo genere, o di implicarne troppi. Può darsi, ma non può che farmi piacere quando qualcuno riconosce comunque una unica matrice, un filo conduttore. Gli esperimenti nel precedente lavoro discografico penso non siano arrivati a nulla. Nel senso: credo sì di essermi aperto nuove strade, ma molte di queste non riuscirò a percorrerle per intero in questa vita. In ogni caso, finché scopro nuove strade posso illudermi di iniziare un percorso, ovvero di sentirmi vivo. Detto questo, il prossimo album sarà sicuramente ricco; spero non sovraccarico, il fine è comunque una certa idea di semplicità. Il mood ricorrente sarà un’esplosione, evento questo che in ogni brano ne modificherà le sorti. Ogni personaggio del disco, o condomine come lo chiamo io, tradurrà quell’accadimento attraverso la propria soggettiva, il proprio vissuto, grado sociale, o contingente condizione emotiva.

Cosa consiglieresti ad un giovane cantante/musicista che, come te, si vuole ribellare agli schemi vigenti che non gli offrono spazio? Come può fare per “spiegare la vela“?
Qualche volta i ragazzi mi pongono una domanda simile: come fai a proporre quel tipo di musica, talvolta così poco commerciale? La risposta è per me semplicissima: la faccio e basta. Intendo dire che se qualcuno fa una determinata cosa, questa esiste, se nessuno la fa non esiste. Sembra un’ovvietà, ma quando ad esempio assisto a un bel concerto, a una bella rappresentazione – che tra l’altro mai vedrò in televisione – è un accadimento importante perché in quel momento diventa parte anche del mio immaginario. Da quel momento posso godere di quell’esperienza, averne coscienza, condividerla, magari avere la possibilità di rielaborarla. Se non l’avessi mai vista, tutto questo non sarebbe potuto accadere.
Quanto è importante che ciò possa succedere anche solo per una persona? Se molti musicisti non cedessero alle necessità dell’economia, alla fama per la fama, ai codici che il consumismo ha imposto, io sono convinto ci sarebbe molta più musica interessante. Credo sia determinante capire cosa realmente motivi i ragazzi cui ti riferisci nella tua domanda. Non è certo reato il fatto che tra le componenti che avvicinano i ragazzi alla musica ci sia la necessità di mettersi in mostra, di avere il cruccio di piacere a tutti, di imitare la postura dei propri idoli. Ma se i motivi fossero solo questi non ci sarebbe una grande crescita. Sarebbe una grande tristezza. Quando facciamo, diciamo qualcosa a qualcuno non possiamo non sentire la responsabilità di ciò che mettiamo in circolo. Di ciò che da quel momento esiste. Anche solo per un ascoltatore. E che da quel momento se ne può fruire, nel caso anche contestare. Così come ciò che ti rispondendo adesso.
Mi rendo conto che, per quanto mi riguarda, io sia stato fortunato, e che fortuito sia il fatto che continui a vivere di questo lavoro. Io poi sono uno che, per una serie di circostanze ineffabili, ha fatto anche Sanremo (!). Ma essere in qualche modo “famoso”, diciamo così, non è il motivo motore di ciò che faccio. Mi fa piacere, certo, godere di una certa posizione che mi consente di essere ascoltato da più persone, ma quest’opportunità del fato mi costringe a molteplici responsabilità: prima su tutte quella di non offendere l’intelligenza dell’ascoltatore. Implica io tenti di spostare sempre un po’ di più i miei limiti intellettuali. Ricontrollare infinite volte l’eticità di quel che posso comunicare. Discorso quest’ultimo che può non avere nulla a che vedere con la Sincerità. Da ragazzo, quel più o meno naturale impeto narcisistico di voler fare il cantante era condito da una disfunzione: quella di diventare un “morbo condottiero”. Ho sempre pensato potesse essere efficace insinuarmi comunque “dentro” il sistema. Oggi sono contento della mia posizione extratelevisiva. E resto comunque quello del rutto a Sanremo. Che non feci in modo volgare: era celato nel verso di un rospo. L’importante per un ragazzo che voglia fare l’artista, per me, è l’obiettivo di quell’urgenza.

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