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L’intelligenza di un pop contaminato: intervista ad Alessandro Raina (Amor Fou)

amor-fou_inter01Declinare in chiave originale la tradizione cantautorale nostrana e le grandi intuizioni della scena internazionale moderna, tenendo sempre ben presenti le lezioni del cinema d’inchiesta. E arrivare ad equilibrare lo sguardo sulla società fino a sospendere ogni giudizio, semplicemente raccontando. Come certa Arte dovrebbe fare, oltre ogni ricerca estetica fine a se stessa. Dalle storie di cronaca locale, di scena politica o di rappresentazione esemplare gli Amor Fou tracciano un quadro sui generis della Storia dell’Italia, del suo bene e del suo male. Lo fanno con stile, con eleganza, con profondità. Lo fanno con un disco importante, il secondo della loro carriera: I moralisti (EMI, maggio 2010). Dieci storie di dieci personaggi, reali o archetipi, nati tra il 1950 e il 1980 e ancorati ad una polarità positiva o ad una polarità negativa: dal bandito De Pedis ai bambini della titletrack. Per una struttura circolare che osa una domanda: è possibile chiedersi chi siano i moralisti oggi? Un concept che si cala in una scrittura matura e consapevole. Che piacca o no, gli Amor Fou non sono stati una stella cadente improvvisa. Brillano, fissi e capaci. LostHighways incontra Alessandro Raina..

I moralisti è un disco viscerale, per quanto articolato e pensato. E’ un disco “suonato”. E’ un disco profondamente diverso da La stagione del cannibale. Come ne hai vissuto la gestazione, in termini artistici e personali?
Il primo disco è stato molto utile per capire un progetto del genere, per quanto chi ci lavora abbia perizia ed esperienza, non può prescindere da una serie di presupposti musicali e direi anche umani. Per me e credo ancor di più per Leziero il bilancio tratto da La stagione del cannibale ha un po’ “certificato” la chiusura di un ciclo in cui un certo modo di fare musica “a tavolino”, imperniato su un taglio produttivo stereotipato e modellato quasi del tutto sull’elettronica, si è rivelato ormai totalmente superato e limitante, per quanto negli anni ’90 abbia dato ottimi frutti. Si è palesata l’esigenza di tornare a fare musica in modo artigianale, suonando prima che producendo, senza veti di sorta.

La line up è cambiata quasi subito rispetto all’uscita del primo disco. Questo ha paradossalmente migliorato la resa live nel tempo e la composizione fino a dare oggi un’immagine di coralità che finalmente delinea una vostra identità precisa…
Siamo diventati finalmente una band che ha messo a fuoco il proprio suono attraverso gli strumenti prima ancora di “smanettare” in studio, e condivide degli spazi, con una struttura che dispensa da un’immane mole di lavoro non strettamente artistico e un fonico con cui mettere a punto tutti gli aspetti del live che rispetto al disco si basa su variabili molto meno controllabili e richiede una enorme applicazione per offrire ogni sera al pubblico lo spettacolo che merita.

Posso dire che tu oggi sei più consapevole di quello che puoi osare? Mi riferisco sia agli aspetti tecnici del canto che alla concretezza di un’attitudine molto più marcata.
Sicuramente la forza espressiva della voce è stato uno degli elementi su cui ci siamo concentrati per dare coesione al disco. L’esperienza solista col mio progetto Casador mi ha permesso di approfondire la mia vocalità, esplorazione tuttora in atto, da un lato perché ho sempre evitato di affidarmi ad un percorso di studio e dall’altro perchè la voce, l’articolazione del suono, la timbrica, sono elementi molto dinamici che mutano nel tempo, vanno educati ma soprattutto ascoltati.
Avere un ruolo centrale nella scrittura dei brani mi ha permesso di comprendere meglio limiti e potenzialità del mio modo di cantare, che in passato – sia con i GDM che con gli Amor Fou – era sempre modellato a priori su un canone che non prevedeva un ruolo centrale della voce. Di certo non posso considerarmi ancora un “interprete” tout court, soprattutto perché ho assunto un ruolo di chitarrista – complementare a quello di Giuliano – che contribuisce, insieme alla voce e agli altri strumenti, a creare le tessiture sonore che proponiamo live, e che emotivamente mi coinvolge moltissimo. La consapevolezza cresce concerto dopo concerto e questo è un buon punto di partenza per diventare un cantante vero e proprio.

Raccontami gli spunti, culturali e personali, che ti hanno portato a scegliere di realizzare un album basato su un concept così importante e incentrato su esempi di moralità positiva e negativa…
In tre anni di vita on the road si incontrano tante persone e tante Italia che poi sono sempre la stessa grande provincia che prova a diventare grande senza riuscirci mai fino in fondo. I “nostri” moralisti sono persone che nella loro normalità risultano immediatamente scollati o semplicemente “altri” rispetto a gran parte della società che hanno attorno. Persone la cui  etica di pensiero o regola di vita costituisce di per sé una forma di radicalismo, forse l’ultima rimasta in piedi dopo il tramonto delle ideologie.

amor-fou_inter02Mi piace pensare che il vostro sia un pop contaminato e intelligente. Francamente gli accostamenti e i referenti lasciano il tempo che trovano. E’ ovvio che ciascuno abbia un background. Io parlerei di capacità creativa che non ha perso il meglio della tradizone cantautorale italiana e di certe esperienze musicali d’oltreconfine…
Scriveremo un disco ‘pop’ solo quando sentiremo di esserne capaci. Abbiamo cercato di sintetizzare le tantissime suggestioni che gli artisti da noi amati ci hanno trasmesso nel passato e nel presente, cercando quindi di coniugare elementi tipicamente italiani con formule di estrazione internazionale, per vedere cosa accadeva. In questo c’è anche una riflessione sul tipo di pop che sentiamo più affine al nostro immaginario ma che non caratterizza la direzione complessiva del disco. Per ora non ci siamo posti il problema di coniugare canzone d’autore e new wave piuttosto che il mood francese anni ’70 e il beat. Pensiamo anzi sia uno degli elementi più stimolanti nel fare musica oggi.

L’album esce per una major, dopo un percorso di scelte del tutto indipendenti. Di fatto il disco è arrivato alla EMI già compiuto. Vi ha sorpresi una dinamica tale?
Nel firmare con una major, obiettivo a cui abbiamo sempre ambito pur non ritenendoci ancora pronti per questo passo, resta la certezza di dover essere autonomi e capaci di delineare il proprio percorso. Al contempo credo che la casa discografica abbia voluto puntare su di noi anche per via di un ‘esperienza artistica ormai abbastanza consolidata, aspetto che forse in un panorama molto caotico rende più agevole lavorare su un progetto simile rispetto ad uno totalmente esordiente su cui investire da zero.

Ti infastidisce la lettura baustelliana di un pezzo come Cocaina di domenica?
Lo ritengo un complimento. Anche noi, come spesso hanno fatto i Baustelle, per arrangiare questo brano abbiamo guardato al sound dei Pulp, del primo Bowie e dei Blur. Probabilmente fra me e Francesco Bianconi  ci sono letture e gusti cinematografici affini e, credo, una comune sensibilità verso alcuni aspetti del mondo in cui viviamo. Credo però che i Baustelle siano nati e si siano affermati innanzitutto per la capacità di riproporre in serie una formula geneticamente pop, zeppa di citazioni ad un immaginario già molto popolare fra i giovani, fatto di cliché british, modernariato e vestiti vintage, che ha garantito loro un’ immediatezza di fondo nonostante i contenuti a tratti molto seriosi, spesso a scapito della qualità del suono o della versatilità nella scrittura, che ritengo invece due elementi rappresentativi degli Amor Fou.
Detto ciò, il taglio sonoro, la produzione e il modo di proporsi dal vivo scelto dalle due band. Nel nostro caso  preferiamo evitare di alternare ad ogni tour valanghe di turnisti e di dipendere da troppa post-produzione, cercando anzi di risultare ancora più viscerali e ‘free’ rispetto al disco. In questo guardiamo molto di più a progetti esteri che non ai Baustelle che nel bene e nel male ben rappresentano la scena italiana da cui sono, peraltro meritatamente, emersi.

Il mondo non esiste mi ha fatto pensare a Un matto di De Andrè (Non al denaro, non all’amore né al cielo – 1971, ndr), per pura suggestione. La canzone degli Amor nasce da una storia reale, che io stessa ricordo perché me l’hanno raccontata nei luoghi in cui si è svolta…
Lo spunto del brano nasce da uno dei tanti episodi di cronaca – in questo caso beneventana –  di cui siamo stati testimoni girando per il nostro paese. Uno di quei momenti in cui dietro ad un evento apparentemente comune, di quelli che non vanno oltre le pagine di cronaca locale, si nascondono aspetti inconsueti, stranianti e spesso veramente romanzeschi.

Trovo che Le promesse sia il brano più riuscito del disco. Me ne parli?
E’ una canzone sulle responsabilità del ruolo materno e sul ruolo della sensibilità femminile nella dinamica fra madre e figlia, che molto spesso non funziona e crea danni enormi.
Musicalmente abbiamo provato a confrontarci con un arrangiamento orchestrale che rendesse giustizia alla tradizione melodica italiana e al contempo tenesse a mente il suono delle “ballatone” contemporanee che ci piacciono di più,  come No surprises dei Radiohead. Un brano che, per parole e musica, potesse risultare fruibile in un contesto (nazional)popolare ma al contempo non suonare italiano.

E secondo te invece… qual è il brano più riuscito per melodia e testo?
E’ difficile dirlo perché quasi tutti i brani mi soddisfano pienamente e nel mio caso è abbastanza raro. Sicuramente il brano che mi ha emozionato di più incidere è stato De Pedis, per tanti motivi e forse è quello più compiuto nel testimoniare in tre minuti chi siano gli Amor Fou. Anche se forse la canzone complessivamente  più riuscita è Il sesso degli angeli.

Dolmen e a.t.t.e.n.u.r.B. sono la faccia sonora più spinta e aggressiva degli Amor Fou…
Sono l’eredità dei tanti concerti fatti in questi anni, a volte in trio, e di conseguenza della compattezza creatasi fra me, Leziero e Giuliano. Entrambi i brani provengono da improvvisazioni e hanno poi preso forma in studio. La loro presenza sul disco testimonia un lato degli Amor Fou altrettanto forte e rappresentativo, e trasporta nel disco molte delle atmosfere peculiari del nostro live.

Spiegami le scelte stilistiche e concettuali della titletrack. I bambini mi hanno fatto pensare a I bambini ci guardano (V. De Sica, 1943). Tutto quello che accade condiziona loro. Sono vita e quindi possibilità…
Il brano nasce da un esperimento di cut up di Leziero e Paolo, manipolando le parti degli archi presenti in altri brani, inseguendo un mood epico e sospeso alla M83 o Godspeed You Black Emperor. La citazione di Pasolini e Penna serve a chiudere un cerchio introdotto dalla polarità negativa di De Pedis attraverso un’immagine di civiltà e fiducia nell’umanità.

amor-fou_inter03Cosa vuol dire per te scrivere canzoni?
Al momento ha innanzitutto a che fare con la mia idea di senso civico e di messa a frutto, a trent’anni ormai compiuti, di quanto ho appreso negli anni dell’educazione alla vita e della formazione scolastica. Ti rispondo quindi  con una citazione di Francesco Rosi che in queste settimane ho utilizzato spesso.
“Non si è mai sicuri di  aver raggiunto la verità di quello che si voleva dire, mai certi di essere capaci di assumersi la responsabilità del legame fra sé e gli altri. Non si  può essere solitari. La creazione in origine è certamente un atto solitario, ma l’oggetto della creazione appartiene a tutti, è un oggetto sociale.
Essere creatore deriva da questa esigenza: ci si rende conto di avere una  responsabilità nei confronti di tutti, e occorre assumersela completamente, malgrado i dubbi e le sofferenze.”

Il mondo non esiste – Video (Live)

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