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Dove la performance diventa esperienza collettiva: Intervista ai C’MON TIGRE

CMT_LUMINA_promo_pics_004Con Lumina, i C’MON TIGRE aggiungono un nuovo capitolo a un percorso artistico che da sempre attraversa confini geografici, culturali e disciplinari. Nato inizialmente come spettacolo immersivo e successivamente tradotto in forma discografica, l’album approfondisce il dialogo tra elettronica e strumenti acustici, tra ritualità collettiva e linguaggi contemporanei, intrecciando suggestioni provenienti dalla musica afro-brasiliana, nordafricana e dalla club culture europea. Un lavoro che conferma la natura multidisciplinare del collettivo e la sua capacità di trasformare la ricerca sonora in esperienza condivisa. In questa intervista i C’MON TIGRE raccontano la genesi di Lumina, il ruolo centrale della performance nel processo creativo, il rapporto tra tecnologia e presenza umana e l’evoluzione di un progetto che continua a reinventarsi senza perdere il legame con le proprie radici. Un dialogo che LostHighways.it ha raccolto per approfondire una delle realtà più originali e sfuggenti della scena musicale contemporanea.

Lumina sembra nascere come un’opera in continuo divenire, condivisa con il pubblico ben prima della sua pubblicazione definitiva. Quanto hanno influenzato le performance immersive e la risposta degli spettatori la forma finale del disco?
Lumina nasce come idea di spettacolo, abbiamo lavorato per costruire un’esperienza che coinvolgesse il pubblico sotto molteplici punti di vista, le musiche sono state scritte proprio partendo da questa base, abbiamo di fatto stabilito e seguito un filo narrativo delineato fin da subito con lo scopo di costruire uno spazio condiviso con il pubblico, che fosse pressoché totalizzante, un movimento rituale e collettivo condiviso dentro e fuori il palco. Gli spettatori in questa fase creativa ce li siamo immaginati come parte della nostra visione iniziale, fino a quando poi non abbiamo realizzato la prima performance a Bologna ed il tutto ha preso forma. Dopo abbiamo pubblicato le musiche dello spettacolo su disco, mantenendo in linea di massima le medesime strutture.

In Lumina l’elettronica appare meno come un elemento decorativo e più come l’architettura stessa della composizione. Qual è stata la sfida più grande nel mantenere vivo il lato umano ed emotivo della musica all’interno di questa nuova centralità della tecnologia?
Il tema della dicotomia tra umano e tecnologico può declinarsi facilmente ad acustico ed elettronico, o per lo meno quest’ultima ne è una buona rappresentazione. Abbiamo sempre utilizzato strumenti elettronici, macchine analogiche e non, questa volta non sono solo parte degli arrangiamenti ma costituiscono la vera a propria struttura del disco, poiché era quello il suono portante che avevamo in mente quando ci siamo immaginati Lumina: sequenze, arpeggiatori e casse dritte, qualcosa che potesse reggere un flusso continuo. Non che la musica elettronica non abbia un impatto emotivo, anzi, ma credo che l’aspetto ‘umano’ in questo caso si regga più sugli strumenti acustici che fanno parte dell’arrangiamento: c’è un oud, un violoncello, uno xilofono che diventano parte fondante di alcuni brani, dove nulla prevale sul resto, tutto si mescola creando un equilibrio, è un metodo a cui siamo molto legati.

Ascoltando il disco si ha l’impressione che la world music venga completamente ripensata attraverso il linguaggio della club culture, quasi come se ritualità ancestrale e pista da ballo appartenessero allo stesso spazio. È una lettura che sentite vicina? E quali geografie culturali hanno alimentato maggiormente l’immaginario di Lumina? Cosa vi portate dietro da Habitat?
Di fatto per noi è così, Lumina avvicina esattamente questi due mondi, dalla musica tradizionale del candomblè, legata alla spiritualità afro-brasiliana, alla French House e all’acid house. Come sempre le influenze e le geografie sono molteplici, dalla musica nord Africana all’elettronica europea e statunitense, i generi nascono e si spostano, dall’Africa arrivano in Sud America, dall’Europa al Nord America, di fatto è tutto in movimento e le cose sono spesso più connesse tra loro di quanto si pensi. Di Habitat ci resta addosso la voglia di andare a curiosare in altre zone del mondo, di connettere dei punti sulla mappa.

Da sempre i C’MON TIGRE sfuggono all’idea di “band” tradizionale per avvicinarsi piuttosto a un collettivo multidisciplinare. Oggi che ruolo ha la performance nella vostra ricerca? È ancora un’estensione della musica o è diventata il luogo in cui il progetto trova la sua forma più completa?
Esattamente, C’mon Tigre non è una ‘band’, abbiamo sempre evitato questa definizione e siamo sempre stati multidisciplinari. Rispetto alle produzioni precedenti questa volta la performance è stata la base di partenza da cui cominciare ad immaginarsi tutto il resto, un incipit fondamentale per dare forma alle musiche, alle immagini, perché quello era lo scopo: costruire un’ esperienza immersiva. Il concetto di performance è diventato un elemento costruttivo, dalla prima bozza di stesura fino alla vera e propria realizzazione dello spettacolo. In generale per noi non c’è mai stata solo un’estensione della musica: audio, immagini e luci diventano un tutt’uno soprattutto quando, come in questo caso, si parla di ricerca sugli aspetti tecnologici ed umani nella creazione artistica.

Ripensando a lavori come Racines, Scenario, Habitat e ora Lumina, quali sono secondo voi le differenze più significative nel vostro modo di comporre e immaginare un album? C’è qualcosa che sentite di aver definitivamente lasciato alle spalle?
Ogni album è un mondo a sé, sempre diverso dagli altri, e manifesta il momento personale e storico in cui viviamo. Basti pensare che tra Racines e Scenario c’è stata una pandemia di mezzo. Scrivere un disco è una sorta di esigenza ed il modo di comporre cambia rispetto a quello che si vuole comunicare, tornando a Lumina ad esempio, scrivere seguendo un filo narrativo che costruisse una performance dal vivo ha presupposto un metodo sicuramente diverso dal comporre canzoni di stampo autoriale. Non penso che ci siamo lasciati alle spalle qualcosa, sento che cambiamo di volta in volta, e non è detto che non si vada a riprendere qualcosa che era rimasto indietro rispetto a dove siamo oggi.
Uno dei brani si intitola We Were Here, Technically: un titolo che sembra racchiudere molte delle domande del disco sul rapporto tra presenza, memoria e tecnologia. In un’epoca in cui gran parte dell’esperienza artistica passa attraverso schermi, algoritmi e intelligenza artificiale, cosa significa per voi essere davvero presenti?
Per noi significa impegnarsi per conoscere quanto ci circonda senza farsi prendere troppo la mano, mantenendo il contatto con le nostre radici. Siamo contrari al rifiuto a priori, bisogna conoscere per poter scegliere.

Molti brani di Lumina sembrano nascere da immagini in movimento, come se appartenessero a un film immaginario. Se aveste potuto abitare un capolavoro del cinema del passato scrivendone la colonna sonora, quale sarebbe stato il vostro rifugio ideale e quale dialogo si sarebbe creato tra le vostre frequenze e quelle immagini?
Abbiamo sempre scritto musica immaginandoci un contesto, una storia, un immaginario specifico, motivo per cui ad un certo punto, nel 2024, abbiamo realizzato il disco ‘Instrumental ensemble / Soundtrack for imaginary movie vol.1’ scritto proprio come colonna sonora di un film immaginario. Rispondendoti di getto, perchè gli esempi sarebbero tantissimi e differenti tra loro, ci sarebbe piaciuto essere essere parte delle musiche di ‘Broken Flowers’ di Jarmush.

Vanta – Video


Beck - Ride Lonesome

Fontaines D.C.
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