Salvatore Lampitelli, in arte Sabba, dopo anni di esperienze musicali al fianco di musicisti del calibro di Franco Del Prete e Daniele Sepe (lo abbiamo incrociato su queste pagine in Le nuove avventure di Capitan Capitone) approda all’esordio solista, scritto assieme a Paci Ciotola, che ne è anche produttore. Dieci canzoni che navigano sui mari increspati del mondo black, dal gospel al funky, tra arrangiamenti eleganti come l’abito sfoggiato in copertina e ruvide, brutali immersioni in una realtà desolante, che innesca connessioni asfissianti sulla superficie delle cose fino a creare un tappeto di illusioni per seppellire lo spettro della solitudine, la perdita, la morte. A squarciare quel velo arriva ’A verità, che una volta affrontata “forse nun te fa male chiù”, una ballata pianistica con quella melodia da lucciconi e fiammelle di accendini da ondeggiare sul prato di un grande concerto (accendini, sì, e non le luci fredde dei cellulari che li hanno quasi del tutto soppiantati). Ancora sul piano andante si fonda Tra milioni di spose, che tinge la notte di nero soul per poi squarciarla con lampi di acuti stellari “ascpettan’ ca esce ‘o sole“, cercando la forza necessaria ad andare avanti in un crescendo pulsante. E dopo un inizio in minore, dolente, Sabba indossa lo smocking per il palco del grande show di Darling, col cantante che guadagna la ribalta sostenuto dal ritmo trascinante e i fiati di una big band, dando prova di versatilità teatrale, passando dai riflettori di un Ariston d’annata ai locali salseri cubani, per finire in un coro gospel che cita i Napoli Centrale di Campagna, “chiove o jesce ‘o sole“. Il sole. Ma lo specchio interiore in cui guarda Lampitelli lo costringe a tornare nel dolente soul blues di Guardame ’nfaccia, che si fa carico della catastrofe della guerra e tenta di esorcizzarla dando voce al dramma di un bambino che si chiede inerme “se questa è una guerra noi abbiamo perso già“: come non pensare al genocidio dei palestinesi? E allora il rithm’n’blues di Fenomeni volge lo sguardo alla deriva di una società dei consumi e dell’apparenza, dello sterile esibizionismo di social e talent (che l’autore ha conosciuto da vicino) strizzando l’occhio al funky, talvolta anche un po’ ruffiano, di Zucchero, che qui diventa invece un trampolino di lancio per una vocalità spumeggiante e diretta, che unisce dialetto di strada a gustosi falsetti black. Ma l’insospettabile riferimento a Dune mosse di Zucchero (un ricordo sepolto anche per me) torna scavare nelle strofe slow blues di Ma’, doloroso perno tematico di un album che ruota intorno alla perdita della figura materna, simbolo di un vuoto esistenziale che solo l’apertura epica di una musica radiosa può colmare, sia pure per l’istante di una acuto, che lascia spazio alla chiusura di una lacrima dimessa. In cerca di equilibrio interiore 100 fiori trova la leggerezza sapiente di un ritmo alla Lucio Dalla, una brezza che accompagna le piccole cose del quotidiano come il soffio di fiati vaporosi ma capaci di salire sulla giostra di un ritornello graffiante e al contempo piacione, da navigato cantante confidenziale che libera quando vuole una potenza tenorile. La morbida ballata Tira’ a campa’ omaggia le voci potenti del Mario Musella negli Showmen e del Demetrio Stratos con I Ribelli, attraverso falsetti che potrebbero scivolare nel nazional-popolare anni ’70 e invece travano un solo di chitarra viscerale eseguito da Alessandro Morlando che rimanda agli episodi più sanguigni di Gilmour. Lungo le stersse coordinate vocali si muove il lento blues gospel di Hey Jex, che scorre accorato sulle note profonde dell’arpeggio di una calda chitarra elettrica, perché “per rinascere c’è bisogno di luce“. L’interpretazione sofferta e di sana violenza, intesa come impeto incontenibile, della desolata e spettrale ’A musica mia che r’è dei Napoli Centrale (dall’album Qualcosa ca nu’ mmore, 1977), a un anno esatto dalla dolorosa scomparsa del compianto James Senese, assume un significato di particolare rilievo nella produzione di Sabba, che aveva già affiancato Franco Del Prete nei Sud Express. L’apertura per sola batteria affidata ad Alfonso Donadio, allievo proprio di Del Prete, che al termine dell’esecuzione non si trattiene dal gridare “sempe, pe’ sempe!”, va ben oltre l’omaggio sentito e trasforma l’intera cover in una preghiera appassionata, in cui il tema di sax è raccolto da un muro di chitarre, fischi e tastiere di drammatica tensione, fino a che Sabba interviene con voce spezzata e possente a intonare con foga selvaggia uno dei più dolorosi testi mai cantati da Senese, vincendo la sfida di raggiungere un livello di pathos per molti inarrivabile, affogando nei risucchi viscerali di un’elettrica tagliente come una spada affilata. È un esordio, ma è anche la consacrazione di un talento che merita di essere seguito con la massima attenzione.
Credits
Label: Soundinside Records – 2026
Line-up: Salvatore Lampitelli (voce solista, cori, chitarre, basso, pianoforte, programmazione, arrangiamenti) – Paci Ciotola (vocal producer, cori, chitarre, pianoforte, Rhodes, organo, synth, tastiere, programmazione, fischio, batteria aggiuntiva, archi aggiuntivi) – Alfonso Donadio (batteria) – Corrado Calignano (basso) – Alessandro Morlando (chitarre) – Peppe Folliero (chitarre) – Jex Sagristano (chitarre) – Giovanni Pagliaro (pianoforte, Rhodes) – Antonello Iannotta (percussioni, triangolo, chimes) – Nico Giordano (viola, arrangiamento archi, composizione) – Stella Manfredi (violino) – Rossella Graniero (violino) – Pasquale Termini (violoncello) – Antonio Farabella (sax baritono, arrangiamento fiati, composizione) – Mario Verace (sax tenore) – Donato Verace (tromba) – Santo Verde (trombone) – Giassel (voci) – Letizia Vitagliano (coro, direttrice del coro) – Raffaella Calafato (coro) – Silvestro Genovese (coro) – Flavia Castiglia (coro)
Tracklist:
- ‘A Verità
- Tra Milioni di Spose
- Darling
- Guardame ’nfaccia
- Fenomeni
- Ma’
- 100 fiori
- Tira’ a Campa’
- Hey Jex
- ’A Musica Mia Che R’e’
Link: Sito Ufficiale
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