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Perfecth – Queens Of The Stone Age

QOSA_2026Guardiamoci allo specchio. Ancora una volta. In Villains Josh Homme ci invitava ad accettare la danza dei nostri demoni. Le luci erano basse, il groove irresistibile, il male aveva ancora qualcosa di seducente. Nove anni dopo la festa sembra finita. Le insegne al neon sono ancora accese, ma la pista da ballo è vuota. Restano soltanto pensieri, cicatrici e quella strana sensazione che arriva quando smettiamo di scappare da noi stessi. C’è qualcosa di profondamente simbolico in quella “h” finale. Perfecth non è la perfezione, ma la sua versione incrinata. Un errore ortografico trasformato in manifesto. Nulla è perfetto, sembra suggerire Homme. Nemmeno l’amore. Nemmeno chi sopravvive alla fine di una storia. Dopo la rabbia corrosiva di In Times New Roman…, i Queens Of The Stone Age scelgono una strada più difficile: la vulnerabilità. It’s Only Love apre il disco come una stazione ferroviaria immersa nella nebbia. Archi, vento, presagi e quella “corda sporca” a cui il protagonista continua ad aggrapparsi. L’amore non è una salvezza. È un salto nel vuoto. Da qui prende forma un viaggio tra relazioni consumate e fantasmi ancora vivi. Insignificant Other ribalta il concetto di “persona importante” trasformandolo in assenza, con un groove malinconico che richiama tanto l’eleganza di Post Pop Depression quanto certe ombre seventies alla Fleetwood Mac. Quando Homme canta che tutti facciamo piani finché la vita non decide diversamente, sembra riassumere il cuore stesso dell’album. Il lato più rock emerge in Where The Goth Girls At?, costruita su riff ruvidi e una batteria martellante che riporta alla mente tanto il desert rock dei Queens quanto il boogie sporco degli  ZZ Top passati attraverso un filtro gotico. È un inno agli outsider, a chi continua a esistere anche quando il sole torna a splendere. Tra i momenti migliori figurano anche l’inquietante Mono, quasi un horror sonoro costruito su tensioni e allucinazioni, e From The Cliff, che trasforma l’amore in un atto di fede, un tuffo nel blu senza alcuna certezza. Poi arriva Sunday, recuperata dall’universo di Post Pop Depression, dove il fantasma di Bowie continua a camminare accanto a Homme, elegante e malinconico. Persino Easy Street, nata durante il periodo di Alive In The Catacombs, nasconde dietro il tono ironico una resa dei conti personale. Quando Homme ammette di non essere più l’uomo di un tempo, sembra chiudere definitivamente il capitolo dell’outlaw romantico che per anni ha abitato le sue canzoni. Il disco si chiude con Run Away From The Mob, dove la folla del titolo smette di essere soltanto una massa esterna e diventa il rumore dei nostri pensieri. L’apparizione di Dave Grohl alla batteria conferisce al finale una forza catartica che non offre risposte ma lascia intravedere una possibile riconciliazione. Se Villains trasformava il male in danza e In Times New Roman… il dolore in veleno, Perfecth accetta semplicemente di restare ferito. Non cerca la guarigione. Cerca la riparazione. Dopo quasi trent’anni di carriera, i Queens Of The Stone Age continuano a muoversi lungo la loro autostrada desertica, ma oggi guidano con uno sguardo diverso. Non osservano più l’orizzonte. Guardano le crepe sul parabrezza. Ed è proprio lì che trovano la loro verità più profonda. La perfezione non esiste. Esistono soltanto le sue cicatrici. E la bellezza inattesa che continua a filtrare attraverso di esse.

Credits

Label: Matador – 2017

Line-up: Josh Homme (vocals, guitar, slide guitar) – Troy Van Leeuwen (guitar, backing vocals, Moog synthesizer) – Dean Fertita (keyboards, guitar, backing vocals, piano) – Michael Shuman (bass, backing vocals, cymbals) – Jon Theodore (Drums).

Tracklist:

01. It’s Only Love
02. Insignificant Other
03. Where The Goth Girls At?
04. Mono
05. From The Cliff
06. Sunday
07. Easy Street
08. Phantom Limb
09. Run Away From The Mob
Link: Sito ufficiale

Easy Street – video

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Queens Of The Stone Age
Perfecth


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