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	<title>Lost Highways &#187; Editoriali</title>
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	<description>Seek your mood, Find your lost highways!</description>
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		<title>Mojave 3: l’opera completa torna a vivere</title>
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		<pubDate>Thu, 13 Aug 2026 10:22:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Vladimiro Vacca]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Editoriali]]></category>
		<category><![CDATA[News]]></category>

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		<description><![CDATA[Mojave 3 sono sempre stati una frontiera silenziosa: tre figure — Neil Halstead, Rachel Goswell, Ian McCutcheon — che dopo il collasso stellare degli Slowdive hanno scelto di non esplodere, ma di svanire dolcemente, reinventandosi in una musica che non chiedeva più di essere guardata, bensì ascoltata come un respiro. Nelle loro canzoni c’è la polvere &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="aligncenter size-large wp-image-52632" src="https://www.losthighways.it/wp-content/uploads/c-Phil-Nicholls-Mojave-3-1024x702.jpg" alt="(c) Phil Nicholls - Mojave 3" width="618" height="424" />Mojave 3 sono sempre stati una frontiera silenziosa: tre figure — Neil Halstead, Rachel Goswell, Ian McCutcheon — che dopo il collasso stellare degli Slowdive hanno scelto di non esplodere, ma di svanire dolcemente, reinventandosi in una musica che non chiedeva più di essere guardata, bensì ascoltata come un respiro. Nelle loro canzoni c’è la polvere delle strade secondarie, il chiarore di un pomeriggio che non finisce, la malinconia che non fa male ma accompagna. Halstead porta con sé una scrittura che sa di folk crepuscolare e di country sussurrato, Goswell intreccia armonie che sembrano arrivare da un’altra stanza della casa, mentre McCutcheon tiene tutto insieme con una batteria che non incalza: accarezza. La reissue dell’intera discografia — <strong><em>Ask Me Tomorrow</em> (1995), <em>Out of Tune</em> (1998), <em>Excuses for Travellers</em> (2000), <em>Spoon and Rafter</em> (2003), <em>Puzzles Like You</em> (2006)</strong> — è più di un ritorno in catalogo: è un invito a riascoltare il percorso di una band che ha attraversato dieci anni cambiando pelle senza mai perdere la propria anima. Dai primi bozzetti acustici, quasi demo, che Ivo Watts-Russell trasformò in un debutto leggendario, fino alle aperture elettroniche, ai glockenspiel, alle melodiche, alle tinte psichedeliche e luminose degli ultimi lavori. Cinque dischi che raccontano una storia di sottrazione e poi di espansione, di intimità e poi di colore. Cinque dischi che tornano ora, rimasterizzati ad Abbey Road, come un archivio emotivo finalmente riaperto: nitidi, delicati, vivi.Un’occasione per ritrovare quella band che non ha mai urlato, ma che ha lasciato un’eco lunga, come un tramonto che continua a brillare anche quando la notte è già arrivata.</p>
<h2>Mojave 3 &#8211; Love Songs On The Radio</h2>
<p><iframe title="YouTube video player" src="https://www.youtube.com/embed/yhGCk1Nlyfw?si=4QvnJKkRxKS-cMoJ" width="560" height="315" frameborder="0" allowfullscreen="allowfullscreen"></iframe></p>
<h2>Supporta LostHighways</h2>
<div style="width: 260px; padding: 15px; border-radius: 12px; background: linear-gradient(135deg, #dfe9f3 0%, #ffffff 100%); border: 2px solid #4a6fa5; box-shadow: 0 4px 10px rgba(0,0,0,0.15); text-align: center; font-family: Arial, sans-serif;"><a href="https://www.amazon.it/ask-me-tomorrow-mojave-3/dp/B0H26NCXL8?__mk_it_IT=%C3%85M%C3%85%C5%BD%C3%95%C3%91&amp;crid=VXJ11CGLWFA0&amp;dib=eyJ2IjoiMSJ9.k48WCvc3Tbv3N0JeMT2fiv4Gdx6JIwzcILybTOZn-z1qb9VCfLYq8R2u9dXNGCjZUzUeEukQudB4WQGG_0KyJpMGJ-qHIL96vnnykAorIS1BubUddksl2tT73cvYPSetQ5rvwkof6ZZ1PlxXf1EtiukIQ7KtSSgi9DMS9L3gs75YFLginOmBaDhZtocUYLjvrZ1A_Gc42atxvYHRlkdYFs1k7y0oZAng_cb-UxY0CXvE_zL_R7CmXrDtHySelyR2AHft3-lK7InfNtytxzBoMsWPXCF5vE-DjGdd--Cotb0.DZFuzlgijVY-ilzR992NhYqCuPpGTMHbsvotEnCEpCc&amp;dib_tag=se&amp;keywords=Mojave+3&amp;qid=1786614837&amp;sprefix=mojave+3%2Caps%2C175&amp;sr=8-3&amp;linkCode=ll2&amp;tag=losthigit-21&amp;linkId=b3a027bb99c6b7ad415200fc9493d939&amp;ref_=as_li_ss_tl" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><br />
<img style="width: 120px; height: auto; border-radius: 6px; margin-bottom: 10px;" src="https://m.media-amazon.com/images/I/51wVk15775L._AC_SL1400_.jpg" alt="Mojave 3 - Ask me tomorrow" /><br />
</a></p>
<div style="font-size: 14px; color: #2c3e50; margin-top: 8px;">
<p><strong>Mojave 3</strong></p>
<p><em><strong>Ask me tomorrow</strong></em></p>
</div>
<p><a style="display: inline-block; margin-top: 12px; padding: 8px 14px; background: #4a6fa5; color: white; text-decoration: none; border-radius: 6px; font-size: 13px;" href="https://www.amazon.it/ask-me-tomorrow-mojave-3/dp/B0H26NCXL8?__mk_it_IT=%C3%85M%C3%85%C5%BD%C3%95%C3%91&amp;crid=VXJ11CGLWFA0&amp;dib=eyJ2IjoiMSJ9.k48WCvc3Tbv3N0JeMT2fiv4Gdx6JIwzcILybTOZn-z1qb9VCfLYq8R2u9dXNGCjZUzUeEukQudB4WQGG_0KyJpMGJ-qHIL96vnnykAorIS1BubUddksl2tT73cvYPSetQ5rvwkof6ZZ1PlxXf1EtiukIQ7KtSSgi9DMS9L3gs75YFLginOmBaDhZtocUYLjvrZ1A_Gc42atxvYHRlkdYFs1k7y0oZAng_cb-UxY0CXvE_zL_R7CmXrDtHySelyR2AHft3-lK7InfNtytxzBoMsWPXCF5vE-DjGdd--Cotb0.DZFuzlgijVY-ilzR992NhYqCuPpGTMHbsvotEnCEpCc&amp;dib_tag=se&amp;keywords=Mojave+3&amp;qid=1786614837&amp;sprefix=mojave+3%2Caps%2C175&amp;sr=8-3&amp;linkCode=ll2&amp;tag=losthigit-21&amp;linkId=b3a027bb99c6b7ad415200fc9493d939&amp;ref_=as_li_ss_tl"><br />
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</a></p>
</div>
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		<title>Non andare: Francesco Guccini</title>
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		<pubDate>Thu, 06 Aug 2026 13:22:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Cristiano D’Anna]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Editoriali]]></category>
		<category><![CDATA[News]]></category>

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		<description><![CDATA[La notizia arriva direttamente sul cellulare. Il menù a tendina si apre e leggo le news mentre sto lavorando. È morto Guccini. Semplice. Diretto. Senza fronzoli. Forse, chissà, gli sarebbe anche piaciuto. Resto fermo giusto un paio di secondi. Sapevo che sarebbe stata una brutta giornata, chissà perché lo sapevo già. Ma così. Così è &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<div dir="auto"><img class="aligncenter size-full wp-image-52600" src="http://www.losthighways.it/wp-content/uploads/guccini.jpg" alt="guccini" width="739" height="415" /></div>
<div dir="auto">La notizia arriva direttamente sul cellulare. Il menù a tendina si apre e leggo le news mentre sto lavorando.</div>
<div dir="auto">È morto Guccini.</div>
<div dir="auto">Semplice. Diretto. Senza fronzoli.</div>
<div dir="auto">Forse, chissà, gli sarebbe anche piaciuto.</div>
<div dir="auto">Resto fermo giusto un paio di secondi. Sapevo che sarebbe stata una brutta giornata, chissà perché lo sapevo già. Ma così. Così è dura.</div>
<div dir="auto">Torno a lavoro.</div>
<div dir="auto">Tornano alla mente una serie di fotografie e di note. Un disco incorniciato appeso alla parete. I primi accordi alla chitarra, quel passaggio da Do a Sol7+ che ricorda l’andamento di una Locomotiva. Un vecchio concerto visto con Vlady. Quando eravamo alunni di un altro mondo.</div>
<div dir="auto">E stranamente mi si apre un inaspettato sorriso. Un sorriso che è quasi il risultato di un senso di comprensione, come quando da ragazzino ti riusciva quell’equazione così difficile.</div>
<div dir="auto">Dare un senso agli eventi.</div>
<div dir="auto">Il mondo è cambiato, dice Galadriel.</div>
<div dir="auto">Non è più il nostro. Non è più il suo.</div>
<div dir="auto">Oramai era fuori posto.</div>
<div dir="auto">Praga è rifiorita dopo quella Primavera, le fiamme che divorano Ian Hus non le vede più nessuno. Anche le sue urla dal rogo sono silenziate dalle risate che arrivano dai KFC.</div>
<div dir="auto">Non era più il mondo del Guccio.</div>
<div dir="auto">I nipoti di coloro che sono passati per il camino, di coloro che sono nel vento, hanno trasformato il loro viso. Non sono più simili ai topolini di Spiegelman. Ora sono lupi e chiamano Difesa ciò che i loro nonni andati in fumo avrebbero chiamato Abominio.</div>
<div dir="auto">Non era più il mondo del Guccio.</div>
<div dir="auto">Frotte di turisti stipati negli autogrill mangiano guardando il cellulare. Non ci sono più occhi per quella ragazza d&#8217;una sua bellezza acerba e bionda senza averne l&#8217;aria. Così dolce ma così triste, come i fiori e l&#8217;erba di scarpata ferroviaria. Oramai si corre, bisogna produrre. Il tempo dei jukebox sembra poterlo ancora afferrare con la mano ma, in realtà, è sempre più Passato. Si dipinge d’azzurro, color di lontananza.</div>
<div dir="auto">Non è più il mondo del Guccio questo.</div>
<div dir="auto">In questo mondo un presidente del Senato, alla commemorazione della Strage che scolpì l’Italia nella sua forma attonita, non pronuncia mai, nemmeno una volta, le parole “bomba fascista” per commemorare i morti di Bologna. Come se le parole fossero offensive. Come se quei binari fossero saltati in aria per opera e virtù dello Spirito Santo. Quello stesso Spirito Santo che rende Bologna forte da poter restare in piedi per quanto colpita.</div>
<div dir="auto">No, non è più il mondo di Guccini questo. Questo in cui vendiamo armi per non sentirci imbelli, lasciamo che la gente si scanni purché si possa credere di avere ancora sogni senza tempo, impressioni di un momento come luci di case intraviste da un treno.</div>
<div dir="auto">Mi fermo qui.</div>
<div dir="auto">Ho avuto nomi che mi hanno formato. De Andrè, Pino, Garcia Marquez, Dostoevskij. Non li voglio elencare tutti. Non ne ho voglia.</div>
<div dir="auto">Però Guccini era uno di questi.</div>
<div dir="auto">Vorrei poter dire cosa è stato per me ma non vi interessa. Pazienza.</div>
<div dir="auto">Interessa me. Vorrei aver potuto conoscere l&#8217;odore del suo paese e camminare di casa nel suo giardino e respirare nell&#8217;aria sale e maggese, gli aromi della sua salvia e del rosmarino.</div>
<div dir="auto">Tante cose vorrei, adesso, Guccio. Ma cosa vuoi che ti dica adesso che sei andato via?</div>
<div dir="auto">Non andare.</div>
<div dir="auto">Vai.</div>
<div dir="auto">Non restare.</div>
<div dir="auto">Stai.</div>
<div dir="auto">Non parlare.</div>
<div dir="auto">Parlami di noi.</div>
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		<title>THE BEAR 5: la soundtrack di Zimmer e Lundberg come tensione e continuità emotiva.</title>
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		<pubDate>Fri, 31 Jul 2026 16:23:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Vladimiro Vacca]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Autostop]]></category>
		<category><![CDATA[Editoriali]]></category>

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		<description><![CDATA[La colonna sonora di THE BEAR – Stagione 5 è un cambio di pelle: non più il grande romanzo musicale americano costruito attraverso brani non originali, ma un corpo sonoro che pulsa dall’interno, che nasce dalla tensione stessa dei personaggi. È una stagione che suona meno come una playlist e più come un sistema nervoso. La &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="aligncenter size-large wp-image-52592" src="https://www.losthighways.it/wp-content/uploads/the-bear-5-finale-recensione-serie_jpg_1280x720_crop_q85-2-1024x576.jpg" alt="the-bear-5-finale-recensione-serie_jpg_1280x720_crop_q85 (2)" width="618" height="348" />La colonna sonora di <em><strong>THE BEAR – Stagione 5</strong></em> è un cambio di pelle: non più il grande romanzo musicale americano costruito attraverso brani non originali, ma un corpo sonoro che pulsa dall’interno, che nasce dalla tensione stessa dei personaggi. È una stagione che suona meno come una playlist e più come un sistema nervoso. La stagione 5 sostituisce il prestigioso jukebox emotivo delle prime annate con una colonna sonora originale più coesa, granulare, psicologica. Il lavoro di Zimmer e Lundberg  diventa la vera architettura emotiva della serie: un suono che non illustra, ma <em>abita</em> i personaggi. Le stagioni 1–4 erano costruite come un atlante emotivo della cultura indie/alt americana: Springsteen, Wilco, Trent Reznor, Pearl Jam, Sufjan Stevens. Ogni brano era un detonatore narrativo, un ponte con la memoria dei personaggi. La musica diventa un flusso continuo, un ambiente. Non cerca la citazione, non cerca il momento “da playlist”: lavora sulla tensione, sulla ripetizione, sulla fragilità. La colonna sonora di <em><strong>THE BEAR 5</strong> </em>è un organismo vivente. Lundberg costruisce un paesaggio fatto di pulsazioni elettroniche sottili, droni che si aprono come ferite, pianoforti trattenuti che sembrano respirare. È una musica che non vuole raccontare <em>cosa</em> provano i personaggi, ma <em>come</em> lo provano: in modo intermittente, nervoso, irregolare. Dove le stagioni precedenti usavano brani celebri per amplificare la nostalgia o la rabbia, qui la musica diventa una pressione atmosferica. Non c’è più la celebrazione del gusto musicale dei personaggi: c’è la loro interiorità, nuda, spesso instabile. Zimmer lavora come un sound designer più che come un compositore tradizionale. Le sue tracce sono costruite con una cura quasi chirurgica: micro‑texture, rumori di fondo, battiti che sembrano provenire dalla cucina stessa. Ogni tema è una variazione sul filo della tensione: niente melodie memorabili, ma pattern che si ripetono e si deformano, come se la musica fosse un pensiero ossessivo. Zimmer non cerca la bellezza: cerca la verità emotiva. Il suono è sporco, compresso, a volte quasi soffocante. È la colonna sonora di una mente che non si ferma mai. La sua produzione accompagna la trasformazione dei personaggi: Carmy che implode, Sydney che trattiene, Richie che cerca un equilibrio impossibile. La musica non commenta: <em>anticipa</em>. La colonna sonora di <em><strong>THE BEAR 5</strong> </em> è un cambio di paradigma. Dopo anni in cui la serie ha costruito la propria identità attraverso un uso magistrale di brani non originali, la nuova stagione sceglie una via più intima, più rischiosa: una musica che non vuole essere ricordata, ma percepita. Zimmer firma una produzione che sembra provenire dalle pareti del locale, dai rumori della cucina, dai pensieri dei personaggi. È un suono che pulsa, che si restringe, che si espande. Non cerca la gloria del singolo brano: cerca la continuità emotiva. Se le stagioni precedenti erano un mixtape di memorie, questa è una stanza chiusa dove la musica diventa aria, pressione, attesa. È meno iconica, certo, ma più necessaria. È la colonna sonora di un mondo che non ha più tempo per la nostalgia: solo per la verità.</p>
<h2 style="text-align: justify;">Soundtrack Video</h2>
<p><iframe title="YouTube video player" src="https://www.youtube.com/embed/Q_3271TpBS4?si=zK90hzwxOXBhrY4N" width="560" height="315" frameborder="0" allowfullscreen="allowfullscreen"></iframe></p>
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		<title>Nel parco dei fantasmi, tra minimalismo, lutto e rinascita creativa: Intervista a Bruce Soord</title>
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		<pubDate>Thu, 30 Jul 2026 08:36:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Vladimiro Vacca]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Editoriali]]></category>
		<category><![CDATA[Interviste]]></category>

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		<description><![CDATA[C’è sempre un senso di familiarità quando LostHighways incontra Bruce Soord. Il leader dei The Pineapple Thief, ormai di casa sulle nostre pagine, torna a parlarci in occasione dell’uscita di Ghosts In The Park, il nuovo capitolo della sua produzione solista. Un disco spoglio, raccolto, attraversato da chitarre acustiche che sembrano respirare accanto all’ascoltatore, e &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong><img class="aligncenter size-full wp-image-52536" src="https://www.losthighways.it/wp-content/uploads/bruce-soord_in_26.jpg" alt="bruce soord_in_26" width="800" height="640" />C’è sempre un senso di familiarità quando LostHighways incontra Bruce Soord. Il leader dei The Pineapple Thief, ormai di casa sulle nostre pagine, torna a parlarci in occasione dell’uscita di <em><a href="https://www.losthighways.it/2026/05/16/ghosts-in-the-park-bruce-soord/" target="_blank">Ghosts In The Park</a></em>, il nuovo capitolo della sua produzione solista. Un disco spoglio, raccolto, attraversato da chitarre acustiche che sembrano respirare accanto all’ascoltatore, e da una scrittura che scava nella memoria, nelle assenze, nelle stanze silenziose lasciate da chi non c’è più. In queste nuove composizioni, Soord abbandona le stratificazioni luminose di <em>Luminescence</em> per abbracciare un minimalismo intimo, quasi confessionale, dove ogni dettaglio sonoro è calibrato per restituire fragilità, distanza, e quella luce ostinata che continua a filtrare anche nei momenti più cupi. Il viaggio creativo del disco si intreccia con un periodo personale complesso, fatto di lutti, responsabilità familiari e solitudini da camera d’albergo, trasformando la scrittura in un rifugio e in un atto di resistenza emotiva. Ancora una volta, Bruce Soord ci accoglie nel suo mondo con sincerità disarmante, e noi abbiamo la fortuna di ascoltarlo da vicino.</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Ghosts In The Park</em> sembra più intimo e spogliato rispetto a </strong><em><strong>Luminescence</strong></em><strong>. Cosa ti ha spinto verso questo suono più minimale, registrato molto da vicino, e cosa volevi lasciarti alle spalle rispetto al disco precedente?</strong><br />
Sono partito con una visione chiara di ciò che volevo fare con questo album, e sì, prevedeva di mantenerlo minimalista. Sentivo di poter raccontare la storia senza dover ricorrere a strati e trucchi di produzione. Detto questo, ci sono comunque momenti in cui gli strati sono molti. Ma anche in quel caso l’ho fatto pensando alla dimensione live, usando il mio looper.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La chitarra acustica è al centro dell’album, quasi come un narratore. In che modo il tuo rapporto con lo strumento ha plasmato il tono emotivo di queste canzoni?</strong><br />
Ho la fortuna di possedere un paio di Taylor davvero splendide. Le lascio in giro, così ogni volta che mi sento ispirato è la chitarra acustica a guidarmi. Inoltre ricordo che da bambino mi innamorai dell’album del 1977 di Anthony Phillips, <strong><em>The Geese and the Ghost</em></strong>. Ho sempre desiderato realizzare qualcosa di focalizzato sulla chitarra acustica come quello.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>L’album affronta la memoria, la perdita e gli spazi silenziosi lasciati da chi amiamo. Come hanno influenzato la tua scrittura questi temi mentre eri costantemente in movimento durante il tour?</strong><br />
Durante la fase di scrittura stavo vivendo gli ultimi mesi della vita di mio padre. Aveva combattuto per anni contro la demenza e alla fine ha avuto la meglio su di lui, costringendolo a trascorrere tre mesi in un reparto ospedaliero prima di morire in una casa di cura. Era anche il principale caregiver di mia madre, che ha (e ha tuttora) un Alzheimer avanzato. Raramente mi riconosce quando la vedo. È stato tutto piuttosto intenso e triste, ma in nessun modo straordinario. È qualcosa che noi esseri umani dobbiamo attraversare. Così tornavo dal reparto ospedaliero e prendevo la chitarra. Come hai detto, gran parte dell’album è stato scritto in tour, ma sempre incorniciato da ciò che stava accadendo ai miei genitori. Con in più la separazione e la solitudine della stanza d’albergo lontana.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Si percepiscono echi del primo Nick Drake o pattern minimalisti che ricordano Reich e Riley. Ci sono stati riferimenti musicali o emotivi del passato che ti hanno guidato nella creazione dell’album?</strong><br />
Nel 2006 andai a una performance di <strong><em>Music for 18 Musicians</em></strong> di Steve Reich, e mi lasciò un segno profondo. E ovviamente tutti amiamo Nick Drake! Ho sempre adorato anche i primi dischi di Colin Blunstone.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Luminescence cercava la luce nel mezzo di un autunno interiore, mentre <strong><em>Ghosts In The Park</em></strong> sembra abbracciare le ombre. Come vedi la relazione tra questi due dischi?</strong><br />
Sono sicuramente collegati, nel loro desiderio di dare un senso alla vita e alla morte. Ma anche se <strong><em>Ghosts In The Park</em></strong> sembra cupo, c’è comunque della luce che cerca di uscire. È ancora molto legato al fare il meglio del tempo che abbiamo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>“You Made a Promise” è uno dei momenti più esposti emotivamente del disco, con la voce quasi sul punto di spezzarsi. Cosa stava accadendo dentro di te quando hai scritto una frase così dura come “you made a promise you’d always look after me”, e come hai affrontato il catturare quella vulnerabilità senza sovraccaricare l’arrangiamento?</strong><br />
Stavo scrivendo a mia sorella mentre lavoravo in studio riguardo alle condizioni di mia madre, al fatto che non ci riconosce mai. Ha senso continuare a farle visita? Mi sono addormentato sul divano dello studio (come spesso mi capita quando scrivo) e mi sono svegliato con un messaggio di mia sorella. Mia madre l’aveva salutata con una lucidità sorprendente, chiamandola affettuosamente per nome. Le ultime volontà di mio padre erano che “dovevamo prenderci cura di mamma”. Ho fatto quella promessa a mio padre. È stato un momento molto intenso leggere quel messaggio. Ho scritto e registrato <em><strong>You Made a Promise</strong></em> immediatamente.</p>
<h1 class="style-scope ytd-watch-metadata">Meet Me On The Downs &#8211; Video</h1>
<p><iframe title="YouTube video player" src="https://www.youtube.com/embed/I7a7Wkn_v64?si=gnP-rtKnW26bo4Vm" width="560" height="315" frameborder="0" allowfullscreen="allowfullscreen"></iframe></p>
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		<title>Gorillaz live @ Trieste, 25 luglio 2026</title>
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		<pubDate>Thu, 30 Jul 2026 08:31:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Alessio Cuccaro]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Editoriali]]></category>
		<category><![CDATA[Live report]]></category>

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		<description><![CDATA[Una folla di sedicimila persone riempie la monumentale Piazza Unità d&#8217;Italia, davanti a un palco che prende l&#8217;intero prospetto del Municipio, ed è un numero importante, in un mondo che ormai valuta tutto in termini di like, followers e visualizzazioni, perché è una folla trasversale che abbraccia molte generazioni, dai ragazzini agli anziani, tutti accorsi per &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="https://www.losthighways.it/wp-content/uploads/Gorillaz-@-Trieste-Foto-Alessio-Cuccaro.jpg"><img class="aligncenter size-large wp-image-52570" src="https://www.losthighways.it/wp-content/uploads/Gorillaz-@-Trieste-Foto-Alessio-Cuccaro-1024x676.jpg" alt="Gorillaz @ Trieste - Foto Alessio Cuccaro" width="618" height="408" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Una folla di sedicimila persone riempie la monumentale Piazza Unità d&#8217;Italia, davanti a un palco che prende l&#8217;intero prospetto del Municipio, ed è un numero importante, in un mondo che ormai valuta tutto in termini di like, followers e visualizzazioni, perché è una folla trasversale che abbraccia molte generazioni, dai ragazzini agli anziani, tutti accorsi per il concerto concretissimo di una band virtuale partorita dal genio di Damon Albarn e Jamie Hewlett. I Gorillaz sono un quartetto di cartoon, ma sul palco diventano un combo scatenato di ben tredici elementi, cui si aggiungono di volta in volta ospiti che rendono impossibile tenerne il conto, in una performance estremamente umana e toccante, malgrado il ricorso ad effetti elettronici e suoni registrati, come alcune parti vocali per i brani dell&#8217;ultimo album <a href="https://www.losthighways.it/2026/04/03/the-mountain-gorillaz/"><strong><em>The Mountain</em></strong></a>, centrato sul tema della morte e pertanto concepito proprio come rievocazione di alcune figure chiave con le quali la band è entrata in contatto negli anni, attraverso l&#8217;uso di registrazioni vocali, talvolta in apparenza insignificanti. È uno spettacolo musicale e ovviamente anche visuale, la fusione tra i suoni prodotti dall&#8217;orchestra pop che affolla il palco e le animazioni che scorrono sugli schermi giganti, in particolare quello centrale, è praticamente perfetta, a partire dalle scritta hindi &#8220;<em>Montagna</em>&#8221; e la montagna simbolica (è praticamente arte concettuale) che ricorre più volte durante il concerto e lo apre con l&#8217;eterea spiritualità del bansouri di Ajay Prasanna in <strong><em>The Mountain</em></strong>, breve istante di concentrazione prima di avviare il groove della band con la spoumeggiante <strong><em>The Happy Dictator</em></strong>, macinando ritmo irrefrenabile per circa due ore, grazie alla folta sezione ritmica a tre batteristi, tra cui spicca lo stile scoppiettante di Jaega Mckenna-Gordon, cui si aggiunge il suonatore di tabla Kayam Hussain. Le immagini reali o animate mostrano la deriva di una società ogni giorno più distopica, dominata dalle armi e votata alla distruzione; per questo anche Albarn sale sul palco con giubba e berretto militare, denunciando uno stato di cose che richiede una rapida e decisa inversione di tendenza, anche attraverso la musica, questa musica, che ci fa ballare parlando di morte, di <strong><em>Kids With Guns</em></strong> ma anche di crescita spirituale e amore. La scaletta gioca soprattutto con l&#8217;ultimo e coi primi album della band, <strong><em>Song Machine</em></strong> e <strong><em>Cracker island</em></strong> del tutto assenti, tenendo  sempre alta la tensione dai bassi ossessivi di <strong><em>Tranz</em></strong> e <strong><em>Last Living Souls</em></strong>, percossi dall&#8217;infaticabile Seye Adelekan, al fraseggio scanzonato di <strong><em>19-2000</em></strong> e le tastiere torbide di <strong><em>Rhinestone Eyes</em></strong>. Le onde caraibiche di <strong><em>Slow Country</em></strong>, il pathos sfuggente di <strong><em>El Mañana</em></strong>, che Damon intona stringendo le mani a un gruppo di ragazzine incredule in prima fila, guardandosi dritto negli occhi languidi, la dolcezza naif di <strong><em>On Melancholy Hill</em></strong>, le cui note delicate vengono cantate da tutti i presenti.<br />
Kara Jackson sale sul palco per il dolente testo di <strong><em>Orange County</em></strong>, accompagnato dall&#8217;allegro e spensierato fischietto che esorcizza la morte, mentre il volto torvo di Mark E. Smith si mescola alle proiezioni psichedeliche che inondano di luce gli schermi per l&#8217;esplosione di <strong><em>Delirium</em></strong>, in cui Damon allarga le braccia e si lascia andare all&#8217;indietro come travolto da un&#8217;estasi inarrestabile. Si balla sfidando il caldo al ritmo dance di <strong><em>Strobelite</em></strong> (alla sua prima esecuzione in questo tour), con la club disco di <strong><em>Andromeda</em></strong>, coi battiti ansiogeni di <strong><em>She&#8217;s My Collar</em></strong>, tutte estratte da <strong><em>Humanz</em></strong>. Il rap di Posdnuos arriva a scandire la dinamica di <strong><em>Superfast Jellyfish</em></strong>, ma uno dei vertici del concerto si raggiunge quando il rock lo-fi di <strong><em>Kids With Guns</em></strong> viene scosso alle fondamenta come da un terremoto dalle potenti doti vocali di Michelle Ndegwa che abbandona la sua postazione di corista, condivisa con altri tre cantanti, e guadagna la ribalta per un&#8217;esplosione di vocalizzi e acuti degna di Clare Torry in <strong><em>The great gig in the sky</em></strong>, al punto che a pezzo quasi finito Damon non pago le si avvicina a testa bassa intimandole di continuare e lei si produce in una autentica deflagrazione. Yasiin Bey sala sul palco per il rap plasticoso di <strong><em>Stylo</em></strong> e ci resta per duettare con Omar Souleyman, che ha aperto il concerto con un bizzarro dj set, nella travolgente <strong><em>Damascus</em></strong> in fluida fusione di pop e Medio Oriente. Ancora una gioia fanciullesca invade la piazza alle note allegre di <strong><em>Dirty Harry</em></strong> e tutti si scatenano al groove di <strong><em>Feel Good Inc.</em></strong> cantata a squarciagola dai presenti, per la chiusura dei tempi regolamentari.<br />
Il bis comincia col minimalismo introspettivo di <strong><em>Cloud of Unknowing</em></strong>, eseguita dal solo Albarn al piano col misurato ausilio dei feedback della chitarra del fidato Jeff Wootton. Si prosegue con <strong><em>Plastic Beach</em></strong> funestata da un improvviso calo di tensione dell&#8217;impianto, che comparta qualche minuto di tregua: Damon ne approfitta per scendere a firmare autografi tra le prime file, rassicurando il pubblico. L&#8217;energia elettrica ritorna in breve ed è la volta del pop sognante di <strong><em>The Shadowy Light</em></strong>, retto dal canto gutturale e melodioso dell’indiana Asha Bhosle, scomparsa ad aprile, cui la band dedica un partecipato tributo. Poi Albarn impugna una melodica, o diamonica che dir si voglia, e parte un tripudio perché tutti capiscono che è arrivato il momento del tempo spezzato e le traiettorie oblique di <strong><em>Clint Eastwood</em></strong>, la piazza esplode ancora una volta per il gran finale di un concerto che nutre la speranza urlando in coro:<br />
&#8220;<em>I ain&#8217;t happy, I&#8217;m feeling glad</em><br />
<em> I got sunshine in a bag</em><br />
<em> I&#8217;m useless, but not for long</em><br />
<em> The future is comin&#8217; on</em>&#8220;</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="https://www.losthighways.it/wp-content/uploads/Gorillaz-@-Trieste-Foto-Alessio-Cuccaro-02.jpg"><img class="aligncenter size-large wp-image-52571" src="https://www.losthighways.it/wp-content/uploads/Gorillaz-@-Trieste-Foto-Alessio-Cuccaro-02-1024x680.jpg" alt="Gorillaz @ Trieste - Foto Alessio Cuccaro 02" width="618" height="410" /></a></p>
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		<title>La Canzone che ti devo, Flo live @ FOQUS, Napoli, 17 luglio 2026</title>
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		<pubDate>Thu, 30 Jul 2026 08:26:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Alessio Cuccaro]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Editoriali]]></category>
		<category><![CDATA[Live report]]></category>

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		<description><![CDATA[Un&#8217;afosa sera d&#8217;estate ai Quartieri Spagnoli, la Corte dell&#8217;Arte di FOQUS si riempie di un pubblico che sfida l&#8217;umidità che ti ammazza, chi munito di proprio ventaglio chi utilizzando le cartoline ricordo del concerto (mentre, va detto, ai concerti da centinaia di euro in piccionaia il massimo del cimelio è un pdf da stampare a casa!), tutti &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="https://www.losthighways.it/wp-content/uploads/Flo-@-FOQUS-FOto-di-Alessio-Cuccaro-02.jpg"><img class="aligncenter size-large wp-image-52552" src="https://www.losthighways.it/wp-content/uploads/Flo-@-FOQUS-FOto-di-Alessio-Cuccaro-02-1024x674.jpg" alt="Flo @ FOQUS - FOto di Alessio Cuccaro 02" width="618" height="407" /></a>Un&#8217;afosa sera d&#8217;estate ai Quartieri Spagnoli, la Corte dell&#8217;Arte di FOQUS si riempie di un pubblico che sfida l&#8217;umidità che ti ammazza, chi munito di proprio ventaglio chi utilizzando le cartoline ricordo del concerto (mentre, va detto, ai concerti da centinaia di euro in piccionaia il massimo del cimelio è un pdf da stampare a casa!), tutti in attesa di ascoltare <em>La canzone che ti devo</em>, concerto/reading/teatro della cantautrice Flo. Rispetto all&#8217;edizione dello spettacolo vista oltre due anni fa al <a href="https://www.losthighways.it/2023/12/16/la-canzone-che-ti-devo-flo-live-teatro-bolivar-napoli-1-dicembre-2023/">Teatro Bolivar</a> la formazione, già allora priva del ritmo poliedrico di Michele Maione, si assottiglia ulteriormente a trio, costituito oltre la cantante dalle chitarriste Valentina Dalsigre Cirillo, che ha un Instagram pazzesco che meriterebbe una trattazione a parte e che lascia ben sperare per i futuri sviluppi, e Roberta Giannattasio, che oltre a imbracciare la classica colora alcuni brani con una sognante Tongue drum.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="https://www.losthighways.it/wp-content/uploads/Flo-@-FOQUS-FOto-di-Alessio-Cuccaro-06.jpg"><img class="aligncenter size-large wp-image-52559" src="https://www.losthighways.it/wp-content/uploads/Flo-@-FOQUS-FOto-di-Alessio-Cuccaro-06-1024x683.jpg" alt="Flo @ FOQUS - FOto di Alessio Cuccaro 06" width="618" height="412" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Gli arrangiamenti dei brani suonano dunque rinnovati, conservando una pienezza di armonie malgrado la semplificazione strumentale, con le due chitarriste che intrecciano arpeggi, si scambiano i ruoli, affondano staffilate o riempiono il ritmo con pennate larghe, con senso della misura e dell&#8217;equilibrio, supportando con cura le traiettorie vocali di Flo e spesso mescolandosi ad esse in complesse polifonie. Non pensavo ci fossero ancora margini di miglioramento, eppure Flo dimostra con invidiabile naturalezza di aver ulteriormente affinato la sua tecnica giungendo a una padronanza assoluta della voce, autentico strumento al servizio di creatività e trasporto. Dagli acuti più arditi alle intonazioni più sottili, dai graffi onomatopeici e felini ai sussurri di un amore infranto, dal belcanto al grido viscerale, dalle parole declamate come una interprete navigata alle improvvise deflagrazioni liriche.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="https://www.losthighways.it/wp-content/uploads/Flo-@-FOQUS-FOto-di-Alessio-Cuccaro-01.jpg"><img class="aligncenter size-large wp-image-52554" src="https://www.losthighways.it/wp-content/uploads/Flo-@-FOQUS-FOto-di-Alessio-Cuccaro-01-1024x683.jpg" alt="Flo @ FOQUS - FOto di Alessio Cuccaro 01" width="618" height="412" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Il concerto segue il canovaccio del libro autobiografico di Flo intitolato appunto <em>La canzone che ti devo</em> (Coppola Editore, 2023), diviso in dieci capitoli per altrettante figure femminili, reali o metaforiche, la nonna, un&#8217;insegnante, un <em>travestito</em>, la propria città. Si parte dunque dal col fraseggio sensuale di <strong><em>Ça ne tient pas la route</em></strong>, primo successo di Flo, con Roberta a tenere il ritmo francese come se avesse a disposizione un contrabbasso; si prosegue con un filo non cronologico ma emotivo, leggendo o talvolta recitando a memoria passi del volume, racconti di vita vissuta pervasi di musica: da essi ispirata, nel caso di varie canzoni scritte in situazioni anche inverosimili, o legata ai ricordi come quando ancora Roberta arpeggia una delicata versione <strong><em>Quando</em></strong> di Pino Daniele mentre Floriana racconta il &#8220;suo&#8221; primo scudetto del Napoli. Ancora il vissuto personale, anche drammatico e sconfortante come può essere il tradimento subito, offre lo spunto per due brani agli antipodi come <strong><em>Accussì</em></strong>, scritta a sei mani con la coppia ahimè dissolta Alessio Sollo e Gnut, di prosciugato dolore all&#8217;ombra di un vicolo scuro della Sanità o del Pallonetto, e la teatrale <strong><em>Boccamara</em></strong> che mette in scena la vendetta dell&#8217;amore ferito, &#8220;<em>stanotte se ti acchiappo ti mordo e ti avveleno</em>&#8220;, con tanto di duello finale tra la gatta &#8220;<em>ingrifata</em>&#8221; (napoletanamente inteso) e la &#8220;gatta morta&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="https://www.losthighways.it/wp-content/uploads/Flo-@-FOQUS-FOto-di-Alessio-Cuccaro-08.jpg"><img class="aligncenter size-large wp-image-52560" src="https://www.losthighways.it/wp-content/uploads/Flo-@-FOQUS-FOto-di-Alessio-Cuccaro-08-1024x683.jpg" alt="Flo @ FOQUS - FOto di Alessio Cuccaro 08" width="618" height="412" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Ma uno dei vertici lirici della serata e dell&#8217;intera produzione di Flo è la commovente <strong><em>Furtunata</em></strong>, solare storia di adozione felice dalle frasi melodiose che si inerpicano con slancio vitalistico nella coda sudamericana in una audace e passionale prova vocale. Menzione speciale merita anche la rilettura del De Andrè di A<strong><em>more che vieni, amore che vai</em></strong>, il cui fraseggio strumentale è raccolto da Flo con un magnifico fischio lirico, autentico strumento aggiunto al trio, che amplia lo spettro delle armi a disposizione della cantante; un fischio controllato anche col particolare movimento delle mani davanti al microfono, degno dell&#8217;iconica melodia intonata da Alessandro Alessandroni per le colonne sonore di Morricone. Siamo ai Quartieri Spagnoli e allora ci sta che il bis sia dedicato alla canzone napoletana con un&#8217;accorata rilettura della classica e intramontabile <strong><em>Era de maggio</em></strong>, cantata in coro da tutti i presenti, cui resta il solo rammarico che un tale concerto sia finito troppo presto.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="https://www.losthighways.it/wp-content/uploads/Flo-@-FOQUS-FOto-di-Alessio-Cuccaro-03.jpg"><img class="aligncenter size-large wp-image-52555" src="https://www.losthighways.it/wp-content/uploads/Flo-@-FOQUS-FOto-di-Alessio-Cuccaro-03-1024x683.jpg" alt="Flo @ FOQUS - FOto di Alessio Cuccaro 03" width="618" height="412" /></a></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="https://www.losthighways.it/wp-content/uploads/Flo-@-FOQUS-FOto-di-Alessio-Cuccaro-04.jpg"><img class="aligncenter size-large wp-image-52561" src="https://www.losthighways.it/wp-content/uploads/Flo-@-FOQUS-FOto-di-Alessio-Cuccaro-04-1024x683.jpg" alt="Flo @ FOQUS - FOto di Alessio Cuccaro 04" width="618" height="412" /></a></p>
<p><a href="https://www.losthighways.it/wp-content/uploads/Flo-@-FOQUS-FOto-di-Alessio-Cuccaro-05.jpg"><img class="aligncenter size-large wp-image-52562" src="https://www.losthighways.it/wp-content/uploads/Flo-@-FOQUS-FOto-di-Alessio-Cuccaro-05-1024x683.jpg" alt="Flo @ FOQUS - FOto di Alessio Cuccaro 05" width="618" height="412" /></a></p>
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		<title>INTERPOL IL NUOVO SINGOLO IRON CITY e NUOVO ALBUM</title>
		<link>https://www.losthighways.it/2026/07/08/interpol-il-nuovo-singolo-iron-city-e-nuovo-album/</link>
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		<pubDate>Wed, 08 Jul 2026 20:25:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Vladimiro Vacca]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Editoriali]]></category>
		<category><![CDATA[News]]></category>

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		<description><![CDATA[INTERPOL IL NUOVO SINGOLO IRON CITY IL NUOVO ALBUM THIS MIRROR WEIGHS A TON IN USCITA IL 28 AGOSTO, VIA PARTISAN RECORDS DISTRIBUITO DA VIRGIN MUSIC GROUP &#160; Gli Interpol hanno pubblicato il loro nuovo singolo, &#8220;Iron City&#8220;. Il brano è il terzo estratto dal loro prossimo album, This Mirror Weighs a Ton, in uscita il 28 agosto per Partisan &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><strong>INTERPOL<br />
IL NUOVO SINGOLO<br />
<a href="https://us.list-manage.com/XNI4ZQzNZHa?e=eee0de4879&amp;c2id=a0cb7a0f47a469bb78214ad300880938" target="_blank" rel="noopener noreferrer">IRON CITY</a></strong></p>
<p style="text-align: center;">IL NUOVO ALBUM<br />
<a href="https://us.list-manage.com/1CI04YnTs8j?e=eee0de4879&amp;c2id=a0cb7a0f47a469bb78214ad300880938" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><em>THIS MIRROR WEIGHS A TON</em></a><br />
IN USCITA IL 28 AGOSTO,<br />
VIA PARTISAN RECORDS<br />
<strong>DISTRIBUITO DA VIRGIN MUSIC GROUP</strong></p>
<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter size-large wp-image-52528" src="https://www.losthighways.it/wp-content/uploads/interpol_2026-1024x683.jpg" alt="interpol_2026" width="618" height="412" /></p>
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<div class="xam_msg_class">
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;">Gli Interpol hanno pubblicato il loro nuovo singolo, <strong data-end="106" data-start="91">&#8220;<a href="https://us.list-manage.com/1A37oV7pLhD?e=eee0de4879&amp;c2id=a0cb7a0f47a469bb78214ad300880938" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Iron City</a>&#8220;</strong>. Il brano è il terzo estratto dal loro prossimo album, <strong data-end="192" data-start="162"><em data-end="190" data-start="164">This Mirror Weighs a Ton</em></strong>, in uscita il <strong data-end="220" data-start="207">28 agosto</strong> per <strong data-end="245" data-start="225">Partisan Records</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">Con <strong data-end="296" data-start="281">&#8220;Iron City&#8221;</strong>, gli Interpol esplorano la tensione tra passato e futuro che attraversa l&#8217;intero album <strong data-end="414" data-start="384"><em data-end="412" data-start="386">This Mirror Weighs a Ton</em></strong>. I testi di <strong data-end="441" data-start="427">Paul Banks</strong> si muovono tra sogni ricorrenti e momenti di solitudine a <strong data-end="516" data-start="500">Central Park</strong>, in dialogo con una coscienza del futuro che osserva l&#8217;umanità, sfumando il confine tra creatore e creazione. Il ritornello ricorrente, <em data-end="688" data-start="653">&#8220;I can feel your love, iron city&#8221;</em> (&#8220;Posso sentire il tuo amore, città di ferro&#8221;), fa da punto di riferimento al brano, sostenuto da chitarre intrecciate, una sezione ritmica incalzante e suggestive atmosfere sonore.</p>
<p style="text-align: justify;">Prodotto da <strong>Andrew Wyatt (ROSALÍA, Charli XCX)</strong> e mixato da <strong>David Fridmann (Sleater-Kinney, MGMT)</strong>, <em>This Mirror Weighs a Ton</em> amplia la tavolozza sonora degli Interpol grazie all’introduzione di archi, strumenti a fiato, armonie vocali stratificate, chitarre acustiche e soluzioni di sound design sperimentali, senza rinunciare al caratteristico approccio ritmico e melodico che da sempre contraddistingue la band. L’album è stato registrato presso lo studio di Wyatt nel Lower East Side di Manhattan, segnando il ritorno del gruppo alla propria città d’origine per la realizzazione di un disco dopo oltre un decennio.</p>
<p style="text-align: justify;">I primi due brani pubblicati, <strong data-end="1544" data-start="1514">&#8220;<a href="https://us.list-manage.com/F8FRBP7pETT?e=eee0de4879&amp;c2id=a0cb7a0f47a469bb78214ad300880938" target="_blank" rel="noopener noreferrer">This Mirror Weighs a Ton</a>&#8220;</strong> e <strong data-end="1565" data-start="1547">&#8220;<a href="https://us.list-manage.com/S2dAKrCL8Ht?e=eee0de4879&amp;c2id=a0cb7a0f47a469bb78214ad300880938" target="_blank" rel="noopener noreferrer">See Out Loud</a>&#8220;</strong>, hanno offerto un primo assaggio dell&#8217;universo sonoro dell&#8217;album, ricevendo elogi da <strong data-end="1668" data-start="1651">Rolling Stone</strong>, <strong data-end="1686" data-start="1670">The Guardian</strong>, <strong data-end="1701" data-start="1688">Pitchfork</strong>, <strong data-end="1710" data-start="1703">NME</strong>, <strong data-end="1725" data-start="1712">The Fader</strong> e molte altre testate. Se la title track si distingue per un sound ampio e ricco di sfumature, che spinge gli Interpol verso nuovi territori sonori, <strong data-end="1893" data-start="1875">&#8220;See Out Loud&#8221;</strong> recupera invece l&#8217;energia tagliente e propulsiva tipica del loro stile classico e vede una rara performance vocale del chitarrista <strong data-end="2043" data-start="2025">Daniel Kessler</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">Il titolo dell’album è nato dal processo di improvvisazione vocale di <strong>Paul Banks</strong>, nel quale melodie e parole prendono forma simultaneamente. Temi come la riflessione, la percezione e la tensione emotiva attraversano l’intero lavoro, mentre la copertina presenta un’opera di Addie Wagenknecht attualmente conservata nella collezione permanente del Whitney Museum of American Art.</p>
<p style="text-align: justify;">Negli ultimi due anni gli Interpol sono rimasti costantemente in attività, esibendosi come headliner in arene e festival in tutta Europa, America Latina e Asia. Parallelamente, gli ascolti in streaming hanno raggiunto livelli record e il pubblico della band continua a crescere in tutto il mondo. Uno dei momenti più significativi di questo periodo è stato il più grande concerto della loro carriera a Città del Messico, dove si sono esibiti davanti a oltre 200.000 persone.</p>
<p style="text-align: justify;">All’inizio di quest’anno gli Interpol hanno inoltre partecipato al Coachella Valley Music and Arts Festival, dove hanno presentato in anteprima alcuni brani del nuovo album, tra cui “See Out Loud” e “Wings on Fire”. Il prossimo mese la band darà il via a un tour nordamericano da 23 date come headliner. I biglietti sono già disponibili sul sito ufficiale <a href="https://us.list-manage.com/HJjzDtu2sR6?e=eee0de4879&amp;c2id=a0cb7a0f47a469bb78214ad300880938" target="_blank" rel="noopener noreferrer">www.interpolnyc.com/tour-dates</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">Tra le tappe del tour figurano un’esibizione nel festival della loro città natale, il CBGB Festival Under the K Bridge a Brooklyn, The Bowl at Sobeys Stadium di Toronto, The Rady Shell at Jacobs Park di San Diego e The Salt Shed Fairgrounds di Chicago. Alcune date vedranno la partecipazione di Youth Lagoon, Loathe, julie, DIIV e French Police come artisti di supporto, mentre la band accompagnerà anche SOMBR in occasione della tappa di Vancouver.</p>
<p style="text-align: justify;"><img class="aligncenter size-large wp-image-52529" src="https://www.losthighways.it/wp-content/uploads/thisMirror_Interpol_cover_2026-1024x1024.jpg" alt="thisMirror_Interpol_cover_2026" width="618" height="618" /></p>
<p style="text-align: center;" data-pm-slice="1 1"><strong>This Mirror Weighs a Ton &#8211; Tracklist</strong></p>
<p style="text-align: center;" data-pm-slice="1 1">This Mirror Weighs a Ton<br />
See Out Loud<br />
Iron City<br />
Wounded Soldier<br />
Wings On Fire<br />
Ever The Actor<br />
So Rides The Reindeer<br />
Darling Thoughts<br />
Wake Up<br />
Enemy<br />
Bird and The Serpent<br />
Sudden</p>
<div><strong>Contatti &#8211; Interpol</strong><br />
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<p data-pm-slice="1 1"><strong>This Mirror Weighs a Ton Tracklist</strong></p>
<p data-pm-slice="1 1">This Mirror Weighs a Ton<br />
See Out Loud<br />
Iron City<br />
Wounded Soldier<br />
Wings On Fire<br />
Ever The Actor<br />
So Rides The Reindeer<br />
Darling Thoughts<br />
Wake Up<br />
Enemy<br />
Bird and The Serpent<br />
Sudden</p>
<div><strong>Contatti &#8211; Interpol</strong><br />
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		<title>Il coraggio dell’improvvisazione e delle radici: Intervista a Mirco Passione Mariani</title>
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		<pubDate>Wed, 08 Jul 2026 19:25:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Vladimiro Vacca]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Editoriali]]></category>
		<category><![CDATA[Interviste]]></category>

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		<description><![CDATA[Canzoni in Solo è il punto in cui Mirco Passione Mariani torna a chiamarsi per intero, intrecciando il proprio presente creativo con una storia fatta di incontri decisivi — da Rava a Capossela, da Ribot a Bollani, fino alla follia luminosa degli eXtraLiscio. Un disco registrato senza filtri, nato tra Bologna e la campagna, dove &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong><a href="https://www.losthighways.it/2026/05/31/canzoni-in-solo-mirco-passione-mariani/" target="_blank"><img class="aligncenter size-large wp-image-52518" src="https://www.losthighways.it/wp-content/uploads/ph.-Manuel-Palmieri-1024x682.jpg" alt="ph.-Manuel-Palmieri" width="618" height="412" />Canzoni in Solo</a> è il punto in cui Mirco Passione Mariani torna a chiamarsi per intero, intrecciando il proprio presente creativo con una storia fatta di incontri decisivi — da Rava a Capossela, da Ribot a Bollani, fino alla follia luminosa degli eXtraLiscio. Un disco registrato senza filtri, nato tra Bologna e la campagna, dove improvvisazione, quotidianità e memoria diventano materia viva. LostHighways.it ha avuto il piacere di approfondire con l’artista questo nuovo capitolo, che profuma di radici, libertà e future esplorazioni sonore.</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Canzoni in Solo</em> segna il momento in cui hai scelto di presentarti come Mirco Passione Mariani. Quanto è stato un gesto artistico e quanto un ritorno alle radici familiari? Che cosa cambia nel tuo modo di raccontarti?</strong><br />
Dopo &#8220;Musica per sconosciuti&#8221; mi è venuto in mente di fare un disco di canzoni per depositare quello che avevo in testa, un disco senza troppe sovrastrutture, avevo bisogno di nuove fondamenta per far crescere la mia nuova musica futura e per questo ho deciso di usare il soprannome di mio nonno che ho gridato: Passione. Una parola che si lega benissimo a ciò che faro&#8217; da qui in avanti, musica che non ammicca a nessuna moda ma che ha la presunzione di cercare strade nuove.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Hai registrato queste trenta tracce in presa diretta, senza editing né correzioni. Che cosa succede dentro di te quando decidi di lasciare la musica così com’è, nuda, senza protezioni? È più un atto di coraggio o di fiducia</strong>?<br />
Il coraggio e il rischio in musica si traducono spesso in improvvisazione ed è la cosa che oggi mi appartiene di più, lo stimolo più grande è proprio quello di far convivere l&#8217;improvvisazione con la canzone che è una forma musicale chiusa, con una forma ben definita. Molte canzoni di questo disco sono nate copio così, da una improvvisazione, poi registrate e spesso lasciate con testi inventati. Proprio per questo motivo non vedevo la necessità di passare a fasi di correzioni, sorvaincisioni infinite e soprattutto di missaggio e masterizzazione. Non è un ritorno alle origini della Musica ma è un liberare l&#8217;istinto selvaggio che spesso ben descrive chi siamo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il Labotron di Bologna e l’UgoBar degli Ensini sono quasi personaggi del disco. Quanto hanno inciso gli odori, le voci, la vita quotidiana sul modo in cui queste canzoni sono nate?</strong><br />
Il Labotron di Bologna ha fatto nascere le prime note di Canzoni in solo, i primi dialoghi con i miei amici musicisti e l&#8217;idea del progetto: registrare canzoni brevi, tutti i generi e nessuno, tutte le lingue esistenti e inventate; poi però ai primi di gennaio ho sentito la necessità di chiudermi all&#8217;Ugobar in campagna, un po&#8217; isolato con mia figlia Viola, che seguiva passo passo le registrazioni e mi accudiva. Proprio li, col camino acceso, profumo di cibo e amici che passavano, è nata una piccola magia: scrivere e registrare canzoni in un solo istante. 60 registrate e 30 finite nel disco: un album di fotografie, dove ci sono varie stagioni, epoche, diversi innamoramenti, colori e luci e atmosfere istantanee e irripetibili.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Nel tuo percorso hai attraversato mondi diversissimi — da Rava a Capossela, da Ribot a Bollani, fino agli eXtraLiscio. In che modo questo bagaglio ha influenzato la libertà sonora di <em>Canzoni in Solo</em>?</strong><br />
Ogni esperienza mi ha insegnato qualcosa di importante, Rava l&#8217;improvvisazione e l&#8217;errore inteso come opportunità, suonare con Bollani è come stare dentro un bellissimo circo, dove giochi al gioco della musica, Vinicio è la mia collaborazione più lunga, è la concentrazione e la dedizione nell&#8217;inseguire la propria passione. Marc Ribot è uno dei primi sogni che si avvera, con una musicassetta spedita a New York con la posta per poi trovarsi in studio e in turno con lui nel lontano 1996.<br />
Extraliscio è la mia avventura più pazza, più punk proprio perché in qualche maniera normalissima, ma senza rete. Proprio l&#8217;eccesso di questa esperienza mi ha portato a quello che sono oggi e a comprendere cosa oggi voglio dalla musica.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Cerchi nell’Acqua</em> è un omaggio delicato e potente a Paolo Benvegnù. Cosa ti legava a quel brano e cosa hai cercato di restituire reinterpretandolo dopo la sua scomparsa?</strong><br />
Con Paolo eravamo amici e dalla sua scomparsa mi porto dietro il pensiero di una collaborazione tanto desiderata e mai avvenuta. Per fortuna che con &#8220;Saluti da Saturno&#8221; registrammo una canzone insieme. Cerchi nell&#8217;acqua è semplicemente una delle più belle canzoni della musica italiana che ribadisce in maniera prepotente il livello artistico elevato e raro di Paolo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Nel disco parli di “arrampicate musicali in solitaria” e di un viaggio intergalattico su un trattore. È un’immagine bellissima. Che cosa rappresenta davvero questo viaggio? Una fuga, un ritorno, o un modo per restare vivi?</strong><br />
Il trattore per certi versi in questi due anni è stato un po&#8217; come il mio migliore amico. Mi ha saputo ascoltare, in sella al trattore ho fischiettato e cantato e registrato sul telefonino tante melodie e il suo suono è stato un accompagnamento fondamentale. Una fuga dalla musica delle radio italiane che mi ha nauseato, un ritorno alla mia passione per la musica rumoristica, il trattore quando acceleri o rallenti è molto simile al suono dell&#8217;intona rumori di Luigi Russolo. Ma la cosa più importante che non pensavo possibile è scoprire che potevo vivere fuori dal mondo della musica. Ho passato un vita intera a ricercare suoni e strumenti dimenticati e mai sentiti, e trovarmi a parlare con i miei vicini di erba da tagliare, orto e attrezzi per la campagna è stato qualcosa di potente, mi sono allontanato ma allo stesso tempo mi sta fiondando dentro a una musica ancora da esplorare. E&#8217; per questo che come ti dicevo questo disco andava depositato, serviva una base su cui fondare la mia pazza musica che verrà.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>L’immagine del trattore mi ha fatto pensare a <em>Una Storia Vera</em> di David Lynch. Secondo te, <em>Canzoni in Solo</em> potrebbe essere la colonna sonora di un film del passato? Quale ti viene in mente subito, d’istinto?”</strong><br />
Penso che il legame con &#8220;Una storia vera&#8221; che tu hai citato sia forte, non sei il solo a pensarlo, proprio Vinicio quando è venuto al Labotron ad ascoltare il disco appena finito di registrare, qualche giorno dopo mi ha mandato un messaggio dicendo che il disco gli aveva fatto venie voglia di riguardare questo film. Anche se non ci avevo mai pensato, ti confesso che il mio suono del trattore e queste canzoni in cerca di qualcosa, si sposerebbero benissimo con il viso del protagonista in sella al tagliaerbe che va alla ricerca di qualcosa &#8230; di suo fratello.</p>
<h2>Il suono del trattore &#8211; Video</h2>
<p><iframe title="YouTube video player" src="https://www.youtube.com/embed/AqRWaUFlBB8?si=hWcDmqkeSL3_2JC0" width="560" height="315" frameborder="0" allowfullscreen="allowfullscreen"></iframe></p>
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		<title>Svelare, ascoltare: intervista a Giuliano Dottori</title>
		<link>https://www.losthighways.it/2026/06/08/svelare-ascoltare-intervista-a-giuliano-dottori/</link>
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		<pubDate>Mon, 08 Jun 2026 15:01:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Amalia Dell'Osso]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Editoriali]]></category>
		<category><![CDATA[Interviste]]></category>

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		<description><![CDATA[La musica è un caleidoscopio di storie, alcune in primo piano con conquiste di convinzione e rabbia, perseveranza e dolcezza, altre invece nascoste per disincanto e ritrosia, estremismo e resistenza. La sua fascinazione sta in questa pluralità e nella possibilità di perdersi tra luce e ombra. Facile soffermarsi dove tutto brilla, più complicato andare oltre &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class=" size-large wp-image-52431 aligncenter" src="https://www.losthighways.it/wp-content/uploads/AYG1872-1024x683.jpg" alt="_AYG1872" width="618" height="412" />La musica è un caleidoscopio di storie, alcune in primo piano con conquiste di convinzione e rabbia, perseveranza e dolcezza, altre invece nascoste per disincanto e ritrosia, estremismo e resistenza. La sua fascinazione sta in questa pluralità e nella possibilità di perdersi tra luce e ombra. Facile soffermarsi dove tutto brilla, più complicato andare oltre e leggere di intrecci e personaggi con parole e melodie rintanate. Giuliano Dottori è una di quelle piccole grandi storie meravigliose che dal 2007 continua a srotolarsi con delicato talento ed eleganti intuizioni. Cantautorato in forma acustica che sogna l&#8217;elettronica, podcast, Tascam, produzioni, festival. Tanti capitoli in un sistema che ti digerisce appena ti intercetta. Eppure, quella storia resiste, con ostinazione e amore. Chi dice che l&#8217;interesse lo motiva soltanto il tempo della promozione di un&#8217;uscita? Una storia è una storia. La sveli, se vuoi. La ascolti, se vuoi. Metti Milano. Metti una tana di luce calda, di strumenti musicali, di cassette d&#8217;altri tempi. Metti di avere anche il tempo di una passeggiata. Così è nata questa intervista e così sono nate le fotografie di <a href="https://www.nicolacordi.com/home">Nicola Cordì</a>. Fotografie che non fermano soltanto i momenti, si fanno parte del racconto con grazia e discrezione.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Come sta la tua musica? Da un po’ hai assunto un atteggiamento molto protettivo e critico.</strong><br />
Sono sicuramente entrato in protezione, come fanno gli impianti audio quando il volume è troppo alto. Cerco di proteggermi dai troppi input esterni. E cerco anche di criticare la china che ha preso il mondo della musica. In generale, penso che siamo in un momento storico in cui è obbligatorio schierarsi.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La conseguenza delle tue riflessioni è stata la rimozione del tuo catalogo dalle varie piattaforme, eccetto BandCamp. Parlami di questa scelta così estrema in tempi in cui il presenzialismo digitale ha una declinazione delirante anche per il musicista.</strong><br />
Premesso che <a href="https://giulianodottori.bandcamp.com/">BandCamp</a> non la considero una piattaforma come le altre, anche solo per l’equità dei compensi, la rimozione del mio catalogo è il frutto di una lunga riflessione, durata qualche anno. L’idea che più pubblichi più hai chance di “essere visto” dall’algoritmo è aberrante. Così come l’ossessione per i numeri. Ho apprezzato moltissimo Madame e prima di lei altri artisti giovani che hanno capito che la musica oggi è una centrifuga al servizio degli oligarchi digitali. Che bisogna anche fermarsi. Vivere. Prendere il proprio spazio. E poi, forse, scrivere una canzone. Ma la cosa che più mi manda ai matti è questa cosa per cui un musicista deve diventare un content creator. Fare la storia, il balletto. È tutto molto faticoso e sbagliato.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il 26 Aprile hai annunciato una raccolta essenziale che hai definito un “best of minimo”. Dimmi di più di questa scelta che è pratica e politica.</strong><br />
Diciamo che l’abbandono di Spotify era facilmente comprensibile da un punto di vista politico (per la nota questione legata agli investimenti militari del suo fondatore), mentre cancellare tutto da ogni piattaforma di streaming lo era meno. Mi sono confrontato tanto, anche con colleghi musicisti. L’iniquità della distribuzione delle royalties è uno dei problemi. Un’altra questione grossa è il pensiero che ci sta dietro, che è un pensiero dichiaratamente capitalistico di arricchimento. Ne comprendo il fine, ma non le modalità con cui viene perseguito. Ad esempio: invece di non pagare sotto i 1000 stream, si potrebbe fare esattamente il contrario. I primi stream valgono 1 euro e se ne fai 1000 guadagni 1000 euro. Poi più ne fai e meno vieni ricompensato. Tanto, voglio dire, Beyonce o Taylor Swift sono già milionarie, no? Perché invece non diamo di più agli esordienti? Perché non rovesciare la piramide? Poi c’è tutto il discorso legato ai bot che pompano gli streaming su cui non c’è nessun tipo di controllo. E chiudiamo con l’AI, la musica creata dal nulla e che toglie spazio ad artisti reali e genera introiti. Insomma, quello dello streaming è un ambito secondo me estremamente problematico. E, in generale, è bene ricordare sempre che, se una cosa è gratuita o costa molto poco, l’attenzione e l’impegno che ci si mette per fruirne è molto poco. Mi spiego: se ho speso 50 euro per andare a vedere Shakespeare a teatro, io quelle tre ore e mezzo me le godo tutte. Invece se esce il nuovo disco di Tizio e me lo trovo gratis (o quasi) nel telefono, è facile che premo skip senza grandi problemi. Questa dinamica elementare ci spiega anche perché poi siamo disposti a spendere 100 euro per un concerto, oltre a 15 di parcheggio, 10 per una birra piccola e 30 per una t-shirt al Merch ufficiale, cosa che invece per me è totalmente inaccettabile.<br />
Tornando a me e alle mie riflessioni, diciamo che la cosa che ho capito è che alla fine gli unici che davvero ci rimettevano erano i miei ascoltatori e che pubblicare un “best of” gli dava qualcosa, una base minima. Al netto che &#8211; è ovvio &#8211; non sono Bob Dylan e che quindi si può fare tranquillamente a meno delle mie canzoni. Però sì, era importante che ci fosse qualcosa online. Mi piace l’idea che su 1000 ascoltatori magari ce n’è uno che dice <em>“oh, mica male questo Dottori”</em> e va su BandCamp a prendersi un disco. Non voglio fare il venale, però per me oggi, 1 euro è comunque più di zero.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img class=" size-large wp-image-52433 aligncenter" src="https://www.losthighways.it/wp-content/uploads/AYG2390-683x1024.jpg" alt="_AYG2390" width="618" height="927" />Cosa è accaduto alla “terra di mezzo” della nostra generazione? La sua implosione a cosa la attribuisci? C’è stato, dal tuo punto di vista, un momento cruciale che ne ha segnato la crisi? Non mi riferisco soltanto alla logica del digitale. Io ne faccio una questione anche di etica e, sai, non è stata soltanto colpa del mezzo. Tutti ci siamo lasciati sedurre…</strong><br />
Assolutamente siamo tutti “colpevoli”, io per primo. Penso che sia stata una gigantesca, enorme sbronza collettiva. Interagire coi propri fan, vedere la propria piccola popolarità crescere. Alimentare il proprio ego era ed è oggi molto, forse troppo facile, oltre che sbagliato. È inebriante. Quindici anni fa ci sembrava tutto nuovo e magico, poter pubblicare un disco direttamente, senza intermediari, arrivando in tutto il mondo. Ma come dice il mio amico Fabrizio Coppola: <em>“alla fine che mi frega di avere il disco in Lituania!&#8221;</em>… è molto più importante coltivare la propria piccola nicchia. Ma la cosa ancora più importante che ho capito è che il mezzo non è neutrale. Non lo è mai stato. Cioè, non è solo colpa nostra se le cose sono andate in questa direzione scadente e noiosa. Ci siamo fatti sicuramente abbindolare dal nostro stesso entusiasmo, ma la strada era segnata ed era sin da principio semplicemente la strada dei soldi e dell’arricchimento di pochi a discapito di molti.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Io ho la sensazione che il vento stia cambiando. Sarà che mi sono lasciata contagiare dall’entusiasmo e dalla voglia di agire che ho respirato seguendo e condividendo il progetto Suoni dal Futuro, ma davvero mi sembra che circoli nuova energia nei musicisti e nuovo interesse da parte del pubblico. Tu cosa ne pensi?</strong><br />
Non lo so, comprendo il tuo entusiasmo, ma non so. Sicuramente c’è qualcosa nell’aria e qualche band in più rispetto al passato recente. Ciò che sta facendo Manuel è più che nobile, su questo non ho nessun dubbio. Ma da qui a dire che c’è una nuova scena no. Non c’è ancora nessuna nuova scena, secondo me, se per scena intendiamo un movimento naturale, dal basso, che germoglia e fiorisce in contesti spesso assurdi e non convenzionali: prendi il CBGB di New York nel 1976 o Catania a inizio Novanta, ad esempio. Sicuramente offrire uno spazio è un’ottima base di partenza, soprattutto oggi che si procede con gli sgomberi dei centri sociali e che le leggi fanno tutto fuorché rendere facile organizzare eventi.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Hai dei figli giovani, quindi la tua percezione è diretta. Ci sono possibilità per la ripresa effettiva di una rete reale? Una rete fatta di persone che possano creare i contesti giusti per la musica e la sua diffusione? Una rete che possa riportare la musica ad una dimensione umana e non filtrata dall’algoritmo. Il passaparola, il contatto fisico possono tornare imperanti?</strong><br />
Quello che sto vedendo in questi mesi è che &#8211; finalmente &#8211; c’è un fetta di under 20 che è tornata a interessarsi alla politica. Il genocidio a Gaza è un evento davvero epocale. L’impunità di Israele, il controllo politico che questo stato detiene a livello globale è spaventoso e ha contribuito a risvegliare un po’ le nostre coscienze. Qualche settimana fa sono stati sequestrati decine di attivisti in acque territoriali internazionali a centinaia di km dalla costa di Tel Aviv. Il fatto che tutti i leader non abbiano protestato formalmente contro Israele è motivo di grande frustrazione. Voglio dire: io sto a Parigi e a un certo punto mi sequestra uno stato X, mi porta via, mi detiene, probabilmente mi tortura. Senza nessun motivo legale lecito. Quando si dice che la realtà supera sempre la fantasia. È un crimine, gravissimo e a me sembra incredibile che il mondo intero non stia isolando completamente Israele. Uno stato in cui è stata reintrodotta la pena di morte. Il mondo in cui siamo cresciuti si è dissolto e a volte ho la sensazione &#8211; spaventosa, che mi atterrisce &#8211; che siamo tornati in mezzo all’ignoranza più bieca, dove vince solo il più forte e ricco.<br />
Non sto sviando la domanda: penso che sia tutto collegato e che in qualche modo ogni cosa abbia un peso politico, da ciò che scegliamo per nutrirci a ciò che facciamo nella nostra quotidianità. Abbiamo assistito a 10/15 anni di disimpegno politico e guarda caso la colonna sonora è stata in larga parte una musica dozzinale, povera melodicamente e armonicamente, i cui testi erano costituiti solo da volgarità machiste. Poi se provavi a dire “beh” ti dicevano che eri vecchio. Ha ragione Manuel quando dice che <em>“quella roba lì fa schifo e basta e sarà spazzata dalla storia nel giro di pochi anni”</em>. Tutti bravi a fare le rime con i brand inglesi, per altro, fallo in italiano! Impegnati! Studia! L’impoverimento lessicale nell’ambito del rap è stato esplorato in modo oggettivo ed è un dato di fatto. Non è un caso che se poi ascolti Fabri Fibra ti sembra Leopardi. Io credo che, tornando un po’ di coscienza politica e di attenzione all’uso delle parole, possa tornare anche un po’ di musica decente. Che non vuole solo fare stream su Spotify, ma portare anche un po’ di contenuto. È music business, lo è sempre stato. Anche con Elvis e i Beach Boys, certo, ma un po’ di decenza, dai. Allarghiamo un po’ l’immaginario: siamo nel 2026 e dovete ancora parlarmi di Gucci, del ferro che hai in tasca e di quanto le donne siano troie? Davvero?</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Parlami di audiocassetto.</strong><br />
Nato per gioco, su una prima suggestione di Matteo Cantaluppi nel 2019 che, mentre produceva la mia <em>L’albero dei sogni</em>, mi disse di provare a fare una roba su cassetta. Da lì è stato un percorso a ostacoli. Trovato su eBay un Tascam del 1982, il problema era trovare i pezzi per aggiustarlo. Ci ho messo cinque anni. Quando ho avuto la macchina funzionante ho guardato un tutorial su YouTube e imparato in un paio d’ore. Bellissimo. Quasi commovente per chi, come me, aveva un walkman Sony ed aveva fatto le prime registrazioni su nastro. Audiocassetto è un po’ questa roba qua: giocare con la musica, senza rete. La take la devi fare tutta, non puoi barare. Devi imparare il pezzo, decidere un micro arrangiamento e farlo. Poi le cassette costano e non è facilissimo trovarle, dunque non hai troppo spazio per fare prove. Aggiungo una chiosa sull’economia di questo progetto che è gratuito su <a href="https://giulianodottori.substack.com">Substack</a> per tutti, ma si può sostenere con un abbonamento mensile o annuale. Ecco, con Audiocassetto ho guadagnato in tre mesi più che con dieci anni di streaming su Spotify. Dieci. Anni. Direi che da solo questo dato dice tutto.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Questo tuo progetto sembra averti riportato ad una sorta di tana in cui la musica è una questione intima. La condividi in maniera discreta, ma resta soprattutto un piacere tuo. Questa dimensione custodisce una qualche forma di disillusione oppure è un modo per guardarti dentro ed attendere il momento di una ripresa creativa?</strong><br />
Che sia disilluso è palese da quando ho pubblicato <strong><em>Addio sogni di gloria</em></strong> tre anni fa. La mia disillusione riguarda però anche l’ambito indie. Mai completamente accolto, spesso guardato con sufficienza. Io dal punto di vista creativo sto benissimo, mi piace un sacco ciò che faccio. Ho passato troppi anni a rosicare per un successo che stentava ad arrivare. Posso dirti, oggi che ho quasi cinquant’anni, <em>&#8220;chi se ne frega&#8221;?</em> Quando riascolto i miei dischi sono semplicemente orgoglioso di quello che ho fatto. Mi piacciono tutti, ancora oggi.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img class=" size-large wp-image-52434 aligncenter" src="https://www.losthighways.it/wp-content/uploads/AYG2138-683x1024.jpg" alt="_AYG2138" width="618" height="927" />So bene quanto possa essere faticoso e dispendioso oggi riabbracciare l’idea di rimettere in moto la macchina dei sogni. Progettare la produzione di un disco, la sua promozione, un calendario di concerti in un Paese dove i locali dai numeri contenuti scarseggiano sembra un’impresa titanica. Ci pensi ogni tanto? Sei tentato?</strong><br />
Devo trovare prima un’idea. Tutti i miei dischi tranne il primo, che come spesso succede è una somma di canzoni scritte in momenti molto diversi, hanno un cuore pulsante. Non li posso definire dei concept album, ma hanno una spinta iniziale molto definita. Poi ciò che segue alla pubblicazione mi affatica sempre più, anche perché, come giustamente dici tu, il piccolo circuito virtuoso che ho abitato e contribuito a costruire fra il 2007 e il 2015 non esiste più. Ovviamente per ragioni anagrafiche per me è complicato intercettare i nuovi luoghi della musica, ammesso che esistano.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Una volta mi hai detto che l’unica cosa che ti rende felice è scrivere canzoni chiuso nella tua stanza. Può essere la spinta a riprovarci, a vincere l’amarezza per un sistema logorato?</strong><br />
In questo momento sono felicissimo di accendere il mio Tascam 244 e perdermi dentro una canzone per un paio d’ore. Sulla scrittura quello che ho imparato in questi anni è che prima o poi il momento giusto arriva e non bisogna mai forzare.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Cosa stai ascoltando adesso? Cosa ti sta influenzando? Come faresti un disco adesso? Che suoni avrebbe e cosa racconterebbe nei suoi testi. Sono sicura che tu ci abbia pensato!</strong><br />
Ascolto poca musica nuova, mi piace riascoltare cose che conosco molto bene (<em>Meddle</em>, <strong><em>Remain in light</em></strong>, <strong><em>Either/or</em></strong>, <em><strong>Anime salve</strong></em>, <strong><em>22, A million</em></strong>, <strong><em>Piccoli fragilissimi film</em></strong>, <em>Sea Change</em>… e potrei andare avanti a lungo) e scoprire artisti enormi che per uno strano caso del destino non ho mai intercettato. Penso a Ivan Graziani che sto spulciando in questi giorni. Poi certo, un paio di volte al mese mi ci metto e trovo cose molto belle. Sui testi sono a un punto morto. Sui suoni, credo che mi piacerebbe proseguire sulla strada de <strong><em>La vita nel frattempo</em></strong>, dunque su un ibrido elettro-acustico in stile Bon Iver. Ma mi affascina moltissimo anche l’idea di esplorare sonorità più orchestrali.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Quando lo farai uscire?!</strong><br />
Mai!</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Link di riferimento</strong></p>
<p><a href="https://giulianodottori.bandcamp.com/">giulianodottori.bandcamp.com</a></p>
<p><a href="https://giulianodottori.substack.com/">giulianodottori.substack.com</a></p>
<p><a href="https://www.nicolacordi.com/">www.nicolacordi.com</a></p>
<p><iframe title="YouTube video player" src="https://www.youtube.com/embed/2-osGXHLSJM?si=HKYWDFLYQP6DNCNU" width="560" height="315" frameborder="0" allowfullscreen="allowfullscreen"></iframe></p>
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		<title>Una notte rarefatta: Kiiōtō live at Teatro Bolivar (NA) 22-05-26</title>
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		<pubDate>Sat, 06 Jun 2026 13:52:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Vladimiro Vacca]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Editoriali]]></category>
		<category><![CDATA[Live report]]></category>

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		<description><![CDATA[Non avrei mai immaginato di ascoltare la voce di Lou Rhodes (Lamb) in un teatro incastonato nel ventre di Napoli. E invece il miracolo si è materializzato proprio qui, nella città dove tutto è possibile quando esistono promoter visionari come Peppe Guarino di Rockalvi: persone capaci di vedere opportunità dove altri non osano nemmeno immaginare &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class=" size-large wp-image-52407 aligncenter" src="https://www.losthighways.it/wp-content/uploads/J2A7800-1024x683.jpg" alt="_J2A7800" width="618" height="412" /></p>
<p style="text-align: justify;">Non avrei mai immaginato di ascoltare la voce di Lou Rhodes (Lamb) in un teatro incastonato nel ventre di Napoli. E invece il miracolo si è materializzato proprio qui, nella città dove tutto è possibile quando esistono promoter visionari come Peppe Guarino di Rockalvi: persone capaci di vedere opportunità dove altri non osano nemmeno immaginare percorsi di musica alternativa. Grazie a Peppe, questa sera sul palco del Teatro Bolivar abbiamo assistito alla magica performance di Kiiōtō, il progetto condiviso da Lou Rhodes (Lamb) e Rohan Heath (Urban Cookie Collective), arricchito dal vivo dalla presenza del contrabbassista Jon Thorne (Lamb). Fin dall’inizio ci siamo ritrovati immersi nelle atmosfere noir‑jazz e nel mood trip‑pop che attraversano i due album <strong><em>As Dust We Rise</em> </strong>e<strong> <em><a href="https://www.losthighways.it/2026/04/26/black-salt-kiioto/" target="_blank">Black Salt</a></em></strong>. Rohan apre il concerto da solo, con la linea di piano ipnotica di <em><strong>Moth</strong></em>, mentre il pubblico trattiene il respiro in attesa dell’ingresso di Lou. Quando finalmente appare, avvolta in un vestito dalla<strong> tra</strong>ma cosmica, sembra quasi proiettare sul palco la stessa sospensione siderale del brano successivo, <em><strong>Zero Gravity</strong>.</em> La sua voce si espande nell’aria con una naturalezza disarmante, vibra e si intreccia alle corde profonde del double‑bass di Jon, che dà corpo e peso a ogni fraseggio. Nel susseguirsi di <em><strong>Warpaint</strong>, <strong>Josephine Street</strong> e <strong>Lost Map</strong></em>, il trio offre un’alchimia rara: una musica raffinata, per palati sopraffini, che cercano nella performance dal vivo l’autenticità, la fragilità, il talento nudo. Rispetto ad altri concerti del tour a Napoli il clima è più caldo, più emotivo. Lou dialoga con il pubblico, sorride spesso, quasi sorpresa dall’intensità dell’ascolto. Rohan, dal canto suo, alterna momenti di concentrazione assoluta a improvvise aperture melodiche che rendono i brani più fluidi e spontanei rispetto alle versioni in studio. Il finale è un crescendo emotivo. Il doppio encore è la prova che Lou e Rohan non si risparmiano mai: <em><strong>Wild Geese</strong></em> apre una parentesi di pura sospensione, seguita da una <em><strong>Gabriel</strong> </em>(Lamb) che il pubblico accoglie come un dono inatteso, cantando sottovoce ogni parola. Chiudono con <em><strong>Spanish Moss</strong> e <strong>Quilt</strong>,</em> lasciando nell’aria una scia di gratitudine e stupore. Uscendo dal Bolivar, resta la sensazione di aver assistito a qualcosa di irripetibile: un concerto che non si limita a riprodurre due dischi, ma li trasfigura, li rende vivi, li fa respirare dentro un teatro napoletano che — per una sera — è sembrato il centro esatto dell’universo.</p>
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<p style="text-align: justify;"><img class=" size-large wp-image-52408 aligncenter" src="https://www.losthighways.it/wp-content/uploads/J2A7824-1024x683.jpg" alt="_J2A7824" width="618" height="412" /></p>
<p><img class="size-large wp-image-52409 aligncenter" src="https://www.losthighways.it/wp-content/uploads/J2A7917-683x1024.jpg" alt="_J2A7917" width="618" height="927" /></p>
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<p><img class=" size-large wp-image-52412 aligncenter" src="https://www.losthighways.it/wp-content/uploads/6W1A6153-683x1024.jpg" alt="6W1A6153" width="618" height="927" /></p>
<p><img class=" size-large wp-image-52413 aligncenter" src="https://www.losthighways.it/wp-content/uploads/6W1A6172-1024x683.jpg" alt="6W1A6172" width="618" height="412" /></p>
<p><img class=" size-large wp-image-52414 aligncenter" src="https://www.losthighways.it/wp-content/uploads/6W1A6182-683x1024.jpg" alt="6W1A6182" width="618" height="927" /></p>
<p><img class=" size-large wp-image-52415 aligncenter" src="https://www.losthighways.it/wp-content/uploads/6W1A6209-683x1024.jpg" alt="6W1A6209" width="618" height="927" /></p>
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<p><img class=" size-large wp-image-52418 aligncenter" src="https://www.losthighways.it/wp-content/uploads/6W1A6399-1024x683.jpg" alt="6W1A6399" width="618" height="412" /></p>
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<p style="text-align: justify;">
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