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	<title>Lost Highways &#187; Voyager 3 (&#8230; ovvero dischi da regalare agli alieni)</title>
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	<description>Seek your mood, Find your lost highways!</description>
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		<title>Skylarking &#8211; XTC</title>
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		<pubDate>Sun, 27 Sep 2026 20:01:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Vladimiro Vacca]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Voyager 3 (... ovvero dischi da regalare agli alieni)]]></category>
		<category><![CDATA[Yesterday Roads]]></category>

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		<description><![CDATA[Da qualche parte tra la fine dell&#8217;estate e il principio della malinconia esiste un luogo immaginario chiamato Skylarking. Un giardino inglese sospeso fuori dal tempo, dove la psichedelia fiorisce tra i ricordi, la fede vacilla sotto cieli color ambra e ogni melodia sembra custodire il segreto del passaggio dall&#8217;innocenza alla consapevolezza. Gli XTC vi arrivarono &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="alignright size-thumbnail wp-image-52871" src="http://www.losthighways.it/wp-content/uploads/xtc_skylarking-200x200.jpg" alt="xtc_skylarking" width="200" height="200" />Da qualche parte tra la fine dell&#8217;estate e il principio della malinconia esiste un luogo immaginario chiamato <em><strong>Skylarking</strong></em>. Un giardino inglese sospeso fuori dal tempo, dove la psichedelia fiorisce tra i ricordi, la fede vacilla sotto cieli color ambra e ogni melodia sembra custodire il segreto del passaggio dall&#8217;innocenza alla consapevolezza. Gli XTC vi arrivarono nell&#8217;ottobre del 1986 e, quasi senza accorgersene, lasciarono una delle mappe più belle mai disegnate dal pop britannico. La lavorazione dell&#8217;album fu tutt&#8217;altro che idilliaca. Partridge e Rundgren si scontrarono praticamente su tutto: arrangiamenti, ordine dei brani, metodologia di lavoro. Anni dopo il cantante avrebbe ricordato quelle sessioni come una continua battaglia di volontà. Eppure proprio da quella tensione nacque la magia. Fu Rundgren a intuire che il materiale poteva trasformarsi in qualcosa di più di una semplice raccolta di canzoni: una sorta di concept album naturale, scandito dalle stagioni, dai cicli biologici e dall&#8217;eterna alternanza tra fertilità e decadenza. Il risultato è un disco che sembra respirare. Le canzoni si susseguono come scene di un unico sogno pastorale. <em><strong>Grass</strong></em> profuma di erba bagnata e desiderio adolescenziale; <em><strong>The Meeting Place</strong></em> ha la leggerezza di una cartolina sbiadita trovata in soffitta; <em><strong>Earn Enough for Us</strong></em> nasconde dietro la melodia solare una riflessione amara sulle aspettative della vita adulta. E poi c&#8217;è <em><strong>1000 Umbrellas</strong></em>, probabilmente una delle vette emotive della scrittura di Partridge, dove un&#8217;orchestrazione quasi cinematografica accompagna una malinconia che non conosce consolazione. L&#8217;aneddoto più celebre riguarda però <em><strong>Dear God</strong></em>. Nella prima versione britannica del disco il brano non era presente. La canzone, una feroce lettera aperta alla divinità che mette in discussione fede e sofferenza umana, venne inizialmente esclusa. Furono le radio universitarie statunitensi a trasformarla in un piccolo caso culturale. Il successo inatteso convinse l&#8217;etichetta a reinserirla nelle successive edizioni dell&#8217;album, cambiandone per sempre la percezione critica. Esiste poi un ultimo aneddoto che sembra perfetto per raccontare il destino di questo disco. Nel 2010 venne scoperto che un errore tecnico durante il mastering originale aveva causato un&#8217;inversione di polarità, rendendo il suono dell&#8217;album più sottile rispetto a quanto previsto. Dopo quasi venticinque anni, <strong><em>Skylarking</em></strong> poté finalmente essere ascoltato come era stato concepito in studio. Una sorta di restaurazione tardiva che ha aggiunto un ulteriore capitolo alla sua leggenda. Ascoltato oggi, <strong><em>Skylarking</em></strong> possiede la rara capacità di sembrare fuori dal tempo. Non appartiene veramente al 1986, né agli anni Ottanta in generale. Le sue armonie evocano i Beach Boys, i colori richiamano i Kinks, la sensibilità narrativa guarda alla tradizione psichedelica inglese, ma tutto viene filtrato attraverso una scrittura personale e inconfondibile. È il suono di un&#8217;autunno immaginario che non finisce mai. Mentre il decennio correva verso sintetizzatori scintillanti e produzioni sempre più muscolari, gli XTC scelsero la strada opposta: quella dei campi, degli insetti nascosti nell&#8217;erba, delle ombre che si allungano al tramonto. Realizzarono un disco che parla della natura, ma soprattutto del tempo che passa e dell&#8217;impossibilità di trattenerlo. La sua influenza si estende ben oltre il contesto originario. La capacità di fondere psichedelia, pop orchestrale, folk e sensibilità pastorale inglese è diventata una sorta di modello sotterraneo per intere generazioni di musicisti. Nelle sue trame armoniche si possono rintracciare gli echi che avrebbero alimentato parte dell&#8217;indie-pop degli anni Novanta, del chamber pop e di quella corrente neo-psichedelica che ha trovato nuova linfa tra gli anni Duemila e Dieci. Molte band hanno ereditato proprio ciò che rende unico <strong><em>Skylarking</em></strong>: l&#8217;idea che la melodia possa essere sofisticata senza diventare elitaria, che la sperimentazione possa convivere con l&#8217;immediatezza emotiva. Un principio che si ritrova, in forme diverse, nei mondi sonori di gruppi come The Flaming Lips, High Llamas, Of Montreal, Belle and Sebastian e persino in parte del songwriting dei Blur più contemplativi. A quarant&#8217;anni dalla sua pubblicazione, <strong><em>Skylarking</em></strong> resta un raro esempio di perfezione imperfetta: nato da conflitti, incomprensioni e tensioni creative, ma capace di trasformare ogni attrito in bellezza. Come le foglie che cadono in autunno per preparare una nuova primavera, continua a perdere e ritrovare significati a ogni ascolto. E forse il suo lascito più grande è proprio questo: dimostrare che il pop può essere colto senza essere freddo, complesso senza essere distante, eterno senza accorgersene.</p>
<h2 class="sectionhead">Credits</h2>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Label: </span>Virgin Records (UK) / Geffen Records (US) – 1986</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Line-up: </span><br />
Andy Partridge (voce, chitarre, tastiere) – Colin Moulding (basso, voce, tastiere) – Dave Gregory (chitarre, tastiere, cori) – Prairie Prince (batteria, percussioni) – Todd Rundgren (produzione, arrangiamenti) – Mingo Lewis (percussioni)</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Tracklist:</span></p>
<p>1. Summer&#8217;s Cauldron<br />
2. Grass<br />
3. The Meeting Place<br />
4. That&#8217;s Really Super, Supergirl<br />
5. Ballet for a Rainy Day<br />
6. 1000 Umbrellas<br />
7. Season Cycle<br />
8. Earn Enough for Us<br />
9. Big Day<br />
10. Another Satellite<br />
11. Mermaid Smiled<br />
12. The Man Who Sailed Around His Soul<br />
13. Dying<br />
14. Sacrificial Bonfire</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><a style="text-align: justify;" href="https://www.xtcidearecords.co.uk/" target="_blankh2 class=">Dear God &#8211; Video</a></p>
<p><iframe title="YouTube video player" src="https://www.youtube.com/embed/p554R-Jq43A" width="560" height="315" frameborder="0" allowfullscreen="allowfullscreen"><br />
</iframe></p>
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<div style="width: 260px; padding: 15px; border-radius: 12px; background: linear-gradient(135deg, #dfe9f3 0%, #ffffff 100%); border: 2px solid #4a6fa5; box-shadow: 0 4px 10px rgba(0,0,0,0.15); text-align: center; font-family: Arial, sans-serif;">
<p><a href="https://link.amazon/B0f1jWvBG" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><br />
<img style="width: 120px; height: auto; border-radius: 6px; margin-bottom: 10px;" src="https://m.media-amazon.com/images/I/51v2A8JydLL._AC_.jpg" alt="Anatomy of a Brief Romance - Bloc Party" /><br />
</a></p>
<div style="font-size: 14px; color: #2c3e50; margin-top: 8px;">
<p><strong>XTC</strong><br />
<em><strong>Skylarking</strong></em></p>
</div>
<p><a style="display: inline-block; margin-top: 12px; padding: 8px 14px; background: #4a6fa5; color: white; text-decoration: none; border-radius: 6px; font-size: 13px;" href="https://link.amazon/B0f1jWvBG" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><br />
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</a></p>
</div>
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		<title>Boston – Boston</title>
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		<pubDate>Mon, 10 Aug 2026 11:52:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Vladimiro Vacca]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Recensioni]]></category>
		<category><![CDATA[Voyager 3 (... ovvero dischi da regalare agli alieni)]]></category>
		<category><![CDATA[Yesterday Roads]]></category>

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		<description><![CDATA[Tom Scholz non arriva al rock come un rocker: ci arriva come un devoto della musica classica. Da ragazzo suonava Bach al pianoforte, studiava contrappunto, si perdeva nelle fughe come fossero mappe di un mondo perfetto. E quando, anni dopo, chiude il seminterrato di casa per costruire il suo suono, porta con sé quella disciplina: &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="alignright size-thumbnail wp-image-52616" src="https://www.losthighways.it/wp-content/uploads/boston-200x200.jpg" alt="boston" width="200" height="200" />Tom Scholz non arriva al rock come un rocker: ci arriva come un devoto della musica classica. Da ragazzo suonava Bach al pianoforte, studiava contrappunto, si perdeva nelle fughe come fossero mappe di un mondo perfetto. E quando, anni dopo, chiude il seminterrato di casa per costruire il suo suono, porta con sé quella disciplina: la precisione delle armonie barocche, la verticalità delle orchestrazioni romantiche, la ricerca di una purezza che nel rock nessuno aveva mai osato pretendere. È questo il segreto del disco: le chitarre non sono solo chitarre, sono archi elettrici; le sovraincisioni non sono solo tecnica, sono strati di luce; i ritornelli non sono solo catchy, sono temi sinfonici compressi in tre minuti. <strong><em>More Than a Feeling</em></strong> nasce da un gesto quasi classico: Scholz racconta di aver cercato “la melodia che ti riporta a casa”, come un tema di Tchaikovsky che ritorna e ti trafigge. <strong><em>Peace of Mind</em></strong> è costruita come una progressione armonica da manuale, una scala che sale e non scende mai. <strong><em>Foreplay/Long Time</em></strong> è il suo scherzo sinfonico: un’apertura virtuosistica che potrebbe essere un preludio di Bach, trasformata in un lancio cosmico. E poi c’è l’aneddoto più tenero: Scholz registrava di notte, da solo, con le cuffie, per non disturbare nessuno. Quando finiva una traccia, si sedeva al pianoforte e suonava Chopin per “ripulire l’orecchio”. Il rock come lavoro, la classica come casa. Riascoltato oggi, <em>Boston</em> non è solo un capolavoro del rock: è un ponte. Un ponte tra la disciplina e il desiderio, tra la tecnica e la malinconia, tra l’ingegnere e il ragazzo che sognava sinfonie. È un album che non invecchia perché non appartiene al tempo: appartiene alla perfezione come destino. Un debutto che non si limita a brillare: continua a respirare.</p>
<h2 class="sectionhead">Credits</h2>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Label: </span>Epic Records – 1976</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Line-up: </span><br />
Tom Scholz (chitarre, basso, organo, produzione, ingegneria del suono) – Brad Delp (voce, chitarre acustiche) – Barry Goudreau (chitarra ritmica) – Sib Hashian (batteria) – Fran Sheehan (basso)</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Tracklist:</span></p>
<p>1. More Than a Feeling</p>
<p>2. Peace of Mind</p>
<p>3. Foreplay / Long Time</p>
<p>4. Rock &amp; Roll Band</p>
<p>5. Smokin’</p>
<p>6. Hitch a Ride</p>
<p>7. Something About You</p>
<p>8. Let Me Take You Home Tonight</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Link: </span><br />
<a href="https://bandboston.com/" target="_blank">Sito ufficiale</a></p>
<h2>More Than a Feeling – Video</h2>
<p><iframe title="YouTube video player" src="https://www.youtube.com/embed/t4QK8RxCAwo?si=1ix6JS6o6z0_MZy0" width="560" height="315" frameborder="0" allowfullscreen="allowfullscreen"></iframe></p>
<h2>Supporta LostHighways</h2>
<div style="width: 260px; padding: 15px; border-radius: 12px; background: linear-gradient(135deg, #dfe9f3 0%, #ffffff 100%); border: 2px solid #4a6fa5; box-shadow: 0 4px 10px rgba(0,0,0,0.15); text-align: center; font-family: Arial, sans-serif;">
<p><a href="https://www.amazon.it/Boston/dp/B000YQPMMG?__mk_it_IT=%C3%85M%C3%85%C5%BD%C3%95%C3%91&amp;crid=2AGU2KUT61L8U&amp;dib=eyJ2IjoiMSJ9.SIpS8tgfr0Vc9j8Z_BaPH6xtFueUtHwpIx3drrfWlaxzxUQa68RoO9kjsvN88ZuVgqMg_j3raggpFaveeQVduquWE0rs6OsMFHxMMDem-sYc7cRLS8vYu0EsRM-f-jkHDdUt2Zbj5m-UlEsLIaeLjiozEe1TjLJsZFmuKfk8AFnDjS5X_q9LYocFiqstjRV28mf-z70N8hXGJyqgf4itsQ4owHjmZgwRlEw_4409k9vyYPEt45HAwewcY90TPaVoyG0qVw1tmKefCiSCqShwLYY9hMDYfe24rkGqCMfNUHg.xkHM8ivFwhmTBVhQT0KDUZLpaWfs2Q3HZOTgKGILUxo&amp;dib_tag=se&amp;keywords=boston+boston&amp;qid=1786362507&amp;sprefix=boston+boston%2Caps%2C153&amp;sr=8-4&amp;linkCode=ll2&amp;tag=losthigit-21&amp;linkId=6fee75206b2f7fed8a42b20f62557162&amp;ref_=as_li_ss_tl" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><br />
<img style="width: 120px; height: auto; border-radius: 6px; margin-bottom: 10px;" src="https://m.media-amazon.com/images/I/71TYPA2MeeL._AC_SL1050_.jpg" alt="Boston - Boston" /><br />
</a></p>
<div style="font-size: 14px; color: #2c3e50; margin-top: 8px;"><strong>Boston</strong></p>
<p><em><strong>Boston</strong></em></div>
<p><a style="display: inline-block; margin-top: 12px; padding: 8px 14px; background: #4a6fa5; color: white; text-decoration: none; border-radius: 6px; font-size: 13px;" href="https://www.amazon.it/Boston/dp/B000YQPMMG?__mk_it_IT=%C3%85M%C3%85%C5%BD%C3%95%C3%91&amp;crid=2AGU2KUT61L8U&amp;dib=eyJ2IjoiMSJ9.SIpS8tgfr0Vc9j8Z_BaPH6xtFueUtHwpIx3drrfWlaxzxUQa68RoO9kjsvN88ZuVgqMg_j3raggpFaveeQVduquWE0rs6OsMFHxMMDem-sYc7cRLS8vYu0EsRM-f-jkHDdUt2Zbj5m-UlEsLIaeLjiozEe1TjLJsZFmuKfk8AFnDjS5X_q9LYocFiqstjRV28mf-z70N8hXGJyqgf4itsQ4owHjmZgwRlEw_4409k9vyYPEt45HAwewcY90TPaVoyG0qVw1tmKefCiSCqShwLYY9hMDYfe24rkGqCMfNUHg.xkHM8ivFwhmTBVhQT0KDUZLpaWfs2Q3HZOTgKGILUxo&amp;dib_tag=se&amp;keywords=boston+boston&amp;qid=1786362507&amp;sprefix=boston+boston%2Caps%2C153&amp;sr=8-4&amp;linkCode=ll2&amp;tag=losthigit-21&amp;linkId=6fee75206b2f7fed8a42b20f62557162&amp;ref_=as_li_ss_tl"><br />
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</a></p>
</div>
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		<title>New Adventures in Hi‑Fi &#8211; R.E.M.</title>
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		<pubDate>Sun, 14 Jun 2026 20:01:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Vladimiro Vacca]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Recensioni]]></category>
		<category><![CDATA[Voyager 3 (... ovvero dischi da regalare agli alieni)]]></category>

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		<description><![CDATA[New Adventures in Hi‑Fi non è un disco: è un viaggio. Un taccuino sgualcito lasciato sul sedile di un bus, mentre l’America scorre fuori come un film troppo lungo, troppo vero per essere ricordato senza dolore. Nel 1996 gli R.E.M. sono una band stanca, febbrile, immensa: reduci dal tour di Monster, segnato da incidenti, ospedali, &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong><em><img class="alignright size-thumbnail wp-image-52477" src="https://www.losthighways.it/wp-content/uploads/REM_new_adventure_in_hifi-200x200.jpg" alt="REM_new_adventure_in_hifi" width="200" height="200" />New Adventures in Hi‑Fi</em></strong> non è un disco: è un viaggio. Un taccuino sgualcito lasciato sul sedile di un bus, mentre l’America scorre fuori come un film troppo lungo, troppo vero per essere ricordato senza dolore. Nel 1996 gli R.E.M. sono una band stanca, febbrile, immensa: reduci dal tour di <strong><em>Monster</em></strong>, segnato da incidenti, ospedali, febbri improvvise. Eppure proprio lì, nel caos, succede il miracolo: scoprono che la strada li fa scrivere meglio di qualsiasi studio. Molte canzoni nascono nei soundcheck, registrate dal vivo con i microfoni piazzati tra amplificatori ancora caldi. <strong><em>Undertow</em>, <em>Departure</em>, <em>Leave</em></strong>: tutte catturate così, in presa diretta, con il rumore dell’aria che vibra. Stipe dirà che quelle versioni “imperfette, sporche, vive” erano più vere di qualsiasi take rifatta. Il disco si apre con <strong><em>How the West Was Won and Where It Got Us</em></strong>, passo lento di chi ha visto troppo. È una riflessione sul mito americano scritta mentre il bus attraversava il deserto, con Stipe che annotava frasi su un taccuino consumato. Molti testi nascono così: tra un motel e un aeroporto, tra un diner all’alba e un talk show visto per caso (<strong><em>New Test Leper</em></strong>). Poi c’è <strong><em>E‑Bow the Letter</em></strong>, una lettera mai spedita. Stipe la canta come un segreto, e qualcuno propone: “<em>Chiamiamo Patti Smith</em>”. Lei arriva, ascolta una volta, chiude gli occhi e incide la sua parte in un’unica take, come una benedizione sussurrata dal margine della notte. È uno dei momenti più sacri della storia della band. <strong><em>Leave</em></strong> è un’allucinazione: quella sirena ossessiva non è un effetto studiato, ma un suono nato per caso durante una prova. Peter Buck voleva toglierla. Stipe insistette per tenerla: “<em>È la nostra febbre</em>”. E infatti il brano sembra respirare male, come un cuore che non trova pace. Tutto il disco è così: un atlante emotivo della stanchezza, della distanza, della poesia delle cose imperfette. Gli R.E.M. non cercano inni, cercano verità. E la trovano nella fragilità, nella polvere, nei neon che tremano fuori dai motel. Alla fine, <strong><em>New Adventures in Hi‑Fi</em></strong> è un album che non vuole piacere: vuole restare. È il suono di una band che si guarda allo specchio e vede tutte le sue versioni sovrapposte, come in un negativo consumato. Un disco che non si ascolta: si percorre, come una highway notturna dove ogni cartello è un ricordo e ogni curva una confessione.</p>
<h2 class="sectionhead">Credits</h2>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Label: </span>Warner Bros. Records – 1996</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Line-up: </span><br />
<span style="font-size: 10pt; font-family: Arial;"><br />
Michael Stipe (voce) – Peter Buck (chitarre) – Mike Mills (basso, tastiere, cori) – Bill Berry (batteria, percussioni).<br />
</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Tracklist:</span></p>
<p>1. How the West Was Won and Where It Got Us<br />
2. The Wake-Up Bomb<br />
3. New Test Leper<br />
4. Undertow<br />
5. E-Bow the Letter<br />
6. Leave<br />
7. Departure<br />
8. Bittersweet Me<br />
9. Be Mine<br />
10. Binky the Doormat<br />
11. Zither<br />
12. So Fast, So Numb<br />
13. Low Desert<br />
14. Electrolite<br />
<span style="color: #971b7a;">Link: </span><br />
<a href="https://www.remhq.com/" target="_blank">Sito ufficiale</a>.</p>
<h2>E-Bow the Letter – Video</h2>
<p><iframe width="560" height="315" src="https://www.youtube.com/embed/5cnIQHJ169s?si=b3oXGQHjDuux5aRZ" title="YouTube video player" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe></p>
]]></content:encoded>
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		</item>
		<item>
		<title>Alice In Chains(Tripod) &#8211; Alice In Chains</title>
		<link>http://www.losthighways.it/2026/04/07/alice-in-chainstripod-alice-in-chains/</link>
		<comments>http://www.losthighways.it/2026/04/07/alice-in-chainstripod-alice-in-chains/#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 07 Apr 2026 17:11:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Vladimiro Vacca]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Voyager 3 (... ovvero dischi da regalare agli alieni)]]></category>

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		<description><![CDATA[Un cane a tre zampe, immobile come un presagio, guarda un punto che non vediamo. È già tutto lì: la ferita, la resistenza, la bellezza che zoppica ma non cede. Tripod è un album che non cammina: trascina, striscia, respira a fatica. È il suono di un corpo che continua a vivere anche quando l’anima &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="alignright size-thumbnail wp-image-52042" src="https://www.losthighways.it/wp-content/uploads/tripod_ANC-200x200.jpg" alt="tripod_ANC" width="200" height="200" />Un cane a tre zampe, immobile come un presagio, guarda un punto che non vediamo. È già tutto lì: la ferita, la resistenza, la bellezza che zoppica ma non cede. <strong><em>Tripod</em></strong> è un album che non cammina: trascina, striscia, respira a fatica. È il suono di un corpo che continua a vivere anche quando l’anima vacilla. Nel 1995 Layne Staley è diviso in due: da una parte gli Alice in Chains che arrancano, dall’altra i Mad Season, dove trova un respiro diverso, più spirituale, quasi una tregua. <strong><em>Above</em></strong> è un altare di luce malata; <strong><em>Tripod</em></strong> è la stanza chiusa dove quella luce non entra più. La voce di Layne, registrata spesso in solitudine, porta addosso entrambe le vite: la fragilità dei Mad Season e la disperazione degli Alice in Chains. È come ascoltare un uomo che parla da due specchi diversi. Registrato in un clima di tensione, solitudine e dipendenze che mordevano dall’interno, l’album porta addosso la polvere di un gruppo che si sta sgretolando. Il risultato è un disco che non cerca la catarsi: la evita, la teme, la rimanda. <em><strong>Again</strong></em> è il battito cardiaco irregolare del disco. Un mantra ossessivo, un ritorno ciclico del dolore: <em>you’re wrong</em>, ripete Layne, ma sembra dirlo a se stesso. Qui la parentela con i Mad Season è evidente: la voce non urla, implora. <em><strong>Grind</strong></em> apre come un passo in una palude: lento, viscoso, inevitabile. <em><strong>Heaven Beside You</strong></em> è la tregua che non consola, una confessione che Cantrell canta come un uomo che ha smesso di chiedere perdono. <em><strong>Sludge Factory</strong></em> è un crollo controllato, un edificio che si piega ma non cade. Dove <strong><em>Above</em></strong> è un viaggio verso l’alto, <em>Tripod</em> è una discesa lenta, un sprofondare nella terra. Eppure, in entrambi, Layne è nudo: nei Mad Season è un profeta stanco; negli Alice in Chains è un sopravvissuto che non sa più a cosa è sopravvissuto. <em><strong>Frogs</strong></em> è un rituale ipnotico, un pantano emotivo che inghiotte tutto. <em><strong>Over Now</strong></em> chiude il disco come una porta che si chiude piano, senza sbattere: un addio che non vuole ferire, un epilogo che sa di resa ma anche di fragile dignità. <strong><em>Tripod </em></strong>è un bosco notturno dove ogni ramo spezzato è un ricordo, ogni ombra una paura, ogni melodia un tentativo di restare vivi. <strong><em>Tripod</em></strong> è un requiem senza morte, un diario scritto con mani tremanti, un grunge che ha perso la rabbia e ha trovato la verità. È un album che non salva, non consola, non illumina. Ma rimane, come rimane il passo incerto di un cane a tre zampe: fragile, ostinato, indimenticabile. È il fratello oscuro dei Mad Season: dove uno cercava redenzione, l’altro accetta la caduta. E in mezzo, Layne Staley: un uomo che canta da due abissi diversi, ma con la stessa voce che continua a tremare, imperitura nel tempo.</p>
<h2 class="sectionhead">Credits</h2>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Label: </span>Columbia &#8211; 1995</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Line-up: </span> Layne Staley (lead and backing vocals, rhythm guitar on &#8220;Head Creeps&#8221;) &#8211; Jerry Cantrell (guitar, backing vocals, lead vocals on &#8220;Grind&#8221;, &#8220;Heaven Beside You&#8221;, and &#8220;Over Now&#8221;) &#8211; Mike Inez (bass) &#8211; Sean Kinney (drums).</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Tracklist:</span></p>
<p>1. Grind<br />
2. Brush Away<br />
3. Sludge Factory<br />
4. Heaven Beside You<br />
5. Head Creeps<br />
6. Again<br />
7. Shame in You<br />
8. God Am<br />
9. So Close<br />
10.Nothin’ Song<br />
11.Frogs<br />
12.Over Now</p>
<h2>Again &#8211; Video</h2>
<p><iframe title="YouTube video player" src="https://www.youtube.com/embed/__biilMpnmw?si=ep3_9jY11pPf2hDP" width="560" height="315" frameborder="0" allowfullscreen="allowfullscreen"></iframe></p>
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		<item>
		<title>Above &#8211; Mad Season</title>
		<link>http://www.losthighways.it/2025/09/14/above-mad-season/</link>
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		<pubDate>Sun, 14 Sep 2025 16:44:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Vladimiro Vacca]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Voyager 3 (... ovvero dischi da regalare agli alieni)]]></category>

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		<description><![CDATA[C’è un suono che non viene solo da Seattle, ma da un altrove più profondo. Un suono che non grida, non esplode: si consuma lentamente, come una candela accesa in una stanza vuota. Above è quel suono. È il respiro spezzato di chi ha visto troppo, sentito troppo, perso troppo. Layne Staley non canta: confessa. Ogni &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="alignright size-thumbnail wp-image-51398" src="https://www.losthighways.it/wp-content/uploads/madseason-200x200.jpg" alt="madseason" width="200" height="200" />C’è un suono che non viene solo da Seattle, ma da un altrove più profondo. Un suono che non grida, non esplode: si consuma lentamente, come una candela accesa in una stanza vuota. <strong><em>Above</em></strong> è quel suono. È il respiro spezzato di chi ha visto troppo, sentito troppo, perso troppo. Layne Staley non canta: confessa. Ogni parola è una ferita che non chiede di guarire, ma di essere ascoltata. La sua voce è un fiume torbido, una <em><strong>River of deceit</strong></em> che scorre tra le rovine dell’anima. Mike McCready non accompagna: veglia. Le sue chitarre sono preghiere distorte, vibrazioni che cercano Dio in un amplificatore. l disco <em><strong>Above</strong></em> dei Mad Season, pubblicato nel 1995, è molto più di un semplice album grunge: è un testamento emotivo, un urlo di dolore e redenzione inciso da una superband nata quasi per caso in una clinica di riabilitazione. Mike McCready (Pearl Jam) e John Baker Saunders (The Walkabouts) si erano conosciuti alla Hazelden Clinic in Minnesota, entrambi in lotta contro la dipendenza. Tornati a Seattle, decisero di trasformare quella fragilità in musica. Chiamarono Barrett Martin (Screaming Trees) alla batteria e, infine, Layne Staley, voce e anima degli Alice In Chains, già segnato da un destino che sembrava scritto nei suoi occhi. La registrazione avvenne in pochi giorni ai Bad Animals Studio, in un clima quasi sacrale. McCready suonava una Gibson double-neck acquistata apposta per l’occasione, scherzando sul fatto che sembrava “un idiota” con quella chitarra, ma che suonava “come un dio”. Alcuni brani, come <em><strong>Artificial Red,</strong></em> nacquero da jam session improvvisate durante un concerto al Crocodile Cafe. Altri, come <em><strong>River of Deceit</strong></em>, furono ispirati dagli scritti di Kahlil Gibran, in particolare <em><strong>Il Profeta</strong></em>, che Layne leggeva ossessivamente in quel periodo.<br />
Il disco è un viaggio nei temi della dipendenza, della solitudine, della spiritualità e della morte. Non c’è rabbia, non c’è ribellione: c’è resa. Una resa dolce, consapevole, che si fa musica. L’artwork dell’album fu disegnato da Layne Staley stesso. Figure stilizzate, volti contorti, simboli che sembrano provenire da un sogno disturbato. Non è solo una copertina: è un autoritratto emotivo. Un diario visivo di chi non riusciva più a parlare, ma ancora sapeva disegnare il dolore.<br />
Il disco si apre con <em><strong>Wake Up</strong></em>, e già si capisce che non sarà un viaggio facile. È un risveglio doloroso, come aprire gli occhi dopo un sogno di overdose. Si evoca il blues spettrale di Neil Young in <em><strong>Tonight’s the Night</strong></em>, ma immerso in una nebbia grunge. Barrett Martin suona anche il vibrafono regalando atmosfere dilatate e oniriche che creano uno spazio sospeso, dove il dolore si mescola alla bellezza. <em><strong>X-Ray Mind</strong></em> sembra <em><strong>Them Bones</strong></em> degli Alice In Chains, più bluesy, ha il sapore di rock sporco dei The Doors, soprattutto nei momenti più psichedelici di <em><strong>Five to One</strong></em>. <em><strong>River of Deceit</strong></em> è una ballata struggente, costruita su un arpeggio semplice e una melodia che sembra piangere, siamo nella scia di Temple of the Dog – <em><strong>Say Hello 2 Heaven</strong></em>, per il tono elegiaco e la ricerca di redenzione. In <em><strong>I’m Above</strong></em> c&#8217;è un duetto vocale tra Staley e Mark Lanegan, elettrico e teso. Le chitarre si intrecciano in un crescendo nervoso. Affiora il post-punk oscuro dei Joy Division, ma con una vena blues. In <em><strong>Artificial Red</strong></em> incrociamo un groove ipnotico alla Morphine, con quel basso profondo e la voce che sembra provenire da un sogno febbrile. Poi arriva <em><strong>Long Gone Day</strong></em>, e il tempo si ferma. Jazz, grunge, silenzio: tutto si mescola in un abbraccio che sa di addio. Qui il jazz decadente di Tom Waits si mescola alla malinconia di Seattle. In brani come <em><strong>I Don&#8217;t Know Anything</strong></em>, emerge la confusione esistenziale e il senso di smarrimento. Layne Staley canta come se stesse cercando di espiare, di liberarsi, ma anche di accettare la sua condizione. La sua voce è fragile, potente, e spesso sembra sul punto di spezzarsi. I testi non glorificano la dipendenza, ma ne mostrano il lato più oscuro: alienazione, perdita di controllo, senso di colpa, desiderio di redenzione. Il tono è spesso cupo, ma mai privo di speranza: c’è sempre una tensione verso qualcosa di più alto, anche se indefinito. Ogni brano è una stanza di un tempio decadente. Non c’è redenzione, ma c’è bellezza. Una bellezza che nasce dal dolore, come un fiore che cresce tra le crepe del cemento. La cosa più potente è che <em><strong>Above</strong></em> riesce a trasformare il dolore in arte. Non è un album che offre soluzioni, ma uno spazio in cui il dolore può essere ascoltato, condiviso, compreso. <em><strong>Above</strong></em> non è un disco che si consuma. È un disco che consuma te. Ti guarda negli occhi e ti chiede: “My pain is self-chosen&#8221;… e il tuo?</p>
<h2 class="sectionhead">Credits</h2>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Label: </span>Columbia Records &#8211; 1995</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Line-up: </span>Layne Staley (vocals, guitar, and artwork (yes, he created the album’s cover art!) &#8211; Mike McCready (electric and acoustic guitars) &#8211; John Baker Saunders (bass) &#8211; Barrett Martin (drums, percussion, cello, marimba, vibraphone, and upright bass).</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Tracklist:</span></p>
<p>01. Wake Up<br />
02. X-Ray Mind<br />
03. River of Deceit<br />
04. I&#8217;m Above<br />
05. Artificial Red<br />
06. Lifeless Dead<br />
07. I Don&#8217;t Know Anything<br />
08. Long Gone Day<br />
09. November Hotel<br />
10. All Alone</p>
<h2>Wake up &#8211; Video Live</h2>
<p><iframe title="YouTube video player" src="https://www.youtube.com/embed/x6E0Z8wqNDQ?si=a_ohGEf-ilHvKl8c" width="560" height="315" frameborder="0" allowfullscreen="allowfullscreen"></iframe></p>
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		<title>Wish you were Here &#8211; Pink Floyd</title>
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		<pubDate>Fri, 12 Sep 2025 19:54:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Alessio Cuccaro]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Recensioni]]></category>
		<category><![CDATA[Voyager 3 (... ovvero dischi da regalare agli alieni)]]></category>
		<category><![CDATA[Yesterday Roads]]></category>

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		<description><![CDATA[Well, you wore out your welcome with random precision Rode on the steel breeze Come on, you raver, you seer of visions Come on, you painter, you piper, you prisoner, and shine Vorrei che fossi qui. È il 5 giugno del 1975, un tizio con soprabito, borsa e scarpe bianchi si aggira assente nello Studio &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.losthighways.it/wp-content/uploads/Pink-Floyd-Wish-you-were-here.jpg"><img class="alignright size-thumbnail wp-image-51411" src="https://www.losthighways.it/wp-content/uploads/Pink-Floyd-Wish-you-were-here-200x200.jpg" alt="Pink Floyd Wish you were here" width="200" height="200" /></a><em>Well, you wore out your welcome with random precision</em><br />
<em> Rode on the steel breeze</em><br />
<em> Come on, you raver, you seer of visions</em><br />
<em> Come on, you painter, you piper, you prisoner, and shine</em></p>
<p style="text-align: justify;">Vorrei che fossi qui. È il 5 giugno del 1975, un tizio con soprabito, borsa e scarpe bianchi si aggira assente nello Studio 3 di Abbey Road, di tanto in tanto scambia qualche parola coi presenti, sebbene all&#8217;inizio nessuno lo riconosca, è ingrassato, capelli corti, quasi rasati. David Gilmour, che ne ha preso il posto nella band e quel giorno offre un banchetto per il suo matrimonio nella cantina dell&#8217;edificio, chiede chi sia a Jerry Shirley: neppure lui, che ha suonato la batteria nelle prove soliste di Barrett, riconosce Syd. Eppure sono trascorsi appena otto anni da quando Cappellaio Matto e soci confezionavano negli stessi studi uno dei più innovativi album (<strong><em>The piper at the gates of dawn</em></strong>) di un anno <em>mostruoso</em> come il 1967, confrontandosi con pari creatività con musicisti del calibro di Hendrix e Beatles. Sorpresa, sconcerto, angoscia, rimpianto. La band è allora già in fase di missaggio del difficile, travagliato album che segue la pietra miliare <strong><em><a href="https://www.losthighways.it/2023/03/01/the-dark-side-of-the-moon-pink-floyd/">The dark side of the moon</a></em></strong> e lo spettro del fondatore dei Pink Floyd aleggia su tutte le poche ma complesse composizioni di una scaletta risicata, che si apre e chiude con le due parti della lunga e dolorosa suite <strong><em>Shine on you crazy diamond</em></strong>, a racchiudere altre tre perle soltanto. Sebbene mai dichiarato apertamente e anzi più volte maldestramente smentito, l&#8217;album È di fatto dedicato a Syd Barrett, lo dicono i testi, le immagini, gli accenni, temi e soluzioni musicali, compreso il fraseggio solitario e reiterato di sole quattro note eseguite da Gilmour improvvisando in studio e subito attenzionate da Waters, che ne coglie il riferimento allo stile ieratico dell&#8217;amico perduto nei suoi viaggi allucinogeni, per divenire uno dei temi dominanti di <strong><em>Shine on you crazy diamond</em></strong>. La lunghissima suite sfiora i 26 minuti totali, sommando le due parti, e supera in lunghezza tanto <strong><em>Atom heart mother</em></strong> che <strong><em>Echoes</em></strong>. Si dipana, dopo lunghissimo fade-in dapprima appena percepibile, in un lento contrappunto in Sol minore tra le tastiere immaginifiche di intrecci compassati tessuti da Richard Wright e gli assoli taglienti di blues psichedelico per la Fender di David Gilmour, che regala una sequela di bending sostenuti e ululanti, invenzioni guizzanti e fraseggi indimenticabili, tra cui almeno quello a 2&#8242; e 28&#8243; resta un caposaldo della sua intera carriera che qualsiasi fan potrebbe riconoscere e completare sentendo solo la prima nota. Dopo la prolungata fase strumentale, ben oltre la metà della prima parte, arriva la sequenza canzone dallo schema lineare strofa/refrain, strofa/refrain, chorus, ad accompagnare uno dei più profondi testi mai scritti da Roger Waters, una malinconica invocazione/esortazione a ritrovare una forza irrimediabilmente smarrita, dopo repentina e rovinosa caduta nell&#8217;abisso &#8220;<em>Now there&#8217;s a look in your eyes/ Like black holes in the sky</em>&#8220;. Ed è l&#8217;assenza, non i fasti rimpianti, a guidare la musica minimalista ed evocativa del gruppo, in una trama per lo più rarefatta e scarnificata, anche nei momenti di salita, come l&#8217;ostinato in Fa maggiore affidato quasi del tutto alla sola chitarra pulita di Gilmour. Il refrain con il titolo urlato in coro riaccende un barlume di speranza celebrativa, mentre l&#8217;arpeggio calante del chorus lascia già intuire una fine amara: al primo passaggio evitata con l&#8217;arioso inciso di chitarra che scaglia in cielo raggi di solare lirismo, al secondo agguantata dal sassofono fumoso e devastante di Dick Parry, già attivo in <strong><em>Dark side</em></strong>, che dopo essersi rotolato nel fango di una tristezza inguaribile si libra in volo in un finale incalzante e liberatorio, e per un breve momento esaltante vive con ardore la catarsi delle angosce. Solo un momento, perché <em>la macchina</em> è sempre in agguato. Tra i rumori sinistri di una società industriale e alienata, un citofono al quale nessuno risponde simbolo di incomunicabilità, un basso inquietante sale dall&#8217;ombra, respiro affannoso di creature mostruose e gelide lacrime di cristallo fuoriescono dalle tastiere di Wright, tanto influenzate dal krautrock, disegnando scenari fantascientifici che ricordano il viaggio del capitano Bowman attraverso il monolite di <em>2001: Odissea nello spazio</em>. La sequenza di accordi glissati ascendenti crea un climax di tensione che sfocia nelle acuminate saette di Wright, lampi accecanti che illuminano rantoli di inquietudine. <strong><em>Welcome to the machine</em></strong> è un angosciante precipitare nell&#8217;impossibilità di esprimersi, nel controllo sociale che ammazza le pulsioni creative &#8220;<em>You bought a guitar to punish your ma/ You didn&#8217;t like school and you know you&#8217;re nobody&#8217;s fool/ So welcome to the machine</em>&#8220;. Così, l&#8217;arrivo in moto del protagonista ad una festa animata suona come una desolante resa al conformismo. Si cambia lato del vinile e arriva inaspettato il rock lento e bluesy di <strong><em>Have a cigar</em></strong>, cantato da Roy Harper e che non a caso, coi suoi ruvidi assoli taglienti, sa di Led Zeppelin dalle parti di <strong><em><a href="https://www.losthighways.it/2025/02/23/physical-graffiti-led-zeppelin/">Phisical graffiti</a></em></strong>, band che qualche anno prima aveva dichiarato con fierezza <strong><em>Hats off to (Roy) Harper</em></strong>. Dalla sintonizzazione distorta di una vecchia radio arriva uno scarno giro armonico di una chitarra acustica dal suono roots, al secondo passaggio le fa il verso un&#8217;acustica moderna (dell&#8217;epoca, s&#8217;intende), che inizia una melodia cristallina in primo piano con accenti di folk ancestrale. È l&#8217;attacco memorabile di <strong><em>Wish you were here</em></strong>, title track e ballata delle ballate messe a segno dai Floyd, che rivela tutto l&#8217;amore di Gilmour per Dylan e l&#8217;Americana, trapuntata di soffici tastiere e piano minimale, dove l&#8217;assolo è un cinguettio di tribù indiane indissolubili dalla natura circostante, un afflato di speranza in chiusura di un testo che si nutre di rimpianto e smarrimento: &#8220;<em>Running over the same old ground, what have we found?/ The same old fears, wish you were here</em>&#8220;. E dai venti che spaziano quel vecchio campo, macinato da un basso ossessivo che rallenta ipnotico l&#8217;ostinata follia di <strong><em>One of these days</em></strong>, salgono le tastiere siderali e futuribili della ripresa di <strong><em>Shine on</em></strong> (quanto saranno piaciute al Vangelis di <em>Blade Runner</em>). Dagli stessi venti vorticosi sgorga l&#8217;assolo di Gilmour, tutto giocato sul registro altissimo del suo strumento, martoriato da una slide lancinante da serial killer. Si resta ancora smarriti di fronte al reale, &#8220;<em>Nobody knows where you are</em>&#8220;, non resta che rituffarsi in una jam strumentale di funky psichedelico e darci dentro fino alla fine, un ardito proposito che presto si infrange in una coda di classica sintetica, vuoto esistenziale e luci vacue che ricordano le vite disperate narrate da <em>Arancia Meccanica</em>. Anche se l&#8217;album uscito il 12 settembre 1975 non è stato pensato per una colonna sonora, è musica per immagini, a partire dall&#8217;iconica immagine di copertina, ideata da Storm Thorgerson dello studio Hipgnosis: una foto, scattata presso gli studi Warner di Los Angeles durante il tour dei Pink Floyd del 1974, che ritrae due uomini d&#8217;affari in abito scuro, interpretati da due stuntman, che si stringono la mano al centro di una strada metafisicamente vuota. Uno dei due, quello a destra, sta andando a fuoco, letteralmente. Al punto che le fiamme che si levano dalla schiena bruciano persino il bianco passepartout che inquadra la foto a colori poco saturi di taglio verticale, rompendo l&#8217;illusione della cornice per entrare nello spazio dell&#8217;osservatore.<br />
Qualcuno sostiene che l&#8217;album abbia segnato un calo d&#8217;ispirazione rispetto alla perfezione di <strong><em>Dark side</em></strong>, altri affermano che in fondo anche quello non era perfetto in quanto &#8220;troppo&#8221; perfetto. Dubito che Waters e compagni abbiano mai inseguito la perfezione, <strong><em>Wish you were here</em></strong> s&#8217;impone per ragioni complesse e inafferrabili, pertanto solo parzialmente sopra esposte. Ma se mai esistesse la perfezione questo è uno di quei rari album che gli si avvicina davvero.</p>
<h2 class="sectionhead">Credits</h2>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Label: </span>Harvest/EMI &#8211; 1975</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Line-up:<br />
</span>David Gilmour (lead vocals, vocal harmonies, electric lead guitar, electric rhythm guitar, acoustic guitar, Twelve-string guitar, pedal steel guitar, bass, EMS VCS 3)  &#8211; Nick Mason (drums, timpani, cymbals) &#8211; Roger Waters (lead vocals, vocal harmonies, bass, EMS VCS 3) &#8211; Richard Wright (vocal harmonies, keyboards, Steinway piano, vibraphone, minimoog) &#8211; Venetta Fields (backing vocals) &#8211; Carlena Williams (backing vocals) &#8211; Dick Parry (saxophones) &#8211; Roy Harper (lead vocals)</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Tracklist:</span></p>
<ol>
<li>Shine On You Crazy Diamond (Parts I–V)</li>
<li>Welcome to the Machine</li>
<li>Have a Cigar</li>
<li>Wish You Were Here</li>
<li>Shine On You Crazy Diamond&#8221; (Parts VI–IX)</li>
</ol>
<p><span style="color: #971b7a;"><br />
Link: <a href="https://www.pinkfloyd.com/">Sito Ufficiale</a><br />
<a href="https://www.facebook.com/pinkfloyd?locale=it_IT">Facebook</a></span></p>
<p><iframe title="YouTube video player" src="https://www.youtube.com/embed/cWGE9Gi0bB0?si=9_W-L0JiyVCu_C5A" width="560" height="315" frameborder="0" allowfullscreen="allowfullscreen"></iframe></p>
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		<title>Aladdin Sane &#8211; David Bowie</title>
		<link>http://www.losthighways.it/2023/04/11/aladdin-sane-david-bowie/</link>
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		<pubDate>Tue, 11 Apr 2023 07:38:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Alessio Cuccaro]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Recensioni]]></category>
		<category><![CDATA[Voyager 3 (... ovvero dischi da regalare agli alieni)]]></category>
		<category><![CDATA[Yesterday Roads]]></category>

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		<description><![CDATA[Essere Ziggy Stardust. Alieno sceso sulla Terra ad annunciare il glam rock, licenziando uno dei capolavori del &#8216;900, The Rise and Fall of Ziggy Stardust and the Spiders from Mars (16 giugno 1972). Essere venerati come una divinità. Portare il proprio personaggio trionfalmente in tour sulle due sponde dell&#8217;Atlantico. Essere un alieno inglese in America, prima &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.losthighways.it/wp-content/uploads/Bowie-Aladdin-sane.jpg"><img class="alignright size-thumbnail wp-image-48777" src="http://www.losthighways.it/wp-content/uploads/Bowie-Aladdin-sane-200x200.jpg" alt="Bowie Aladdin sane" width="200" height="200" /></a>Essere Ziggy Stardust. Alieno sceso sulla Terra ad annunciare il glam rock, licenziando uno dei capolavori del &#8216;900, <strong><em>The Rise and Fall of Ziggy Stardust and the Spiders from Mars</em></strong> (16 giugno 1972). Essere venerati come una divinità. Portare il proprio personaggio trionfalmente in tour sulle due sponde dell&#8217;Atlantico. Essere un alieno inglese in America, prima che Sting ne facesse una delle migliori canzoni degli anni &#8217;80. Guardare con occhi fanciulleschi alle radici del rock&#8217;n&#8217;roll, del blues, del jazz e tutta la musica di contaminazione proveniente dal sogno americano, quindici anni prima che lo facesse anche una band irlandese. Come spesso accade all&#8217;apice della popolarità (pensate ai Beatles di <strong><em><a href="http://www.losthighways.it/2022/01/23/get-back-favolosa-immersione-nella-creativita-dei-beatles/">Get Back</a></em></strong>), pressioni e aspirazioni generano una detonazione creativa incontenibile e ovviamente difficile da gestire. E così, mentre gira gli States, concerto dopo concerto, Bowie scrive le canzoni di un nuovo album (ciascuna città di &#8220;ispirazione&#8221; sarà accuratamente annotata sulle note di copertina), registrandone anche alcune nelle pause dal palco (<strong><em>The Jean Genie</em></strong> viene registrata già il 6 ottobre &#8217;72 agli RCA Studios di New York); rientrato a Londra dà gli ultimi ritocchi e il 14 aprile 1973 pubblica il suo sesto lavoro in studio <strong><em>Aladdin Sane</em></strong>, il sano Aladino, leggibile anche come &#8220;<em>a lad insane</em>&#8220;, ragazzo pazzo: sintomatico gioco di parole che contrappone una realtà di follia a una normalità immaginaria. Binomio di ambiguità iconicamente rappresentato dalla magnifica cover, con la foto a mezzo busto di Bowie Aladdin Stardust, scattata da Brian Duffy nel suo studio londinese: chioma rossa dal futuro, pallore argenteo del corpo nudo e quella saetta glitterata rossa e blu che solca il viso e ne tradisce le origini extraterrestri, colpo di maestro di Pierre Laroche, che curerà il make-up anche per la copertina di <strong><em>Pin Ups</em></strong>. Come dichiarato dallo stesso David, &#8220;<em>in my mind, it was Ziggy Goes to Washington</em>&#8220;, l&#8217;album era intenzionalmente una rappresentazione della sua idea di rock&#8217;n&#8217;roll americano, messa in chiaro proprio in quei giorni anche con la co-produzione di due capisaldi del decennio: <strong><em>Transformer</em></strong> di Lou Reed e <strong><em>Raw Power</em></strong> degli Stooges. Ed è proprio dalle vivide suggestioni della visione live del grezzo proto punk messo in scena dalle New York Dolls che prende le mosse la ruvida <strong><em>Watch That Man</em></strong>, posta programmaticamente in apertura del disco, con Bowie che rifà il glam americano che a sua volta rifà i Rolling Stones, che per uno strano paradosso sono la principale band di riferimento del nuovo repertorio, per struttura dei brani, sound distorto ma non troppo saturo delle chitarre, fiati rithm&#8217;n&#8217;blues e cori che discendono direttamente da <strong><em>You can&#8217;t always get what you want</em></strong>. Tutt&#8217;altra atmosfera pervade l&#8217;ambiziosa title track, <strong><em>Aladdin Sane (1913–1938–197?)</em></strong>, ispirata da un racconto di Evelyn Waugh, <em>Vile Bodies</em>, satira dell&#8217;aristocrazia britannica dopo la vittoria nel primo conflitto mondiale. La parte del leone è interpretata dal pianista Mike Garson, che dà forma compiuta alle precise indicazioni di Bowie trovando un suono immaginifico ed esotico, sospeso tra la dinamica del rag-time e il cromatismo della Belle Epoque, per poi lanciarsi nel lungo assolo improvvisato (buona la prima!), che diverge dal contemporaneo virtuosismo progressive di un Keith Emerson o di un Rick Wakeman, scardinando scale e accenti mediorientali spingendosi ai confini della musica concreta e dello sperimentalismo più estremo e delle avanguardie jazz, duettando sul finale col sax impetuoso di Ken Fordham. <strong><em>Drive-In Saturday</em></strong> recupera la coralità innodica di <strong><em>Moonage daydream</em></strong>, <strong><em>Five years</em></strong> e <strong><em>Quicksand</em></strong>, muovendosi in un lessico ben noto, mentre è la seguente <strong><em>Panic in Detroit</em></strong>, ispirata dal racconto ascoltato da Iggy Pop in persona dei disordini scoppiati a Detroit nel 1967 legati alle contestazioni del White Panther Party, a segnare uno dei vertici del disco. Riff scarnificato preso in prestito a Bo Diddley, ritmica tribale, selvaggi cori urlati di contro a un voce di David mai così sottile e distante, sviluppo armonico crescente e l&#8217;assolo blues infuocato di Mick Ronson rendono irresistibile l&#8217;epopea del fondatore del movimento, John Sinclair, che Bowie paragona a Che Guevara: un grosso rischio nell&#8217;America di quegli anni (e forse ancora oggi) ma senza una reale analisi politica, che non è nelle corde del nostro, affascinato esclusivamente dal caos della ribellione. Una devastazione da cui fatica ad emergere il sanguigno riff hard di <strong><em>Cracked Actor</em></strong>, rock&#8217;n&#8217;roll malato e decadente a raccontare il declino inesorabile e angosciato di una star del cinema, versione glam di <strong><em>Viale del tramonto</em></strong>, &#8220;<em>I&#8217;m stiff on my legend, the films that I made / Forget that I&#8217;m fifty &#8217;cause you just got paid</em>&#8220;. La fine, la disillusione, il senso di disfacimento conducono alla riflessione esistenziale di <strong><em>Time</em></strong>, che tradisce il contributo di Bowie a <strong><em>Transformer</em></strong> di Lou Reed e getta le basi per tutta la produzione dei Queen a venire, con l&#8217;istrionica teatralità di un autentico mattatore, Fenice che risorge dalle sue ceneri e guida la band e  il pubblico in sala verso un mistico risveglio, &#8220;<em>we should be on by now</em>&#8220;, per non dire della chitarra lisergica e lirica di Ronson che ha non poco aiutato Brian May a mettere a fuoco il suo stile. E spetta ancora a Ronson il compito di far decollare <strong><em>The Prettiest Star</em></strong>, già pubblicato come singolo nel 1969 con un&#8217;aria trasognata in linea con le atmosfere di acustica magia cosmica di quel periodo, sostituendo  con grinta e trasporto viscerale l&#8217;originale fraseggio di Marc Bolan. Si gioca sulla velocità e allora vale la pena schiacciare ancora l&#8217;acceleratore per una cover apparentemente caciarona, da ballare sui tavoli di un saloon, di <strong><em>Let&#8217;s Spend the Night Together</em></strong> dei Rolling Stones (1967), ma fondamentalmente in linea con le sonorità proto punk che maturano proprio allora in America, sulla scia del garage rock sixties, grazie soprattutto a band brutali come gli MC5 e gli Stooges di Iggy Pop, alter ego animalesco del Bowie più rock. E la tensione sale ancora con il riff ostinato della seguente <strong><em>The Jean Genie</em></strong>, non a caso scritta sulla strada tra Cleveland e Memphis, in cui Bowie si confronta a viso aperto col british blues revival  degli Yardbirds di <strong><em>I&#8217;m a Man</em></strong> e <strong><em>Smokestack Lightning</em></strong>, risalendo alla matrice di Bo Diddley per il ritmico riff di chitarra e il tremolante solo che si dimena come la coda di un serpente a sonagli, alimentando un certo tipo di iconografia machista del rock e contemporaneamente smentendola con l&#8217;ambiguità di un look funzionale al racconto di un personaggio di spessore inarrivabile, miseramente e forse anche inconsapevolmente scimmiottato da schiere di fantocci di plastica contemporanei. Bowie è irrequieto, non ama stare troppo a lungo in un posto, così anziché chiudere l&#8217;album con questa trilogia rock s&#8217;inventa in extremis la ballata retrò <strong><em>Lady Grinning Soul</em></strong> con la sua epica decadenza, premonizione di un addio inaspettato. Mentre la critica lo ha generalmente salutato come un fratello minore <strong><em>Ziggy Stardust</em></strong>, la risposta del pubblico è stata invece entusiasta segnando un clamoroso record di vendite. Non basta, lo spirito eclettico di David teme di restare intrappolato in una maschera e allora, senza che nessuno se lo aspetti, neppure i suoi compagni di palco (ad esclusione di Ronson), durante il concerto di chiusura del tour inglese seguito all&#8217;uscita dell&#8217;album, tenuto la scioccante sera del 3 luglio 1973 all&#8217;Hammersmith Odeon di Londra, annuncia che quello sarà &#8220;<em>the last show that we&#8217;ll ever do</em>&#8220;. È la fine di Ziggy, documentata dal documentarista rock D. A. Pennebaker, ma non certo di Bowie che dopo aver congedato il suo personaggio anche in studio con la bizzarra raccolta di cover <strong><em>Pin Ups</em></strong> (uscita il 19 ottobre) inizia il meraviglioso gioco camaleontico di trasformazioni, cambiamenti, morti e reinvenzioni che lo accompagneranno fino all&#8217;ultimo drammatico colpo di scena di <strong><em><a href="http://www.losthighways.it/2016/01/18/blackstar-david-bowie/">Black Star</a></em></strong>, che ha chiuso idealmente il cerchio della saga galattica di un immenso artista alieno.</p>
<h2 class="sectionhead">Credits</h2>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Label: </span>RCA Records &#8211; 1973</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Line-up: </span>David Bowie (lead vocals, guitar, harmonica, saxophone, synthesizer, mellotron) &#8211; Mick Ronson (guitar, piano, backing vocals) &#8211; Trevor Bolder – bass guitar) &#8211; Mick &#8220;Woody&#8221; Woodmansey (drums) &#8211; Mike Garson (piano) &#8211; Ken Fordham (saxophone) &#8211; Brian &#8220;Bux&#8221; Wilshaw (saxophone, flutes) &#8211; Juanita &#8220;Honey&#8221; Franklin (backing vocals) &#8211; Linda Lewis (backing vocals) &#8211; G.A. MacCormack (backing vocals)</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Tracklist:</span></p>
<ol>
<ol>
<li>Watch That Man</li>
<li>Aladdin Sane (1913–1938–197?)</li>
<li>Drive-In Saturday</li>
<li>Panic in Detroit</li>
<li>Cracked Actor</li>
<li>Time</li>
<li>The Prettiest Star</li>
<li>Let&#8217;s Spend the Night Together</li>
<li>The Jean Genie</li>
<li>Lady Grinning Soul</li>
</ol>
</ol>
<p><span style="color: #971b7a;"><br />
Link: <a>Sito Ufficiale</a><br />
<a>Facebook</a><br />
<iframe title="YouTube video player" src="https://www.youtube.com/embed/kMYg_Ra4cr8" width="560" height="315" frameborder="0" allowfullscreen="allowfullscreen"></iframe><br />
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		<title>Dots and Loops &#8211; Stereolab</title>
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		<pubDate>Thu, 14 Oct 2021 19:19:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Gianpaolo D’Errico]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Voyager 3 (... ovvero dischi da regalare agli alieni)]]></category>

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		<description><![CDATA[Il chitarrista compositore Tim Gane e la cantante e paroliera francese Laetitia Sadier misero su, nel coacervo dell&#8217;indie pop londinese di fine &#8217;80, un laboratorio di avanguardia e zucchero filato, destinato a cambiare per sempre la storia del pop sperimentale.  Capitolo sesto della loro produzione, Dots and Loops (Duophonic, 1997) è, forse, la vetta formale del &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img class="aligncenter size-full wp-image-47492" src="http://www.losthighways.it/wp-content/uploads/stereolab-dots-and-loops.png" alt="stereolab-dots-and-loops" width="500" height="500" />Il chitarrista compositore Tim Gane e la cantante e paroliera francese Laetitia Sadier misero su, nel coacervo dell&#8217;indie pop londinese di fine &#8217;80, un laboratorio di avanguardia e zucchero filato, destinato a cambiare per sempre la storia del pop sperimentale.  Capitolo sesto della loro produzione, Dots and Loops (Duophonic, 1997) è, forse, la vetta formale del loro manifesto. Per dirla col critico inglese Barney Hoskyns, gli Stereolab predicavano in suoni un &#8220;avant-easy listening&#8221;, ossia una maniera per rendere la complicazione (armonica, ideologica e socio-politica) alla stregua di una gomma da masticare. Parliamo di una formula già cara al collettivo nella sua produzione pregressa, quella di accostare la musica leggera anni &#8217;60 e la bossanova a un intellettualismo elettronico oltranzista e sperimentale. Una dimensione dove marxismo e cocktail-lounge coesistono e i testi situazionisti della Sadier (nata nel &#8217;68 dei tumulti parigini) ne sono dimostrazione.  Le sue melodie sono morbide e rassicuranti, ma cantano le contraddizioni di una società capitalistica morbosa e ipnotica. La loro è musica pop, ma ogni garbo estetico nasconde angoscia, noia, disincanto e torpore. E qui i rimandi si sprecano, più che ai Kraftwerk ai loro cugini Can, ai NEU!, alla meccanizzazione come forma di danza post moderna. Ancora qualche coordinata: siamo nel &#8217;97, proliferano le produzioni digitali, esplode la mania del CD, Winamp esordisce nella sua prima versione e consente la riproduzione su PC di file mp3. E gli Stereolab segnano il passaggio alla loro prima produzione su hard disk (inaugurando in studio l&#8217;uso di Pro-tools). E ancora: Internet comincia a diventare una possibilità in espansione, il mondo interconnesso non è più un sogno lontano. E <em><strong>Dots and Loops</strong></em>, prodotto da John McEntire (Tortoise, The Sea and Cake) ed Andi Toma (Mouse on Mars) è, di fatto, figlio di uno slancio internazionale, si contamina con i fumi e gli umori postumi di Chicago, si concede a territori estetici sempre più eleganti e radicali al contempo (il sampling, la frammentazione ritmica, la stratificazione sonora). Dots and Loops è un traguardo certo, perché è accessibile eppure avanguardia, digitale eppure analogico, chiarissimo come un caffé parigino o una samba di Astrud Gilberto eppure tenebroso come un canto gotico (vedi il canto corale di &#8220;The Flower Called Nowhere&#8221;, pescato dal comedy horror di Polanski &#8220;The Fearless Vampire Killers&#8221;). Gli anni duemila del pop continueranno a sorseggiare il loro Martini, cento volte auto incensandosi, ingoieranno l&#8217;oliva con tutto il nocciolo, ma dalla lezione di questi Stereolab non ne usciranno vivi mai più.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>GENERE: Art Pop, Indietronica.<br />
PAESE: UK<br />
LABEL: ELEKTRA / DUOPHONIC / DRAG CITY (1997)</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><img class="" src="https://i.redd.it/p6joomwnin471.jpg" alt="" width="814" height="517" /></p>
<p><iframe src="https://embed.spotify.com/?uri=spotify:album:2QvsanoepyO8Gpw5mCOXVe" width="618" height="783" frameborder="0" allowTransparency="true"></iframe></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Introspection / Migration &#8211; J.H. Guraj</title>
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		<pubDate>Sun, 02 May 2021 06:00:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Gianpaolo D’Errico]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Voyager 3 (... ovvero dischi da regalare agli alieni)]]></category>

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		<description><![CDATA[&#160; #0010 Migrazioni, ma come categoria profonda che sagoma l’esistenza in un costante peregrinare, da un luogo dell’anima all’altro, da una prospettiva all’altra, da un destino all’altro. J.H.Guraj è l’alterego di Dominique Vaccaro, fattosi conoscere fino a qui per un’intensa attività di artigianato elettroacustico e sperimentazione, improvvisazione elettronica e musica concreta, sonorizzazioni per teatro e &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img class=" aligncenter" src="https://f4.bcbits.com/img/a4288490318_10.jpg" alt="" width="569" height="569" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>#0010</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Migrazioni, ma come categoria profonda che sagoma l’esistenza in un costante peregrinare, da un luogo dell’anima all’altro, da una prospettiva all’altra, da un destino all’altro. J.H.Guraj è l’alterego di Dominique Vaccaro, fattosi conoscere fino a qui per un’intensa attività di artigianato elettroacustico e sperimentazione, improvvisazione elettronica e musica concreta, sonorizzazioni per teatro e performance. Nato e cresciuto nella comunità arbëreshë di Firmo, in provincia di Cosenza, bolognese di adozione, ruba il nome a un raccoglitore di salvia conosciuto tra le montagne albanesi e dalla performance elettronica/sperimentale degli esordi si concede la parentesi di un fosco intimismo fatto di suggestioni ancestrali. L’Albania resta solo un tassellino immaginifico, ma pur vivido rimane il profumo e la suggestione delle minoranze etniche, negli echi, nel vociare indistinto come sottofondo al proprio racconto solitario del mondo, nei suoni della natura, in questo plumbeo scorrere delle note come acqua che cade da una grondaia. Perché se di migrazioni si parla, non c’è confine che tenga, né geografico, né etico o estetico. Nel suo rarefatto incedere ad un bozzettismo senza concetto e troppi programmi, questo Introspection/Migration, prova seconda della sua produzione discografica, edita per la Maple Death Records di Jonathan Clancy, è opera straordinariamente evocativa di folk blues chitarristico, devoto al fingerpicking di scuola primitivista americana (alla Takoma school dei John Fahey e Robbie Basho, ma anche a James Blackshaw) ma soprattutto a un avant-garde acustica di grande ispirazione, che nemmeno dovrebbe stupire a guardare il background del suo autore. Uscito quasi un anno fa (luglio 2020), lontano dai riflettori e dal chiacchiericcio delle classifiche di fine anno, per noi merita già un posto nel nostro baule cosmico, chissà che un giorno ci venisse voglia di autunni da accarezzare e viaggi da continuare a fare, pur dall’intimo ritrovato delle nostre solitudini domestiche.</p>
<p style="text-align: justify;">GENERE: Avant-Folk, American Primitivism<span style="font-weight: 400;"><br />
</span>PAESE: ITALIA<br />
LABEL: MAPLE DEATH (2020)</p>
<p style="text-align: justify;"><img class=" aligncenter" src="https://img.discogs.com/EmGsLgemree0JY4VNlEsHcSqmqE=/600x399/smart/filters:strip_icc():format(jpeg):mode_rgb():quality(90)/discogs-images/A-5288785-1475168143-8128.jpeg.jpg" alt="" width="888" height="590" /></p>
[bandcamp width=350 height=350 album=1961518886 size=large bgcol=ffffff linkcol=0687f5 minimal=true]
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		<title>Yayayi &#8211; Yayayi</title>
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		<pubDate>Fri, 04 Dec 2020 18:11:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Gianpaolo D’Errico]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Voyager 3 (... ovvero dischi da regalare agli alieni)]]></category>

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		<description><![CDATA[&#160; #0009 Gli anni &#8217;10 del secondo millennio hanno offerto nuovi paradigmi e identificato luoghi nuovi in cui andare a ricercare gli avamposti dell&#8217;innovazione musicale. Il più fruttuoso di questi è la rete stessa, dove il confine tra l&#8217;indipendenza, l&#8217;autoproduzione e il grandissimo successo di pubblico ormai è labilissimo. Il Voyager3 ospita un lavoro che viene proprio &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img class=" aligncenter" src="https://e.snmc.io/i/600/w/d5eacc1b6631aa8c7651016e66cc9e11/7825022" alt="" width="375" height="375" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<h2>#0009</h2>
<p style="text-align: justify;">Gli anni &#8217;10 del secondo millennio hanno offerto nuovi paradigmi e identificato luoghi nuovi in cui andare a ricercare gli avamposti dell&#8217;innovazione musicale. Il più fruttuoso di questi è la rete stessa, dove il confine tra l&#8217;indipendenza, l&#8217;autoproduzione e il grandissimo successo di pubblico ormai è labilissimo. Il Voyager3 ospita un lavoro che viene proprio dai meandri della rete e dalle esoteriche lande di H20$$$Sports$$$, <em>crew (</em>e label?<em>)</em> californiana (per quanto possano significare i confini geografici) che ha popolato Soundcloud tra il 2009 e il 2015 e tra cui milita l&#8217;autore di questo lavoro lunghissimo e stordente, Yayayi, al secolo Evan Yi (conosciuto anche con una sfilza di altri moniker sulla piattaforma, tra cui Ativan Corea ed Evany). Ad aumentare l&#8217;alone di mistero, la scomparsa, a un certo punto, di tutto il materiale legato a questa pseudo label, con l&#8217;eccezione di poche tracce, da qualunque piattaforma in rete. E poi la ricomparsa su Youtube qualche anno dopo e l&#8217;elevazione a feticcio rivoluzionario da tutta una parte di community di settore (in primis rateyourmusic.com). Ma passando alla ciccia, l&#8217;omonimo rinsavito album <em><strong>Yayayi</strong>,</em> pubblicato in rete la prima volta nell&#8217;anno domini 2013 (di chissà quale era, verrebbe da dire a questo punto), è un disco dal profondo estro sperimentale, rannicchiato nell&#8217;alveo dell&#8217;hip-hop strumentale surrealista e di quello dei remix rallentati fino al paradosso di scuola DJ Screw, colui che diede l&#8217;abbrivio a un vero e proprio genere di culto nei primi anni &#8217;90 (il <em>Chopped and Screwed</em>). Ma oltre a essere un disco di oltre due ore di durata e oltre ad avere titoli che sembrano venuti fuori da una conversazione tra androidi del 3013 d.C, vanta un&#8217;intro di tre oceanici brani strumentali, in cui l&#8217;arte del campionamento splafona in qualcosa a metà tra l&#8217;indeterminismo di John Cage e la post-tronica glitch degli Autechre. Poi un bagno psichedelico e drogatissimo in una tempesta di remix, dove la vaporwave incontra la trap e i dorsi più incerti e smodati dell&#8217;hip-hop americano.</p>
<p style="text-align: justify;">Ascoltare questo lavoro dà la netta sensazione che produttori di primissimo piano e con un repertorio di idee innovative si possano nascondere nei meandri più nascosti  di Internet, e venir fuori addirittura per caso, quando incontrano le giuste sensibilità. La cosa bella della rete è anche questa, arricchire e, perché no, riscrivere la storia di certa musica partendo da ciò che i riflettori della discografia, della celebrità, persino dell&#8217;autostima a volte, non sono riusciti a illuminare. Pane davvero croccante per i denti dei tanti archeologi musicali, perché se il livello è questo, chissà quanto ancora attendersi rovistando i fondali.</p>
<p>GENERE: Chopped and Screwed, Glitch Hop, Experimental Hip Hop, Instrumental Hip Hop<span style="font-weight: 400;"><br />
</span>PAESE: USA<br />
LABEL: n/a (2013)</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><img class="" src="https://lastfm.freetls.fastly.net/i/u/770x0/baed878c8bd1c4e1fbdb5c1c1e74206a.webp#baed878c8bd1c4e1fbdb5c1c1e74206a" alt="" width="674" height="379" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><iframe width="618" height="348" src="https://www.youtube.com/embed/ZasC9FQe9ME?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture" allowfullscreen></iframe></p>
<p>&nbsp;</p>
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