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	<title>Lost Highways &#187; Live report</title>
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	<description>Seek your mood, Find your lost highways!</description>
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		<title>Una notte rarefatta: Kiiōtō live at Teatro Bolivar (NA) 22-05-26</title>
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		<pubDate>Sat, 06 Jun 2026 13:52:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Vladimiro Vacca]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Editoriali]]></category>
		<category><![CDATA[Live report]]></category>

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		<description><![CDATA[Non avrei mai immaginato di ascoltare la voce di Lou Rhodes (Lamb) in un teatro incastonato nel ventre di Napoli. E invece il miracolo si è materializzato proprio qui, nella città dove tutto è possibile quando esistono promoter visionari come Peppe Guarino di Rockalvi: persone capaci di vedere opportunità dove altri non osano nemmeno immaginare &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class=" size-large wp-image-52407 aligncenter" src="https://www.losthighways.it/wp-content/uploads/J2A7800-1024x683.jpg" alt="_J2A7800" width="618" height="412" /></p>
<p style="text-align: justify;">Non avrei mai immaginato di ascoltare la voce di Lou Rhodes (Lamb) in un teatro incastonato nel ventre di Napoli. E invece il miracolo si è materializzato proprio qui, nella città dove tutto è possibile quando esistono promoter visionari come Peppe Guarino di Rockalvi: persone capaci di vedere opportunità dove altri non osano nemmeno immaginare percorsi di musica alternativa. Grazie a Peppe, questa sera sul palco del Teatro Bolivar abbiamo assistito alla magica performance di Kiiōtō, il progetto condiviso da Lou Rhodes (Lamb) e Rohan Heath (Urban Cookie Collective), arricchito dal vivo dalla presenza del contrabbassista Jon Thorne (Lamb). Fin dall’inizio ci siamo ritrovati immersi nelle atmosfere noir‑jazz e nel mood trip‑pop che attraversano i due album <strong><em>As Dust We Rise</em> </strong>e<strong> <em><a href="https://www.losthighways.it/2026/04/26/black-salt-kiioto/" target="_blank">Black Salt</a></em></strong>. Rohan apre il concerto da solo, con la linea di piano ipnotica di <em><strong>Moth</strong></em>, mentre il pubblico trattiene il respiro in attesa dell’ingresso di Lou. Quando finalmente appare, avvolta in un vestito dalla<strong> tra</strong>ma cosmica, sembra quasi proiettare sul palco la stessa sospensione siderale del brano successivo, <em><strong>Zero Gravity</strong>.</em> La sua voce si espande nell’aria con una naturalezza disarmante, vibra e si intreccia alle corde profonde del double‑bass di Jon, che dà corpo e peso a ogni fraseggio. Nel susseguirsi di <em><strong>Warpaint</strong>, <strong>Josephine Street</strong> e <strong>Lost Map</strong></em>, il trio offre un’alchimia rara: una musica raffinata, per palati sopraffini, che cercano nella performance dal vivo l’autenticità, la fragilità, il talento nudo. Rispetto ad altri concerti del tour a Napoli il clima è più caldo, più emotivo. Lou dialoga con il pubblico, sorride spesso, quasi sorpresa dall’intensità dell’ascolto. Rohan, dal canto suo, alterna momenti di concentrazione assoluta a improvvise aperture melodiche che rendono i brani più fluidi e spontanei rispetto alle versioni in studio. Il finale è un crescendo emotivo. Il doppio encore è la prova che Lou e Rohan non si risparmiano mai: <em><strong>Wild Geese</strong></em> apre una parentesi di pura sospensione, seguita da una <em><strong>Gabriel</strong> </em>(Lamb) che il pubblico accoglie come un dono inatteso, cantando sottovoce ogni parola. Chiudono con <em><strong>Spanish Moss</strong> e <strong>Quilt</strong>,</em> lasciando nell’aria una scia di gratitudine e stupore. Uscendo dal Bolivar, resta la sensazione di aver assistito a qualcosa di irripetibile: un concerto che non si limita a riprodurre due dischi, ma li trasfigura, li rende vivi, li fa respirare dentro un teatro napoletano che — per una sera — è sembrato il centro esatto dell’universo.</p>
<p style="text-align: justify;"><img class=" size-large wp-image-52406 aligncenter" src="https://www.losthighways.it/wp-content/uploads/J2A7767-2-683x1024.jpg" alt="_J2A7767-2" width="618" height="927" /></p>
<p style="text-align: justify;"><img class=" size-large wp-image-52408 aligncenter" src="https://www.losthighways.it/wp-content/uploads/J2A7824-1024x683.jpg" alt="_J2A7824" width="618" height="412" /></p>
<p><img class="size-large wp-image-52409 aligncenter" src="https://www.losthighways.it/wp-content/uploads/J2A7917-683x1024.jpg" alt="_J2A7917" width="618" height="927" /></p>
<p><img class=" size-large wp-image-52410 aligncenter" src="https://www.losthighways.it/wp-content/uploads/J2A7921-683x1024.jpg" alt="_J2A7921" width="618" height="927" /></p>
<p><img class=" size-large wp-image-52411 aligncenter" src="https://www.losthighways.it/wp-content/uploads/6W1A6149-683x1024.jpg" alt="6W1A6149" width="618" height="927" /></p>
<p><img class=" size-large wp-image-52412 aligncenter" src="https://www.losthighways.it/wp-content/uploads/6W1A6153-683x1024.jpg" alt="6W1A6153" width="618" height="927" /></p>
<p><img class=" size-large wp-image-52413 aligncenter" src="https://www.losthighways.it/wp-content/uploads/6W1A6172-1024x683.jpg" alt="6W1A6172" width="618" height="412" /></p>
<p><img class=" size-large wp-image-52414 aligncenter" src="https://www.losthighways.it/wp-content/uploads/6W1A6182-683x1024.jpg" alt="6W1A6182" width="618" height="927" /></p>
<p><img class=" size-large wp-image-52415 aligncenter" src="https://www.losthighways.it/wp-content/uploads/6W1A6209-683x1024.jpg" alt="6W1A6209" width="618" height="927" /></p>
<p><img class=" size-large wp-image-52416 aligncenter" src="https://www.losthighways.it/wp-content/uploads/6W1A6337-1024x683.jpg" alt="6W1A6337" width="618" height="412" /></p>
<p><img class=" size-large wp-image-52417 aligncenter" src="https://www.losthighways.it/wp-content/uploads/6W1A6380-1024x683.jpg" alt="6W1A6380" width="618" height="412" /></p>
<p><img class=" size-large wp-image-52418 aligncenter" src="https://www.losthighways.it/wp-content/uploads/6W1A6399-1024x683.jpg" alt="6W1A6399" width="618" height="412" /></p>
<p><img class=" size-large wp-image-52419 aligncenter" src="https://www.losthighways.it/wp-content/uploads/6W1A6402-1024x657.jpg" alt="6W1A6402" width="618" height="397" /></p>
<p style="text-align: justify;">
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		<title>È giunta l&#8217;ora dei conti: Giorgio Canali @ Monk 13/05/2026</title>
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		<pubDate>Mon, 18 May 2026 15:36:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Cristiano D’Anna]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Editoriali]]></category>
		<category><![CDATA[Live report]]></category>

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		<description><![CDATA[È sempre bello ed estraniante tornare al Monk. È bello perché il Monk, con le sue mura scartavetrate dal tempo, è un piccolo residuato di archeologia urbana riadattato a polo culturale e, allo stesso tempo, a locale dove bere e mangiare divertendosi. È estraniante perché, riguardandomi adesso, circondato da studenti universitari con barbetta incolta, da &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img class=" size-large wp-image-52351 aligncenter" src="http://www.losthighways.it/wp-content/uploads/giorgio-canali-1024x682.jpeg" alt="giorgio-canali" width="618" height="412" /></p>
<p>È sempre bello ed estraniante tornare al Monk.<br />
È bello perché il Monk, con le sue mura scartavetrate dal tempo, è un piccolo residuato di archeologia urbana riadattato a polo culturale e, allo stesso tempo, a locale dove bere e mangiare divertendosi.<br />
È estraniante perché, riguardandomi adesso, circondato da studenti universitari con barbetta incolta, da trentenni con tatuaggi e tette in mostra e da cinquantenni in pieno restyling, mi sento anche io né più né meno identico a tutta la bolgia fintopovera e alternativoborghese che affolla il cortile.<br />
Scolo una birra e poi di seguito un gin tonic, mi guardo intorno, vengo rapito da questa meravigliosa fauna umana in bilico tra l’Hic Et Nunc ed il Fatevi Fottere.<br />
Ed in effetti stasera suona Giorgio Canali, che vedo fermo a bere mentre, come suo solito, scambia qualche parola con gli astanti che gli si avvicinano allegri.<br />
Canali è sempre stato, da che io ricordi dei suoi concerti, una persona cordiale e disponibile alla chiacchiera, con quel suo modo gentile di ridere e di mettere a proprio agio chi gli chiede una foto o quel che sia. L’ho sempre pensato, ed il tempo me ne ha dato la conferma, una sorta di antidivo dal timbro accogliente e dalla bestemmia pronta. Ma stasera sembra che il Tempo abbia deciso di seminare strane tessere di un puzzle che, forse, a fine serata comporranno un disegno alterato.<br />
Quando io e la mia amica ci avviciniamo, lui ci tende la mano con la classica stretta di pollice virile e confidenziale e noi, tra una fesseria e l’altra, gli facciamo vedere una foto che ci ritrae con lui scattata qualche anno prima. La ripetiamo?<br />
&#8211; Certo, ma siamo tutti più vecchi di qualche anno, mica come qui…- ci dice guardando la foto- …che eravamo giovani e belli!-<br />
È la seconda volta in questa serata che entra prepotentemente, tra me e la musica, il discorso Tempo. Uno strano presagio come un accordo di Mi Sus che lascia sottintendere un discorso rimasto sospeso. Dopo un po’ Giorgio si allontana, noi torniamo a bere altro gin tonic poi improvvisamente, da fuori, sentiamo che la musica è iniziata e ci dirigiamo verso l’area concerti.<br />
La gente non è eccessivamente accalcata, ho imparato da tempo che ai concerti di Giorgio Canali ci si trova circondati da persone che vogliono ascoltare buona musica senza necessariamente per questo sfasciarsi di pogo o stare accalcati.<br />
Inizia con <strong><em>Piove</em></strong> e parte subito con l’acceleratore schiacciato. La differenza la fa anche il violinista che nell’arco di questa serata si esibirà in delle peripezie meravigliose e la sezione ritmica si rivela una vera locomotiva.<br />
Continua subito, dopo aver alzato l’immancabile bicchiere e brindato al pubblico, con <strong><em>C’era Ancora il Sole</em></strong> e l’aria inizia a saturarsi del canto dei ragazzi. Le canzoni di rabbia e delusione sono parte dell’immaginifico di Canali. La scrittura dei testi, a mio avviso, è una delle sue caratteristiche peculiari: Canali riesce a parlare di malessere personale, di relazioni tossiche ma anche di criticità sociali con la stessa voracità distruttiva. Senza speranza, sì, per certi versi, ma sempre spingendo verso quella “reazione che non c’è”, per citare un verso di una sua canzone.<br />
A fine canzone si accendono le luci, un ragazzo tra il pubblico sta male. Lui si interessa che ci sia un medico in sala, che vada tutto bene. Va tutto bene? Dai, non farmi spaventare, si interessa. Ci sono passato qualche mesetto fa, oramai ho una certa età di merda.<br />
Ed ecco che ritorna il Tempo.<br />
Io sono poggiato al muro. Sto bevendo l’ennesimo gin e, ad un certo punto, le unghie degli anni che passano mi lasciano segni dietro la schiena. È bastato un ragazzo che collassa e Giorgio Canali che, dal palco, ricorda che non è più un ragazzino.<br />
In effetti non lo sono nemmeno io.<br />
In effetti, adesso, guardandomi intorno, mi accorgo che siamo parecchi lì dentro a non essere più ragazzini.<br />
Eppure siamo lì. Ad ascoltare musica o a scolarci le cantine del mondo, qualcuno magari a cercare di far svoltare la serata mentre sussurra qualcosa all’orecchio di una ragazza. E beffardamente, come se il microfono avesse intercettato i miei pensieri, dalle casse parte <strong><em>Un Filo Di Fumo</em></strong>.<br />
È un filo di fumo che ci tiene legati alla vita, ragazzi andateci piano: se fate vento è finita.<br />
Il buio circonda un oceano di teste rivolte verso il palco dove un sessantasettenne chitarrista di Predappio, sotto una doccia di faretti blu, grida nel microfono che John Lennon è stato fatto saltare in aria dalle brigate rosse a Sarajevo. È la chiusura dell’ultima strofa di <strong><em>Undici</em></strong>, forse in assoluto la strofa che dipinge di più gli anni barbari che stiamo vivendo. Giorgio si ferma, butta giù qualche bestemmia ridendo nel microfono, fa quattro chiacchiere dal palco con una ragazza in prima fila, poi alza di nuovo il bicchiere di gin tonic e confessa che sta semplicemente riprendendo fiato. In fondo ha quasi 68 anni.<br />
Di nuovo il Tempo.<br />
Ancora.<br />
Un’altra volta. Colpisce ancora. Credevo di averlo spacciato davvero ma, porco giuda, respira ancora.<br />
Questo concerto sta iniziando a prendere una piega inaspettata, sarà colpa mia o colpa dei testi di Giorgio Canali o semplicemente del barista che avrà messo poca tonica nel bicchiere, ma io inizio a sentirmi fuori posto. C’è mio figlio a casa con la febbre, ho un po’ di casini al lavoro ultimamente, un bel po’ di macerie alle spalle, ho i capelli lunghi legati a cipolla dietro la testa e sono appoggiato a un muro in mattoni a bere gin tonic mentre un gruppo di ragazzi riurla in faccia al cantante che è meglio essere tossici che fossili. Di quel cantante che si chiede cosa sia andato davvero storto.<br />
Non ne ho idea, Gió. Niente. Tutto è andato storto.<br />
È stato un attimo e tutto è andato storto.<br />
Questo paese, questa gente, la mia vita. Tutto.<br />
Canali si getta nei suoi monologhi intervallati dalle sue canzoni. È un uomo che si guarda indietro, fa più volte riferimento a fatti passati, persone incontrate in giorni lontani, che ora sono “vecchi di merda come me”.<br />
Ride, deride, scherza, urla nel microfono. Quando parte <strong><em>Precipito,</em></strong> nemmeno si incazza più di tanto all’apparire dei telefonini.<br />
-No, dai, tira via quel coso- dice ad un tizio tra il pubblico -tra tante canzoni belle che ho fatto accendete queste macchinette del cazzo sempre su questa?! Spero sempre che non lo facciate e poi mi deludete sempre- ride e con lui ride il pubblico. &#8211; Viene voglia di non farla. Ma poi vi voglio bene anche se siete stronzi e la faccio-<br />
E la fa.<br />
È un po’ diversa, più contenuta, meno rabbiosa. È bella.<br />
Si ferma, parla ancora, ride, c’è una canzone vecchia, vecchia davvero dice. Ancora le unghie del Tempo.<br />
E parte <strong><em>Lettera Del Compagno Lazlo al Colonnello Valerio</em></strong> ed è questa che dà il colpo di grazia.<br />
Perché, sì, è vero ciò che dicevo tempo fa: la musica dal vivo fa sì che una parte di te pensi a tante cose, a volte mentre balli e a volte mentre sanguini. E sì, c’è stato un momento in cui sembrava avessimo il Progresso a portata di mano ed ora siamo a raccogliere i cocci del Diritto. A ballare mentre chi parte sulla Flottilla viene deriso dalla seconda carica dello Stato. A bere gin tonic mentre le nuove indicazioni scolastiche limitano l’insegnamento di Marx e Spinoza nei licei ma, soprattutto, mentre eliminano Gramsci. Una seconda volta. Per certi versi sempre le stesse persone.<br />
Ed allora viene da pensare che questo scritto avrei voluto chiuderlo come chiude la canzone perché più ci penso e più sale la bestemmia ma poi lascio correre.<br />
Alla fine quando ci interessa più la forma del discorso che il discorso in quanto tale vuol dire che abbiamo perso, vero?<br />
Alla fine è stato un bel concerto e ve l’ho raccontato come mi è arrivato: dritto allo stomaco. Se vi capita di andare a sentire Canali in concerto munitevi di alcol.<br />
Non per dimenticare ma per anestetizzare la consapevolezza della fine di merda che abbiamo fatto.<br />
Nostra Signora della Dinamite non ci ha salvati. E ha fatto bene.<br />
Non ce lo siamo meritati.</p>
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		<title>Un&#8217;alchemica rotta: Roberto Colella @ Feltrinelli di Piazza dei Martiri (NA)</title>
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		<pubDate>Mon, 11 May 2026 14:31:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Amalia Dell'Osso]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Editoriali]]></category>
		<category><![CDATA[Live report]]></category>

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		<description><![CDATA[Il 10 Maggio, in una domenica di una confusa primavera, alla Feltrinelli di Piazza dei Martiri di Napoli si è tenuto l’incontro di presentazione di Ce sta sempe na via (Full Heads), l’album che segna l’inizio della storia solista di Roberto Colella, già noto a critica e pubblico per le meravigliose avventure a capo de &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="aligncenter size-large wp-image-52303" src="https://www.losthighways.it/wp-content/uploads/DSC_3176_wm-1024x683.jpg" alt="DSC_3176_wm" width="618" height="412" /></p>
<p style="text-align: justify;">Il 10 Maggio, in una domenica di una confusa primavera, alla Feltrinelli di Piazza dei Martiri di Napoli si è tenuto l’incontro di presentazione di <strong><em>Ce sta sempe na via</em></strong> (Full Heads), l’album che segna l’inizio della storia solista di Roberto Colella, già noto a critica e pubblico per le meravigliose avventure a capo de La maschera. Per l’occasione, al suo fianco Amedeo Colella, scrittore ed umorista che, attraverso le casse di risonanza di televisione, teatro, social, racconta con allegria e competenza la cultura napoletana, saltellando nelle curiosità e nelle profondità di filosofia, storia, gastronomia, arte, letteratura, linguistica. Roberto ed Amedeo condividono lo stesso cognome, ma non <em>si appartengono</em>, come si dice nella terra di Partenope. Non si appartengono per sangue, ma si appartengono per radici e amore verso la vita e la fierezza di essere nati dove <em>non si aggredisce, ma si accoglie</em>. Il dialogo tra i due si rivela quanto di più gradevole ed intenso si potesse immaginare per raccontare un disco che è Napoli e la sua periferia, e le sue magnificenze nutrite da un’eco lontana e, al tempo stesso, moderna che ricorda e rinnova l’apertura agli ultimi, ai fragili, fratelli di migrazioni nella geografia così come nel cuore. Napoli è come un palcoscenico universale da cui risuonano le 11 canzoni di Colella e da cui viaggiano verso chiunque le riconosca nella loro intensità lirica e nel loro senso estremamente schietto e verace: c’è sempre una speranza, per ogni storia personale e collettiva. Una speranza costruita con la consapevolezza e la comunione di intenti, con la resistenza e la disobbedienza civile. Siamo individui e siamo <em>stormo</em>. Non si tratta di politica definita da un colore, si tratta di politica nel senso filosofico del termine, si tratta di <em>restare umani</em>. Amedeo pesca a mani nude nelle lezioni di Viviani, di De Filippo, di Murolo, di Bruni, di Pino Daniele, delle dominazioni nei secoli, delle ribellioni durate qualche mese eppure epocali per offrire a Roberto lo spunto per entrare nel cuore dei suoi brani, raccontando aneddoti e processi di lavorazione al fianco di uno dei più sensibili ed ispirati produttori artistici in circolazione: Massimo Blindur De Vita, presente all’appuntamento con un mandolino magico che disegna nell’aria la sintonia straordinaria con Roberto.<br />
Si parla anche e soprattutto di Gaza, di Palestina libera e di sterminio di un popolo, chiamando le cose con il loro nome senza alcun timore di farlo perché non si può accettare la complicità del silenzio. Si parla di Muhammad Ali e dell’importanza dell’opposizione allo strapotere di qualunque imperialismo. Si parla delle storie dietro l’apparenza che spesso porta a giudizi sbagliati, come nel caso del pescatore Antonio Ventre e del suo mantra tatuato sul petto: <em>tutto passa</em>, al centro dell’ultimo brano del disco.<br />
Passando dal pianoforte a coda alla chitarra, Roberto si lascia andare a qualche brano che il pubblico in sala già conosce perfettamente, facendosi coinvolgere tra cori e ritmica. Si respira una gioia condivisa che è una forma di abbraccio tra un ragazzo pieno di entusiasmo e dotato di un talento commovente e le persone accorse in Feltrinelli. Lui è sulla scena con gli occhi che brillano di pienezza e gratitudine, sembra non riuscire a contenerle eppure trovano l’alchemica rotta quando canta e suona, quando guarda stupefatto la folla che, puntuale, è arrivata perché certa musica fa questo: unisce e lenisce in una bolla di leggera felicità.<br />
<strong><em>La casa sull’albero</em></strong>, <strong><em>Canto dei soli</em></strong>, <strong><em>Ali, Bomaye</em></strong>, <strong><em>Tutto passa</em></strong> (con un testo di una poeticità disarmante, scritto a quattro mani con Alessio Sollo) scorrono con la luce dei puri e si fanno porte di accesso ad un disco che merita di incontrare un pubblico vasto, vastissimo che sappia riconoscersi nella nuda e <em>incisiva</em> verità delle cose<em>: ce sta sempe na via </em>per non essere soli e condividere una risposta nella coscienza collettiva, nonostante le fragilità e con tutto l’amore che possiamo, umani tra umani.</p>
<p style="text-align: justify;">Foto di Adriana Adiletta</p>
<p style="text-align: justify;"><img class="aligncenter size-large wp-image-52304" src="https://www.losthighways.it/wp-content/uploads/DSC_3108_wm-1024x683.jpg" alt="DSC_3108_wm" width="618" height="412" /></p>
<p style="text-align: justify;"><img class="aligncenter size-large wp-image-52305" src="https://www.losthighways.it/wp-content/uploads/DSC_2771_wm-1024x683.jpg" alt="DSC_2771_wm" width="618" height="412" /></p>
<p style="text-align: justify;"><img class="aligncenter size-large wp-image-52306" src="https://www.losthighways.it/wp-content/uploads/DSC_2898_wm-1024x683.jpg" alt="DSC_2898_wm" width="618" height="412" /></p>
<p style="text-align: justify;"><img class="aligncenter size-large wp-image-52307" src="https://www.losthighways.it/wp-content/uploads/DSC_2886_wm-1024x683.jpg" alt="DSC_2886_wm" width="618" height="412" /></p>
<p style="text-align: justify;"><img class="aligncenter size-large wp-image-52309" src="https://www.losthighways.it/wp-content/uploads/DSC_3208_wm-1024x683.jpg" alt="DSC_3208_wm" width="618" height="412" /></p>
<p style="text-align: justify;"><img class="aligncenter size-large wp-image-52310" src="https://www.losthighways.it/wp-content/uploads/DSC_2685_wm-683x1024.jpg" alt="DSC_2685_wm" width="618" height="927" /></p>
<p style="text-align: justify;"><img class="aligncenter size-large wp-image-52311" src="https://www.losthighways.it/wp-content/uploads/DSC_3136_wm-683x1024.jpg" alt="DSC_3136_wm" width="618" height="927" /></p>
<p style="text-align: justify;"><img class="aligncenter size-large wp-image-52314" src="https://www.losthighways.it/wp-content/uploads/DSC_3145_wm-683x1024.jpg" alt="DSC_3145_wm" width="618" height="927" /></p>
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		<title>Impeccabili ancora una volta: Marlene Kuntz @ Casa della Musica 16/04/2026</title>
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		<pubDate>Wed, 06 May 2026 16:22:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Roberto Grimaldi]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[La primavera attesa si fece largo lenta come una goccia a scavare la roccia di un 2026 pesante e granitico fino ad oggi. Stelle polari in tempesta a piovere verso il 16 aprile. I recuperi estremi di una felpa comprata al teatro Sannazaro in un tour del 2007, assieme ad un&#8217;amica, anche lei finalmente recuperata, &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class=" size-large wp-image-52268 aligncenter" src="http://www.losthighways.it/wp-content/uploads/marlenekuntz_0412026-1024x683.jpg" alt="marlenekuntz_0412026" width="618" height="412" />La primavera attesa si fece largo lenta come una goccia a scavare la roccia di un 2026 pesante e granitico fino ad oggi. Stelle polari in tempesta a piovere verso il 16 aprile. I recuperi estremi di una felpa comprata al teatro Sannazaro in un tour del 2007, assieme ad un&#8217;amica, anche lei finalmente recuperata, dopo anni di barricate di vetro. Casa della musica a fare da cassa armonica per soffiare sulle trenta stagioni passate dalla pubblicazione de Il Vile, secondo album dei Marlene Kuntz. Una di quelle pietre miliari di cui è lastricato il labirinto esistenziale, riconoscibile solo da chi ha avuto la fortuna di attraversare gli anni novanta ed atterrare nel nuovo secolo con i polpacci capaci di sostenere ancora i molleggi imposti dai suoni non ancora imbastarditi dall&#8217;artificio con cui rivestire il nulla dei tempi attuali.<br />
Così rovisto nelle mie tasche alla ricerca forsennata dei miei vent&#8217;anni. Quasi fossero monete di ecu di cui non ho mai avuto abbastanza cura al tempo in cui erano spendibili e di cui esplode la mancanza ora che sono finite in un tombino e non ho calamite per tentare l&#8217;ennesimo recupero da collezionista. Ascolto Majakovskij ricordare a Esenin che bisogna strappare la vita ai giorni futuri, mentre mi metto in fila per la centesima volta e più, con la stessa sensazione di ogni volta. Che ci sono sempre fiori per coloro che vogliono vederli. Nel pubblico stessi volti incorniciati da più grigio nei capelli. Selettivi, che grazie a Dio l&#8217;avanguardia alternativa non fa sconti comitiva, come diceva Freak Antoni. Che c&#8217;è da difendere ogni singola boccata d&#8217;aria buona di questi tempi, con la misofonia sempre più inevitabilmente ricorrente a costituire l&#8217;ultimo baluardo di difesa verso l&#8217;inascoltabile. Per chi si sente come Sergej Krikalev, partito verso la stazione Mir indossando una tuta con la scritta cubitale CCCP ed atterrato dopo un tempo interminabile nelle steppe di un paese che aveva cambiato nome e pelle per sempre.<br />
L&#8217;acidità di <strong><em>Tre di tre</em></strong> apre la scaletta che replicherà fedelmente quella del disco, con le sagome fascinose dei quattro MK che nella penombra si muovono in maniera inconfondibile. Con Cristiano Godano abitualmente impeccabile nel suo look da rockstar anelastica al tempo che passa, capace senza affanno di far guaire, ghignare e immalinconire il suo strumento con la naturalezza magnifica di Jusuf Dikeç al poligono di tiro durante le Olimpiadi. <strong><em>Retrattile</em></strong> irride gli ingobbimenti verso le convenienze, invitando a prendere le distanze con sudata consapevolezza da chi combatteva i draghi e poi finisce a catturare le lucertole. <em>Probabilmente io meritavo di più</em>. Le centinaia di volte in cui è risuonato questo mantra nel mio stomaco. Le migliaia di lacrime che la diga di questa frase è riuscita ad asciugare.<br />
<em>Esiziale, secco e disumano</em> come l&#8217;istante in cui tutto cambia, così feroce inizia <strong><em>L&#8217;agguato</em></strong>, istantanea noir a dare il via ad un brivido impazzito nella spina dorsale, tra lamiere e rivoli, quasi ad annullare la distanza tra il parlare di morte ed il morire. La crudezza di <strong><em>Cenere</em></strong> lascia il passo a <strong><em>Come stavamo ieri</em></strong> ed ai dubbi duellanti, generati da destini che si incrociano male senza riuscire a rispondersi. Le anaconde ai lati del mio collo certificano che i venti anni sono lontani e che il corpo è una trappola fatta di tempo, come disse Luperini, anche se per i quattro sul palco sembra valere una regola differente. <strong><em>Overflash</em></strong> ascoltata oggi conserva intatta ed ancora più intellegibile la sua macabra verità troppo superficialmente fraintesa all&#8217;epoca da certa stampa avvezza a sensazionalismi da codice di moralità di Hays.<br />
<strong><em>Ape regina</em></strong> parte docile prima di esplodere erratica e rabbiosa, raggiungendo una circolarità quasi marziale, con la foce finale spianata da un battito convulso che sembra fare da antipasto al fallimento. <strong><em>L&#8217;esangue Deborah</em></strong> osservata nella sua fragilità ancora oggi riesce a graffiarmi la laringe fino a farmi strizzare gli occhi, in un riflesso condizionato di fronte alla decadenza da cui non ho imparato ancora ad uscire. <strong><em>Io ti giro intorno</em></strong> serba quel sapore carezzevole di ballata che resiste all&#8217;usura del tempo ed introduce la chiosa noisy ed ispiratissima de <strong><em>Il vile</em></strong>. Tutto lampeggia e noi del popolo vicino ai cinquanta reclamiamo ancora sazietà e suono. Sudore e autorevolezza lirica, mai arresi alla disincantata filosofia dei capibara ed ancora intrigati dalla tensione di ciò che deve arrivare. Come ha modo di dichiarare Godano, con comprensibile fierezza, <em>i Marlene non sono bolliti per un cazzo</em>. E trent&#8217;anni dopo ancora sanno mandare alle giostrine tre quarti della scena nazionale, senza neanche doversi cambiare la camicia. Ed infatti giusto il tempo di riaccendere le luci per un istante che mi rivedo a fine secolo scorso a fissare le bacchette nel frattempo finite sotto le corde del frontman, prima di essere percosse come le porte di un ascensore bloccato ad un piano irraggiungibile.<br />
<img class=" size-large wp-image-52269 aligncenter" src="http://www.losthighways.it/wp-content/uploads/marlenekuntzo422026-1024x683.jpg" alt="marlenekuntzo422026" width="618" height="412" /><em>Lampi, tuoni e saette, schianti di latte, fragori e albori di guerre universali, scontri letali</em>, <strong><em>Sonica</em></strong>. Ancora il mio collo in espansione mentre si grida un altro inno diventato uno di quei capolavori dall&#8217;immortalità acquisita ed inscalfibile, capace di metterti in faccia una di quelle espressioni piene e gaudenti come quella di un manzo Kobe felice della propria esistenza fortunata fino ad un minuto prima del macello.<br />
Ed eccola poi quella mina che sapevi avrebbe aperto i rubinetti dalla prima nota. <strong><em>Nuotando nell&#8217;aria</em></strong> chiede di respirare più piano, quasi a dilatare il tempo che vorresti infinito, in una sospensione che toglie il fiato come una ascesa su vette himalayane, da cui guardare in basso, compiaciuto come chi sceglie di non cooperare nel dilemma del prigioniero. Dopo l&#8217;incursione in <strong><em>Catartica</em></strong> si plana tra le note mature e delicate de <strong><em>La mia promessa</em></strong>, estratto da <strong><em>Che cosa vedi</em></strong>, un sussurro di meraviglia che invoca la pietà del tempo, separatore inesorabile e sanguinario, spesso sordo alla disperazione di chi si arrende quaggiù sognando di ricongiungimenti seppure in altre dimensioni. Con <strong><em>Cara è la fine</em></strong>, ricompare il fischio delle revolverate schivate ad inizio anni duemila e che oggi, un quarto di secolo dopo, creano archi di sollievo agli angoli della bocca, salvato dalla ricostruzione che ha portato dalle macerie alle cattedrali.<br />
Mulinelli di forze centrifughe alle prime note di <strong><em>Festa Mesta</em></strong> creano vortici di tribalità a lavare il sangue, ripulendolo dal calcare della rigidità. <strong><em>Infinità</em></strong> e <strong><em>Lieve</em></strong> decomprimono ed allentano la pressione sulle arterie nell&#8217;ultima rampa di scale che porta verso la fine dello show. Che a pensarci bene, la vera impresa è trovare la scaletta perfetta, considerato che dopo trent&#8217;anni e passa di carriera questa magia diventa sempre più complicata mentre si fa più concreto invece il rischio di lasciare sensazioni di mancanza, gradevoli come la spia motore accesa il giorno in cui arriva la tredicesima. Ma non è questo il caso, gente. Perché qui ogni cosa è Illuminata. Ogni nota è suonata con devozione da purosangue.<br />
Impeccabili ancora una volta nel fare il miglior pane possibile con la farina che si ha, di quelle coltivate con cura e che non accusa i decenni. Con una formazione mutata nel tempo, per scelta e per disgrazia, ma che ancora oggi con Luca Lagash Saporiti e Sergio Carnevale nelle postazioni che furono del compianto Luca Bergia e di Dan Solo, fa di loro una schiera di PADRIETERNI a scrutare dall&#8217;alto una ignobile ed affollata scena musicale, composta da onesti ministranti, qualche diacono ed una pletora di uomini in tunica bisognosi di scriversi le parole sui palmi delle mani. Perché anche un asino può sembrare un cavallo. Ma prima o poi raglia. E, come detto, i purosangue resistono con eleganza alla curva del tempo e delle mode.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="https://www.losthighways.it/lost-gallery-2/?file=2026/Marlene%20Kuntz%20at%20Casa%20Della%20Musica%2016-04-2026/">Galleria fotografica</a> di Adriana Adiletta</p>
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		<title>Ilaria Graziano, live @ Palazzo dello Spagnolo, Napoli, 08/03/2026</title>
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		<pubDate>Mon, 23 Mar 2026 21:02:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Alessio Cuccaro]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Editoriali]]></category>
		<category><![CDATA[Live report]]></category>

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		<description><![CDATA[Attraversare le strade di Napoli di un tardo pomeriggio domenicale, luci basse e poca gente, i più ancora a smaltire un pasto eccessivo, qua e là asiatici e africani si incontrano all&#8217;ingresso di un kebabbaro. Imboccare spinti dal vento che annuncia la sera l&#8217;ampia via dei Vergini, che dalla porta del centro antico taglia il &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.losthighways.it/wp-content/uploads/IlariaGraziano_Live.jpg"><img class="aligncenter size-large wp-image-51933" src="https://www.losthighways.it/wp-content/uploads/IlariaGraziano_Live-1024x731.jpg" alt="IlariaGraziano_Live" width="618" height="441" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Attraversare le strade di Napoli di un tardo pomeriggio domenicale, luci basse e poca gente, i più ancora a smaltire un pasto eccessivo, qua e là asiatici e africani si incontrano all&#8217;ingresso di un kebabbaro. Imboccare spinti dal vento che annuncia la sera l&#8217;ampia via dei Vergini, che dalla porta del centro antico taglia il quartiere Sanità, luogo magico nel quale ancora oggi convivono le forme di una nobiltà opulenta e decadente con quelle di un popolo vivace e multiforme. Fino a raggiungere il settecentesco Palazzo dello spagnolo, disegnato da Ferdinando Sanfelice, per salire i gradini della magnifica scala a doppia rampa aperta in fondo al cortile da un arioso ricamo di archi rampanti e archi a tutto sesto.<br />
L&#8217;appartamento al piano nobile ospita la sede dell&#8217;associazione Brodo, oltre ad essere dimora delle tre fondatrici, due sorelle, Viola e Celesta, e la loro madre Mena, che da oltre un decennio omaggiano la memoria paterna rievocando le jam session che animavano la casa di famiglia e da lui scherzosamente chiamate per l&#8217;appunto &#8220;<em>brodo</em>&#8220;. Oltre alle rassegne organizzate in tanti spazi cittadini, l&#8217;associazione apre le sue porte ogni due settimane per un home concert che diventa happening di partecipazione a uno spazio antico ma vissuto, di travi rivestite di carte rococò e tele di pop-art acrilica dipinte da Celesta, pareti incrostate di libri e strumenti musicali da tutto il mondo, una cucina tanto grande quanto confortevole e saporita grazie alle mani sapienti di Mena.<br />
Il salone, solcato dall&#8217;enorme drago di carta che pende dalla volta, opera del giapponese Yuhei Takada del Gruppo AU, ospita il set di Ilaria Graziano in duo col polistrumentista Simone De Filippis, produttore assieme a Gnut del nuovo <strong><em><a href="https://www.losthighways.it/2026/02/04/rive-ilaria-graziano/">Rive</a></em></strong>, preceduti dall&#8217;intervento accorato di Francesco Lettieri che esegue due brani per voce e pianoforte a coda, di minimalismo melodico che convive con passi di virtuosismo densi di personalità e con in mente l&#8217;estro di Giovanni Truppi.<br />
Ilaria prende posto a passi lenti avanti al microfono munita di chitarra acustica con la quale si accompagna in gran parte dei brani e una tammorra che percuote con bacchetta da grancassa per effetti percussivi ancestrali che poco hanno in comune con le tammurriate. Simone si divide tra una magnifica Gretsch dal suono vintage e un tastierino Roland JU-06, attorniato da una selva di pedali per giocare a calibrare i suoni, oltre a due pedali da batteria coi quali riproduce grancasse e rullanti molto effettati. Così schierati sul fondo della sala eseguono l&#8217;intero <strong><em>Rive</em></strong>. Spoglio delle mani e della voce di Gnut udibili nell&#8217;album, il live prende una via tangente in cui Ilaria, che arpeggia l&#8217;acustica con tecnica differente da Claudio, esibisce e mette alla prova ancor di più la sua personalità musicale pura ed energica e si lascia più spesso andare come posseduta dalle voci liriche che vibrano nel suo corpo minuto. A partire dall&#8217;introduzione vocale di <strong><em>Cuore</em></strong> che, posta in apertura del concerto, diventa un vero e proprio rituale di iniziazione a un culto misterico di cui è sacerdotessa gentile, che avvia una scaletta che sovverte del tutto quella dell&#8217;album. Gli arrangiamenti per duo sono per forza di cose improntati a un maggiore minimalismo, con tastiere risolte in droni d&#8217;organi fruscianti e ombrosi, che mette in risalto le doti vocali di Ilaria, che spazia dai sussurri dell&#8217;anima di <strong><em>Paradiso</em></strong> agli acuti vertiginosi di <strong><em>Domani</em></strong> e <strong><em>Stretti stretti</em></strong>, al crescendo teatrale e ai gorgheggi sinuosi de <strong><em>Il veleno e la cura</em></strong>. Annuncia <strong><em>Fuje</em></strong> raccontando di averla scritta a Napoli, ma precisa che non è dedicata alla città, mentre Simone trasporta l&#8217;inciso di tastiera dell&#8217;originale sui bassi rotondi e fluidi della sua Gretsch. Nei bis arrivano due canzoni dall&#8217;album <strong><em>From Bedlam To Lenane</em></strong> (2012) con Francesco Forni, <strong><em>Rosso che manca di sera</em></strong>, avvolgente e solitaria ballata affranta da cantare sottovoce, e <strong><em>La strada</em></strong> col suo incedere iberico e gitano incalzante, le brusche interruzioni e le improvvise accelerate, per chiudere con l&#8217;unica cover, <strong><em>Tonada de lluna llena</em></strong> del venezuelano Simón Díaz, dove Ilaria trova nel sangue caldo del floklore sudamericano una inscindibile affinità con la musica popolare partenopea e col suo profondo sentire. Degna conclusione di un concerto di intimità domestica, partiture ambiziose, sussurri silenziosi e voci possenti. Attendiamo con ansia una replica in full band.</p>
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		<title>Il Male che fa bene: Zen Circus Live @ Duel Beat &#8211; Pozzuoli (NA) 28-12-25</title>
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		<pubDate>Tue, 30 Dec 2025 13:21:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Vladimiro Vacca]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Editoriali]]></category>
		<category><![CDATA[Live report]]></category>

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		<description><![CDATA[In una gelida sera post-natalizia, il popolo alternativo partenopeo risponde in massa all’ennesima tappa del tour promozionale de Il male, ultimo lavoro discografico degli Zen Circus. Il Duel Beat di Pozzuoli è stracolmo, proprio come gli altri club italiani che hanno accolto la band nell’ultimo mese. Non c’è da stupirsi: parliamo di un gruppo con &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="aligncenter size-large wp-image-51702" src="https://www.losthighways.it/wp-content/uploads/Zen_Circus_live_duelbeat_28_12_25-1024x768.jpg" alt="Zen_Circus_live_duelbeat_28_12_25" width="618" height="464" />In una gelida sera post-natalizia, il popolo alternativo partenopeo risponde in massa all’ennesima tappa del tour promozionale de<em><strong> <a href="https://www.losthighways.it/2025/12/01/il-male-the-zen-circus/" target="_blank">Il male</a></strong></em>, ultimo lavoro discografico degli Zen Circus. Il Duel Beat di Pozzuoli è stracolmo, proprio come gli altri club italiani che hanno accolto la band nell’ultimo mese. Non c’è da stupirsi: parliamo di un gruppo con una carriera pluridecennale che, con il suo folk‑punk cantato in italiano, ha saputo interpretare i pensieri di una fetta transgenerazionale di quell’Italia che vive di poche certezze e molte domande.</p>
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<p style="text-align: justify;">In modo geniale, e perfettamente <em>coerente</em> con il tema centrale dell’album, il concerto si apre con l’<strong>Imperial March</strong> di John Williams, dalla colonna sonora di <strong><em>Star Wars</em></strong>. Subito dopo, l’atmosfera esplode con l’impeto punk della title track <strong><em>Il male</em></strong>: la folla la canta come se fosse già un classico del repertorio del combo pisano.</p>
<p style="text-align: justify;">Da qui in avanti si crea un vero scambio energetico tra palco e pubblico. Alla guasconeria del bassista Ufo e di Appino, i ragazzi sotto palco rispondono con pogo indiavolati degni dei migliori anni Novanta. È un susseguirsi di inni irresistibili, pescati tanto dal nuovo disco quanto dal repertorio storico della band.</p>
<p style="text-align: justify;">Si parte dai primi brani in italiano, come <strong><em>Vent’anni</em> e <em>Figlio di puttana</em></strong> da <strong><em><a href="https://www.losthighways.it/2008/04/06/villa-inferno-the-zen-circus-e-brian-ritchie/" target="_blank">Villa Inferno</a></em></strong> (realizzato con Brian Ritchie dei Violent Femmes), per poi passare ai pezzi di <strong><em><a href="https://www.losthighways.it/2009/09/14/andate-tutti-affanculo-the-zen-circus/" target="_blank">Andate tutti affanculo</a></em></strong>, tra cui la title track e l’immancabile <strong><em>Canzone di Natale</em></strong>, perfetta per il periodo. Non mancano i pilastri della discografia zen: <strong><em><a href="https://www.losthighways.it/2016/10/04/la-terza-guerra-mondiale-the-zen-circus/" target="_blank">La terza guerra mondiale</a></em>, <em>Non voglio ballare</em>, <em>Ilenia</em>, <em>Canta che ti passa</em>, <em>Appesi alla luna</em>.</strong> In questi momenti il live si trasforma in un gigantesco karaoke collettivo, come solo certo cantautorato viscerale – quello degli Zen – sa generare.</p>
<p style="text-align: justify;">Lo spettacolo degli Zen Circus è un vero circo dell’anima, un riflesso della vita stessa: si passa dalle risate fragorose (memorabile la “corsa dei gommoni” sulla folla tra Appino e il maestro Francesco Pellegrini, in un revival da <em>Giochi senza frontiere</em>) ai momenti di nostalgia e introspezione, con ballad come <strong><em>Non</em></strong> ed <strong><em>È solo un momento</em></strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">Dopo circa due ore e ben 24 brani, il concerto si chiude con il consueto bis: <strong><em>L’anima non conta</em> </strong>e il crescendo finale di <strong><em>Viva</em></strong>. Menomale che ci sono ancora gli Zen, a ricordarci cosa significa un concerto carico di energia punk e schiettezza folk: niente biglietti regalati per riempire un palazzetto, solo fan che si riconoscono in ciò che cantano. Meglio urlare <strong><em>Il male</em></strong> che accontentarsi del Bene Artificiale.</p>
<p style="text-align: justify;"><img class="aligncenter size-large wp-image-51705" src="https://www.losthighways.it/wp-content/uploads/Zen_Circus_live_duelbeat_28_12_25_canotti-1024x576.jpg" alt="Zen_Circus_live_duelbeat_28_12_25_canotti" width="618" height="348" /></p>
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		<title>I Cani @ Alcatraz, Milano, 24 novembre 2025, un lunedì.</title>
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		<pubDate>Sun, 30 Nov 2025 12:37:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Gennaro Cangiano]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Editoriali]]></category>
		<category><![CDATA[Live report]]></category>

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		<description><![CDATA[L’ennesimo perdibile report sul ritorno de I Cani. Che poi suona in apparente antinomia con Il sorprendente Album d&#8217;esordio de I Cani, titolo magistrale da cui tutto ebbe inizio. Era il 2011, ricordi? Chiariamoci subito: all’Alcatraz di Milano, di quella nostalgia di cui tanto si parla in giro non ho respirato neanche una molecola. Nessuna traccia &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="https://www.losthighways.it/wp-content/uploads/I-Cani-Foto-Renato-Anelli.jpeg"><img class="aligncenter size-large wp-image-51576" src="https://www.losthighways.it/wp-content/uploads/I-Cani-Foto-Renato-Anelli-1024x682.jpeg" alt="I Cani - Foto Renato Anelli" width="618" height="412" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">L’ennesimo perdibile report sul ritorno de I Cani. Che poi suona in apparente antinomia con <strong><em>Il sorprendente Album d&#8217;esordio de I Cani</em></strong>, titolo magistrale da cui tutto ebbe inizio. Era il 2011, ricordi?<br />
Chiariamoci subito: all’Alcatraz di Milano, di quella nostalgia di cui tanto si parla in giro non ho respirato neanche una molecola. Nessuna traccia di falliti, delusi, depressi, frustrati o emo riciclati che arrancano tra un mugugno e uno sguardo disilluso da horror vacui dell’oggi. Ho visto invece tutt’altra umanità: una folla compatta, un corpo unico, come non mi capitava da molto in un concerto. Entusiasmo, gioia, affetto sincero. Un corpo unico e concentrato sul qui e ora, senza la minima tentazione di indulgere nel vagheggio compiaciuto di ciò che poteva essere. I Cani, dal canto loro, hanno messo in scena un concerto intenso, magnetico, emozionante. Uno di quelli che ti restano addosso anche dopo che le luci si accendono e il locale ti accompagna verso l’uscita. Uno di quelli di cui continui a parlare mentre torni a casa, mentre rimandi a mente i versi del tuo pezzo preferito, sotto una pioggerellina leggera come la linea melodica di <strong><em>Aurora</em></strong>. Niccolò Contessa, che mette piede sul palco per la seconda data milanese del tour — ormai un mosaico di aggiunte, in questo calendario trionfale che è il loro ritorno sulle scene dopo un vuoto durato nove lunghi anni — ti fa capire dall’istante zero che è lì per condividere la sua serata speciale: niente pose, niente sovrastrutture. Solo musica, diretta e sincera. La cura dell’intera esecuzione non sorprende: precisione quasi chirurgica senza perdere l’anima; un mix che non sovrasta la voce; arrangiamenti che respirano, lasciando emergere sfumature sottili, luci calibrate che non ingombrano. Di questi tempi, poter assistere ad un concerto così ben suonato e così ben cantato è evento raro, prezioso.<br />
Si parte con un 1–2 micidiale da <strong><em>Post Mortem</em></strong>. In sordina emergono le note di <strong><em>Io</em></strong>, accolte da un’ovazione massiccia. Tutti già cantano, segno che anche l’ultima fatica, uscita ad aprile, ha fatto breccia. <strong><em>Io</em></strong> è un brano-ponte, cerniera ideale tra epoche, epitaffio scritto a sangue su un tempo finito e al tempo stesso manifesto programmatico per ciò che verrà. Sembra di scorgere tra i suoi versi anche alcuni sassolini, tirati fuori con sapiente noncuranza dalle proverbiali scarpe dell’autore. Poi arriva lo strappo di <strong><em>Buco Nero</em></strong>: accelerazione brutale, plastica, martellante. Una frustata che mette in moto tutto il locale. Il senso di Contessa per l’elettronica torna prepotente: lo conoscevamo bene dai tempi di <strong><em>Hipsteria</em> </strong>o di <strong><em>Post Punk</em></strong> che non tarderanno ad affacciarsi in scaletta e lo ritroviamo qui in vari passaggi della serata in cui il ritmo dei bpm sale ben oltre la soglia di guardia e le luci scandiscono marzialmente il tempo. Nella parte del mondo in cui sono nato si staglia all’apice di questa traiettoria. Da lì in poi, sarà un alternarsi di esplosioni collettive e momenti fragili e sospesi in cui sembra che tutto l’Alcatraz trattenga il fiato.<br />
Ti accorgi, o ti ricordi, del dono più grande di Contessa: la capacità di essere credibile, sia con un allure nativo che domina beat nervosi tipo dub step sia quando lascia libero il suo puro istinto melodico, tratto comune ai grandi della nostra musica leggera, e si offre al cospetto del pubblico accompagnato alternativamente solo dalla chitarra o seduto alla tastiera. Il filo rosso che tutto unisce è la qualità narrativa che non perde smalto, una penna sempre vivace e un po’ obliqua, uno sguardo attento di analista clinico del presente emotivo. I momenti lenti, introspettivi, servono anche a dare respiro al live e creano un saliscendi emotivo calibrato con grande sensibilità. Alcune scelte riarrangiate aggiungono profondità: non esercizi di stile, ma la dimostrazione di come certe canzoni superino la prova del tempo, parlino ancora al cuore. È il caso di <strong><em>Nascosta in piena vista</em></strong> o di <strong><em>Questo nostro grande amore</em></strong>, per citarne due. Lo si nota ancor di più quando poi è il turno dei brani-simbolo — quelli che hanno segnato davvero quel periodo e influenzato molte delle uscite successive della scena indie di quegli anni — l’impatto è fisico: il pubblico esplode in un coro unico, una di quelle alchimie rare che fanno capire che certe canzoni non si ricordano soltanto: sono ormai memoria collettiva. Siamo dalle parti de <strong><em>Le Coppie</em></strong> o de <strong><em>I Pariolini di diciott’anni</em></strong> e di <strong><em>Velleità</em></strong>, suonate in rapida sequenza in una combo per cuori forti. La discontinuità è densa ed apre una vertigine, gli adesivi sui caschi, gli aperitivi a Monti, i sei giorni che ancora mancano al prossimo rendez-vous con l’analista. Strofe e ritornelli martellano implacabili e raccontano la storia di anni che pesano come decenni nel passare accelerato dei tempi che viviamo. E dopo quasi due ore di musica, l’idea che mi sono fatto è che siamo finiti col trovarci in una zona di confine molto precisa: quella in cui il presente è così vivido e coinvolgente da cancellare la distanza del passato, ma allo stesso tempo il passato è così stratificato, così pieno di simboli e di immagini, da riaffiorare spontaneamente in ogni vibrazione della musica: quante volte ho ripensato alle serate al Circolo, quante volte ho provato a ricordare il logo di Flickr, quante volte mi sono chiesto se l’ultimo libro di David Foster Wallace che ho letto fosse <em>Questa è l’acqua</em> o <em>Il re pallido</em>.<br />
I Cani sono ancora oggi una delle realtà più significative dell’indie italiano, anche se il termine indie non lo usiamo più. No time for celebration, questa non è una reunion, non un revival: la loro è una presenza. Il live de I Cani ha funzionato stasera come una macchina di sospensione temporale. Non ti ha riportato al 2011: ha trascinato quel te stesso di allora nel 2025, lasciando che convivesse col presente. Non è nostalgia, è risonanza. Da un lato il ricordo continuamente evocato di quell’epoca ormai iper-etichettata – dall’altro la completezza del qui e ora, la folla che conosce tutti i testi e che non stona una sola nota, la voce nitida di Niccolò, la compattezza emotiva. Sulle note di <strong><em>Lexotan</em></strong>, cui spetta &#8211; oggi come nove anni fa – il compito di sancire il congedo, Contessa si abbandona fisicamente al pubblico e sorretto da decine di braccia scandisce: <em>Non avrò paura se non sarò bravo come Thurston Moore / Cercherò di ricordare che / Nonostante tutto c&#8217;è / La nostra stupida, improbabile felicità / La nostra niente affatto fotogenica felicità / Sciocca, ridicola, patetica, mediocre, inadeguata, inadeguata felicità</em>.<br />
Assume così l’aria sacrale di una reliquia portata in ostensione dai suoi fedeli.<br />
Poi tutto si quieta, le luci si riaccendono e nel chiarore morbido dell’Alcatraz rimane in testa un pensiero semplice: le canzoni vere riescono ancora a fendere il rumore del mondo. I Cani sono tornati senza clamori come è nello stile della casa e sostenuti solo dalla base granitica della loro gente hanno ricreato la magia di quello spazio fragile dove ci si riconosce anche quando non si vorrebbe, dove dallo sfondo riaffiorano come una storia mai davvero finita, che aveva solo bisogno di un’occasione giusta per ricominciare.</p>
<h3 style="text-align: justify;">Setlist:</h3>
<p style="text-align: justify;">io<br />
buco nero<br />
colpo di tosse<br />
Come Vera Nabokov<br />
Hipsteria<br />
Questo nostro grande amore<br />
Carbone<br />
Nella parte del mondo in cui sono nato<br />
Nascosta in piena vista (inizio piano e voce)<br />
Le coppie<br />
Post Punk<br />
Aurora<br />
Sparire<br />
Corso Trieste<br />
Felice<br />
Post mortem (brano riprodotto da nastro)<br />
f.c.f.t.<br />
Davos<br />
Un’altra onda<br />
I pariolini di diciott’anni<br />
Velleità<br />
Calabi-Yau<br />
Il posto più freddo</p>
<p style="text-align: justify;">Encore</p>
<p style="text-align: justify;">
Una cosa stupida<br />
Lexotan</p>
<p style="text-align: justify;">Photo: Renato Anelli</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Radiohead live @ Unipol Arena, Bologna, 18 novembre 2025</title>
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		<pubDate>Sun, 30 Nov 2025 12:32:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Alessio Cuccaro]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Editoriali]]></category>
		<category><![CDATA[Live report]]></category>

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		<description><![CDATA[Inspiriamo profondamente, prendiamo la rincorsa e con lungo salto triplo balziamo oltre il sistema di vendita dei biglietti, le dietrologie sulla reunion, le valutazioni infondate sulla qualità dell&#8217;impianto audio, le critiche alla posizione del leader sul palco circolare, le contestazioni per il poco impegno sul fronte israelo-palestinese, chi la vuole cotta, chi la vuole cruda, &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="https://www.losthighways.it/wp-content/uploads/IMG_20251118_205038b.jpg"><img class="aligncenter size-large wp-image-51580" src="https://www.losthighways.it/wp-content/uploads/IMG_20251118_205038b-1024x659.jpg" alt="IMG_20251118_205038b" width="618" height="398" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Inspiriamo profondamente, prendiamo la rincorsa e con lungo salto triplo balziamo oltre il sistema di vendita dei biglietti, le dietrologie sulla reunion, le valutazioni infondate sulla qualità dell&#8217;impianto audio, le critiche alla posizione del leader sul palco circolare, le contestazioni per il poco impegno sul fronte israelo-palestinese, chi la vuole cotta, chi la vuole cruda, e atterriamo direttamente sul parterre della quarta serata dei Radiohead all&#8217;Unipol Arena di Bologna.<br />
Si spengono le luci. Il palco al centro del palazzetto è un enorme prisma nero a dodici facce, inedita riunione dei monoliti in orbita intorno a Giove in <em>2001: Odissea nello spazio</em>. Ma la performance audiovisiva che introduce il concerto cita in realtà un altro celebre episodio del cinema di fantascienza: <em>Incontri ravvicinati del terzo tipo</em>.  Ciascun pannello del poliedro, infatti, s&#8217;illumina lungo il bordo di una luce accecante, che dirada verso il centro, al suono di una singola nota, ora acuta, ora grave, prolungata verso il vuoto in cerca dell&#8217;ovazione che si leva dal settore di pubblico corrispondente, su un mare sinistro di tastiere dilatate, ricreando il dialogo tra l&#8217;astronave e il drappello di scienziati e curiosi, nel memorabile primo incontro dell&#8217;umanità con una civiltà aliena. Sul finale della performance, che sfiora i dieci minuti, tutto diventa azzurro tra pad radiosi, mentre la band sale sul palco e inizia a suonare ingabbiata dal prisma, sul quale scorrono le immagini dei componenti, ripresi da telecamere disposte in vari punti del dodecagono, ipersature e filtrate con tinte pop-art, che si sovrappongono ai corpi in carne e ossa dei musicisti, visibili in trasparenza oltre gli schermi. Al centro della scena, tra la selva di strumenti, pedali, spie e amplificatori, svetta la batteria di Philip Selway, che fronteggia e domina la postazione Chris Vatalaro (Jarvis Cocker, Brian Eno, Bat for lashes), che spalle al pubblico raddoppia la potenza di fuoco ritmica del quintetto base dei Radiohead. Thom Yorke, suscitando l&#8217;ingiusta ira dei fan più morbosi che lo vorrebbero sempre tutto per loro, si divide tra due postazioni diametralmente opposte, rivolte verso le curve del palazzetto, da un lato ha solo un microfono dall&#8217;altro anche una tastiera, ma non disdegna di percorrere l&#8217;intero perimetro microfono in pugno, danzando, chitarra alla mano o un mix delle tre cose, da vero frontman carismatico, <em>primus inter pares</em> di una formazione senza gregari. Alla sinistra di Philip gravita per lo più Colin Greenwood, col suo basso preciso e spesso determinante, che dispensa sorrisoni soddisfatti al pubblico mentre manovra compassato il suo strumento, affiancato a sinistra da Ed O&#8217;Brien, costante seconda voce e seconda chitarra che riempie ogni arrangiamento con puntualità metronomica. Sul versante opposto dilaga la postazione di Jonny Greenwood, tra una coppia di tom, una tastiera, un piano elettrico sormontato da uno xilofono, un doppio mixer da dj di classe, oltre a una serie di marchingegni vari disseminati qui e lì, e naturalmente le numerose chitarre, tutti strumenti ai quali si dedica anima e corpo a testa bassa, viso appena riconoscibile sotto la chioma scomposta, incarnando lo spirito più arditamente sperimentale e creativo del gruppo.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="https://www.losthighways.it/wp-content/uploads/IMG_20251118_205850.jpg"><img class="aligncenter size-large wp-image-51590" src="https://www.losthighways.it/wp-content/uploads/IMG_20251118_205850-1024x686.jpg" alt="IMG_20251118_205850" width="618" height="414" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Anche quelli che hanno evitato accuratamente gli spoiler dalle prime date del tour sanno che la scaletta, che abbraccia vent&#8217;anni di parabola discografica da <strong><em>The Bends</em></strong> fino a <strong><em>A moon shaped pool</em></strong>, cambia tutte le sere con ritmo asimmetrico e imprevedibile che rende ogni evento unico. E allora è un piacere diffuso scoprire che stasera si comincia con <strong><em>2 + 2 = 5</em></strong>, col suo ritmo spezzato e quell&#8217;invocazione dal sapore esotico, lanciata nello spazio dall&#8217;energico cambio di tempo che porta tutto il palazzetto a saltare all&#8217;unisono. Mentre fuori infuria il primo gelo dentro, alla fine del primo brano, siamo già tutti sudati e accaldati: mi volto istintivamente verso le retrovie gridando &#8220;<em>chi ha detto che non era un concerto per pogare?!</em>&#8220;. Il tempo degli applausi e il fraseggio distorto di <strong><em>Airbag</em></strong> provoca la seconda scossa tellurica, mentre la griglia di schermi sale disallineandosi in verticale, sospinta dai bending arditi di Greenwood sulla sua Telecaster rovente, mentre Yorke impugnando una Jazzmaster canta di sbieco rispetto al microfono mascherando la linea vocale, separandosi dalle voci del pubblico che invece intona il ritornello a memoria. Dopo una falsa partenza <strong><em>Jigsaw falling into place</em></strong> accende un diverso senso del ritmo grazie alla chitarra acustica (una Martin?) suonata da Yorke e la batteria sostenuta di Selway, per una progressione vorticosa e smagliante.<br />
Luci rosse, note pulsanti come sonar in scandaglio per il pathos risonante di <strong><em>All I Need</em></strong>, con quella linea a intervalli spezzati del basso di Colin Greenwood a scavare nelle viscere dei presenti (mentre il fratello gioca con le bacchette di uno xilofono), una frase di oscura malinconia con in mente il Badalamenti di <em>Twin Peaks</em>, fonte moderna per il tema inquietante di un&#8217;altra serie di successo mondiale, <em>Stranger things</em>. Il finale in crescendo con la doppia batteria all&#8217;unisono e il doppio pianoforte, mentre Thom ripete in lacrime <em>it&#8217;s allright, it&#8217;s all right</em>, è letteralmente da brividi.<br />
La griglia sale ancora per il riff misantropo di <strong><em>Ful Stop</em></strong>, ostinazione da claustrofobia, accentuata dall&#8217;efficace raddoppio di batteria offerto da Vatalaro, propedeutico a una serie di disegni audaci sull&#8217;intero set di percussioni a disposizione dei due batteristi. L&#8217;azzurro delle profondità marine accoglie il canto di sirena di Yorke nell&#8217;evocativa <strong><em>Nude</em></strong>, tra le cui rarefazioni abissali spicca ancora la linea pulita del basso di Colin, trapunta stellata per sinuosi vocalizzi eterei. Tutti giocano con le percussioni, tranne Thom, per sorreggere l&#8217;arpeggio seghettato di <strong><em>Reckoner</em></strong> e il suo falsetto delicato che riverbera le note pulite della Gibson SG, qui con timbro morbido tutt&#8217;altro che indiavolato.<br />
<em>&#8220;E adesso una canzone più vecchio, più vecchio</em>&#8221; per l&#8217;attacco hard in power chords di <em><strong>The Bends</strong></em>, fiammata energica cantata in coro da tutti i presenti, poi cullati dal ritmo serrato e rilassante di <strong><em>Separator</em></strong>, come in un viaggio in planata rinfrescati da una leggera brezza caraibica, mentre Johnny grattugia i toni alti della sua Fender Starcaster. E poi la mette in verticale accarezzandola e tormentandola con archetto da violino per la quieta discesa agli inferi di <strong><em>Pyramid Song</em></strong>, con Yorke a martellare il piano con accordi pesanti e lacerare le membra con voce sofferta &#8220;<em>There was nothing to fear and nothing to doubt</em>&#8220;. Accordi tremuli, luci rosse, Thom siede al piano, faccia schiacciata contro la telecamera con effetti di grottesca autoironia e braccia aperte inarcando la schiena a invocare le ovazioni della folla nella desertica <strong><em>You and Whose Army?</em></strong> Poi la tensione sale tenebrosa sui tasti grevi del piano di <strong><em>Sit Down. Stand Up.</em></strong> col contrappunto sinistro dello xilofono di Greenwood, finché l&#8217;aria di decadenza viene spazzata via da una discoteca furiosa di gocce di pioggia roventi, &#8220;<em>the raindrops, the raindrops, the raindrops</em>&#8220;, con balli scatenati di Thom e Johnny che si scaglia sul doppio mixer, spiegando ai dj cosa vuol dire suonare le macchine! Scuse non richieste portano al riff spiraliforme di <strong><em>Myxomatosis</em></strong>, trascinato da dalla furia della coppia Selway-Vatalaro, offrendo a Yorke l&#8217;occasione di correre lungo il palco come fosse Mick Jagger.<br />
È poi Ed a eseguire alla chitarra l&#8217;arpeggio di zucchero filato di <strong><em>No Surprises</em></strong> per la voce di caldo liquore di Yorke, accompagnato dalle luci ondeggianti di tutti gli smartphone in sala in un dolce  momento di tenera coralità e lucciconi, ma l&#8217;aria si fa subito di nuovo bollente con il triplo intreccio di chitarre elettriche che riempie il suono di <strong><em>Optimistic</em></strong> con inserimenti graffianti e adrenalina. Il ritmo, che gioca un ruolo significativo per tutta la sera, prende il sopravvento con <strong><em>There There</em></strong> che vede Ed e Johnny moltiplicare il pattern percussivo utilizzando finalmente i due set di tom agli estremi del poligono, che dopo oltre un&#8217;ora di concerto potevano sembrare solo arredi di scena. Poi Greenwood si lancia in assoli sferraglianti sulla Telecaster, ma non pago torna a picchiare sui tom, mentre Yorke ne approfitta per danzare liberamente con la sua Epiphone Casino per compagna.<br />
Perimetro bianco, chitarra acustica, La minore, <strong><em>Exit Music (for a Film)</em></strong> è uno dei momenti cruciali dell&#8217;intero concerto, non solo per il canto doloroso e catartico, ma anche per la perfetta fusione della musica coi visuals proiettati sul prisma che sovrasta la band. Man mano che Yorke procede la sua immagine sugli schermi viene processata e scomposta in pixel di indecifrabile aria vintage che si allungano lentamente crescendo in saturazione e luminosità, così che all&#8217;urlo straziante &#8220;<em>Now we are one in everlasting peace</em>&#8220;, scagliato al cielo all&#8217;unisono con tutti i presenti, il suo volto letteralmente esplode in un bagliore accecante di visione estatica. Magnifico! Poteva anche finire qui senza rimpianti, invece Thom ed Ed si guardano ancora negli occhi per l&#8217;intreccio di corde che introduce <strong><em>Street Spirit (Fade Out)</em></strong> e la sua maestosa e avvolgente malinconia collettiva che chiude, di fatto, i tempi regolamentari.<br />
La pausa è brevissima e i succulenti bis iniziano quasi senza soluzione di continuità. Il tempo di un &#8220;<em>grazie a tutti, non abbiamo parole</em>&#8221; e si parte con l&#8217;arpeggio sognante di <strong><em>Let Down</em></strong> che scorre via con grazie cristallina, coi suoi tuffi soffici e gli atterraggi rauchi tra cascate di campanelli festosi. &#8220;<em>Siete pronti?</em>&#8220;, domanda retorica che introduce gli sgocciolanti arpeggi ipnotici di <strong><em>Weird Fishes/Arpeggi</em></strong>, fiume dorato dal quale balzano come salmoni saettanti i cori dilatati intonati dall&#8217;intera Arena, pronta a un battimano forsennato per l&#8217;energica coda.<br />
Luci verdi, pulsazioni techno e synth fischianti, l&#8217;anomalo rap di <strong><em>Idioteque</em></strong> è ancora occasione per la danza scomposta e irregolare di Yorke che inizia a percorrere il perimetro del palco con passo robotico, intonando acidi falsetti. E ancora il ritmo tiene in piedi gli arpeggi malinconici e le melodie liquefatte di <strong><em>Present Tense</em></strong> mentre <strong><em>The Daily Mail</em></strong> col suo pianoforte teatrale e nostalgico prepara il terreno per il gran finale in un crescendo incandescente. &#8220;<em>Grazie Bologna è stato un piacere essere qui</em>&#8221; e arriva il brano forse più iconico e complesso del quintetto, <strong><em>Paranoid Android</em></strong>, le sue traiettorie oblique, i battiti incalzanti, gli intrecci arditi, il riffone centrale cantato da tutto il pubblico, le staffilate improvvise e le deflagrazioni da lanciafiamme, Johnny che passa da un piano elettrico jazzato e distante a una lisergica escursione sulla Telecaster, il coro post naufragio che annuncia un&#8217;alba radiosa, l&#8217;assolo di lingue di fuoco che incendiano il palco in un vortice infernale che presto dilaga avvolgendo l&#8217;intero palazzetto. Sembrerebbe davvero finita, ma Thom siede improvvisamente al piano di Johnny improvvisando gorgheggi depistanti, poi conta &#8220;<em>one, two, three</em>&#8221; e le sue dita scivolano lungo la frase discendente che introduce l&#8217;introspezione cosmica di <strong><em>Everything in Its Right Place</em></strong>, mantra di connessione universale e rito collettivo che attrae come calamita il metallo, mentre Johnny si destreggia con una strana scatola dal quadrante luminoso, un campionatore Korg KP2 col quale processa in diretta la voce di Yorke, ruotando manopole e tracciando segni misterici sul display, sorretto dall&#8217;organo in acido suonato da O&#8217;Brien, finché Thom non si alza in piedi per l&#8217;ultimo balletto psichedelico e dopo poco tutti smettono di suonare per uscire di scena alla spicciolata, salutando il pubblico con vivida soddisfazione. Tutti tranne Johnny che se ne sta ancora lì per terra ad armeggiare coi suoi congegni, incurante del resto, mente accesa solo per la sperimentazione. Lo attende il solo Ed, quasi a dirgli &#8220;<em>dai andiamo, il concerto è finito</em>&#8220;.<br />
Già, è finito, ma prima che si accendano le luci a indicarci di uscire sulle griglie del prisma scorrono i 30 articoli della <em>Dichiarazione universale dei diritti umani</em> approvata il 10 dicembre del 1948 dall&#8217;Assemblea generale delle Nazioni Unite. Importante richiamo della band per la riaffermazione non solo del diritto internazionale, oggi stritolato da spietati venti di guerra e soprusi, ma anche e soprattutto del sogno di un mondo migliore, di pace e giustizia.<br />
E ora? Cosa aspettarsi dal futuro? Non ci sono stati inediti in una lunga performance, giunta tutta d&#8217;un fiato a due ore e dieci minuti, riproponendo senza particolari stravolgimenti e innovazioni il repertorio noto. Potrebbe essere la conferma che i Radiohead non torneranno in studio per un nuovo lavoro, a quasi dieci anni di distanza dall&#8217;ultimo, <strong><em>A moon shaped pool</em></strong>, preferendo ritrovarsi come una volta solo per rivivere l&#8217;ebrezza dei live ed eseguire il repertorio consolidato come bevendo birra a una rimpatriata con vecchi amici. Racconta invece il contrario la dinamica creatività della trilogia licenziata col marchio The Smile da Thom e Johnny, indice inequivocabile di una vena più che mai rigogliosa che viene forse messa ora al servizio della casa madre lavorando in gran segreto in qualche sconosciuto laboratorio sotterraneo. Chi può dirlo?<br />
In ogni caso, che sia Radiohead, The Smile o chissà quale altra diavoleria saprete inventare, noi siamo qui ad attendere: stupiteci ancora!</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="https://www.losthighways.it/wp-content/uploads/IMG_20251118_205036_1.jpg"><img class="aligncenter size-large wp-image-51578" src="https://www.losthighways.it/wp-content/uploads/IMG_20251118_205036_1-506x1024.jpg" alt="IMG_20251118_205036_1" width="253" height="512" /></a></p>
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		<title>Ricordami la verità: Afterhours @ Arena Flegrea (NA), 23/07/2025</title>
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		<pubDate>Mon, 28 Jul 2025 17:11:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Amalia Dell'Osso]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[La band più iconica dell’alternative rock italiano è in tour per celebrare il ventennale di Ballate per piccole iene, ovvero uno dei suoi capitoli discografici più significativi e seminali. Con oltre 100mila biglietti venduti e vari sold out (Bologna, Firenze, Torino, Roma, Milano, Padova e Arezzo), in occasione del Noisy Naples Fest lo scorso 23 &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="alignright size-full wp-image-51239" src="https://www.losthighways.it/wp-content/uploads/afterhours_23_07_2025.jpg" alt="afterhours_23_07_2025" width="1440" height="959" /></p>
<p style="text-align: justify;">La band più iconica dell’alternative rock italiano è in tour per celebrare il ventennale di <em><strong>Ballate per piccole iene</strong></em>, ovvero uno dei suoi capitoli discografici più significativi e seminali. Con oltre 100mila biglietti venduti e vari sold out (Bologna, Firenze, Torino, Roma, Milano, Padova e Arezzo), in occasione del <strong>Noisy Naples Fest</strong> lo scorso 23 luglio gli Afterhours hanno toccato, tra furore e magia, la città partenopea, sbranando ed abbracciando l’<strong>Arena Flegrea</strong>, fiore all’occhiello della musica live per le sue dimensioni e la sua modernità. Ispirata all’architettura classica, con la sua struttura semicircolare sprigiona un’acustica d’effetto e disegna un colpo d’occhio di grande impatto, soprattutto quando è così gremita e pulsante nel segno di un raduno che ha in certo rock un manifesto di appartenenza e condivisione.<br />
Il pubblico della band di Manuel Agnelli attraversa più generazioni, arrivando a contare oggi anche quei giovanissimi che scelgono di non allinearsi al gusto preconfezionato da un’industria discografica che non ha più nulla di artistico ed ha invece solo mire commerciali molto più spietate ed alienanti. Lo osservi questo pubblico dell’Arena, campione del popolo alternative, e comprendi che è composto da chi ancora crede che sia possibile contestare, scegliere la necessità del cambiamento, credere che le piccole rivoluzioni abbiano ancora un senso su larga scala. Chi partecipa ai concerti di questo tour ha bisogno di una musica che racconti un messaggio, che spinga alla gioia ma anche alla legittimità dell’opposizione e di una visione critica delle cose. Agnelli dal palco non perde l’occasione per ricordare l’importanza del voto, della partecipazione per vincere il torpore in cui certe dinamiche governative vogliono affossare, dell’aggregazione fatta di corpi che si incontrano nella vita vera, della ribellione al genocidio che si sta consumando a Gaza.<br />
La serata si apre con i tarantini <strong>Per Asperax</strong>, una delle band selezionate dalla rassegna <strong>Carne Fresca, Suoni dal Futuro</strong> (da un’idea di F. Risi), aperta a giovani tra i 15 e 29 anni e tenutasi per tre serate al mese al Germi LdC (centro culturale e luogo di contaminazione fondato da Agnelli, Risi, Segale e D’Erasmo) di Milano da Novembre 2024. Il lavoro di squadra fra Manuel Agnelli e i direttori artistici Giovanni Succi e Luca Segale è stato prezioso e fondamentale per puntare l’attenzione su un’alternativa possibile e vivace costituita da giovani che hanno avuto la possibilità di interagire tra loro e riconoscersi parte di un’ondata di rinnovamento. Dopo aver dato spazio a oltre 100 giovani emergenti, è nata l’idea di rendere il tour occasione per aprire il palco ad alcune di queste band, finite poi ad animare una speciale compilation targata <strong>Woodworm</strong> in uscita il 25 luglio.<br />
Sferzate post punk ed emocore tessono le atmosfere irruenti dei Per Asperax, che scaldano i motori della serata.<br />
Finalmente arriva il momento dell’ingresso in scena degli Afterhours che per il ventennale sfoggiano la formazione con la quale <strong><em>Ballate per piccole iene</em></strong> prese vita: accanto al leader Agnelli, <strong>Andrea Viti</strong> (basso), <strong>Dario Ciffo</strong> (violino, chitarra) e <strong>Giorgio Prette</strong> (batteria); a supporto Giacomo Rossetti (chitarra, tastiere, percussioni). Una scelta che risponde al bisogno di vivere la musica senza le sovrastrutture che si erano insinuate nell’ultima compagine, vissuta come sorta di brand e poi arenata in un lungo silenzio dopo lo storico concerto al Forum di Assago nel 2018. La prima parte del concerto, dedicata all’esecuzione di tutti i brani di <strong><em>Ballate per piccole iene</em></strong>, è l’esplosione di un forte spirito di libertà e di una meravigliosa alchimia tra le parti che innalza un sound oscuro, impetuoso, sporco, dove tutto sembra reggersi sugli ossimori crudele dolcezza, rumorosa melodia.<br />
Prette è in stato di grazia nella sua interpretazione del ritmo; cuore storico della band, è tornato ad occupare un trono di diritto; il basso di Viti risuona potente, profondo, inquietante; il violino di Ciffo non è un accompagnamento, nella sua elettricità è completare alla chitarra di Agnelli, la esaspera, la segue con un incedere maledetto e cupo. La matematica della precedente combo degli Afterhours crolla al cospetto di questa formazione. Questa è tutta un’altra storia, un’altra emotività. Sembra un incantesimo questo sound così acido ed impetuoso, graffiante e disturbante. Un incantesimo che riporta l’età d’oro della band al presente, mostrandola in uno splendore così seducente da renderla ancora la più influente nel panorama rock nostrano.<br />
Le successive tre parti del concerto prendono vita dal repertorio più che trentennale della band di Milano, con orgoglio e invidiabile libera furia, che porta anche all’omaggio emozionante ad Ozzy Osburne con un’indiavolata <strong><em>War Pigs</em></strong>.<br />
La scaletta scorre perfetta e ghiotta. La versione funerea de <em><strong>La Canzone di Marinella</strong></em>, intimamente connessa ai ricordi lontani di Agnelli e concepita in chiave Einstürzende Neubauten per l’ep <strong><em>Gioia e Rivoluzione</em></strong> del 2003; la sempre acclamata <strong><em>Strategie</em></strong>, a seguire<strong> <em>Germi</em></strong>, <em><strong>Lasciami leccare l’adrenalina</strong></em> e l’infuocatissima <strong><em>Dea</em></strong>, per la quale Agnelli rompe la distanza tra il palco e la cavea, portandosi in mezzo al suo pubblico, corpo e anima come a dare prova concreta del suo invito a tornare ad incontrarsi, ad uscire allo scoperto, fuori e liberi dall’isolamento a cui questa società vuole condannare; le immancabili <strong><em>Male di miele</em></strong> e <strong><em>Quello che non c’è</em></strong>; <strong><em>Non si esce vivi dagli anni 80</em></strong>, <strong><em>Padania</em></strong>, <strong><em>Bye Bye Bombay</em></strong>; e poi <strong><em>Non è per sempre</em></strong>, mentre <em><strong>Voglio una pelle splendida</strong></em> chiude un concerto perfetto, dove l’irruenza, la sregolatezza, l’estro e la gioia sono le chiavi che Agnelli e soci girano nel cuore e nella memoria dei presenti. Lì dove essere umani vibranti e sognanti è la verità. Ed è di questo che la musica ha bisogno, ad ogni suo livello. E quella degli Afterhours è una forma di verità.<br />
<em>Ricordamelo, Manuel</em>. Sì, tutti glielo abbiamo chiesto.</p>
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		<title>Gnut live @ Teatro Bolivar, Napoli, 27 marzo 2025</title>
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		<pubDate>Tue, 22 Apr 2025 21:22:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Alessio Cuccaro]]></dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="https://www.losthighways.it/wp-content/uploads/Gnut-@-Bolivar-27-marzo-2025-Foto-Alessio-Cuccaro.jpg"><img class="aligncenter size-large wp-image-50926" src="https://www.losthighways.it/wp-content/uploads/Gnut-@-Bolivar-27-marzo-2025-Foto-Alessio-Cuccaro-1024x698.jpg" alt="Gnut @ Bolivar, 27 marzo 2025 - Foto Alessio Cuccaro" width="618" height="421" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Un trio a quattordici corde, tempo di cambiamenti e sperimentazioni per Claudio Domestico che dopo aver alimentato l&#8217;hype lo scorso anno per imminenti novità discografiche cambia strada inaspettatamente e pubblica un nuovo brano (ma &#8220;<em>non chiamatelo singolo</em>&#8220;, ammonisce dal palco) con una nuova formazione. S&#8217;intitola <strong><em>Luntano &#8216;a te</em></strong> e lo porta in giro per l&#8217;Italia con un tour omonimo, rilegge il suo repertorio più recente, specialmente dall&#8217;ultimo album <a href="https://www.losthighways.it/2022/10/15/nun-te-ne-fa-gnut/"><strong><em>Nun te ne fa</em></strong></a>, ormai di tre anni fa, con tanti nevergreen dai primi album solista. Tutte le canzoni ricevono nuova linfa negli arrangiamenti per trio con due vecchie conoscenze: il violino dinamico e saettante di Marco Sica e il fluido violoncello elettrico (un elegante Yamaha SVC110) imbracciato da Mattia Boschi, che dipingono uno scenario mitico e in costante evoluzione per gli arpeggi africani di Gnut e la sua voce ebbra e interiore.  Così le onde blues di <strong><em>Fiume lento</em></strong> scorrono fluide tra l&#8217;odore delle dita per diventare <strong><em>Solo una carezza</em></strong>, e il segno che lascia il dramma non è guerra ma amore, almeno stasera. L&#8217;inedito <strong><em>Luntano &#8216;a te</em></strong> scava nelle radici partenopee in cerca di un nuovo equilibrio personale, infatti <strong><em>Non è tardi</em></strong> per rimettersi in gioco, può essere addirittura <strong><em>Semplice</em></strong>, come un giro di Do da far correre senza pensieri, giocando con un medley tra parodia e devozione che mescola Gino Paoli ed Elvis. Ma quel che più colpisce e fa ben sperare per le prossime uscite è che la musica domina di gran lunga sulle parole, &#8220;<em>parlerò poco stasera, perché vogliamo suonare</em>&#8220;, e allora il riff preso in prestito ai Led Zeppelin di <strong><em>Four sticks</em></strong> diventa il pretesto in <strong><em>Solo con me</em></strong> di una lunga improvvisazione degli archi, che si alternano con lirismo furioso e battiti cardiaci che sostengono il ritmo di un cuore estasiato e ferito a un tempo. E anche le dolci cadenze sud sahariane di <strong><em>Credevo male</em></strong>, bagnate nel mare di Napoli, mettono le ali al volo immaginifico di violino e violoncello.<br />
Per il bis annunciato con collaudata scenetta ecco <strong><em>L&#8217;ammore overo</em></strong> cantata con voce rotta da tutto il Teatro Bolivar, sold-out per l&#8217;occasione, per finire beneaugurante con l&#8217;invito  sereno a prendersi <strong><em>Nu poco &#8216;e bene</em></strong>, pace armoniosa in un mondo di corpi costretti a vendersi e tante volte a morire senza speranza. Quella che sia pure per una sera la buona musica riesce ancora a dare. Grazie.</p>
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