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	<title>Lost Highways &#187; Interviste</title>
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	<description>Seek your mood, Find your lost highways!</description>
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		<title>Quando la memoria diventa ripartenza: intervista a Roberto Colella</title>
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		<pubDate>Mon, 13 Apr 2026 14:23:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Amalia Dell'Osso]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Editoriali]]></category>
		<category><![CDATA[Interviste]]></category>

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				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class=" size-large wp-image-52131 aligncenter" src="https://www.losthighways.it/wp-content/uploads/RobertoColella_torre_phRobbieMcIntosh-1024x679.jpg" alt="RobertoColella_torre_phRobbieMcIntosh" width="618" height="410" /></p>
<p style="text-align: justify;">Roberto Colella per dodici anni è stato il frontman de La Maschera, band napoletana che con grande attitudine sperimentale ha immerso il dialetto in un mood unico e travolgente, firmando tre album accolti dal favore di critica e pubblico. Arriva il cammino in solitaria, annunciato da <strong><em>La casa sull&#8217;albero</em></strong> ovvero il singolo che anticipa <strong><em>Ce sta sempre na via</em></strong>, in uscita il 7 maggio <span class="dig-1hicw9p1_5-4-1 dig-1hicw9p0_5-4-1 dig-ekabin0_5-4-1 dig-Theme-vis2023 dig-Theme-vis2023--bright dig-Mode--bright In-Theme-Provider">per l’etichetta Full Heads. Un disco che si preannuncia come la grande prova </span>di una delle penne più intense ed impegnate che la città partenopea vanta ben oltre i suoi confini. Il valore della memoria, l&#8217;entusiasmo del volo, la paura di cadere, la metafora della gabbia come alibi e che Colella immagina come sarebbe piaciuta a Magritte. Come dovrebbe piacere a noi tutti. Prigionieri di noi stessi&#8230; solo per timore della vita stessa.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Parlami della metafora al centro de La casa sull’albero…</strong><br />
La casa sull’albero in sé è la metafora del sogno e dell’evasione.<br />
Il senso di tutto invece sta nella <em>“paura di sentirsi vivi nel viaggio”</em>. Viviamo l’epoca del progresso ma anche dell’incertezza, della paura, delle pressioni e delle ansie sociali. Il cuore del pezzo vuole sottolineare che, troppo spesso, la paura di cadere ci fa vivere in una gabbia inesistente.<br />
E perciò il volo degli uccelli come metafora della vita. Si migra insieme di giorno e soli di notte, così come nelle luci e nelle ombre di tutti i giorni.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Dici che questa canzone ti ha ricongiunto all’adolescente che sei stato. Il rinnovamento passa sempre da ciò che siamo stati e dalla purezza dei sogni che ci hanno spinto…</strong><br />
Assolutamente sì. Volevo che il nuovo inizio affondasse le radici nello spirito con cui è iniziato tutto.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La paura di cadere. Abita in qualche modo questa nuova fase da solista?</strong><br />
È questo il punto. La paura di cadere abita qualsiasi fase. Ma è bellissimo che sia così! Mi fa percepire tutto più vivo!</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Cosa ci svela questo singolo dell’universo sonoro e testuale del disco che uscirà a maggio?</strong><br />
È una piccola anticipazione, ma è soltanto una delle atmosfere. Il disco ha più anime. Sentirete suoni antichi, sonorità moderne e si racconteranno storie ben precise e storie di tutti. Ogni canzone aveva bisogno del suo universo ed è stato particolarmente stimolante sperimentare.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Sarà un disco più introspettivo o sarà sempre presente il tuo impegno sociale?</strong><br />
L’impegno sociale nelle canzoni è l’aspetto dominante della mia scrittura. Il 90% parte da lì, anche quando sembra parlar d’altro. Avere un megafono a disposizione mi ‘obbliga’ moralmente ad usarlo per sensibilizzare in qualsiasi occasione su quelle che sono le ingiustizie inaccettabili che stiamo vivendo. Ascolterete un ‘canto della memoria’, un canto dei soli per i nuovi schiavi, una canzone di lotta in cui l’espediente narrativo è affidato a un Muhammad Ali della nostra periferia.<br />
Si parlerà anche dei modi per fuggire dalla solitudine e, dal punto di vista testuale, <em><strong>La casa sull’albero</strong></em> è forse il pezzo più introspettivo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Com’è stato collaborare con Massimo Blindur De Vita?</strong><br />
Con Max ormai c&#8217;è un rapporto consolidato da oltre dodici anni. È come parlare con la persona che meglio sa cosa voglio esprimere in quel determinato momento, con la giusta sensibilità e la giusta durezza. Due caratteristiche fondamentali.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Parlami del dialetto in questo disco e della sua commistione con l’italiano e l’inglese. Cosa conserva del tuo passato e cosa racconta oggi di te e della tua musica?</strong><br />
La lingua non è mai una scelta o un’imposizione. È un modo di essere, di parlare, di pensare. È una necessità. Il napoletano è alla base di ogni canzone. La frase in italiano o in inglese c’è solo nei momenti in cui racconta esattamente quello che voglio esprimere, nel modo in cui voglio esprimerlo. Ne <em><strong>La casa sull’albero</strong></em> sentivo di aprire il ritornello in inglese proprio per il senso di libertà che quella frase mi ha dato. È una citazione di un brano dei Queen <strong><em>Spread your wings</em></strong>, il primo a farmi innamorare della musica suonata, a sedici anni.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Dimmi dell’artwork del singolo. Mi ha fatto pensare al surrealismo di Magritte… Devo considerarla a sé stante oppure anticipa la grafica del disco?</strong><br />
Hai colto perfettamente. René Magritte è il riferimento visivo dell’artwork del singolo, che è anche un assaggio della direzione dell’album. Ho disegnato la gabbietta ricercando proprio quello stile surreale… motivo per cui, guardata attentamente, manca di alcune sbarre. Una gabbia che in realtà non può ingabbiare nessuno. E poi, nel pensiero e nell’arte di Magritte ho trovato una profonda affinità con le tematiche del disco</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Cosa auguri a questo singolo e al disco imminente?</strong><br />
Che sia luminoso! E che possa darvi le emozioni che ha dato a me!</p>
<p><iframe title="YouTube video player" src="https://www.youtube.com/embed/m4Hyt1g59zE?si=R8Zuh3AZZLJkfCPT" width="560" height="315" frameborder="0" allowfullscreen="allowfullscreen"></iframe></p>
<p><img class=" size-large wp-image-51968 aligncenter" src="https://www.losthighways.it/wp-content/uploads/lacasasullalbero-1024x1024.jpg" alt="lacasasullalbero" width="618" height="618" /></p>
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		<title>Uno sguardo lucido sui giovani e sulla rete reale: intervista a Manuel Agnelli</title>
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		<pubDate>Wed, 01 Apr 2026 13:50:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Amalia Dell'Osso]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Carne Fresca, Suoni dal Futuro]]></category>
		<category><![CDATA[Editoriali]]></category>
		<category><![CDATA[Interviste]]></category>

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		<description><![CDATA[Suoni dal Futuro è un progetto ambizioso di natura triennale con protagonisti assoluti i musicisti e le musiciste della nuova generazione. Distante dalle logiche dell’algoritmo, dal delirio liquido degli streaming e delle views, dalle false seduzioni dell’AI, dalle manipolazioni dell’autotune, un manipolo di giovanissimi (tra i 15 ed i 30 anni) partecipa al piano visionario &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class=" size-large wp-image-52000 aligncenter" src="https://www.losthighways.it/wp-content/uploads/HUGO-WEBER-credito-obbligatorio-00075-1024x663.jpg" alt="HUGO WEBER-credito-obbligatorio-00075" width="618" height="400" /></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Suoni dal Futuro </strong>è un progetto ambizioso di natura triennale con protagonisti assoluti i musicisti e le musiciste della nuova generazione.<br />
Distante dalle logiche dell’algoritmo, dal delirio liquido degli streaming e delle views, dalle false seduzioni dell’AI, dalle manipolazioni dell’autotune, un manipolo di giovanissimi (tra i 15 ed i 30 anni) partecipa al piano visionario nato al Germi di Milano e supportato dalla proverbiale lucidità di Manuel Agnelli.<br />
In collaborazione con SIAE, <strong>Suoni dal Futuro</strong> pone al centro la musica come atto catartico e libero, capace di stimolare un cambiamento sociale positivo e percorsi artistici autentici che si riappropriano dello spazio reale in una rete capillare di confronto e condivisione.<br />
Parlarne con chi ha il coraggio e la necessità di agire per sostenere con la propria esperienza una nuova energia alternativa ad un sistema statico e deformante è sempre un’occasione preziosa e stimolante.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il nome del progetto triennale Suoni dal Futuro suona come un oracolo che sintetizza tutta la potenzialità di una scena musicale in fermento in cui tu credi fortemente. Parliamo di una generazione di giovanissimi musicisti e musiciste che si muove in un tempo umano e in uno spazio reale da conquistare, puntando su relazioni e condivisione.</strong><br />
È così. Il titolo è esattamente la descrizione di quello che il progetto prevede, con una gestione nel tempo col tempo. Negli ultimi anni il primo obiettivo è il stato successo a tutti i costi, nel nome della politica del <em>tutto subito</em>. Invece ai ragazzi coinvolti in Suoni dal Futuro vorrei riuscire a trasmettere l’esperienza del percorso e quindi della libertà artistica senza compromessi e senza la fretta che ti costringe a sceglierli. Solo con il tempo è davvero possibile sviluppare un proprio linguaggio, sperimentando, scambiando esperienze ed idee, e ovviamente sbagliando. Il ritorno alla presenza fisica nei posti è proprio una risposta al malessere che un certo tipo di innovazioni ha creato anche a livello sociale. Le innovazioni tecnologiche hanno veramente portato molta infelicità. Pur essendo positive, è l&#8217;uso che ne abbiamo fatto ad averci portato a visioni distorte. Tutta la generazione dei giovani è arrivata a soffrire tantissimo per le pressioni che ha subito, spinta a dover essere presente subito, dappertutto, figa, super funzionale e funzionante. Eppure proprio quest&#8217;ultima generazione ha iniziato a rifiutare queste dinamiche e credo che questo sia l&#8217;inizio di un grosso cambiamento.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Hai ragione, i nostri sono tempi condizionati dall’ansia di essere performanti sempre. In ambito soprattutto artistico diventa un paradosso disumano. Quanto è difficile <em>costruire</em> questo modello alternativo a quello dei fenomeni che l’industria musicale degli ultimi anni ha lanciato?</strong><br />
È difficile per tanti motivi perché c&#8217;è sempre una resistenza pazzesca per interessi diretti, ma anche banalmente per qualunquismo, superficialità, presa di posizione, tanto per aprire bocca perché comunque questo è un Paese fatto così purtroppo, e anche il resto del mondo è molto peggiorato da questo punto di vista! Noi restiamo comunque dei campioni alla fine, e tanto vale darla per scontata questa resistenza. I ragazzi devono imparare ad abituarsi ad avere il giudizio degli altri su di sé, perché si esporranno ad un pubblico, generando necessariamente una reazione che potrà essere molto positiva, ma contemporaneamente anche molto negativa.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Nel 1968 Andy Wharol profetizzò l&#8217;effimera natura della celebrità nell&#8217;era dei mass media e della cultura pop. Oggi social media e viralità hanno estremizzato il culto dell&#8217;apparenza facendola passare per sostanza, legittimando tutto, anche il diritto all’insulto. Suoni dal Futuro come si pone rispetto all’uso dei social?</strong><br />
Quello che succede sul web è veramente virtuale. Da anni faccio cose anche impopolari, spiegandomi sempre, eppure attiro tantissimi giudizi negativi. Se avessi dato credito a questo tipo di critiche, probabilmente mi sarei fermato, mi sarei atrofizzato. Basta spegnere il telefono a un certo punto o, come ho fatto io, imparare ad abituarsi fino a diventare immune, le reazioni in realtà mi servono solo come dati e mi stimolano ancora di più. Anche recentemente, quando ho preso posizione sul referendum, si è innescata la solita macchina del fango. In quel caso ho capito che stavo facendo qualcosa di giusto o comunque di fastidioso, quindi aveva un senso. Se non abbiamo reazione non abbiamo senso, appunto. I ragazzi devono imparare anche questo: se ambiscono ad essere quello che vogliono, non condizionati dalle dinamiche del sistema musica, devono anche imparare a capire quando i commenti negativi sono un effetto positivo, perché in qualche modo stanno stimolando una reazione. È fondamentale per continuare a vivere bene la parte strettamente artistica, soprattutto crescendo. Parliamo di ragazzi molto giovani e praticamente sconosciuti, per cui sono molto protetti dall’entusiasmo, vanno in giro portando il loro linguaggio, riescono a vivere la musica come una forza catartica che li fa stare meglio rispetto alla vita, alle aspettative. Non dimentichiamoci che questa generazione è la prima che vivrà peggio dei propri genitori, non hanno proprio prospettive di futuro, sono in una società quasi distopica, però hanno la musica e sono tornati infatti a viverla come un’alternativa per stare bene, non come strumento per essere fighi o avere successo e soldi. È veramente una cosa preziosa per loro come lo è stato ed è per me. Questa attitudine, quando diventeranno più grandi, verrà messa alla prova dal sistema, dalla fama, dalle critiche.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Questo è il fulcro della scelta di mettere la tua visione a vantaggio dei ragazzi…</strong><br />
Sì, vorrei riuscire in qualche modo a passare a questi ragazzi le mie esperienze per proteggerli, prepararli e stimolare il loro processo di crescita.  Per questo stiamo cercando di fare rete in giro, per tutta Italia.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Infatti Suoni dal Futuro prevede circa 100 concerti a Germi e 96 concerti in giro per l’Italia, tutti ad ingresso gratuito. Dimmi di più di questa logica della rete.</strong><br />
In Italia ci sono tanti posti come il Germi di Milano. Si tratta di spazi dove fanno suonare appunto musicisti nuovi e che promuovono attività culturali legate anche alla letteratura, al cinema, alla stand-up comedy. Magari non hanno la mia visibilità, però ce ne sono di importanti e noi vorremmo riuscire a ricostruire un network di posti come questi e dar vita ad un ecosistema virtuoso. Non stiamo lavorando contro qualcosa, ma vogliamo costruire un’alternativa ramificata che adesso non c&#8217;è, ma che io ho vissuto e mi ha aiutato tantissimo tra la fine degli anni ’80 ed i primi 2000.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Questa idea di rete ha ben poco di virtuale e tanto di interazione e forze sul campo che si stanno impegnando per riattivare quella terra di mezzo di cui sei stato parte anche tu e che può essere non solo occasione di creatività ma anche di profitto.</strong><br />
Parlando di profitto, negli anni ‘80-‘90 sono emerse tante professionalità. C’erano decine di festival molto grandi in Italia, centinaia di locali e migliaia e migliaia di persone di pubblico. Tutto questo indotto era economia anche di una certa importanza. Lo ripeto sempre, anche se capisco che per il grande pubblico la mia faccia è diventata conosciuta con la televisione, io vivevo benissimo di musica anche prima e come me tanti altri artisti della mia generazione. Dal vivo facevamo molta più gente di chi andava in classifica e anche se eravamo ignorati quasi dai media mainstream, quindi le grandi radio, la televisione ufficiale e i quotidiani, alla fine poi il risultato non cambiava perché avevamo un sistema interno che viveva di vita propria, arrivando a formare delle professionalità che oggi lavorano ad altissimi livelli: manager, uffici stampa, fonici, tecnici luce, agenzie per i concerti. Non è entrato nella testa della gente che parliamo di professioni molto serie, molto difficili, molto impegnative e molto rischiose anche perché si tratta di imprenditoria estrema. Manca il rispetto nei confronti della categoria musicale. Vorrei trasmettere a questi ragazzi l&#8217;idea di dignità professionale che devono avere, perché è un loro diritto farsi rispettare come professionisti e lavoratori. Se vogliamo che cambino le cose da questo punto di vista, ci vuole una partecipazione grande da parte degli stessi musicisti e di tutto il pubblico che segue la musica. È necessaria una grande consapevolezza. Purtroppo ne manca anche per superficialità. Leggo molto spesso dei commenti sulle mie partecipazioni mainstream, (la televisione, Sanremo, ecc.), ma sono commenti poco approfonditi rispetto al mio messaggio, diverso da quello che i media fanno passare del sistema musica come puro intrattenimento e svago. Ho sempre usato il mio ruolo per portare in giro un&#8217;altra idea. Pensa a tutto il lavoro fatto insieme ad altri per una legge sulla musica durante il Covid. Eravamo riusciti a farla approvare, ma non è mai diventata decreto attuativo, e questo governo l&#8217;ha praticamente azzerata, ma si può rifare. Ci vuole partecipazione da parte di tutti. E la partecipazione non è il web! Il web non è così reale come vogliono farlo passare altrimenti io non farei una persona di pubblico! Quest’estate gli Afterhours hanno fatto 164.000 paganti reali in concerti reali.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Mi fai venire in mente Black Mirror dove c’è una critica sociale feroce all’ossessione per la tecnologia e allo smarrimento dell’empatia. Agli esordi della serie poteva sembrare una provocazione, ma ci siamo dentro in maniera pericolosa ormai ad ogni livello. Suoni dal Futuro ha una narrazione opposta, e non solo dal punto di vista artistico.</strong><br />
Viviamo una fase del tutto distorta. Era da illusi ed ingenui pensare che ci sarebbe stata una rivoluzione democratica. Oggi è molto più facile controllarci. In rete trovi tutto ed il contrario di tutto e la gente si sente non solo confusa, ma anche annichilita. Si illude che per partecipare alla vita sociale, politica, basti schiacciare un tasto. Come ti dicevo prima, ho fiducia in quest&#8217;ultima generazione e ne ho avuto la conferma con la percentuale altissima di voto al referendum e con le varie manifestazioni che stanno segnando un cambiamento di lotta. Si tratta della fotografia del nostro Paese, di quello che verrà. Per questo motivo ho iniziato ad occuparmi del progetto di Suoni dal Futuro, preceduto da Carne Fresca. Non voglio fare il promoter, l’agente, il manager, tantomeno il santone. Voglio aiutare questi ragazzi a velocizzare il processo di conquista delle esperienze perché intuisco la possibilità del cambiamento che succederà comunque, ma, invece che fra 10-15 anni, vorrei succedesse prima.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Sei dentro i mezzi di comunicazione. Dalla televisione alla radio, ai social li hai attraversati per usarli a vantaggio della tua visione. Ti hanno restituito una notorietà ed una visibilità trasversale in pochissimo tempo. Pesa così tanto questo passaggio per avere credibilità nel nostro Paese? </strong><br />
E non è neanche sufficiente. Ci sono due lati positivi riguardo la televisione. L’ho fatta a 50 anni, quindi da adulto che sapeva benissimo cosa voleva e cosa no e che aveva un piano in testa. Inoltre la televisione mi ha messo in mezzo alla gente senza accettare nessun tipo di compromesso. Sono una persona con un carattere di un certo tipo, ho suonato e fatto musica anche per quello, quindi per esprimere il mio linguaggio e non adattarmi più di tanto, stando all&#8217;interno di un circuito preciso, seppur grande, e da cui il resto del mondo sembrava essere fuori. La televisione mi ha dato popolarità a livello nazionale senza farmi cambiare una virgola del mio carattere e del mio approccio nei confronti della musica o della vita. Sono andato ad X Factor restando me stesso, ho occupato quello spazio con la mia visione della musica, così diversa da quella che i media proponevano e propongono ancora adesso. Quindi ho usato il mezzo ricevendo energia positiva: la gente per strada mi saluta, mi parla. Possono sembrare aspetti superficiali, ma in realtà è tutta positività, è una figata. E questo rimanendo me stesso anche nei miei lati più ostici, più spigolosi, più oscuri. Poi c&#8217;è anche il lato economico, certo, molto importante, perché io in televisione ho preso tanti soldi e con quei tanti soldi, lo ripeto in continuazione, ho avuto la possibilità di realizzare dei progetti che erano al centro del mio interesse. Non ho pensato di prendermi un elicottero, la piscina, la Porsche, come molti musicisti in quest&#8217;ultimo periodo bramano, ma ho aperto Germi, ho a cuore iniziative come Suoni dal futuro. Una certa credibilità poi è arrivata e mi ha permesso di fare delle esperienze che altrimenti non avrei fatto: Ossigeno, per esempio, il mio programma in RAI; il teatro con Lazarus, Radio 24 dove ho una trasmissione… tutti contesti dove non mi avrebbero mai chiamato, se non avessi avuto quella visibilità. Di conseguenza non avrei potuto aprire Germi. Anche l’accordo con la SIAE per sostenere i ragazzi difficilmente sarebbe arrivato, se io non avessi avuto quel tipo di credibilità professionale. La mia idea è sempre stata quella integralista a livello artistico, ma poi devi portare dovunque quello che sei, rimanendo fedele a te stesso. Ed è il messaggio che vorrei passare a questi ragazzi. Bisogna uscire dalla gabbia autoghettizante che ogni tanto è la musica italiana alternativa. Bisogna veicolare dovunque il proprio talento, il proprio linguaggio senza paura e con maturità e preparazione. Per me è molto importante sporcarsi le mani perché giocare quel ruolo poi ti permette di fare anche altro. È paradossale che quelli che criticano il mio confrontarmi col mainstream poi non ne vedano gli effetti positivi. Significa essere prevenuti, peccando di superficialità e menefreghismo.</p>
<p style="text-align: justify;"><img class=" size-large wp-image-52001 aligncenter" src="https://www.losthighways.it/wp-content/uploads/MANUEL_AGNELLI__1_2-1024x629.jpg" alt="MANUEL_AGNELLI__1_(2)" width="618" height="380" /></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Tu sei uno degli esponenti di una scena che ha costruito un’alternativa basata su numeri importanti nelle vendite di dischi e concerti. L’ostacolo maggiore per quella scena è stato proprio l’autoghetizzarsi?</strong><br />
Secondo me sì, non tanto per i più grandi di quella scena che invece hanno provato tutti ad uscire dal ghetto. Penso agli Almamegretta, ai La Crus, a Cristina Donà, ai Malene Kuntz che sono stati a Sanremo con Patti Smith come ospite. Quella scena ci ha provato, ma non è stata seguita da una gran parte del pubblico e soprattutto, secondo me, da una gran parte dei media specializzati perché, pur parlandone tanto, hanno sempre avuto un atteggiamento paternalistico nei confronti di quello che succedeva in Italia. <em>Bravi, sì, ma</em>… c&#8217;era sempre un ma.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>A Sanremo del resto quella scena è sempre stata la <em>quota indie</em>, no? </strong><br />
Sì, un po&#8217; sì. Ed era anche un modo per avere il controllo sul proprio orticello da parte di molti giornalisti. In più c&#8217;è stata la generazione di mezzo fra questa dei giovanissimi e la nostra che ha un po&#8217; distrutto tutto quello che avevamo contribuito a costruire. Una generazione che ha avuto poco da dire e che ha avuto anche un successo clamoroso, ma che ha lasciato ben poco perché, secondo me, non ha portato nuova linfa, ha usato tutto quello che avevamo costruito in tanti anni (festival, locali, ecc.) e poi alla fine non lo ha difeso. C&#8217;è stata una culura del mantra <em>io io io io</em> in questi ultimi anni, non c&#8217;è stato un senso di collettività vero. Negli anni ‘90 c&#8217;è stato invece, nonostante le differenze e le rivalità. Quello spirito di comunità lo ritrovo adesso in questa generazione. Per questo penso che sia molto forte.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Qual è invece l’ostacolo più grande per questa generazione di giovanissimi?</strong><br />
L&#8217;ostacolo più grande è proprio il desiderio umano di soddisfazione e visibilità. È naturale che un musicista voglia essere capito ed apprezzato, ma chiaramente con la situazione che c&#8217;è adesso è molto difficile, proprio per come è settato il sistema. Abbiamo a che fare con produzioni a catena di montaggio dove autotune ed intelligenza artificiale sono arrivati a sostituire la creatività. Invece il progresso dovrebbe essere un servizio. Questi ragazzi stanno cercando una risposta per non dipendere dalle dinamiche di oggi con un&#8217;attitudine tipica del passato, ma non ripetuta da modelli trascorsi perché non ce l&#8217;hanno un passato quindi loro non è che tornano lì, loro ci arrivano lì. Per questo hanno una forza dirompente che in maniera naturale appare opposta alla dinamica attuale strutturata ed imperante. Per chi non vive direttamente questo ambiente è difficile capire che un concerto, per esempio, per come lo si intende in maniera classica è cento volte più eccitante di un grande evento dove sei seduto in poltrona, magari con il visore a 3D che ti fa sentire sul palco con la band, ma vivendo passivamente una situazione non reale.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>E per di più da solo…</strong><br />
Esatto. Da solo ed isolato. Invece questi ragazzi hanno desiderio di comunità, di confronto, di condivisione. Ci vorrà del tempo per riattivare in maniera capillare questa dinamica, l&#8217;unica cosa da fare sarà suonare in giro il più possibile, raccontando questo tipo di attitudine, questo tipo di messaggio.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Tornando allo spazio di cui questa generazione necessita, parlami dei locali scelti per la prima sessione del tour…</strong><br />
Il preambolo riguarda la collaborazione con SIAE e l’importanza dei fondi per organizzare questo tour e promuovere una nuova generazione di autori che scrivono i loro pezzi. Questo è un modello che si discosta del tutto da quello delle squadre di produzione odierne che servono l&#8217;algoritmo e lanciano pezzi uguali per tutti, monopolizzando il mercato. A questa nuova generazione serve la rinascita dei centri dove si fa musica, ovvero i live club che ultimamente in Italia sono diventati purtroppo stanzoni vuoti che vengono affittati dai promoter quando devono portare i gruppi in tour, quindi non c&#8217;è più una programmazione artistica con un direttore artistico che si prende delle responsabilità, come accadeva una volta, penso al Velvet di Rimini, per farti un esempio. Eppure, nonostante le tante chiusure in era Covid, ci sono posti molto piccoli che sono tornati ad avere (solo alcuni non hanno mai smesso) una direzione artistica, quindi una programmazione, dei contenuti, facendo delle scelte precise. Sappiamo che in giro per tutta Italia ci sono questi spazi culturali, alcuni simili a Germi. Come ti dicevo prima, si tratta di luoghi dove non si fa solo musica, ma si organizzano presentazioni, stand-up comedy, classi per imparare a scrivere, a produrre. Durante i tre anni di Suoni dal Futuro vogliamo coinvolgerne il più possibile, per il momento per esigenze organizzative abbiamo scelto quelli che si sono dimostrati più interessati fin dall’inizio, quindi prima dell’intervento della SIAE, per giocarci la possibilità di mettere in piedi un piano più professionale. Siamo partiti da quelli che avevano già il sacro fuoco. Penso a I Candelai di Palermo, che conosco abbastanza bene perché ci sono stato diverse volte. Penso al Covo di Bologna, un posto storico dove è passato tutto l&#8217;underground sia italiano che internazionale degli ultimi anni e intorno a cui si radunano le persone che a Bologna lavorano per il tipo di linguaggio che vogliamo diffondere. Ti cito punti di riferimento per l&#8217;ambiente, per la regione di appartenenza, perché promuovono un certo modo di fare cultura, non sono semplicemente club dove si fanno eventi e dunque business, sono posti che hanno una visione e li abbiamo scelti per questo. Puntiamo su posti aggregativi che aiutano localmente a raccontare una storia diversa.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>I protagonisti assoluti di Suoni dal Futuro sono i giovanissimi. Ti chiedo in quale modo potrai supportare ulteriormente l’attenzione che deve restare alta per il buon esito delle varie tappe del progetto. Tornando alla rete di cui sopra, va costruita ed alimentata con il confronto ed il dialogo…</strong><br />
Noi porteremo avanti questo progetto. Io non ho la presunzione, e ci tengo a sottolinearlo, di bastare a una generazione perché cambi le cose. Spero che questo cerino che stiamo accendendo diventi un rogo, un incendio grazie all’adesione di altri. Che saltino pure sul carrozzone, no problem. Mi auguro di contaminare il più possibile anche figure che hanno la mia visibilità o altre situazioni che offrano possibilità a questi ragazzi di potersi esprimere. Non ci sono regole e non ci sono neanche formule magiche. Bisogna semplicemente essere consapevoli che il cambiamento è possibile. I giovani devono poter sbagliare, evolvere, maturare. Vogliamo costruire un percorso e il percorso deve essere il risultato da raggiungere per mutare lo stato delle cose.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Parlami della collaborazione con SIAE di cui accennavi prima e dell’importanza degli investimenti economici per nutrire e velocizzare una rivoluzione del pensiero che proprio i giovanissimi possono attuare…</strong><br />
Sono convinto che questa cosa sarebbe successa comunque, anche senza la mia notorietà ed i soldi. Per velocizzarla però, come dici tu, servono gli investimenti. Servono un certo tipo di visibilità e di penetrazione a livello di comunicazione e soprattutto la possibilità di poter sostenere i progetti economicamente, per strutturarli e dare un&#8217;immagine professionale. Quindi, certo che i soldi aiutano, però sono indispensabili per dare concretezza adesso, ma, secondo me, nel tempo questo nuovo fermento sarebbe cresciuto ugualmente perché è una necessità dei ragazzi. Naturalmente per mettere in piedi Suoni dal Futuro gli investimenti della SIAE sono stati fondamentali. Ciò che più conta è in assoluto la spinta a fare, è questo che io vorrei riuscire a trasmettere ai ragazzi.  Fare al di là di tutto, anche delle critiche. Lo dice la fisica: ad ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria, e questo succede sempre quando c&#8217;è un movimento, c&#8217;è sempre qualcuno o qualcosa che si metterà contro. Vorrei riuscire a trasmettere che prima di tutto bisogna agire e poi, al limite, correggere. Non puoi stare ad aspettare la situazione perfetta che non arriverà mai, devi creartela.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Quale può essere il passo successivo? Magari proposte per migliorare anche la normativa di settore? </strong><br />
Per il momento, no. Anche perché è troppo presto. Io ho solo individuato una direzione e la sto alimentando e questo voglio continuare a fare. Ovviamente le istituzioni possono fare tantissimo. Se ci sarà possibilità di dialogo in tal senso, ben venga. Penso all’importanza di recuperare una legge sulla musica, questo potrebbe essere già un primo passo. Penso anche alla necessità di raccontare la parte professionale del sistema musica. Sono tante le figure che lo compongono e meritano tutte rispetto perché parliamo di un mestiere molto difficile. In Italia questo rispetto manca, soprattutto dopo quasi 40 anni di disgregazione culturale che ha portato la gente a disinteressarsi, ad essere annichilita, come ti dicevo prima. Certamente non possiamo pensare di essere noi quelli che vedranno i cambiamenti. Noi possiamo soltanto pensare di trasmettere delle esperienze. Ho molta fiducia in questa generazione. Non voglio fare un discorso qualunquista, però se mi sono mosso così e mi sono preso questo tipo di impegno è perché sento che ne vale la pena.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Foto di Hugo Weber</em></p>
<p style="text-align: justify;"><img class=" size-large wp-image-51895 aligncenter" src="https://www.losthighways.it/wp-content/uploads/Locandina_Calendario-723x1024.jpeg" alt="Locandina_Calendario" width="618" height="875" /></p>
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		<title>L&#8217;importanza di rallentare: intervista a Spina</title>
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		<pubDate>Mon, 30 Mar 2026 20:35:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Amalia Dell'Osso]]></dc:creator>
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		<category><![CDATA[Interviste]]></category>

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		<description><![CDATA[Spina è un giovane cantautore originario della provincia di Salerno, ha lanciato il 27 Marzo Il mio posto migliore, un disco che vanta la produzione artistica di Claudio Domestico (Gnut) e Stefano Piro. Con un piccolo gioiello tra estetica punk, disagio generazionale e devozione per i Velvet Underground di Lou Reed, Spina racconta una storia personale &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class=" size-large wp-image-52075 aligncenter" src="https://www.losthighways.it/wp-content/uploads/SPINA_78-1024x683.jpg" alt="SPINA_78" width="618" height="412" /></p>
<p style="text-align: justify;">Spina è un giovane cantautore originario della provincia di Salerno, ha lanciato il 27 Marzo <a href="https://ffm.to/il-mio-posto-migliore"><em><strong>Il mio posto migliore</strong></em></a>, un disco che vanta la produzione artistica di Claudio Domestico (Gnut) e Stefano Piro. Con un piccolo gioiello tra estetica punk, disagio generazionale e devozione per i Velvet Underground di Lou Reed, Spina racconta una storia personale di cura e tempo lento, lontano dall&#8217;ansia di prestazione di questi tempi voraci. Lo abbiamo incontato per conoscere meglio la sua delicatezza e la sua voglia di provarci.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Raccontami di te. Da dove arriva la tua passione per la musica, come ti sei formato e come sei arrivato al disco d’esordio…</strong><br />
La mia passione per la musica nasce fin da bambino, mia zia e mio padre avevano una scuola di musica e passavo i miei pomeriggi tra pianoforti, chitarre e violini. Piano piano li ho scoperti e me ne sono innamorato. Poi è venuto da sé continuare per questa strada durante l’adolescenza, formare le prime band, fare i primi concerti, fino ad arrivare a questo disco.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Quali sono le tue influenze musicali e in che modo hanno nutrito il tuo stile?</strong><br />
Parto dal blues, che ho scoperto molto presto grazie a mio padre. Da quello sono passato al rock anni 70, in particolare quando ho scoperto i Velvet Underground e Lou Reed, me ne sono subito innamorato e sicuramente ha influito molto sul mio modo di suonare e scrivere .</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il titolo del disco ha una valenza autobiografica, ma non solo. Me ne parli?</strong><br />
Chiaramente, nelle mie canzoni parlo dei miei problemi e delle mie lotte personali. Confrontandomi con i miei coetanei però, ho capito che non ero l’unico ad avere difficoltà nel trovare il mio posto nel mondo. A quel punto il disco ha preso un altro sapore per me in primis, diventando un qualcosa che non sentivo più soltanto “mio”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Quali sono i temi de Il mio posto migliore?</strong><br />
In questo disco affronto relazioni complicate in famiglia, depressione e ansie verso il futuro. Ma parlo anche di amore e di speranza, ho capito che a volte bisogna essere più leggeri e prendersi meno sul serio per superare certi momenti.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Com’è nata la collaborazione con Claudio Domestico?</strong><br />
La collaborazione con Gnut è nata in piena pandemia, quando organizzò una Lab di Songwriting alla quale mi iscrissi, ma senza grandi aspettative. Lui si innamorò dei miei pezzi e, alla fine, decise di aiutarmi con la produzione di questo disco. Da questo è nata anche una grande amicizia che mi ha fatto crescere sia sul lato artistico che su quello personale.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il disco è ricco di arrangiamenti. Mettono il vestito migliore al corpo delle canzoni… che nascono come? Parti dalla melodia, dal testo? E con quale strumento su tutti?</strong><br />
Di solito, musica e parole escono insieme. Il mio strumento principale è senza dubbio la chitarra (sono partito da lì), ma proprio in pandemia ho imparato anche a suonare il pianoforte, che oggi è diventato il mio preferito. Per gli arrangiamenti devo ringraziare le visioni di Claudio Gnut e Stefano Piro, che hanno preso le mie idee grezze e le hanno trasformate nelle canzoni che compongono il disco.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Cosa pensi del sistema musica in Italia? Ti senti in qualche modo parte di una scena alternativa o ti senti invece isolato?</strong><br />
Mi sento sicuramente parte di una scena alternativa, ma che a volte fa molta fatica ad emergere. È difficile trovare posti in cui suonare, è difficile emergere in mezzo al mare di musica che esce ogni venerdì, ma credo che la costanza e la perseveranza alla lunga paghino.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Anche la musica purtroppo è vittima delle logiche dell’algoritmo. C’è quella dopata e quella che resta ai margini del flusso. Tu come ti poni rispetto alla falsa verità dei social?</strong><br />
È molto facile cadere nell’ansia da social. È sicuramente un meccanismo malato, ma con il quale bisogna fare i conti prima o poi se si vuole fare questo mestiere. Il mio approccio è la sincerità: cerco di costruire meno possibile ed essere me stesso, così da vivermela in modo sereno e continuare a concentrarmi sulla musica.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Sta ritornando al centro del dibattito l’importanza della riconquista degli spazi in cui poter suonare e, in generale, stimolare una rinascita culturale. Cosa pensi di Suoni da Futuro e dell’attenzione che Manuel Agnelli sta cercando di accendere sui giovani musicisti?</strong><br />
Come dicevo prima, non è semplice per un esordiente trovare spazi che lo accolgano artisticamente. Realtà del genere sono molto preziose secondo me, una resistenza di cui abbiamo bisogno. Non è scontato potersi esibire in realtà come quella creata da Manuel Agnelli, e non vedo l’ora di salire sul palco di Germi il 2 maggio!</p>
<p><iframe title="YouTube video player" src="https://www.youtube.com/embed/LJoWFU4nK5M?si=uce5U_5UdgBuygQQ" width="560" height="315" frameborder="0" allowfullscreen="allowfullscreen"></iframe><br />
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		<title>Candidi lottatori: intervista a Cristiano Godano (Marlene Kuntz)</title>
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		<pubDate>Sat, 28 Mar 2026 16:02:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Amalia Dell'Osso]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Editoriali]]></category>
		<category><![CDATA[Interviste]]></category>

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		<description><![CDATA[I Marlene Kuntz non hanno bisogno di alcun giro di parole di presentazione. Band simbolo di certa musica italiana alternativa (e non solo), hanno segnato e segnano il tempo con categorica e fascinosa densità. Dove il rumore si concilia con l’ardita melodia, la poesia serpeggia suadente e furente. Celebrano i trent’anni de Il Vile, un &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="aligncenter size-large wp-image-51922" src="https://www.losthighways.it/wp-content/uploads/65151584-71ec-dfbf-2f94-5b35f23e14a0-1024x682.jpg" alt="65151584-71ec-dfbf-2f94-5b35f23e14a0" width="618" height="412" /></p>
<p style="text-align: justify;">I Marlene Kuntz non hanno bisogno di alcun giro di parole di presentazione. Band simbolo di certa musica italiana alternativa (e non solo), hanno segnato e segnano il tempo con categorica e fascinosa densità. Dove il rumore si concilia con l’ardita melodia, la poesia serpeggia suadente e furente. Celebrano i trent’anni de <strong><em>Il Vile</em></strong>, un disco seminale che gode di forma smagliante e forza invidiabile. Per l’occasione un tour in giro per la Penisola ed una ristampa in versione speciale numerata e in edizione limitata, disegnata interamente dall’illustratore Alessandro Baronciani.<br />
Abbiamo esplorato insieme a Cristiano Godano il significato profondo dietro questa celebrazione. L’attenzione cade sulla coerenza artistica che fin dagli esordi ha guidato una vena creativa autentica sempre aliena da compromessi e fedele alla libertà di evolversi, nonostante l’indolenza di certo pubblico intransigente. Questa forma di resistenza musicale spiega perché <strong><em>Il Vile</em></strong> e la musica tutta dei Marlene Kuntz continuino ad offrire legittimazione emotiva a diverse generazioni.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>“Quando noi giochiamo facciamo così: musichiamo l’invincibile candore che asperge le nostre anime, dando voce al bisogno urgente di essere noi stessi”. </em>Recita così la presentazione de <em>Il vile </em>(riportata autografa in Nuotando nell’aria – La nave di Teseo, 2019). Vorrei iniziare da qui, da questa verità di trent’anni fa, per chiederti quanto risuoni ancora oggi nello spirito della celebrazione di questo disco.</strong><br />
Beh, visto che lo stiamo eseguendo sui palchi uguale a sé stesso, senza riarrangiamenti di sorta, direi che ovviamente risuona ancora oggi: il candore di allora viene come minimo riproposto. Ma mi spingerei oltre e parlerei dello stesso candore con cui da sempre e per sempre abbiamo fatto le nostre musiche nel corso degli anni, inseguendo un ideale di compiutezza artistica e non il lenocinio dei tanti soldi, che non ci sarebbero di certo dispiaciuti. Ma non essendo capaci di comporre cose che non ci rappresentano al cento per cento, abbiamo passato una vita a lottare per rimanere, anche sfidando i noiosi contestatori del &#8220;i veri Marlene sono quelli dei primi tre dischi&#8221;. Siamo sempre stati candidi, in tal senso, dei candidi lottatori.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Continuo sulla stessa linea, citando ancora quella presentazione… <em>“Tutto ciò di cui avete bisogno è amore per essere anche voi: </em></strong><strong><em>voi stessi”</em></strong><strong>. Parlami di quell’amore di allora. Quale significato aveva nel vostro rapporto di giovani musicisti con il pubblico? Oggi come lo percepite nel corso delle date dedicate al trentennale?</strong><br />
Oggi sentiamo come quell&#8217;amore fosse imperituro: a seguito di quel &#8220;i veri Marlene sono quelli dei primi tre dischi&#8221; molti si sono sfilacciati, e quella stupidissima frase ha fatto molti danni, ma chi è rimasto, tutt&#8217;altro che pochi, ne ha alimentato la sostanza, l&#8217;ha nutrita e sfamata, rendendola quel che è oggigiorno, un caloroso e commovente supporto affettuoso e pieno di ammirazione e rispetto, tanto da potersi beare di tutta la salvifica e stimolante autostima che ingenera. La nostra gratitudine si rispecchia negli occhi ammirati e commossi di chi, tantissimi, sta venendo a vederci in queste prime date di un tour che si spingerà sino in estate.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>E ancora… <em>“La musica è un’arte, la scrittura è un’arte”</em>. Chiosasti così quella presentazione. Una dichiarazione di intenti che non ammette alibi. Quanto è stato difficile per i Marlene Kuntz starci dentro e quanto lo è oggi?</strong><br />
Non è stato facile, e sempre quella frase che non riporto più ha creato i presupposti per una lotta difficile in un paese che non ha il rock nel suo DNA: il nostro esserci ancora ha i tratti dell&#8217;eroismo. Sento il detrattore borbottare&#8230;</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Ti giro intorno</em></strong><strong>, dove la musica viene esaltata come occasione di <em>“pura esaltazione, quasi di trasfigurazione”</em>. Cosa provi ogni volta che esegui il brano a distanza di trent’anni, in un’era in cui la musica sembra aver perso la sua fascinazione?</strong><br />
Non empatizzo mai coi miei testi mentre li eseguo dal vivo, quindi la questione in realtà non si pone.</p>
<p style="text-align: justify;"><img class="aligncenter size-large wp-image-51954" src="https://www.losthighways.it/wp-content/uploads/foto-683x1024.jpg" alt="foto" width="618" height="927" /></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Cosa significa celebrare? Ricordare o rinnovare? In cosa i trent’anni attraversati segnano la performance sul palco e condizionano la fedeltà a brani pensati nel passato?</strong><br />
Noi semplicemente ci divertiamo molto: tolti quei due o tre pezzi che eseguiamo spesso dal vivo, gli altri sono pur sempre pezzi che come minimo non eseguiamo da dieci anni a questa parte, quando festeggiammo il ventennale, e riprenderli è eccitante come con qualsiasi altro pezzo del nostro repertorio che venga ripescato dopo un tot di tempo. Celebrare significa, per me, festeggiare un disco che è nel cuore di molti. In tutta onestà se sapessimo che potesse funzionare così per ogni altro nostro disco, faremmo una celebrazione a ogni ricorrenza: sarebbe una magnifica occasione per continuare a farsi pagare per ciò che facciamo, visto che i dischi pagano zero (ecco il motivo per cui sempre più tardiamo a farne di nuovi). Ma, complice anche quello che è contenuto nella solita frase nelle due prime risposte a questa intervista, agli altri dischi non è concesso tanto onore: non verrebbe così tanta gente come quella che viene per <strong><em>Il vile</em></strong> o <strong><em>Catartica</em></strong>.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il rapporto con una parte di pubblico “intransigente”, che poi è quello anche de <em>Il vile</em>, è diventato complicato negli anni. I Marlene Kuntz hanno esplorato nuove soluzioni, arrivando ad immergere il furore in una certa morbidezza e lentezza che hanno segnato poi le vostre produzioni. Con quel pubblico avete fatto pace?</strong><br />
Direi che dalle mie risposte precedenti si evince un &#8220;no&#8221;. Ma accolgo con estremo piacere e benevolenza chiunque abbia modo di ravvedersi, come il padre col figliuol prodigo. E d&#8217;altronde la mia benevolenza è disponibile a riconoscere sincera gratitudine per quella fedeltà, pur se relegata ai soli primi tre dischi. Sono sempre pronto a far pace, in caso di genuino ravvedimento. Se no, amici come prima del quarto disco.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Il vile </em></strong><strong>ha segnato la musica alternativa italiana, spingendo l’inquietudine e la fragilità ad un nuovo linguaggio dove la delicatezza e l’impeto hanno innescato un gioco di specchi in cui più generazioni hanno trovato legittimità emotiva. Al di là della celebrazione del trentennale, parlami dell’attualità dei brani, della loro universalità proprio in questi tempi così vuoti e feroci, per la musica e per l’essere umano…</strong><br />
Questa domanda ricorre spesso, e pretende che io sottintenda, come immagino facciate voi, che questa attualità sia un evidente dato di fatto: io non lo sottintendo in verità, ma prendo a mia volta atto che parrebbe le cose stiano così, ed è molto soddisfacente. Di certo vi sono frasi che estrapolate dal loro contesto funzionano al giorno d&#8217;oggi: <em>&#8220;Probabilmente io meritavo di più&#8221;</em>, <em>&#8220;Come stavamo ieri&#8230; sarà così domani? Dimmi di si&#8221;</em>, le prime che mi vengono in mente. E poi c&#8217;è la canzone che apre il disco, <strong><em>3 di 3</em></strong>, che è un threesome: direi che anche oggi il threesome è in voga&#8230;</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il brano che allora ti creava più difficoltà nell’esecuzione live? Ovviamente non parlo soltanto dell’aspetto tecnico. Oggi, invece?</strong><br />
Difficile ricordare, però a naso potrei forse dire <strong><em>L&#8217;esangue Deborah</em></strong>: una canzone delicata come ne avremmo fatte sempre più nel corso del tempo (mi sono sempre chiesto come mai proprio questa sia un pezzo &#8220;da veri Marlene&#8221; e altre tipo, che ne so, <strong><em>Adele</em></strong> no: misteri del fanatismo), che in quel periodo estremamente irruente e ancora inesperto poteva esser difficile da gestire e rendere con la giusta enfasi in mezzo a tanto caos. Ora come ora credo che la più difficile sia rimasta fuori scaletta: <strong><em>E non cessa di girare la mia testa in mezzo al mare</em></strong>, ma solo perché ha una quantità importante di parole nelle strofe, che temo mi avrebbe messo in difficoltà con la gestione del fiato, essendo passati trent&#8217;anni e non essendo più io un giovinotto. Devo dire che per come sto performando sui palchi, con mia stessa, somma sorpresa, avrei &#8220;portato a casa&#8221; anche lei. Ma va bene così.</p>
<p style="text-align: justify;"><img class="aligncenter size-large wp-image-51923" src="https://www.losthighways.it/wp-content/uploads/243939e9-4f6c-1d60-c333-d2a915f9a3ba-1024x1024.jpg" alt="243939e9-4f6c-1d60-c333-d2a915f9a3ba" width="618" height="618" /></p>
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		<title>Tra memoria e rinascita, il cuore dei Pineapple Thief rivisita il proprio passato in Retracing Our Steps: Intervista a Bruce Soord</title>
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		<pubDate>Sun, 15 Feb 2026 19:13:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Vladimiro Vacca]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Editoriali]]></category>
		<category><![CDATA[Interviste]]></category>

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		<description><![CDATA[Da oltre vent’anni Bruce Soord è una presenza familiare per i lettori di Losthighways.it, che nel corso dei decenni lo ha incontrato più volte seguendo da vicino l’evoluzione dei The Pineapple Thief. Con l’uscita di Retracing Our Steps, l’imponente antologia che ripercorre gli anni 2007–2014 della band attraverso nuovi mix, rarità e un ricco earbook, &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong><img class="aligncenter size-large wp-image-51826" src="https://www.losthighways.it/wp-content/uploads/thepineapplethief_int_2026-1024x683.jpeg" alt="thepineapplethief_int_2026" width="618" height="412" />Da oltre vent’anni Bruce Soord è una presenza familiare per i lettori di Losthighways.it, che nel corso dei decenni lo ha incontrato più volte seguendo da vicino l’evoluzione dei The Pineapple Thief. Con l’uscita di <em>Retracing Our Steps</em>, l’imponente antologia che ripercorre gli anni 2007–2014 della band attraverso nuovi mix, rarità e un ricco earbook, abbiamo colto l’occasione per tornare a dialogare con lui. Ne è nata una conversazione sincera e approfondita, in cui Soord rilegge quel periodo cruciale con uno sguardo nuovo, tra ricordi personali, sfide condivise e la consapevolezza di quanto quei dischi abbiano segnato la storia del gruppo.</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Cosa ti ha spinto a tornare su quello specifico periodo dei The Pineapple Thief e a mettere insieme un’antologia così ampia come *Retracing Our Steps*? Perché questo è stato il momento giusto per guardare indietro a quegli anni?</strong><br />
Ricordo che qualche anno fa la mia etichetta, Kscope, mi chiese se fossi disposto a realizzare una serie di antologie, e naturalmente dissi di sì senza fermarmi un attimo a considerare la quantità di lavoro che avrebbe richiesto! Ho completato la prima era (1999–2006) qualche anno fa, quindi era il momento giusto per dedicarmi a questa, che ci porta fino a <em><strong>Magnolia</strong></em> del 2014, dopo il quale Gavin Harrison è entrato nella band.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>L’earbook include un libro di 76 pagine scritto con Polly Glass, con ricordi personali e corrispondenza. Com’è stato tornare a quei momenti e cosa speri che i fan colgano da questa parte scritta?</strong><br />
È stato come una seduta di terapia! Ci siamo ritrovati lì, io, Jon e Steve, a parlare di cosa significasse sopravvivere in una band contro ogni previsione. Rivivere quei momenti fa davvero impressione: è notevole che siamo rimasti uniti. Avevamo pochissimi soldi, lavoravamo tutti a tempo pieno, cercavamo di bilanciare la vita familiare con il tentativo di emergere come band. Io non ero la persona più facile con cui stare, spesso, e devo davvero ringraziare Jon e Steve per avermi sopportato. Oggi molti notano quanto l’ambiente sia rilassato quando ci vedono lavorare quotidianamente. Ricordo sempre a tutti che è molto più semplice quando le cose vanno bene. Spero che leggendo le parole di Polly si possa capire cosa abbiamo attraversato per arrivare dove siamo oggi.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Hai remixato e rimasterizzato personalmente tutto il materiale per il 2025, inclusi i mix immersivi Dolby Atmos e 5.1. Secondo te, cosa aggiunge il formato Atmos all’esperienza d’ascolto di questi album?</strong><br />
Quando qualcuno viene nel mio studio, faccio sempre ascoltare prima un mix in stereo, poi in 5.1 e infine in Atmos. È sempre divertente vedere le loro facce quando passiamo all’Atmos: il suono ti avvolge e arriva anche dall’alto. Letteralmente, la musica proviene da ogni angolo della stanza. È un’esperienza d’ascolto incredibile.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Diversi album della raccolta includono bonus track e versioni alternative. Come hai scelto quali rarità includere e cosa rivelano questi materiali aggiuntivi sull’evoluzione della band in quel periodo?</strong><br />
Mentre lavoravo al cofanetto ho trovato parecchi brani nascosti, alcuni dei quali mi hanno davvero sorpreso – soprattutto pezzi come <em><strong>Open Water</strong></em>. Una cosa che capisci quando torni sul tuo passato è quanto la scrittura sia cambiata negli anni. Mi sono divertito ad ascoltare (la maggior parte!) dei brani, ma oggi non scriverei più in quel modo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Uno dei dischi è interamente dedicato alle versioni acustiche. Cosa ti ha ispirato a rivedere questi brani in una forma così essenziale? Il processo ha cambiato il tuo rapporto con il materiale originale?</strong><br />
Sì, credo abbia dimostrato che (la maggior parte!) dei brani regge anche in versione spogliata, che è sempre il segno di una buona canzone. Se non puoi suonare un brano solo con una chitarra acustica, allora non funziona. Questi mix hanno anche permesso agli splendidi arrangiamenti orchestrali di Andrew Skeet di emergere maggiormente, soprattutto nei pezzi tratti da <em><strong>All The Wars</strong></em> e <em><strong>Magnolia</strong></em>.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Guardando al periodo 2007–2014 attraverso nuovi mix, materiale bonus e contenuti d’archivio, c’è qualcosa che ti ha sorpreso o colpito in modo diverso rispetto a quando quegli album uscirono per la prima volta?</strong><br />
Quando pubblichi un album è molto difficile avere una prospettiva chiara, perché sei completamente immerso nel processo. Non ascoltavo questi dischi da molto tempo, quindi ho potuto davvero apprezzarli, quasi come un ascoltatore alla prima esperienza. Con l’eccezione forse di uno o due brani in cui pensavo: “Bruce, ma cosa diavolo stavi pensando quando hai scritto questo?!”. Ho apprezzato quanto fossero buone le canzoni e come reggano ancora oggi. In particolare <em><strong>Someone Here Is Missing</strong></em> e <em><strong>Magnolia</strong></em>. Scusate se finisco l’intervista lodandomi da solo!</p>
<p style="text-align: justify;"><img class="aligncenter size-large wp-image-51827" src="https://www.losthighways.it/wp-content/uploads/thepienapplethief_in_2026_21-1024x902.jpg" alt="thepienapplethief_in_2026_21" width="618" height="544" /></p>
<h3 class="style-scope ytd-watch-metadata">All You Need to Know &#8211; Video</h3>
<p><iframe title="YouTube video player" src="https://www.youtube.com/embed/VT1CT2Og6Mw?si=g8uITOrjXdk8BVYh" width="560" height="315" frameborder="0" allowfullscreen="allowfullscreen"></iframe></p>
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		<title>Dove il suono respira e la vulnerabilità trova forma: Intervista a The Silent Carnival</title>
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		<pubDate>Sun, 15 Feb 2026 18:06:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Vladimiro Vacca]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Editoriali]]></category>
		<category><![CDATA[Interviste]]></category>

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		<description><![CDATA[In Liminal, Marco Giambrone – alias The Silent Carnival – attraversa territori sonori sospesi, dove strumenti antichi, elettronica imperfetta e silenzi carichi di significato diventano materia viva. In questa conversazione con Losthighways.it, il musicista racconta la genesi di un disco più corporeo e nitido dei precedenti, nato da un periodo di fragilità e trasformazione, tra &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong><img class="aligncenter size-large wp-image-51817" src="https://www.losthighways.it/wp-content/uploads/Silent-Carnival-6-Ph-Riccardo-Scibetta-1024x836.jpg" alt="Silent-Carnival-6-Ph-Riccardo-Scibetta" width="618" height="505" />In <em><a href="https://www.losthighways.it/2026/01/18/liminal-silent-carnival/" target="_blank">Liminal</a></em>, Marco Giambrone – alias The Silent Carnival – attraversa territori sonori sospesi, dove strumenti antichi, elettronica imperfetta e silenzi carichi di significato diventano materia viva. In questa conversazione con Losthighways.it, il musicista racconta la genesi di un disco più corporeo e nitido dei precedenti, nato da un periodo di fragilità e trasformazione, tra collaborazioni decisive, ricerca timbrica senza confini e un dialogo costante con la propria interiorità. Una testimonianza sincera di come la musica possa farsi spazio liminale, frattura e cura allo stesso tempo. </strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Nel disco sembra esserci una tensione costante tra strumenti antichi e un’elettronica volutamente imperfetta. Come hai lavorato per far convivere queste due anime senza che una prevalesse sull’altra?</strong><br />
La parte embrionale di queste canzoni è nata utilizzando prevalentemente una chitarra classica e, in origine, il mio progetto era quello di realizzare un disco estremamente scarno utilizzando pochi strumenti. Come spesso accade però, da sperimentazioni casuali nascono idee e ipotesi completamente differenti, quindi ho iniziato ad affiancare agli strumenti acustici i sintetizzatori, i loop, chitarre elettriche con riverberi lunghissimi, e rumori assortiti. Il mio rapporto con l’elettronica è totalmente istintivo e poco tecnico. Tiro fuori dalle macchine ciò che mi è utile, in modo spesso poco ortodosso, Alla fine credo si sia trovato un bilanciamento tra le due anime.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il minimalismo di <em>Liminal</em> appare più corporeo rispetto ai tuoi lavori precedenti. Qual è stato il processo che ti ha portato a rendere il suono più “vissuto” e meno etereo?</strong><br />
Credo che nel corso degli anni, in un processo lento e graduale, questo progetto si sia focalizzato più sulla forma canzone. Intendo che nei primi lavori c’era molto più spazio per la musica strumentale, i droni e i suoni astratti. Forse l’utilizzo più frequente di strumenti acustici ha portato ad una maggiore sintesi e concretezza. Credo che l’utilizzo di uno strumento piuttosto che un altro, nella fase di scrittura possa determinare una identità ben precisa nel risultato finale del lavoro.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Brani come <em>November</em> e <em>Song for a Mirror</em> sembrano costruiti tanto sui silenzi quanto sulle note. Che ruolo ha il vuoto sonoro nella tua scrittura e come decidi quando “lasciare spazio”?</strong><br />
A volte credo che una canzone debba semplicemente “respirare”. Se ci muoviamo su dei ritmi lenti e affrontiamo un testo che parla di fragilità o nostalgia, allora immagino che ogni nota può rimanere sospesa e che ci sia spazio prima che arrivi la successiva. Se c’è silenzio allora ho la possibilità di inserire dei suoni fragili, appena udibili e questi ultimi hanno lo stesso peso di quelli principali per me. Ecco il silenzio ha sempre avuto un ruolo importantissimo nella mia scrittura e penso lo avrà sempre.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>In <em>Vertige</em> la dimensione più instabile del disco prende forma attraverso rumori, strumenti autocostruiti e una tensione quasi fisica, a cui si aggiunge la presenza di Cesare Basile. In che modo questa collaborazione ha influenzato la costruzione della “frattura sonora” del brano e cosa rappresenta per te, a livello tematico, questo spazio di instabilità così profondamente umano?</strong><br />
Avevo appena registrato la struttura principale di Vertige e subito ho pensato che fosse necessario un intervento esterno che cambiasse direzione alla canzone in maniera forte. Ho sempre avuto la fortuna di collaborare con grandi musicisti che hanno portato sempre il loro linguaggio personale trasformando il mio punto di vista in qualcosa di più ampio. Cesare ha interpretato perfettamente il senso di un pezzo che parla di un periodo estremamente segnante per me e i suoni che ha scelto sono perfetti nello svolgersi di questo racconto. L’elettronica nervosa della prima parte, il raddoppio del tema principale con la chitarra acustica e le note finali di vibrafono che accompagnano una timida speranza.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La recensione parla di un folk quasi rituale, arcaico. Da dove nasce questa ricerca timbrica e quanto è legata alle tue radici o a un immaginario più universale?</strong><br />
Non ho mai cercato di seguire un genere preciso o appartenere a una scena. Fin dall’inizio furono utilizzati termini come dark-folk o musica rituale ecc…Ho solo seguito la mia sensibilità musicale, una predisposizione sicuramente per i ritmi rallentati e le atmosfere dilatate ma non avevo in mente una formula da ripetere. Non penso che questa ricerca timbrica sia strettamente legata alle mie radici. Siamo il frutto di tutto quello che abbiamo attraversato ma ho sempre cercato di guardare oltre, a volte lontano, a volte vicino. Di sicuro nel corso degli anni mi ha sempre più appassionato il mescolarsi di generi, strumenti, culture apparentemente lontane e mi auguro che nella musica ci sia sempre più spazio per l’ibridazione.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>In<em> Liminal</em> sembra esserci un dialogo costante con un sé riflesso, fragile e distante. Quali sono i temi interiori che ti hanno guidato nella scrittura del disco?</strong><br />
Il distacco, la mancanza e l’elaborazione della perdita sono stati da subito dei temi ricorrenti nella scrittura di questi pezzi. Era proprio quello il periodo in cui tutti questi sentimenti mi attraversavano e a un certo punto ho deciso di esorcizzare il tutto scrivendo quello che sentivo e cercando di scegliere i suoni più adeguati. Tutto questo chiaramente è presente con maggior evidenza nei testi che in questo disco sono molto più diretti del solito.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Rispetto a <em>Somewhere</em> e <em>My Blurry Life</em>, questo lavoro appare più nitido, più incarnato. È stata una scelta consapevole o un’evoluzione naturale del tuo modo di stare dentro la musica?</strong><br />
Da “My blurry life” a oggi ho avuto modo di lavorare con musiche diverse. C’è stato il disco realizzato con Giuseppe Cordaro dove ci siamo mossi in territori ambient ed elettroacustici e il tour di Saracena di Cesare Basile in cui sono entrato in contatto con suoni per me nuovi ed estremamente affascinanti. Queste esperienze mi hanno dato tanto e mi hanno permesso di approcciare la musica con sempre crescente apertura e sperimentazione. Poi ahimè tendo a lavorare in maniera maniacale a ogni piccolo suono e non mi fermo fino a quando non sono completamente convinto. Quindi si, evoluzione naturale.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Se dovessi immaginare <em>Liminal</em> come colonna sonora di un film del passato, quale opera cinematografica senti più vicina al suo immaginario sonoro e perché proprio questa scelta?</strong><br />
Rispondo istintivamente, <em><strong>Il cielo sopra Berlino</strong></em>. Gli interrogativi sul senso della vita e della morte che pervadono il film credo si possano ricollegare bene ai temi dell’album. Il bianco e nero, la poesia e la sensibilità di Wenders e l’umanità di un angelo che rinuncia all’immortalità per il desiderio di un amore. Nel film ci sono già delle musiche intoccabili ma per un momento cerco di dimenticarle.</p>
<h2>November &#8211; Video</h2>
<p><iframe title="YouTube video player" src="https://www.youtube.com/embed/Ekokr8OQoQ0?si=cfk3fxPvSwDU7JJt" width="560" height="315" frameborder="0" allowfullscreen="allowfullscreen"></iframe></p>
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		<title>Una forma di gioia, ancora: intervista ad Alessandro Grazian</title>
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		<pubDate>Thu, 05 Feb 2026 16:48:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Amalia Dell'Osso]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Editoriali]]></category>
		<category><![CDATA[Interviste]]></category>

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		<description><![CDATA[Foto di Alessandra Rinaudo Il sistema musica di questi tempi bugiardi è avvolto dal delirio di numeri liquidi. Una realtà distorta che illumina la mediocrità e soffoca nell&#8217;ombra la creatività e la qualità. Eppure c&#8217;è chi percorre la strada dell&#8217;integrità, della ricerca, della sperimentazione, assecondando la fame di bellezza e la gioia di fare, sempre &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter size-large wp-image-51806" src="http://www.losthighways.it/wp-content/uploads/Grazian2025_2_PhAlessandraRinaudo-1024x682.jpg" alt="Grazian2025_2_PhAlessandraRinaudo" width="618" height="412" /></p>
<p style="text-align: center;"><em>Foto di Alessandra Rinaudo</em></p>
<p style="text-align: justify;">Il sistema musica di questi tempi bugiardi è avvolto dal delirio di numeri liquidi. Una realtà distorta che illumina la mediocrità e soffoca nell&#8217;ombra la creatività e la qualità. Eppure c&#8217;è chi percorre la strada dell&#8217;integrità, della ricerca, della sperimentazione, assecondando la fame di bellezza e la gioia di fare, sempre e nonostante tutto. <strong><em>Grazian</em></strong> è un disco da proteggere, da amare. <em><strong>Grazian</strong></em> è una storia. Una storia di tante storie. Canzone per canzone. <strong><em>Grazian</em></strong> è un cognome, quello di Alessandro, cantautore colto, raffinato, estremo a suo modo. <em><strong>Grazian</strong></em> è una forma di pudore, ma anche un&#8217;esplosione di grazia, tra tradizione e modernità. Il 7 novembre è uscito in digitale, ma il consenso di un pubblico attento lo ha reso vinile in edizione limitata. Ve lo raccontiamo nell&#8217;intervista a seguire.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Questo disco porta, a mo’ di vessillo di ﬁerezza, il tuo cognome. Un disco eponimo, dunque. La scelta di evitare un titolo sembra suggerisce la volontà di una dichiarazione di identità molto forte ed insieme una rivendicazione di proprietà intellettuale. Nasconde altro ancora?</strong><br />
L’idea di non dare un titolo all’album e di pubblicare il disco usando il solo nome Grazian è nata già mentre scrivevo le canzoni e, strada facendo, ha preso sempre più signiﬁcato. Pensarla in questo modo in fase di scrittura mi ha dato più libertà nell’approccio creativo: volevo che fosse un po’ un nuovo inizio. In verità volevo essere soprattutto minimale ed essenziale; volevo nascondermi un po’ dietro al mio cognome, come se non usare più il mio nome potesse essere una forma di pudore.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il coraggio dell’autoproduzione conferma la rivendicazione di proprietà di cui sopra. Conoscendoti, conoscendo la pausa in cui hai protetto la tua vena cantautorale, si è trattato di una forma di resistenza, ma anche di una dichiarazione di intenti in un’era in cui vince chi ﬁnge. Qualcuno cantava di <em>direzione ostinata e contraria</em>. </strong><br />
Dieci anni fa, in piena esplosione Itpop, ho scelto di dedicarmi alla musica strumentale e mettere in stand-by la mia carriera da cantautore. Non è stata una scelta facile ma si è rivelata profondamente salutare perché facendo così ho <em>protetto</em> la mia vena di songwriter dalle insidie di nuove delusioni che avrebbero potuto portarmi ad un vicolo cieco nel quale sarei ﬁnito per smantellare il mio amore per le canzoni.<br />
Dopo il mio ultimo tour a ﬁne 2015, ho capito che le energie che ero in grado di dedicare con entusiasmo e determinazione alla mia carriera di cantautore erano quasi esaurite e non parlo di energie creative, ma di capacità di portare il peso di una costante autoproduzione.<br />
Insomma, ero arrivato a quel punto in cui le band si sciolgono, ma essendo io un cantautore non potevo certo ricorrere a questa soluzione. A inizio 2016 ho voluto perciò scordarmi a tempo determinato di essere un cantautore e così, appena ho ﬁnito il mio ultimo tour, mi sono messo a lavorare anima e corpo a Torso Virile Colossale, il mio side-project che è una sorta di alter ego dove esprimo tutto un altro mio immaginario e tutta la mia vena da compositore di musica strumentale. Grazie a Torso Virile Colossale ho trovato altre opportunità professionali e artistiche suonando in Musei, Siti Archeologici, Cinema e altri spazi interessantissimi.<br />
Le canzone, nel frattempo, è diventata qualcosa che mi accadeva di scrivere mentre lavoravo ad altro e questa è stata la migliore medicina per me. Tutto questo è accaduto lontano dai riﬂettori, guidato dalla volontà di scrivere solo quello che mi andava, ma l’ho fatto senza clamore, solo per me.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Sappiamo bene quanto possa essere frustrante prendere le distanze dai propri progetti e quanto possa esserlo tornare a nutrirli senza troppe aspettative in termini di riscontro, sia per l’eccesso di proposte che per la mancanza di un circuito davvero alternativo al delirio dei numeri liquidi. Parlami dei pensieri, dei sentimenti che ti hanno attraversato nel tempo di scrittura e di registrazione di <em>Grazian</em>. </strong><br />
La realizzazione di questo album potrei dividerla in due fasi: una prima che va dal 2016 al 2020 nella quale ho voluto lasciami alla spalle la mia carriera di cantautore, disintossicandomi da una certa scena, scrivendo in libertà musica strumentale e approcciandomi alle canzoni quasi esclusivamente sperimentando forme e contenuti, senza nessun progetto di pubblicazione. Quando poi ho ricaricato le batterie, è iniziata una seconda fase, a partire dall’estate 2020, nella quale mi sono ritrovato a scrivere canzoni come Nonostante e Via Saterna che mi hanno fatto scattare la voglia di lavorare ad un nuovo album.<br />
Il mio nuovo equilibrio raggiunto aveva a che fare con il fatto che, mentre scrivevo queste canzoni, mi sentivo libero di parlare di quello che volevo, senza dovere pensare di trovare necessariamente un <em>ﬁl rouge </em>con il mio canzoniere del passato. In questo senso anche l’idea di uscire semplicemente con il nome Grazian mi ha aiutato a sentire meno il peso dell’eredità della mia vecchia avventura discograﬁca.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il disco suona denso, pieno, colto, ricco di variazioni. Tra virate rock, progressioni che sterzano impeccabili, inserti ariosi, riesci a stare in meraviglioso equilibrio tra la migliore tradizione della canzone italiana 60/70 e la modernità. Parlami di questo suono, degli arrangiamenti e delle orchestrazioni che hanno la tua ﬁrma.</strong><br />
Ho cercato di fare un album che rispecchiasse il mio amore per la musica che di volta in volta si rinnova con sfumature diverse. Da un certo punto di vista, credo che, come spirito, sia il mio disco più ‘ﬁne anni ’70. I sassofoni tenori o contralti, ad esempio, non erano mai apparsi in un mio album ed è stato intrigante scrivere delle parti di arrangiamento per i ﬁati che poi sono state eseguite da Enrico Gabrielli. Ho mischiato molte reference, da Bacharach alla Motown, dalla new wave al pop psichedelico, dal rock cupo alle power ballad.<br />
Non volevo però che fosse un disco troppo eterogeneo e quindi ho lavorato di cesello per amalgamare il più possibile tutto in fase di orchestrazione prima e in fase di registrazione poi. C’è stata grande cura nelle registrazioni per rendere il tutto più a fuoco possibile senza usare nessuna facile scorciatoia.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Raccontami anche come hai scelto i compagni di questa nuova avventura discograﬁca.</strong><br />
Innanzitutto questo disco si è concretizzato grazie alla mia collaborazione con Davide Andreoni, un amico nonché uno dei miei musicisti preferiti in Italia. Davide è un grande talento con il quale ho totale aﬃnità. Le registrazioni sono state curate in buona parte da lui e in alcuni brani abbiamo condiviso la produzione. Inoltre, appena ho iniziato a ragionare sull’idea di fare un disco, è stato Davide il mio primo interlocutore, colui che ha saputo ascoltare, consigliare e criticare dove è stato necessario.<br />
Poi naturalmente sono una testa dura e la quasi totalità delle cose le ho volute fortemente io, ma comunque penso che dietro la riuscita di un’opera anche fortemente solitaria non possa mancare un complice, nel mio caso è stato Davide Andreoni.<br />
Come era successo nel mio ultimo album di canzoni dieci anni fa, buona parte degli strumenti sono stati suonati da me ovvero chitarre/bassi/pianoforti/organi, ma non sono mancati altri musicisti come Enrico Gabrielli ai ﬁati (praticamente un fratello per me), Emanuele Alosi alla batteria (che aveva già suonato nel tour de L’Età più forte, ma mai in un mio disco di canzoni). Lo stesso Davide ha suonato alcune chitarre e organi e poi ci sono stati Franco Pratesi ai violini e Francesco Chimenti al pianoforte di uno shot (quel giorno è passato a trovarci in studio e gli ho chiesto al volo di suonare il pezzo).</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>In alcuni brani ho sentito un impeto che a Benvegnù sarebbe piaciuto moltissimo. In qualche modo ti ha ispirato? </strong><br />
Sì, penso che dobbiamo tutti qualcosa a Paolo, mi sarebbe tanto piaciuto fargli ascoltare queste canzoni, purtroppo l’ultima volta che ci siamo visti è stato tre anni fa. Era bello chiacchierare con Paolo, mi faceva sentire meno solo e parte di qualcosa di più grande.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Cosa è cambiato nel modo di gestire la tua vocalità rispetto ai lavori precedenti?</strong><br />
Sono ﬁnalmente riuscito a fotografe un’attitudine nell’intenzione della voce che ho dal vivo ma che nei dischi ho sempre fatto fatica a ﬁssare. Purtroppo nell’autoproduzione a volte è così: sei talmente impegnato a curare tutti i dettagli, ad assicurarti che ogni strumento dia il meglio che quando arrivi alla ﬁne e giunge il momento di cantare… sei banalmente stanco, le ore in studio non bastano più, il budget è ﬁnito e le energie esaurite: è amaro da dire ma è successo in alcuni miei dischi. Questa volta ho deciso che non sarebbe andata così e quindi mi sono ritagliato da subito una settimana intera per me, per dedicarmi solo alle voci. Le ho registrate da solo, in campagna a Padova, nella cameretta di quando ero bambino, allestendo una piccola postazione con tutti i crismi aﬃnché la ripresa fosse professionale.<br />
A parte questo aspetto, confermo di avere ritrovato una vocalità più vicina all’irruenza dei miei esordi, credo di avere ritrovato il piacere di cantare.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Cosa ascoltavi e cosa leggevi negli anni in cui <em>Grazian </em>ha preso forma?</strong><br />
Questo album è ﬁglio di un decennio di esperimenti e nutrimenti molteplici, anche schizofrenici, ma se vado a guardare le letture di questi ultimi dieci anni posso sintetizzare dicendo che ho di fatto smesso di leggere libri che rispondevano al mio bisogno di cercare risposte esistenziali ed identitarie. Mi sono dedicato invece da un lato a molta saggistica, soprattutto legata al Cinema, e poi c’è stata una fase nella quale sono ﬁnito a leggere con foga tanti libri più leggeri d’avventura di ﬁne 800 e inizio 900 (La ﬂuorescenza che viene dal mare che canto in Chiedi a Barabba viene ad esempio dal Corsaro Nero di Salgari, che di notte nell’oceano crede di vedere in fondo al mare in forma di fantasmi luminosi i fratelli uccisi da Wan Gult).<br />
Credo che questo abbia risposto al mio bisogno di nutrirmi di storie perché volevo raccontare delle storie anch’io in questo album, mischiando biograﬁa e fantasia. Riguardo alla musica, tra le cose che ho ascoltato di più durante la lavorazione del disco c’è senza dubbio Jonathan Bree, artista neozelandese pressoché sconosciuto in Italia che amo molto.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Cosa ti aﬀascina in particolare di Dino Buzzati che fa capolino in <em>Via Saterna</em>?</strong><br />
Quella di Poema a Fumetti è una mia ﬁssa da più di vent’anni, quando andai a Belluno a vedere una mostra dedicata a questa sua opera nella quale erano esposte le tavole originali disegnate da Dino Buzzati.<br />
Da allora la storia di Orﬁ ed Eura, raccontata e disegnata da Buzzati, mi ha sempre intrigato e vivendo a Milano, da veneto trasferito nel capoluogo meneghino come lui, mi sono sempre sentito attratto da questa città e dall’idea di raccontarla con un tocco di realismo magico. Era solo questione di tempo. Via Saterna l’ho scritta il 15 agosto 2021 a Milano, me lo ricordo ancora.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Veniamo quindi ai temi delle canzoni. In primis, raccontano il tuo modo di vedere l’Amore.</strong><br />
Mi sono ritrovato a cantare l’amore, un tema che non è mai stato davvero al centro dei miei testi. Mi sentivo pronto per farlo ma naturalmente l’ho fatto a modo mio, raccontandone soprattutto la parte più scomoda e diﬃcile ovvero quando le cose non vanno come vorremmo, quando ci si allontana, quando insomma amore fa rima con dolore. Da un lato un grande bisogno di amare e di essere amati, dall’altro un inquietudine esistenziale che penso ci tocchi più o meno tutti.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Tra i versi emerge una forma di sarcasmo che delinea una posizione critica e alternativa al sistema odierno di cui abbiamo parlato prima. Penso a <em>Scontro Frontale</em>, <em>Voglio amarvi </em>e <em>Via Saterna</em>, in particolare.</strong><br />
Sì, è così, il sarcasmo mi aiuta ad aﬀrontare meglio l’amarezza che provo rispetto a tante cose, dalla politica alla società attuale, ﬁno al campo della musica. Non sono mai stato un conformista ma non sono neppure mai stato un ribelle che si esprime sfasciando cose o facendo dissing: ho sempre e solo cercato di trasformare la mia rabbia in gesti creativi. Non ho mai permesso alla mia disillusione di corrodere le mie idee e la mia gioia nel fare.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Cuore </em></strong><strong>è il singolo che hai scelto per aprire il sipario su <em>Grazian</em>. Mi parli dei motivi di questa scelta? </strong><br />
È un brano che contiene il mio passato e il mio presente, la mia vita prima di venire a Milano e il mio sguardo contemporaneo. Credo di aver sentito il bisogno di prendere un po’ per mano l’ascoltatore per guidarlo nel mio mondo fatto di ombre e luci, di ricordi e illusioni.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Non dovrei chiedertelo, ma lo faccio! Quale brano senti maggiormente rappresentativo di questa tua nuova fase artistica? </strong><br />
L’ultima canzone scritta per questo album è <em>Scontro Frontale</em>, per me rappresenta una novità in termini di scrittura e composizione. È nata giocando al pianoforte e cantandoci sopra un verso che avevo scritto tanto tempo fa ovvero La canzone d’autore è morta e il killer si sa chi è. È una canzone che amo anche suonare dal vivo, scelgo lei.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Voglio Amarvi mi ha subito colpita, per il suono in generale, per l’irruenza, la vocalità, le variazioni, l’acume. Rappresenta quello che una canzone dovrebbe avere, fare e sortire. Il centro di Grazian io lo vedo lì. Ovviamente è una percezione soggettiva! </strong><br />
Voglio Amarvi è una canzone che ho voluto fortemente inserire perché racconta un pezzo della mia vita importante anche se doloroso. La considero la mia elegia urbana.<br />
Volevo esprimere anche un concetto ovvero che il mestiere d’artista non è sempre salviﬁco e sostenibile e a tratti somiglia ad un peso che si vorrebbe avere la forza di abbandonare.<br />
Ho cercato di creare un’atmosfera da Spy Movie e così l’ho arrangiato pensando a John Barry.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Cosa è accaduto dopo l’uscita dell’album? Cosa vorresti accadesse nel tuo mondo ideale?</strong><br />
Dopo l’uscita dell’album, ho iniziato a ricevere bellissimi feedback che mi hanno davvero riempito di gioia. A distanze di quasi 3 mesi dall’uscita, ci sono ancora persone che mi scrivono per dirmi che continuano ad ascoltare le mie canzoni e, visti i tempi odierni nei quali tutto si consuma in fretta, mi sembra un grandissimo risultato. Dopo il 7 novembre, ho iniziato a portare dal vivo l’album con una band, sono stati concerti dei quali sono molto fiero perché sono riuscito a ricostruire live le atmosfere del disco grazie alla complicità dei musicisti Emanuele Alosi, Filippo La Marca, Giovanni Calella ed Enrico Gabrielli. In questi giorni sto iniziando la seconda parte del tour, quella da solo in acustico, un’occasione per andare al cuore delle canzoni e raccontarmi in atmosfere più intime. Un’altra cosa bella accaduta è legata alla realizzazione del vinile: all’inizio l’album è uscito come un’autoproduzione solo digitale, ma, grazie ad una campagna di pre- order andata benissimo, nel giro di un solo mese si sono create le condizioni per stampare il vinile in edizione limitata.<br />
Nel mio mondo ideale vorrei poter vivere serenamente dei frutti del mio lavoro. Viviamo tempi di bulli prevaricatori, creatività vessata da tools di intelligenza artificiale e nubi nere all’orizzonte. Sarebbe bello, per dirla alla Battiato, che il mondo tornasse a quote più normali, ma la primavera tarda sempre di più ad arrivare.</p>
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		<title>Fuori dal teatrino nazional-popolare: intervista a Umberto Maria Giardini</title>
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		<pubDate>Wed, 07 Jan 2026 21:43:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Roberto Grimaldi]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Editoriali]]></category>
		<category><![CDATA[Interviste]]></category>

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		<description><![CDATA[In occasione della recente uscita di Olimpo diverso, abbiamo incontrato l&#8217;autore di questo nuovo capitolo discografico per conoscerne la genesi ed i riferimenti della sua produzione, da ritenersi senza dubbio una costellazione lucente, con uno sguardo sinottico e come sempre sincero fino al midollo su quelle che sono le dinamiche della scena musicale. A distanza di &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="https://www.losthighways.it/wp-content/uploads/BIS-2-700x1024.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-51746" src="https://www.losthighways.it/wp-content/uploads/BIS-2-700x1024.jpg" alt="BIS-2-700x1024" width="700" height="545" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">In occasione della recente uscita di <strong><em><a href="https://www.losthighways.it/2025/11/30/olimpo-diverso-umberto-maria-giardini/">Olimpo diverso</a></em></strong>, abbiamo incontrato l&#8217;autore di questo nuovo capitolo discografico per conoscerne la genesi ed i riferimenti della sua produzione, da ritenersi senza dubbio una costellazione lucente, con uno sguardo sinottico e come sempre sincero fino al midollo su quelle che sono le dinamiche della scena musicale.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>A distanza di due anni da <em><a href="https://www.losthighways.it/2023/12/04/mondo-e-antimondo-umberto-maria-giardini/">Mondo e antimondo</a></em>, che aveva segnato un ritorno delicatamente fragoroso sulla scena, dai alle stampe questo <em>Olimpo diverso</em>, a fotografare una realtà ancora più ripiegata su sé stessa e che desta preoccupazione. Da dove nasce questo titolo e cosa o chi collocheresti in questo spazio generalmente meno terreno da cui guardare verso il basso?</strong><br />
Il titolo <strong><em>Olimpo diverso</em></strong> nasce fondamentalmente dal mio essere visionario che, chi mi conosce sa, da sempre lega le mie produzioni. Il mio lavoro si è sempre sviluppato come uno &#8220;slalom&#8221; tra scrittura e musica, facendo un grosso affidamento su una sorta di fattore X psichedelico, che ha il preciso scopo di legare la minestra che genero. L&#8217;umanità e la sua decadenza resta il grande tema, ma non basta. La mia attenzione spesso si sofferma sulla prevedibilità dei gesti delle persone, che ai miei occhi appare come un siparietto che inevitabilmente amplifico in ogni istante della mia vita, forse a causa del mio carattere pignolo e indubbiamente un po&#8217; disilluso. Come ho già detto in precedenza in numerose interviste, oggi qualsiasi cosa è traducibile, è questo il motivo per il quale chi ascolta <strong><em>Olimpo diverso</em></strong> può tradurlo come meglio sente, trovando in ogni sua nota, in ogni parola cantata, la giusta chiave di lettura dei significati che nasconde. Ognuno di noi è diverso, ognuno di noi è uguale, forse è questa complessità che rende l&#8217;arte ancora viva, anche oggi in cui l&#8217;umanità pare prenda sempre più distanza da essa.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Da <em>Per carità di stato</em> alla title track<em>,</em> 15 anni che sembrano 15 secondi di fronte ad uno scenario sociale e politico che non sembra mutare di 1 millimetro. Esiste una reazione attuabile che non sia la rassegnazione all&#8217;immobilismo che sembra pregnare il presente?</strong><br />
Non lo so. Il nostro destino è segnato dalla nostra storia, credo sia un processo irreversibile. La rassegnazione è qualcosa che mi affascina moltissimo perché esalta il concetto di fine, ma in tutta onestà non sono in grado di dare un giudizio globale, forse perché in fondo in fondo, mi interessa molto meno di quello che sembra.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Più volte hai manifestato quella che è la tua distanza, vissuta serenamente e consapevolmente, dall&#8217;attuale industria discografica, capace di fagocitare e vomitare a tempi record quelli che sono sempre più prodotti e sempre meno artisti. Riesci a circoscrivere il periodo in cui ha preso avvio questa dinamica incontrollata, ad individuare il punto di discontinuità che ha fatto da separatore tra un prima ed un dopo?</strong><br />
Sicuramente nel 2008 qualcosa è accaduto. Successivamente è stato un lento divenire, parallelamente all&#8217;espansione della rete che ha distrutto tutto, ma questo mio pensiero ha il sapore della retorica, perché lo sappiamo già tutti. Di certo le etichette indipendenti hanno gettato nel cesso quella che era la possibilità di crescere, accettando e inchinandosi ai compromessi deviati dettati dalle major, ma c&#8217;è di più; facendo un&#8217;analisi realistica, ci sono tanti altri fattori che hanno influenzato questo processo di decadenza, quasi tutti per motivazioni economiche, mischiate alla mancanza di coraggio o di una visione programmatica mirata alla bellezza o all&#8217;eleganza. Quando il lavoro (quasi sempre fatto male) porta poco ricavo, la vista si annebbia, finendo per riconoscere solamente i compromessi, che privi di etica e di morale bussano alla porta. L&#8217;italiano medio è incapace di dire no, anzi, quasi sempre si autoconvince di percorrere la strada giusta.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Questo nuovo lavoro porta con sé alcune incursioni elettroniche come in <em>Topazia</em> ed in <em>Capire prima che accada</em>. Com&#8217;è nata questa esigenza di sperimentazione in tale direzione?</strong><br />
Non è stata un&#8217;esigenza, ma farina del sacco di Michele Zanni, mio musicista e produttore. Mi sono sempre fidato delle sue sensazioni e dei suoi consigli perché, oltre che essere sempre concentrato sulle traiettorie del lavoro, possiede un enorme buon gusto, chimicamente molto affine al mio. È stata per me un&#8217;esperienza nuova, soprattutto per la mia mancanza di fascinazione verso l&#8217;elettronica (almeno come la si intende ed interpreta qui in Italia). Detto questo, introdurre in un mio album gocce di musica proveniente dai synth è stato quasi naturale. Ciò si è materializzato non per adeguarmi ai tempi che viviamo, dove gli strumenti classici vanno sempre più fuori moda, ma per una sorte di sfida personale. I tempi dispari di <strong><em>Capire prima che accada</em></strong> hanno contribuito e accentuato la mia predisposizione per l&#8217;anti-pop, il risultato è stato davvero stupefacente.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il tuo processo creativo è sempre stato caratterizzato da un&#8217;estrema cura, quasi maniacale, dei dettagli sia a livello musicale che lessicale. Quali sono state, se vi sono state, nel corso di questi trent&#8217;anni quasi di carriera, le variazioni più significative in questo processo?</strong><br />
Le variazioni più importanti sono state nel capire che i produttori italiani della tanto amata scena &#8220;indie&#8221; nazionale fanno cagare. Prendere il quasi pieno controllo dei poteri artistici e produttivi dei miei lavori mi ha permesso di esaltare al massimo il suono di tutti i miei dischi ottenendo il massimo dei risultati. Quello che assieme ai miei collaboratori cerco è per prima cosa la perfetta sintonia con i fonici residenti degli studi in cui lavoro, ma il mio vero salto di qualità è stato cercare e trovare il totale controllo su tutto. In passato solo Antonio Cooper Cupertino fu in grado di capirmi fino in fondo, mentre con professionisti straordinari come Davide Cristiani e Andrea Scardovi ho imparato l&#8217;arte del registrare e di come farlo. Per ciò che riguarda invece la scrittura è sempre stata determinante la lettura. Più leggo e più divento bravo, questo è un dato di fatto, d&#8217;altra parte non potrebbe essere diversamente per chiunque. L&#8217;agilità con la quale mi districo con la lingua italiana applicata alla musica deriva semplicemente dalla costanza che ho maturato nel tempo accoppiata alla ricerca. Recentemente ho ascoltato alcuni dischi che sono in cima alle classifiche di gradimento dei portali on-line della musica perlopiù indie, rimanendo letteralmente scioccato dalla loro mediocrità. Ogni volta mi stupisco di come sia possibile che anch&#8217;io possa rientrare in queste classifiche, che santificano dei linguaggi così diversi, fatti di rime scontatissime strachiamate che non trasmettono né lasciano nulla, almeno a me. Forse la mia fortuna è stata quella di non essere mai andato di moda, contrariamente ad oggi dove sono invece i nomi che determinano attenzione e meriti e non i loro reali contenuti. Un teatrino nazional-popolare che puntualmente si ripresenta ogni anno, rinnovato di niente. Ieri era Dente, oggi è Andrea Lazlo De Simone, domani sarà Emma Nolde, una prevedibilità quasi comica, in perfetto Premio Tenco style. Ecco, questo è esattamente quell&#8217;orrore dal quale vorrei essere distante anni luce. Meglio perdere che vincere.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Se è vero che oggi le nuove generazioni che fruiscono musica non hanno esigenze, quando guardi il tuo pubblico durante i live, qual è la principale differenza che noti negli occhi delle prime file di spettatori?</strong><br />
Non guardo mai le prime file degli spettatori ai miei concerti, se lo facessi mi distrarrei. La concentrazione mi è sorella e mi obbliga a non pensare né a guardare ciò che realmente accade.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ti sei definito un lettore abbastanza onnivoro; quali sono i riferimenti principali che sono poi divenuti spunti per la tua produzione sia a livello letterario che a livello iconografico?</strong><br />
Mi piacciono tantissimo le biografie, sia di carattere musicale che politico. Anche il cinema ha l&#8217;enorme potere di destabilizzarmi positivamente, meglio se straniero, dove la traccia degli italiani appare solamente negli addetti ai lavori nei titoli di coda.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Si sente parlare sempre più spesso della grande truffa dei sold-out, in stadi riempiti in maniera artificiosa, mentre è sempre più complicato per la scena indipendente trovare spazi adeguati, sia per l&#8217;assenza di capacità imprenditoriali degli operatori di settore, in special modo a certe latitudini, sia per la carenza di spazi strutturali dedicati. Hai un&#8217;idea su come ribaltare questo stato di cose, inteso come chi deve o dovrebbe fare cosa? A tal riguardo è previsto un tour ad accompagnare questo nuovo lavoro e, se sì, che tipo di set hai immaginato?</strong><br />
No, non sono la persona giusta a cui chiedere queste cose, sono decisamente impreparato. Non ci sarà un vero e proprio tour, ma date sporadiche. Non avendo un&#8217;agenzia di booking e non garantendo il sold-out, non mi è più consentito suonare nei club dove negli anni avevo sempre suonato. Occasionalmente capiteremo in piccoli club con una nuova formazione, poiché da tempo non suono più, preferendo una scaletta con alcune novità non edite, mischiate a vecchi brani riarrangiati. Il mio scopo è quello di divertirmi, cercando di dare sempre un&#8217;alta qualità alle mie performance live, chi mi conosce lo sa. Spesso trovo maggior coinvolgimento emotivo suonando brani del tutto nuovi, inoltre non avendo con me la band che ha registrato l&#8217;album, mi sento di fare così.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Se dovessi individuare le 3 canzoni della tua intera produzione che meglio inquadrano il tuo percorso evolutivo e che vorresti fossero eterne, quali indicheresti?</strong><br />
Non lo so, nulla è eterno.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Qual è stato l&#8217;ultimo concerto a cui ti è capitato di assistere e che, se potessi, vorresti rivivere?</strong><br />
Non vado da molto tempo a concerti veri e propri, riflesso di una vita sociale non particolarmente vivace. Sono molto affezionato a concerti epici consumati da giovane negli anni &#8217;90, e confesso che vorrei riviverli tutti, uno ad uno. In primis, Soundgarden visti tantissime volte, ma anche Stone Temple Pilots. Poi, impossibile dimenticare performance incredibili del giovane Beck, di Peaches, dei QOTSA, e della stratosferica e giovanissima Anna Calvi. Nella mia giovinezza vidi fantastiche band dell&#8217;underground statunitense che non dimenticherò mai, come Fugazi, Nebula, Screeming trees, Cowboy junkies, nonchè meravigliosi folk singer dei quali era impossibile non innamorarsi: primo fra tutti Elliott Smith, ma anche gente ancora viva e vegeta come Will Oldham, Bill Callhan e Iron and wine. L&#8217;anno scorso mi sono molto emozionato nell&#8217;ascoltare dal vivo gli Zu (miglior band italiana di sempre), ma anche Silvia Cignoli, è straordinaria. La considero un&#8217;eccellenza della musica italiana odierna; nella speranza che non diventi indie, intravedo in lei una carriera stupefacente assolutamente credibile, capace di tutto.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Un&#8217;ultima domanda. Percorrendo la tua carriera dagli inizi ad oggi, c&#8217;è qualcosa che faresti diversamente, non dico meglio, ma in maniera differente?</strong><br />
Fondamentalmente rifarei tutto, tuttavia è pur vero che ognuno di noi deve accettare ed essere grato al proprio destino e agli eventi che lo hanno condizionato. Onestamente il mio più grosso rimpianto è quello di non essermi occupato di musica classica, ma questo ve lo racconterò un&#8217;altra volta.</p>
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		<title>Non è una chitarra distorta, è l&#8217;intenzione: intervista ai Linfa</title>
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		<pubDate>Sun, 17 Aug 2025 17:19:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Vladimiro Vacca]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Carne Fresca, Suoni dal Futuro]]></category>
		<category><![CDATA[Editoriali]]></category>
		<category><![CDATA[Interviste]]></category>

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		<description><![CDATA[Continua il nostro viaggio dentro l’universo musicale di Carne Fresca, Suoni dal Futuro, la rassegna che sonda le nuove traiettorie dell’alternative italiano. Questa volta incontriamo i Linfa, power trio monzese che incarna lo spirito viscerale e ribelle del rock “alla vecchia maniera”. Tra distorsioni acide, urgenze espressive e una sincera volontà di scardinare l’omologazione, la &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class=" size-large wp-image-51355 aligncenter" src="https://www.losthighways.it/wp-content/uploads/Linfa-1024x679.jpeg" alt="Linfa" width="618" height="410" /></p>
<p style="text-align: justify;">Continua il nostro viaggio dentro l’universo musicale di <strong>Carne Fresca, Suoni dal Futuro</strong>, la rassegna che sonda le nuove traiettorie dell’alternative italiano. Questa volta incontriamo i Linfa, power trio monzese che incarna lo spirito viscerale e ribelle del rock “alla vecchia maniera”. Tra distorsioni acide, urgenze espressive e una sincera volontà di scardinare l’omologazione, la band racconta la propria visione artistica e il cammino che li ha portati a calcare palchi prestigiosi come quello in apertura degli Afterhours. Un’altra tappa di un percorso che vuole dare voce a chi sta costruendo questa scena.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Quando, come e perché è nato il vostro progetto musicale?</strong><br />
LINFA nasce nel 2023 dall&#8217;amicizia fra Giorgio (basso e voce) e Simone (chitarra), che dopo aver militato insieme in diversi progetti musicali monzesi di vari generi, decidono finalmente di abbracciare la loro passione e seguire la loro esigenza: suonare il rock. Trovano il loro primo batterista e date le loro varie influenze il progetto non può che prendere una direzione alternative/crossover.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Cosa significa &#8220;suonare&#8221; rock per dei giovani come voi?</strong><br />
Suonare rock significa incanalare le energie in maniera esplosiva e catartica. L&#8217;urgenza principale ovviamente riguarda le energie negative, ma non per forza suoniamo solo canzoni tristi o che parlano di disagio&#8230; Diciamo che il rock è un particolare modo di esasperare le emozioni e le esperienze, di metterle sotto una lente di ingrandimento e di viverle in maniera viscerale. Suoni rock, se hai fame di vita. Inoltre il rock è politica, perché per definizione é giovane, ribelle e rivoluzionario. Non è una chitarra distorta a fare il rock, è l&#8217;intenzione che c&#8217;è dietro.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Quali sono i vostri principali riferimenti musicali?</strong><br />
Veniamo da mondi vicini ma diversi: Gianluca (batteria) ha un gusto emo/punk, Simone una passione per il math rock e il primo indierock e Giorgio ascolta tanto rock italiano. Non sapremmo dare un riferimento che ci accomuna tutti e tre allo stesso modo, ma condividiamo l&#8217;intenzione e questo è l&#8217;importante: il rock&#8217;n&#8217;roll è una tradizione da onorare e su questo siamo tutti d&#8217;accordo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Cosa significa per voi sperimentare e mescolare le carte?</strong><br />
Musicalmente per noi significa cercare una nostra identità sonora esplorando i nostri gusti e le nostre influenze. Si dice &#8220;le note sono 7&#8243; per intendere che è tutto già stato fatto (e in parte è vero), però in mezzo a questo continuo ripetersi della musica sperimentare significa cercare quel dettaglio che fa la differenza, che ti fa prendere una direzione, seppur piccola, che non ha ancora preso nessuno. È l&#8217;unico modo possibile di fare arte in maniera onesta, se no è imitazione o revival.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Cosa significa per voi essere stati selezionati nell&#8217;ambito della rassegna &#8220;Carne Fresca, Suoni dal Futuro&#8221;?</strong><br />
È un onore sapere di essere piaciuti ad alcune eminenti personalità nell&#8217;ambito alternative italiano. É una grande opportunità poter aprire per gli Afterhours, come far parte della compilation in uscita con Woodworm. Sicuramente vogliamo farci notare, ma far parte di questo gruppo e avere la possibilità di fare rete per suonare in giro e conoscere altre band sarà l&#8217;eredità maggiore che ci lascerà questo progetto.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Gli animi di Carne Fresca tipo Succi, Segale ed Agnelli vi hanno dato qualche consiglio?</strong><br />
Di persona ci siamo visti solo una volta quando abbiamo suonato al Germi e perlopiù ci hanno gasato e si sono complimentati. Per email lo staff di Carne Fresca in generale ha l&#8217;impronta severa di chi ci vuole preparare alla gavetta (perché l&#8217;ha già fatta) dicendoci che non sarà tutto rose e fiori, ma anzi sarà dura. É una modalità che apprezziamo: non vogliamo essere tenuti nella bambagia, né che ci si raccontino frottole. D&#8217;altronde c&#8217;è già un sacco di gente lá fuori che ci racconta frottole.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Cosa rappresenta per voi Germi LdC di Milano?</strong><br />
Ci siamo stati una volta sola in occasione della serata di Carne Fresca a cui abbiamo partecipato anche noi&#8230; Possiamo dire che é un bellissimo locale con uno staff fantastico che è stato ben disposto a chiacchierare e a scambiare opinioni sulla qualunque fino a tardi.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Come è stato aprire un gruppo storico come gli Afterhours? Il fatto di ritrovarvi con altre band in un cartellone così prestigioso vi fa sentire effettivamente parte di una scena? La vostra generazione concepisce questo concetto oppure vi sentite delle monadi?</strong><br />
É un grande onore e ne sentiamo la responsabilità. Il concetto di scena secondo noi é un po&#8217; astratto nell&#8217;alternative. Non è un genere come il punk o lo screamo in cui ci sono dei giri grandi e ben definiti in cui le persone si conoscono tutte e fanno gruppo. Forse l&#8217;alternative stesso é un genere frammentato per definizione, non avendo dei canoni troppo specifici. Qualcuno da fuori vede la scena, come Agnelli, Succi e lo staff di Carne Fresca, forse perché hanno già vissuto periodi di aggregazione di  questo tipo. Noi da dentro ne intravediamo la possibilità, ma crediamo di non essere ancora consapevoli di far parte di una scena, serve ancora un po&#8217; di tempo, almeno da parte nostra, per conoscere più persone e vedere e calcare più palchi. La scena deve formarsi da sola, se vuole, se no diventerà l&#8217;ennesima idea di marketing costruita da vendere ai giovani.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Se un giorno qualcuno del mondo mainstream vi chiedesse di modificare radicalmente il vostro sound per raggiungere il successo mediatico, accettereste compromessi?</strong><br />
No, ma ciò non significa che non cambieremo mai il nostro sound, magari anche radicalmente.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Come vi rapportate all’attuale sistema di promozione fatto di doping su ogni canale social? Lo condividete in qualche modo oppure credete ci sia un modo per arginarlo?</strong><br />
Non lo sopportiamo molto. Vorremmo che il tempo che dedichiamo alla Band fosse al cento per cento tempo che dedichiamo alla musica, per comporre brani nuovi, migliorarci e proporre concerti sempre più studiati. Invece bisogna pensare anche alla creazione di contenuti e a dover contattare le pagine social, ecc ecc&#8230; Sinceramente é la parte che ci piace meno, ogni tanto può essere anche divertente, ma suonare lo é di più.<br />
Il modo per arginare questo sistema sarebbe mettersi d&#8217;accordo tutti e smetterla di creare contenuti che hanno poco a che fare con la musica, anche per rieducare il pubblico ad ascoltare la musica piuttosto che a guardare i reel, ma questo si ricollega al discorso di scena di cui parlavamo prima e secondo noi la nostra generazione di band non è ancora consapevole di farne parte e di avere il potere di unirsi e di decidere di cambiare le cose&#8230; Ma se deve succedere, succederà.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Cosa significa costruire un’alternativa per voi?</strong><br />
Diciamo sempre che fare Alternative in realtà è l&#8217;unico modo di fare rock: se prendi il rock come un&#8217;intenzione (e non solo come un suono), questa è per forza alternativa e anticonformista, se no sei poco più di una tribute band. Per noi già fare rock in maniera onesta e in quest&#8217;ottica significa costruire un&#8217;alternativa, sperando poi che questa scena si amalgami e che abbia un impatto sociale e politico maggiore. Comunque, come dicevamo prima, se deve succedere, succederà&#8230; Noi nel frattempo ci stiamo divertendo un sacco a fare quello che ci piace davvero e già questo crediamo che sia frutto del nostro rifiuto di omologarci.</p>
<h3>Desiderio &#8211; Video</h3>
<p><iframe title="YouTube video player" src="https://www.youtube.com/embed/1-zEUaMXzFM?si=YD34v24FdLRgoTbC" width="560" height="315" frameborder="0" allowfullscreen="allowfullscreen"></iframe></p>
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		<title>Lo spaghetti stoner che scuote la provincia: intervista ai Vidage</title>
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		<pubDate>Sun, 17 Aug 2025 17:03:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Vladimiro Vacca]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Carne Fresca, Suoni dal Futuro]]></category>
		<category><![CDATA[Editoriali]]></category>
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		<description><![CDATA[Continua il nostro viaggio dentro le sonorità e le visioni della rassegna Carne Fresca, Suoni dal Futuro con una nuova tappa dedicata ai Vidage. Quattro giovani pugliesi che mescolano stoner rock, poesia e attitudine underground, dando vita a uno stile personale e potente: lo “spaghetti stoner”. In questa intervista, ci raccontano la loro nascita, il loro &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class=" size-large wp-image-51351 aligncenter" src="http://www.losthighways.it/wp-content/uploads/Vidage-1024x684.jpeg" alt="Vidage" width="618" height="413" /></p>
<p style="text-align: justify;">Continua il nostro viaggio dentro le sonorità e le visioni della rassegna <strong>Carne Fresca, Suoni dal Futuro</strong> con una nuova tappa dedicata ai Vidage. Quattro giovani pugliesi che mescolano stoner rock, poesia e attitudine underground, dando vita a uno stile personale e potente: lo “spaghetti stoner”. In questa intervista, ci raccontano la loro nascita, il loro modo di intendere la musica e la voglia di costruire un’alternativa autentica, lontana dai compromessi del mainstream.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Quando, come e perché è nato il vostro progetto musicale?</strong><br />
Siamo nati nel 2018 dopo una jam session in un locale: un cliché che a quanto pare funziona ancora. Un informatico, un ingegnere del suono, uno studente di lettere e un grafico pubblicitario che volevano fare rumore. Non c’è stata una chiamata o una vocazione, è stato molto meno romantico di così. Poi ci siamo accorti che quel rumore stava risvegliando qualcosa nella nostra provincia. La pandemia, il lavoro e lo studio ci hanno tenuti separati per un po’, quindi ci piace pensare che l’anno della nostra (ri)nascita è il 2024.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Cosa significa &#8220;suonare&#8221; rock per dei giovani come voi?</strong><br />
Suonare rock significa essere diretti, ruvidi, non accettare compromessi o ruoli imposti. Significa trasformare la rabbia e la tristezza in un atto performativo, catartico. E soprattutto, significa riuscire a tirare fuori energia dal pubblico, dal prossimo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Quali sono i vostri principali riferimenti musicali?</strong><br />
Probabilmente, i Kyuss e i Verdena. Chiusi insieme in un ascensore, a leggere Majakovskij. E non possiamo non citare i 1000mods, una band greca da cui abbiamo preso ispirazione per il nostro nome.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Cosa significa per voi sperimentare e mescolare le carte?</strong><br />
Significa evitare di stare troppo comodi, impedire che il nostro percorso di ricerca artistica – che in fondo è anche il nostro percorso di vita – si atrofizzi. Abbiamo provato a sperimentare sin dall’inizio, ed è facendolo che siamo riusciti a trovare la nostra identità. Volevamo portare a compimento un’operazione culturale che nel nostro paese è stata cominciata e ripresa più volte, ma che forse non è ancora arrivata fino in fondo. Volevamo essere più aggressivi e più veri di quanto si sente solitamente qui in giro, ma anche valorizzare la nostra cultura e la nostra lingua tradizionalmente legate alla poesia e all’arte.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Cosa significa per voi essere stati selezionati nell&#8217;ambito della rassegna Carne Fresca, Suoni dal Futuro?</strong><br />
È stato sicuramente un riconoscimento, un’attestazione di valore. Sentirsi parte di qualcosa di alternativo ma anche nazionale, solido, concreto – e questo ha un valore duplice se provieni dal Sud e dalla provincia.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Gli animi di Carne Fresca tipo Succi, Segale ed Agnelli vi hanno dato qualche consiglio?</strong><br />
Ci hanno senz’altro trasmesso uno stato d’animo, un modo di fare le cose. Soprattutto Giovanni Succi, con cui abbiamo avuto più modo di interagire, ci ha fatto sentire coinvolti, sicuri e a nostro agio. L’esperienza di Carne Fresca ci ha sicuramente insegnato che perseverare dà i suoi frutti, che essere sé stessi fino in fondo è sempre la cosa più giusta da fare per essere apprezzati dal pubblico.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Cosa rappresenta per voi Germi LdC di Milano?</strong><br />
Germi è un piccolo locus amoenus: vi abbiamo trovato persone che lavorano con passione e generosità, e un pubblico affamato di musica e di cose nuove. Luoghi di questo tipo sono dei veri punti di riferimento per una scena che sorga spontaneamente dal basso, vorremmo che ce ne fossero in ogni angolo d’Italia.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Come è stato aprire un gruppo storico come gli Afterhours? Il fatto di ritrovarvi con altre band in un cartellone così prestigioso vi fa sentire effettivamente parte di una scena? La vostra generazione concepisce questo concetto oppure vi sentite delle monadi?</strong><br />
Una grande emozione: un punto di arrivo ma speriamo anche di partenza. Alcuni di noi ascoltano gli Afterhours sin dall’adolescenza. Non ci sentiamo affatto delle monadi, anzi. Per noi la musica è vita, è contatto umano, si può fare solo insieme. Abbiamo sempre avuto l’ambizione di riuscire a sentirci davvero parte di un’entità più grande, fatta di altri musicisti come noi e soprattutto del pubblico che ci supporta. Siamo convinti che l’esperienza di Carne Fresca e del concerto degli After stiano contribuendo a realizzare concretamente questa ambizione</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Se un giorno qualcuno del mondo mainstream vi chiedesse di modificare radicalmente il vostro sound per raggiungere il successo mediatico, accettereste compromessi?</strong><br />
Mai. Cambieremmo la nostra musica solo per esigenze creative, personali, mai commerciali. La poesia non si può consumare, non si può svendere.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Come vi rapportate all’attuale sistema di promozione fatto di doping su ogni canale social? Lo condividete in qualche modo oppure credete ci sia un modo per arginarlo?</strong><br />
Il sistema dei social non ci piace molto. Ne abbiamo avuto la conferma definitiva quando abbiamo subito un ban irreversibile da Meta a causa di un errore dell’intelligenza artificiale, poco dopo aver pubblicato il nostro primo singolo. In pratica, una censura ingiustificata. Da allora, quella canzone è diventata la nostra dichiarazione di guerra agli algoritmi e all’oligopolio economico e culturale delle piattaforme. Un modo per arginare tutto questo è esserci in carne e ossa, coinvolgere la gente e sentirsi parte di qualcosa, presidiare e resistere. Questo modo di pensare è uno dei motivi principali per cui abbiamo voluto essere parte di Carne Fresca.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Cosa significa costruire un’alternativa per voi?</strong><br />
Significa fottersene, rischiare. Fare quello che non esiste, ma che molte persone vorrebbero esistesse perché ne hanno bisogno. Soprattutto, significa non farsi strumentalizzare, dire sempre e solo ciò in cui si crede davvero.</p>
<h3>[io] &#8211; Video</h3>
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