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	<title>Lost Highways &#187; Recensioni</title>
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	<description>Seek your mood, Find your lost highways!</description>
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		<title>Flame Folclòre &#8211; Cocanha</title>
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		<pubDate>Mon, 12 Oct 2026 15:19:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Alessio Cuccaro]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Album]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni]]></category>

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		<description><![CDATA[Le Cocanha sono Caroline Dufau e Lila Fraysse, voci in polifonia che cantano in lingua occitana, due ragazze agguerrite per le quali la tradizione è solo un pretesto per stabilire un legame con la terra e talune tematiche, ma l&#8217;uso di uno strumento antico quale il chicoten (noto anche come ttun-ttun o salterio a percussione, in &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="https://www.losthighways.it/wp-content/uploads/Cocanha.jpg"><img class="alignright size-thumbnail wp-image-52972" src="https://www.losthighways.it/wp-content/uploads/Cocanha-200x200.jpg" alt="Cocanha" width="200" height="200" /></a>Le Cocanha sono Caroline Dufau e Lila Fraysse, voci in polifonia che cantano in lingua occitana, due ragazze agguerrite per le quali la tradizione è solo un pretesto per stabilire un legame con la terra e talune tematiche, ma l&#8217;uso di uno strumento antico quale il chicoten (noto anche come ttun-ttun o salterio a percussione, in uso dal medioevo sui due versanti dei Pirenei), suonato con virtuosa versatilità da entrambe le musiciste, è funzionale al racconto di un presente di forza incontenibile e passione ardente, che abolisce il tradizionale flauto che divagava sui bordoni retti dai bastoncini in favore di un tratteggio melodico tutto vocale. <strong><em>Remenanuèch</em></strong>, agita la notte, in groppa a un bianco destriero, il cui dorso si allunga fino ad accogliere quattro cavalieri in fila nel video surreale e allucinato che accompagna il secondo singolo estratto dell&#8217;album, in cui la tradizione viene strapazzata come in una scorribanda notturna, passando dai bordoni e i fraseggi popolari a contrappunti di vocalità astratte e urla incontrollate di rabbiosa protesta. Il contrabbasso tagliente e fluido di <strong><em>Fòrabanda</em></strong> tende il dialogo a due voci divergenti che si inerpicano con scioltezza sulla più tortuosa delle salite di roccia nuda, accettando la sfida della lotta: &#8220;<em>Tots a París nos sèm trachats / De nòstra paura condicion</em>&#8220;. La cantilena ancestrale di <strong><em>Adissiatz Palhassonaira</em></strong> si dipana tra schiocchi delle dita, tastiere eteree e percussioni esplosive che la trasfigurano in scioglilingua di oscuri incantesimi, con le voci che corrono su due binari diversi a differente velocità, sostando a differenti stazioni, in una girandola spiazzante che ricorda le incursioni tribali di Mariam the Believer col duo Wildbirds &amp; Peacedrums. <strong><em>Clam</em></strong> s&#8217;impenna come conciso hard rock sul tempo martellante, deformando il sound degli strumenti acustici per lanciare le urla punk e liberatorie del duo, che si rincorrono in verticale dai silenziosi sussurri alle vette di acuti primordiali. <strong><em>La Majorana</em></strong> sviluppa un pattern ritmico tribale a rinnovare una danza medievale a due voci inscenando la frenesia di un rito collettivo. <strong><em>Au nòst&#8217; casalòt</em></strong> inizia come un&#8217;allegra filastrocca a due voci ma guadagna con l&#8217;ingresso delle corde appena distorte dei chicoten un aura quasi shoegaze, che incanta con la sua struttura circolare e ipnotica. <strong><em>Diuré tremblar</em></strong> arriva da lontano come una vecchia registrazione antropologica di Alan Lomax per piombare urlando nei violenti slogan vocali di <strong><em>Diuré samsir</em></strong>, da lanciare alla testa di un corteo partecipato e guidare la piazza alla rivolta. <strong><em>A l&#8217;amistat</em></strong> come una partitura perduta tratta da polverosi archivi riprende vita in un canto dapprima sussurrato di chi legge per la prima volta un testo ma se ne impossessa subito portandolo alla luce nella sua pienezza di melodia e struttura armonica. La title track <strong><em>Flame Folclòre</em></strong> ha un frizzante somiglianza che le nostrane villanelle, tradendo la sua origine popolare tradizionale e allo stesso tempo manifestando una presa molto forte sul presente di un ritmo incalzante e proclami politici da lanciare con forza ancora maggiore. <strong><em>Lo mes de mai</em></strong> ha il sapore dei campi coltivati da generazioni di contadini dalla schiena ricurva di fatica, le mani solcate da ruvidi calli, pronti a scrollarsi di dosso dolore e fatica al ritmo di una delicata danza da condurre in piazza tutti insieme col fresco della sera. <strong><em>Jana d&#8217;Aimet</em></strong> scaglia le sue grida infervorate al cielo, tramutandosi nel coro di schiere angeliche, congiunzione mistica con una Natura benigna, con in mente l&#8217;idillio del tema di <em>Mission</em> di Morricone, per un&#8217;umanità che non è più disposta ad accettare con rassegnazione gli eventi e tende le corde di archi pronti a colpire con frecce mortali. Le Cocahna impartiscono la grande lezione che la conoscenza del passato è la miglior guida per affrontare il presente con energica consapevolezza, con una potente musica suonata che non potrà essere spazzata via da nessuna innovazione elettronica né tantomeno dall&#8217;intelligenza artificiale, che intelligenza non è.</p>
<h2 class="sectionhead">Credits</h2>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Label: </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Line-up: </span>Caroline Dufau (voce, chicoten) &#8211; Lila Fraysse (voce, chicoten)</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Tracklist:</span></p>
<ol>
<li>Remenanuèch</li>
<li>Fòrabanda</li>
<li>Adissiatz Palhassonaira</li>
<li>Clam</li>
<li>La Majorana</li>
<li>Au nòst&#8217; casalòt</li>
<li>Diuré tremblar</li>
<li>Diuré samsir</li>
<li>A l&#8217;amistat</li>
<li>Flame Folclòre</li>
<li>Lo mes de mai</li>
<li>Jana d&#8217;Aimet</li>
</ol>
<p>Link: <a href="https://cocanha.net/">Sito Ufficiale</a><br />
<a href="https://www.facebook.com/cocanha.bal?locale=it_IT">Facebook</a><br />
<iframe title="YouTube video player" src="https://www.youtube.com/embed/4ZjLWkvQJ6U?si=RPPnNLHqxCSmZjWm" width="560" height="315" frameborder="0" allowfullscreen="allowfullscreen"></iframe><br />
<iframe style="border: 0; width: 350px; height: 470px;" src="https://bandcamp.com/EmbeddedPlayer/album=3271830832/size=large/bgcol=ffffff/linkcol=0687f5/tracklist=false/transparent=true/" width="300" height="150" seamless=""><a href="https://cocanha.bandcamp.com/album/flame-folcl-re">Flame Folclòre by Cocanha</a></iframe></p>
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		<title>All Clouds Bring Not Rain &#8211; MEMORIALS</title>
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		<pubDate>Mon, 12 Oct 2026 15:18:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Alessio Cuccaro]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Album]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni]]></category>

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		<description><![CDATA[Non tutte le nuvole portano pioggia e la vita stessa può essere una nuvola: titolo di album e prima canzone a comporre una filosofia di vita che il duo dei Memorials declina in un album che allarga l&#8217;orizzonte dell&#8217;esordio senza stravolgere la formula neo-vintage basata sul canto austero e ieratico e gli organi psichedelici di &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="https://www.losthighways.it/wp-content/uploads/Memorials1.jpg"><img class="alignright size-thumbnail wp-image-52121" src="https://www.losthighways.it/wp-content/uploads/Memorials1-200x200.jpg" alt="Memorials" width="200" height="200" /></a>Non tutte le nuvole portano pioggia e la vita stessa può essere una nuvola: titolo di album e prima canzone a comporre una filosofia di vita che il duo dei Memorials declina in un album che allarga l&#8217;orizzonte dell&#8217;esordio senza stravolgere la formula neo-vintage basata sul canto austero e ieratico e gli organi psichedelici di Verity Susman, assieme al drumming sostenuto e il ritmo travolgente di Matthew Simms, conditi da imprevedibile quanto stuzzicante bizzarria. Così <strong><em>Life Could Be a Cloud</em></strong> si dipana tra evocativi cori ecclesiastici e impennate lisergiche incalzanti e allucinate. Lisergiche come il riff claustrofobico che accompagna le voci eteree di <strong><em>Cut Glass Hammer</em></strong> in cerca di un inno per freaks e apolidi da consumare ai margini più nascosti di un reale abbrutito che ha perso ogni contatto con la magia arcana. <strong><em>I Can&#8217;t See A Rainbow</em></strong> è una sognante ballata, versione sixties e malinconica di <strong><em>Over the rainbow</em></strong>, dall&#8217;incedere cantilenante che si dissolve nella coda danzante che proietta movenze antiche sulle volte di un salone lussuoso e decadente. Le fiamme dell&#8217;inferno risuonano nei tasti d&#8217;organo di <strong><em>Dropped Down The Well</em></strong> con batteria detonante e pulsazioni di basso al limite dell&#8217;arresto cardiaco, sventato solo dal raddoppio salvifico delle voci, per poi perdersi in divagazioni di acida concretezza. Il ritmo eighties di <strong><em>In The Weeds</em></strong> scompagina le carte in tavola con quel basso sintetico e le percussioni robotiche, un ritmo rotto dalla trama sanguinolenta dell&#8217;organo, frutto di una lama assassina che penetra le carni in ascolto, conducendo la musica in luoghi di sinistre e oscure incognite. Ma c&#8217;è anche spazio per una delicata ballata al piano, <strong><em>Reimagined River</em></strong>, che si allaga di gocce d&#8217;organo e luci catartiche. Ci pensa poi il drumming pestato di Simms a gettare le basi di un nuovo groove che mischia jazz, psichedelia e mistero in <strong><em>Mediocre Demon</em></strong> che si inoltra nei fumi variopinti di tastiere rotonde mentre Verity celebra il suo rituale magico come un&#8217;antica fattucchiera che piombi all&#8217;improvviso in una jam dei Greatful dead in acido. Ancora un pattern ritmico di Simms fa da trampolino per l&#8217;acre trama gotica di <strong><em>Bell Miner</em></strong> che pare emergere dalla celluloide di qualche vecchio film horror di Mario Bava e non dispiacerebbe ai romani Neoprimitivi. La tetra e al contempo sognante voce di Nico s&#8217;impossessa della trama dolente di <em><strong>Lemon Trees</strong></em>, che culla e acquieta con appagante dondolio minimalista per poi aprirsi con dolci sferzate e fiati ronzanti in epico ma misurato crescendo che s&#8217;invola nelle sconosciute frequenze del cosmo. Ma si torna sulla Terra per un giro spensierato sulle giostre di <strong><em>Watching The Moon</em></strong>, che omaggia l&#8217;energica cadenza degli Stereolab e raccoglie per strada una filastrocca da cortile da cui balza un assolo di vischiosi raggi laser. E i Velvet Underground &amp; Nico ritornano nella melodia di <strong><em>Wildly Remote</em></strong>, il suo arpeggio circolare e soffuso e la voce dolcissima, scossi dallo strano monologo di un extraterrestre, che conduce il duo nello stiloso club retrò di <strong><em>Holy Invisible</em></strong> con le sue luci guizzanti, i coretti funky, il basso blacxploitation, le chitarre grattuggiate, i riverberi stranianti, gli affondi diabolici della Scuola di Canterbury. Graditissima conferma di un duo talentuoso.</p>
<h2 class="sectionhead">Credits</h2>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Label: </span>Fire Records &#8211; 2026</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Line-up: </span>Matthew Simms (Vocals, Electric Guitar, Acoustic Guitar, Bass, Drums, Percussion, Vibraphone, Autoharp, Trumpet, Piano, Synth) &#8211; Verity Susman (Vocals, Piano, Harpsichord, Tenor Saxophone, Soprano Saxophone, Bass Clarinet, Recorder, Synth)</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Tracklist:</span></p>
<p>&nbsp;</p>
<ol>
<li>Life Could Be a Cloud</li>
<li>Cut Glass Hammer</li>
<li>I Can&#8217;t See A Rainbow</li>
<li>Dropped Down The Well</li>
<li>In The Weeds</li>
<li>Reimagined River</li>
<li>Mediocre Demon</li>
<li>Bell Miner</li>
<li>Lemon Trees</li>
<li>Watching The Moon</li>
<li>Wildly Remote</li>
</ol>
<p>Holy Invisible 04:34Link: <a href="https://memorialsmusic.com/">Sito Ufficiale</a><br />
<a href="https://www.facebook.com/memorialsmusic">Facebook</a><iframe style="border: 0; width: 350px; height: 470px;" src="https://bandcamp.com/EmbeddedPlayer/album=759653037/size=large/bgcol=ffffff/linkcol=0687f5/tracklist=false/transparent=true/" width="300" height="150" seamless=""><a href="https://memorialsmusic.bandcamp.com/album/all-clouds-bring-not-rain">All Clouds Bring Not Rain by MEMORIALS</a></iframe></p>
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		<title>Terrifying Angels &#8211; Pure Reason Revolution</title>
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		<pubDate>Sun, 04 Oct 2026 12:34:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Vladimiro Vacca]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Album]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni]]></category>

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		<description><![CDATA[Esistono album che conquistano per impatto. Altri per stratificazione. Terrifying Angels appartiene a una terza categoria: quella dei dischi che si insinuano lentamente, trasformando la complessità in un&#8217;esperienza sorprendentemente naturale. Dopo le contemplazioni soffuse degli ultimi lavori, i Pure Reason Revolution scelgono di attraversare territori più inquieti. Non appesantiscono il suono, ma ne tendono i nervi. &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="alignright size-thumbnail wp-image-52901" src="https://www.losthighways.it/wp-content/uploads/Pure-Reason-Revolution-576x576-200x200.jpg" alt="Pure-Reason-Revolution-576x576" width="200" height="200" />Esistono album che conquistano per impatto. Altri per stratificazione. <strong><em>Terrifying Angels</em></strong> appartiene a una terza categoria: quella dei dischi che si insinuano lentamente, trasformando la complessità in un&#8217;esperienza sorprendentemente naturale. Dopo le contemplazioni soffuse degli ultimi lavori, i Pure Reason Revolution scelgono di attraversare territori più inquieti. Non appesantiscono il suono, ma ne tendono i nervi. Le chitarre fremono sotto la superficie, le ombre si allungano, la luce diventa più incerta. Eppure, nel cuore di questo labirinto continua a battere quella bellezza malinconica che sa trasformare la tensione in melodia, un equilibrio raro che può ricordare il miglior Steven Wilson, ma che appartiene ormai soltanto a loro. Fin dall&#8217;iniziale <em><strong>Spin Like Fire</strong></em>, riff dal sapore grunge e atmosfere cupe vengono continuamente attraversati da aperture luminose, sintetizzatori discreti e dagli intrecci vocali tra Jon Courtney e Annicke Shireen che rappresentano ancora il marchio di fabbrica della band. Come accade nelle opere più riuscite dei Porcupine Tree, il peso e la leggerezza dialogano costantemente, creando un equilibrio fragile ma affascinante. La vera qualità di <strong><em>Terrifying Angels</em></strong> è la gestione dello spazio. In soli sette brani, il gruppo attraversa cinquanta minuti senza mai dare l&#8217;impressione di eccedere o trattenersi. Le composizioni più brevi, come <em><strong>Haywire Heart</strong></em>, funzionano come improvvise scariche di energia, mentre i lunghi brani che occupano il cuore e la coda dell&#8217;album dimostrano una maturità compositiva rara. La <em><strong>title track</strong></em> si sviluppa come una lenta spirale. Basso e batteria alimentano una tensione costante mentre le chitarre oscillano tra forza e sottrazione, evitando ogni tentazione di sovraccaricare il racconto sonoro. Le sue derive psichedeliche evocano tanto la maestosità sospesa dei Pink Floyd quanto certe esplorazioni atmosferiche dei primi Porcupine Tree. È progressive rock nel senso più nobile del termine: dinamico, cinematografico, sempre in movimento. Ancora più ambiziosa è <em><strong>Hold Your Wrath</strong></em>, quasi quindici minuti che alternano paesaggi eterei, melodie immediate e improvvise esplosioni elettriche. Un brano che potrebbe conquistare gli estimatori dell&#8217;ultimo Anathema, grazie a quella capacità di trasformare la malinconia in tensione emotiva, senza mai ricorrere alla pura esibizione tecnica. Tra questi estremi trovano spazio l&#8217;anima quasi stoner di <em><strong>Rumination Ruin</strong></em>, la delicatezza sospesa di <em><strong>Below Radiance</strong></em> e una scrittura che continua a privilegiare il dialogo tra accessibilità e ricerca. Fondamentale anche il lavoro di Bruce Soord in fase di missaggio, una presenza che si percepisce nella limpidezza del suono e che inevitabilmente richiama alcune delle atmosfere care ai suoi The Pineapple Thief. Ma sarebbe riduttivo parlare di <strong><em>Terrifying Angels</em></strong> come di una semplice somma di influenze. Se agli esordi i Pure Reason Revolution sembravano l&#8217;anello di congiunzione tra la psichedelia floydiana, il progressive moderno di Steven Wilson e una sensibilità quasi dream-pop, oggi quella miscela è diventata un linguaggio autonomo. Le ombre, le aperture melodiche, le fughe elettroniche e i momenti più contemplativi convivono con una naturalezza che appartiene soltanto a loro. <strong><em>Terrifying Angels</em></strong> non è un album pesante nel senso tradizionale del termine. È pesante nel modo in cui possono esserlo certi pensieri che ritornano quando il rumore si spegne. Un lavoro che non impressiona per volume o aggressività, ma per equilibrio, profondità e capacità di trasformare la complessità in emozione. I Pure Reason Revolution continuano così la loro seconda giovinezza artistica, dimostrando che l&#8217;evoluzione non passa necessariamente dalla rivoluzione, ma dalla capacità di affinare una voce già riconoscibile fino a renderla ancora più autentica.</p>
<h2 class="sectionhead">Credits</h2>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Label: </span>InsideOut Music – 2026</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Line-up: </span>Jon Courtney (voce, chitarre, basso, tastiere, percussioni, produzione) – Annicke Shireen (voce) – Greg Jong (chitarre) – Ravi Kesavaram (batteria) – Mariusz Duda (basso ospite) – Kristoffer Gildenlöw (basso ospite) – Bruce Soord (missaggio)</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Tracklist:</span></p>
<p>1. Spin Like Fire<br />
2. Black-Arrow Acrobats<br />
3. Haywire Heart<br />
4. Terrifying Angels<br />
5. Rumination Ruin<br />
6. Below Radiance<br />
7. Hold Your Wrath</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><a href="&gt;https://www.purereasonrevolutionofficial.com/" target="_blank">Official Site</a></p>
<h2 class="MsoNormal" style="text-align: justify;">Spin Like Fire &#8211; Video</h2>
<p><iframe title="YouTube video player" src="https://www.youtube.com/embed/xx_XAc8uk0U?si=3UkzOg-jpTuEChIB" width="560" height="315" frameborder="0" allowfullscreen="allowfullscreen"></iframe></p>
<h2>Supporta LostHighways</h2>
<div style="width: 260px; padding: 15px; border-radius: 12px; background: linear-gradient(135deg, #dfe9f3 0%, #ffffff 100%); border: 2px solid #4a6fa5; box-shadow: 0 4px 10px rgba(0,0,0,0.15); text-align: center; font-family: Arial, sans-serif;">
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</a></p>
<div style="font-size: 14px; color: #2c3e50; margin-top: 8px;">
<p><strong>Pure Reason Revolution</strong><em><strong>Terrifying Angels</strong></em></p>
</div>
<p><a style="display: inline-block; margin-top: 12px; padding: 8px 14px; background: #4a6fa5; color: white; text-decoration: none; border-radius: 6px; font-size: 13px;" href="https://link.amazon/B06A5OVgE" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><br />
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</a></p>
</div>
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		<title>Hotel Usona &#8211; Protomartyr</title>
		<link>http://www.losthighways.it/2026/10/03/hotel-usona-protomartyr/</link>
		<comments>http://www.losthighways.it/2026/10/03/hotel-usona-protomartyr/#comments</comments>
		<pubDate>Sat, 03 Oct 2026 19:52:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Vladimiro Vacca]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Album]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni]]></category>

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		<description><![CDATA[C&#8217;è un albergo alla periferia del sogno americano. I neon tremolano, la moquette trattiene polvere e fantasmi, le porte delle stanze si aprono su schermi accesi, rabbie politiche, paure collettive e solitudini sempre più difficili da nominare. In Hotel Usona i Protomartyr trasformano gli Stati Uniti in una struttura decadente e infestata, metafora di un &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<div>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.losthighways.it/wp-content/uploads/hotel_usonia.jpg"><img class="alignright size-thumbnail wp-image-52889" src="http://www.losthighways.it/wp-content/uploads/hotel_usonia-200x200.jpg" alt="hotel_usonia" width="200" height="200" /></a>C&#8217;è un albergo alla periferia del sogno americano. I neon tremolano, la moquette trattiene polvere e fantasmi, le porte delle stanze si aprono su schermi accesi, rabbie politiche, paure collettive e solitudini sempre più difficili da nominare. In <strong><em>Hotel Usona</em></strong> i Protomartyr trasformano gli Stati Uniti in una struttura decadente e infestata, metafora di un Occidente che continua a restare in piedi pur avendo smarrito il senso della propria esistenza. Joe Casey ne attraversa i corridoi come un predicatore laico, annotando il disfacimento del presente con la lucidità di chi non cerca più risposte ma soltanto testimonianze. Negli ultimi quindici anni il revival post-punk ha prodotto grandi nomi come Idles e Fontaines D.C., ma i Protomartyr hanno sempre occupato una stanza diversa. Meno immediati, meno celebrativi, più letterari. Mentre molti osservano le macerie, Casey e compagni ne catalogano i frammenti, raccontando la crisi contemporanea senza slogan e senza soluzioni. Se <strong><em><a href="http://www.losthighways.it/2020/11/29/ultimate-success-today-protomartyr/" target="_blank">Ultimate Success Today</a></em></strong> sembrava scritto mentre la tempesta si avvicinava, <strong><em>Hotel Usona</em></strong> ne abita direttamente le conseguenze. Là c&#8217;era la profezia, qui c&#8217;è il resoconto. Là l&#8217;apocalisse imminente, qui la normalità del collasso. <em><strong>The Old Hotel</strong></em> apre il disco spalancando le porte dell&#8217;edificio con ottoni minacciosi e atmosfere quasi cinematografiche. È il contrario di <strong><em>Hotel California</em></strong>: non la seduzione del sogno americano ma il suo relitto. In <em><strong>Sounds We Cannot Hear</strong></em> Casey fotografa la paralisi digitale di un&#8217;epoca divorata dallo scroll infinito, mentre <em><strong>Converts</strong></em> mostra una band che continua ad espandere il proprio linguaggio sonoro oltre i confini del post-punk tradizionale. È soprattutto Greg Ahee a guidare questa trasformazione. Le sue chitarre si contaminano con suggestioni mediorientali, cromatismi inattesi ed echi exotica che rendono il disco il lavoro più ampio e ambizioso della carriera del gruppo. In <em><strong>Lavender &#8211; Gospel</strong></em> affiora persino una malinconia dal respiro morriconiano, mentre <em><strong>Feed The Sewer</strong></em> rimette al centro tutta la rabbia politica che da sempre alimenta la scrittura di Casey. La produzione di Dave Fridmann amplifica ogni dettaglio senza sacrificare la tensione. Gli ottoni, le percussioni e le chitarre sembrano muoversi come presenze nei corridoi dell&#8217;albergo, trasformando ogni brano in una stanza diversa dello stesso incubo americano. Con appena nove tracce, <strong><em>Hotel Usona</em></strong> evita qualsiasi ridondanza e si impone come uno dei lavori più maturi dei Protomartyr. Un disco che racconta un&#8217;America frammentata, alienata e insonne, ma che trova ancora spazio per una strana forma di bellezza tra le crepe. Un albergo dal quale è difficile fare davvero check-out. E se persino Iggy Pop ha deciso di aggirarsi tra questi corridoi consumati, affascinato dai fantasmi evocati da Casey e compagni, allora significa che i Protomartyr hanno costruito qualcosa che va ben oltre un semplice disco. Una delle vette del post-punk contemporaneo.</p>
<h2 class="sectionhead">Credits</h2>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Label: </span>Domino Recording Co. – 2026</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Line-up: </span>Joe Casey (voce) – Greg Ahee (chitarra, sintetizzatori, co-produzione) – Scott Davidson (basso) – Alex Leonard (batteria) – Dave Fridmann (produzione, missaggio) – Jon Fridmann (ottoni)</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Tracklist:</span></p>
<p>1. The Old Hotel<br />
2. Sounds We Cannot Hear<br />
3. Converts<br />
4. Exalted Eagles<br />
5. The Knife Dream<br />
6. Feed the Sewer<br />
7. Lavender – Gospel<br />
8. Third Country<br />
9. Checking Out</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><a href="https://protomartyrband.com" target="_blank">Official Site</a></p>
<h2 class="MsoNormal" style="text-align: justify;">The Old Hotel &#8211; Video</h2>
<p><iframe title="YouTube video player" src="https://www.youtube.com/embed/U_bvmYG1ybY?si=IsF5I7oEhfLYDl8f" width="560" height="315" frameborder="0" allowfullscreen="allowfullscreen"></iframe></p>
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</a></p>
<div style="font-size: 14px; color: #2c3e50; margin-top: 8px;">
<p><strong>Protomartyr</strong><em><strong>Hotel Usona</strong></em></p>
</div>
<p><a style="display: inline-block; margin-top: 12px; padding: 8px 14px; background: #4a6fa5; color: white; text-decoration: none; border-radius: 6px; font-size: 13px;" href="https://link.amazon/B058uel3B" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><br />
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</a></p>
</div>
</div>
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		<item>
		<title>Skylarking &#8211; XTC</title>
		<link>http://www.losthighways.it/2026/09/27/skylarking-xtc/</link>
		<comments>http://www.losthighways.it/2026/09/27/skylarking-xtc/#comments</comments>
		<pubDate>Sun, 27 Sep 2026 20:01:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Vladimiro Vacca]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Voyager 3 (... ovvero dischi da regalare agli alieni)]]></category>
		<category><![CDATA[Yesterday Roads]]></category>

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		<description><![CDATA[Da qualche parte tra la fine dell&#8217;estate e il principio della malinconia esiste un luogo immaginario chiamato Skylarking. Un giardino inglese sospeso fuori dal tempo, dove la psichedelia fiorisce tra i ricordi, la fede vacilla sotto cieli color ambra e ogni melodia sembra custodire il segreto del passaggio dall&#8217;innocenza alla consapevolezza. Gli XTC vi arrivarono &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="alignright size-thumbnail wp-image-52871" src="http://www.losthighways.it/wp-content/uploads/xtc_skylarking-200x200.jpg" alt="xtc_skylarking" width="200" height="200" />Da qualche parte tra la fine dell&#8217;estate e il principio della malinconia esiste un luogo immaginario chiamato <em><strong>Skylarking</strong></em>. Un giardino inglese sospeso fuori dal tempo, dove la psichedelia fiorisce tra i ricordi, la fede vacilla sotto cieli color ambra e ogni melodia sembra custodire il segreto del passaggio dall&#8217;innocenza alla consapevolezza. Gli XTC vi arrivarono nell&#8217;ottobre del 1986 e, quasi senza accorgersene, lasciarono una delle mappe più belle mai disegnate dal pop britannico. La lavorazione dell&#8217;album fu tutt&#8217;altro che idilliaca. Partridge e Rundgren si scontrarono praticamente su tutto: arrangiamenti, ordine dei brani, metodologia di lavoro. Anni dopo il cantante avrebbe ricordato quelle sessioni come una continua battaglia di volontà. Eppure proprio da quella tensione nacque la magia. Fu Rundgren a intuire che il materiale poteva trasformarsi in qualcosa di più di una semplice raccolta di canzoni: una sorta di concept album naturale, scandito dalle stagioni, dai cicli biologici e dall&#8217;eterna alternanza tra fertilità e decadenza. Il risultato è un disco che sembra respirare. Le canzoni si susseguono come scene di un unico sogno pastorale. <em><strong>Grass</strong></em> profuma di erba bagnata e desiderio adolescenziale; <em><strong>The Meeting Place</strong></em> ha la leggerezza di una cartolina sbiadita trovata in soffitta; <em><strong>Earn Enough for Us</strong></em> nasconde dietro la melodia solare una riflessione amara sulle aspettative della vita adulta. E poi c&#8217;è <em><strong>1000 Umbrellas</strong></em>, probabilmente una delle vette emotive della scrittura di Partridge, dove un&#8217;orchestrazione quasi cinematografica accompagna una malinconia che non conosce consolazione. L&#8217;aneddoto più celebre riguarda però <em><strong>Dear God</strong></em>. Nella prima versione britannica del disco il brano non era presente. La canzone, una feroce lettera aperta alla divinità che mette in discussione fede e sofferenza umana, venne inizialmente esclusa. Furono le radio universitarie statunitensi a trasformarla in un piccolo caso culturale. Il successo inatteso convinse l&#8217;etichetta a reinserirla nelle successive edizioni dell&#8217;album, cambiandone per sempre la percezione critica. Esiste poi un ultimo aneddoto che sembra perfetto per raccontare il destino di questo disco. Nel 2010 venne scoperto che un errore tecnico durante il mastering originale aveva causato un&#8217;inversione di polarità, rendendo il suono dell&#8217;album più sottile rispetto a quanto previsto. Dopo quasi venticinque anni, <strong><em>Skylarking</em></strong> poté finalmente essere ascoltato come era stato concepito in studio. Una sorta di restaurazione tardiva che ha aggiunto un ulteriore capitolo alla sua leggenda. Ascoltato oggi, <strong><em>Skylarking</em></strong> possiede la rara capacità di sembrare fuori dal tempo. Non appartiene veramente al 1986, né agli anni Ottanta in generale. Le sue armonie evocano i Beach Boys, i colori richiamano i Kinks, la sensibilità narrativa guarda alla tradizione psichedelica inglese, ma tutto viene filtrato attraverso una scrittura personale e inconfondibile. È il suono di un&#8217;autunno immaginario che non finisce mai. Mentre il decennio correva verso sintetizzatori scintillanti e produzioni sempre più muscolari, gli XTC scelsero la strada opposta: quella dei campi, degli insetti nascosti nell&#8217;erba, delle ombre che si allungano al tramonto. Realizzarono un disco che parla della natura, ma soprattutto del tempo che passa e dell&#8217;impossibilità di trattenerlo. La sua influenza si estende ben oltre il contesto originario. La capacità di fondere psichedelia, pop orchestrale, folk e sensibilità pastorale inglese è diventata una sorta di modello sotterraneo per intere generazioni di musicisti. Nelle sue trame armoniche si possono rintracciare gli echi che avrebbero alimentato parte dell&#8217;indie-pop degli anni Novanta, del chamber pop e di quella corrente neo-psichedelica che ha trovato nuova linfa tra gli anni Duemila e Dieci. Molte band hanno ereditato proprio ciò che rende unico <strong><em>Skylarking</em></strong>: l&#8217;idea che la melodia possa essere sofisticata senza diventare elitaria, che la sperimentazione possa convivere con l&#8217;immediatezza emotiva. Un principio che si ritrova, in forme diverse, nei mondi sonori di gruppi come The Flaming Lips, High Llamas, Of Montreal, Belle and Sebastian e persino in parte del songwriting dei Blur più contemplativi. A quarant&#8217;anni dalla sua pubblicazione, <strong><em>Skylarking</em></strong> resta un raro esempio di perfezione imperfetta: nato da conflitti, incomprensioni e tensioni creative, ma capace di trasformare ogni attrito in bellezza. Come le foglie che cadono in autunno per preparare una nuova primavera, continua a perdere e ritrovare significati a ogni ascolto. E forse il suo lascito più grande è proprio questo: dimostrare che il pop può essere colto senza essere freddo, complesso senza essere distante, eterno senza accorgersene.</p>
<h2 class="sectionhead">Credits</h2>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Label: </span>Virgin Records (UK) / Geffen Records (US) – 1986</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Line-up: </span><br />
Andy Partridge (voce, chitarre, tastiere) – Colin Moulding (basso, voce, tastiere) – Dave Gregory (chitarre, tastiere, cori) – Prairie Prince (batteria, percussioni) – Todd Rundgren (produzione, arrangiamenti) – Mingo Lewis (percussioni)</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Tracklist:</span></p>
<p>1. Summer&#8217;s Cauldron<br />
2. Grass<br />
3. The Meeting Place<br />
4. That&#8217;s Really Super, Supergirl<br />
5. Ballet for a Rainy Day<br />
6. 1000 Umbrellas<br />
7. Season Cycle<br />
8. Earn Enough for Us<br />
9. Big Day<br />
10. Another Satellite<br />
11. Mermaid Smiled<br />
12. The Man Who Sailed Around His Soul<br />
13. Dying<br />
14. Sacrificial Bonfire</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><a style="text-align: justify;" href="https://www.xtcidearecords.co.uk/" target="_blankh2 class=">Dear God &#8211; Video</a></p>
<p><iframe title="YouTube video player" src="https://www.youtube.com/embed/p554R-Jq43A" width="560" height="315" frameborder="0" allowfullscreen="allowfullscreen"><br />
</iframe></p>
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</a></p>
<div style="font-size: 14px; color: #2c3e50; margin-top: 8px;">
<p><strong>XTC</strong><br />
<em><strong>Skylarking</strong></em></p>
</div>
<p><a style="display: inline-block; margin-top: 12px; padding: 8px 14px; background: #4a6fa5; color: white; text-decoration: none; border-radius: 6px; font-size: 13px;" href="https://link.amazon/B0f1jWvBG" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><br />
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</a></p>
</div>
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		<title>Anatomy of a Brief Romance &#8211; Bloc Party</title>
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		<pubDate>Sun, 27 Sep 2026 11:47:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Vladimiro Vacca]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Album]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni]]></category>

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		<description><![CDATA[Bloc Party non sono più la band che correva nervosa tra le ombre del post‑punk revival. Non sono più i ragazzi di Silent Alarm, che trasformavano l’ansia urbana in chitarre a scatto e ritmi da inseguimento. O i funamboli elettronici di Intimacy, che cercavano di conciliare carne e circuiti. Oggi sono altro: una creatura luminosa, &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="alignright size-thumbnail wp-image-52861" src="https://www.losthighways.it/wp-content/uploads/blocparty_anatomu_2026-200x200.jpg" alt="blocparty_anatomu_2026" width="200" height="200" />Bloc Party non sono più la band che correva nervosa tra le ombre del post‑punk revival. Non sono più i ragazzi di <strong><em>Silent Alarm</em></strong>, che trasformavano l’ansia urbana in chitarre a scatto e ritmi da inseguimento. O i funamboli elettronici di <strong><em>Intimacy</em></strong>, che cercavano di conciliare carne e circuiti. Oggi sono altro: una creatura luminosa, vulnerabile, pop. Una band che ha deciso di raccontarsi senza veli, lasciando che la vita privata di Kele Okereke diventi materia sonora, trama narrativa, universo emotivo. E questa metamorfosi non è una resa: è una rinascita.  <strong><em>Anatomy of a Brief Romance</em></strong> non è una raccolta di canzoni: è un calendario sentimentale, un diario che comincia con una data precisa, <strong>22.01.22</strong>, “<em>the first time I laid eyes on you</em>” . Bloc Party non avevano mai osato tanto. L’obliquità che li ha resi iconici — quel modo di parlare d’amore senza mai dire davvero amore — qui evapora. Al suo posto, un lirismo diretto, queer, intimo, che non cerca metafore per nascondersi ma immagini per mostrarsi. È la svolta pop di una band che ha smesso di proteggersi. Trevor Horn lucida ogni superficie: synth che brillano come neon bagnati, beat che pulsano come un cuore appena guarito, chitarre che non graffiano più ma accarezzano. Se <strong><em>Silent Alarm</em></strong> era un edificio di vetro e acciaio, e <strong><em>Intimacy</em></strong> un laboratorio di tensioni, <strong><em>Anatomy of a Brief Romance</em></strong> è una stanza piena di specchi: ogni riflesso è un frammento di Kele, ogni luce un ricordo che si accende e si spegne. <strong>22.01.22: </strong>Il disco si apre come un fotogramma ritrovato: un volto intravisto, un destino che comincia a muoversi. Le “<em>delicate layers of bass-heavy synths</em>” sono la pelle di un incontro che ancora non sa di essere amore. In <strong>Coming On Strong </strong>il desiderio accelera. Un funk nervoso, una chitarra che vibra come un filo d’alta tensione. “<em>Lightning couldn’t strike again / but here you are to prove me wrong</em>” : l’amore come seconda possibilità, come miracolo che non dovrebbe accadere e invece accade. Mentre in <strong>Love Bombs / Pigwig c&#8217;è</strong> la fase dell’euforia. L’amore che diventa iperbole, promessa, gioco. Okereke è teatrale, quasi febbrile: vuole imparare l’accordion, comprare ogni posto di un teatro, trasformare la vita in un gesto di devozione. È pop nella sua forma più pura: eccesso, colore, slancio. Quindi in <strong>Muscleworks / Clark Kent </strong>si manifesta<strong> </strong>la crepa. La gelosia che entra come un rumore di fondo. “<em>I’m starting to recognize the voice you use when you lie to me</em>” : la voce che cambia, la fiducia che si incrina. La produzione diventa più scura, più atmosferica: come se la stanza degli specchi cominciasse a deformare i volti. <strong>Worst Birthday Ever </strong>vi è il punto di rottura. Una festa che diventa un campo di battaglia, una famiglia che non accoglie, un silenzio che ferisce più delle parole. “<em>Your dad got his wish / his gay son’s no longer in love</em>” : la frase che taglia il disco in due. Quinid approdiamo alla discesa. Il dopo. Il vuoto che rimane quando l’amore se ne va ma continua a occupare spazio. Bloc Party trasformano il dolore in synth-pop danzabile: una contraddizione che funziona, perché il cuore spesso balla anche quando non dovrebbe (<strong>Not Your Problem / Now We Can’t Be Friends / Rotherhithe</strong>). In <em><strong>Moving On i</strong></em>l cerchio che si chiude. La chitarra che cita U2 (<strong><em>Where the Streets Have No Name</em></strong> come coperta emotiva) . La voce che non cerca più di accusare, ma di capire. La luce che entra dopo aver attraversato tutte le stanze del buio.  <strong><em>Eulogy</em></strong> assomiglia a una camera dei ricordi percorsa in punta di piedi. Come nell&#8217;omonimo episodio di <strong><em>Black Mirror</em></strong>, il passato non è un luogo da osservare ma da attraversare: un corridoio di immagini sbiadite in cui ogni dettaglio riacquista peso, ogni assenza una voce. Okereke ne emerge senza risposte definitive, ma con una consapevolezza nuova: alcune storie finiscono, eppure continuano a brillare nelle stanze che hanno abitato. Bloc Party non hanno più il passo frenetico di <strong><em>Silent Alarm</em></strong>, né la tensione erotico-elettronica di <strong><em>Intimacy</em></strong>. Hanno perso qualcosa? Sì: l’urgenza giovanile, la furia ritmica, la cripticità. Ma hanno guadagnato altro: una sincerità radicale, una scrittura che non teme di mostrarsi, una produzione che non cerca di essere cool ma vera. È un disco che non vuole piacere a tutti: vuole parlare a chi è disposto ad ascoltare.  <strong><em>Anatomy of a Brief Romance</em></strong> è un album che non corre: cammina dentro le stanze del cuore, raccoglie gli oggetti caduti, li osserva alla luce del mattino. È pop, sì — ma un pop che non semplifica, che non addolcisce, che non nasconde. Bloc Party hanno cambiato pelle, e in questa nuova pelle c’è una bellezza fragile, luminosa, ostinata. La bellezza di chi ha amato, ha perso, e ha deciso comunque di cantare.</p>
<h2 class="sectionhead">Credits</h2>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Label: </span>cOnTAGIOUS Ltd / Virgin Music Group – 2026</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Line-up: </span> Kele Okereke (voce, chitarra) – Russell Lissack (chitarra, tastiere) – Harry Deacon (basso, tastiere) – Louise Bartle (batteria) – Trevor Horn (produzione) – Alan Moulder (missaggio)</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Tracklist:</span></p>
<p>1. 22.01.22<br />
2. Coming On Strong<br />
3. Love Bombs<br />
4. Pigwig<br />
5. Lagoon Blue<br />
6. Muscleworks<br />
7. Clark Kent<br />
8. Worst Birthday Ever<br />
9. Not Your Problem<br />
10. Now We Can&#8217;t Be Friends<br />
11. Rotherhithe<br />
12. Stories<br />
13. Moving On<br />
14. Eulogy</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><a href="https://www.blocparty.com/" target="_blank">Official Site</a></p>
<h2 class="MsoNormal" style="text-align: justify;">Rotherhithe &#8211; Video</h2>
<p><iframe title="YouTube video player" src="https://www.youtube.com/embed/HOeaoGDzEGY?si=cRNiokX2SF_g-aoo" width="560" height="315" frameborder="0" allowfullscreen="allowfullscreen"></iframe></p>
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<div style="width: 260px; padding: 15px; border-radius: 12px; background: linear-gradient(135deg, #dfe9f3 0%, #ffffff 100%); border: 2px solid #4a6fa5; box-shadow: 0 4px 10px rgba(0,0,0,0.15); text-align: center; font-family: Arial, sans-serif;">
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</a></p>
<div style="font-size: 14px; color: #2c3e50; margin-top: 8px;">
<p><strong>Bloc Party</strong><em><strong>Anatomy of a Brief Romance</strong></em></p>
</div>
<p><a style="display: inline-block; margin-top: 12px; padding: 8px 14px; background: #4a6fa5; color: white; text-decoration: none; border-radius: 6px; font-size: 13px;" href="https://link.amazon/B07FxFGVl" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><br />
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</a></p>
</div>
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		<item>
		<title>Passione: Fanali con Manuel Agnelli</title>
		<link>http://www.losthighways.it/2026/09/25/passione-fanali-con-manuel-agnelli/</link>
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		<pubDate>Fri, 25 Sep 2026 15:27:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Amalia Dell'Osso]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Recensioni]]></category>
		<category><![CDATA[Single/EP/Self Released]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.losthighways.it/?p=52841</guid>
		<description><![CDATA[Passione (1934) è uno dei brani più rappresentativi della storia della canzone napoletana, cristallizzato nell&#8217;immaginario collettivo come una delle descrizioni più affascinanti del sentimento amoroso in una miscela da grande capolavoro di perfetta architettura testuale e parte musicale. Picco d&#8217;estasi creativa ad opera del poeta Libero Bovio e dei compositori Tagliaferri e Valenti, reca in sé &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong><em><img class="  wp-image-52842 alignright" src="https://www.losthighways.it/wp-content/uploads/passione_singolo.jpg" alt="passione_singolo" width="249" height="312" />Passione</em></strong> (1934) è uno dei brani più rappresentativi della storia della canzone napoletana, cristallizzato nell&#8217;immaginario collettivo come una delle descrizioni più affascinanti del sentimento amoroso in una miscela da grande capolavoro di perfetta architettura testuale e parte musicale. Picco d&#8217;estasi creativa ad opera del <em>poeta </em>Libero Bovio e dei compositori Tagliaferri e Valenti, reca in sé la parte più cruda e viscerale di ogni relazione: l&#8217;inquietudine di un legame che avvicina e tortura, riempie e svuota con il suo fuoco che consuma. Il progetto multisciplinare Fanali decide di rileggere questo brano, portandolo in una dimensione rarefatta eppure materica tra elettronica evocativa e tradizione, spingendo fino all&#8217;estremo la carica struggente con la meravigliosa partecipazione della voce graffiante e al contempo avvolgente e morbida di Manuel Agnelli. Un cortocircuito rischioso e, proprio per questo, ancor più riuscito. La lingua napoletana è questione di espressività viscerale, la cifra stilistica per eccellenza del leader degli Afterhours. Ammalianti gli inserti vocali in penombra di Caterina Bianco. La tensione del brano trova traduzione nelle immagini firmate dall&#8217;artista visuale Sabrina Cirillo, che scrive e dirige un videoclip dal mood malinconico incentrato sul<em> </em>contatto smarrito, ed impreziosito dalla performance di Simona Fredella e dalle suggestioni delle ambientazioni de La Santissima Community Hub di Napoli.<br />
Tra minimalismo, eleganza delle soluzioni ed intensità, Fanali centra l&#8217;obiettivo, forte della prova già superata a pieni voti con <span class="dig-1hicw9p1_6-6-1 dig-1hicw9p0_6-6-1 dig-ekabin0_6-6-1 dig-Theme-vis2023 dig-Theme-vis2023--bright dig-Mode--bright In-Theme-Provider"><strong><em>Nun me scetà</em></strong> del 2025,  in viaggio tra le pieghe di Sergio Bruni e Roberto Murolo. </span><br />
Non è una rivisistazione, è corrispondenza. È un viaggio emotivo dentro un universo di suoni e parole in cui Fanali spalanca le porte ad una voce che sa esattamente dove si trova perché quel tormento lo abita da sempre.<br />
<em><strong>Passione</strong></em> fa parte di <span class="dig-1hicw9p1_6-6-1 dig-1hicw9p0_6-6-1 dig-ekabin0_6-6-1 dig-Theme-vis2023 dig-Theme-vis2023--bright dig-Mode--bright In-Theme-Provider"><strong><em>Nu veleno ch’è doce</em></strong>, in arrivo il prossimo 23 ottobre in formato vinile per l&#8217;etichetta Butterfly Music / Futurecords,</span> un progetto discografico ed un oggetto da esplorare e tenere al riparo. Come si fa con le cose rare e preziose.</p>
<p><a href="https://www.fanalirumori.com/"><strong>FANALI</strong></a><br />
<strong>Caterina Bianco</strong><br />
<strong>Michele De Finis</strong><br />
<strong>Jonathan Maurano</strong></p>
<p><strong><a href="https://mc2live.it/artista/afterhours/">Manuel Agnelli</a></strong>  &#8211; Voce</p>
<p>Produzione artistica: Collettivo Moreflutter<br />
Label: Futurecords<br />
Distribuzione digitale: Believe<br />
Press: Bigtime<br />
Registrato presso Multiversi Lab da Antonio Dafe<br />
Voce registrata presso TP Studio da Antonio Esposito<br />
Mix &amp; Mastering: Antonio “Dafe” Annunziata @Multiversi Lab</p>
<p>Cover Foto:<br />
Model: Simona Fredella<br />
Artwork: Totore Caruso<br />
Videoclip: scritto e diretto da Sabrina Cirillo<br />
<iframe title="YouTube video player" src="https://www.youtube.com/embed/QI-838PeBKw?si=qL1_1jpotf-ZAv1c" width="560" height="315" frameborder="0" allowfullscreen="allowfullscreen"></iframe></p>
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		<title>Ride Lonesome &#8211; Beck</title>
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		<pubDate>Mon, 21 Sep 2026 10:00:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Vladimiro Vacca]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Album]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni]]></category>

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		<description><![CDATA[Polvere che sale dalle scarpe, giorni di desolazione che tornano come stagioni, distanze negli occhi che non si colmano. Ride Lonesome si apre così: non con un gesto, ma con un paesaggio. Beck cammina dentro un mondo fatto di rose di carta, stelle dipinte, lune cave. Ogni immagine è un frammento di ciò che resta &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="alignright size-thumbnail wp-image-52801" src="https://www.losthighways.it/wp-content/uploads/Beck-Ride-Lonesome-artwork-2026-200x200.jpg" alt="Beck-Ride-Lonesome-artwork-2026" width="200" height="200" />Polvere che sale dalle scarpe, giorni di desolazione che tornano come stagioni, distanze negli occhi che non si colmano. <em><strong>Ride Lonesome</strong></em> si apre così: non con un gesto, ma con un paesaggio. Beck cammina dentro un mondo fatto di rose di carta, stelle dipinte, lune cave. Ogni immagine è un frammento di ciò che resta dopo la fine, un segnale lasciato lungo una strada che non porta da nessuna parte, se non più a fondo dentro sé stessi. Il recente disco di cover <em><strong>Everybody&#8217;s Gotta Learn Sometime</strong></em> aveva già tracciato la rotta: voce nuda, chitarra come ossatura, folk come lingua madre. Beck sembrava voler ricordare che la semplicità non è un ripiego, ma un ritorno alla verità. <em><strong>Ride Lonesome</strong></em> prende quella intuizione e la trasforma in una geografia emotiva: canyon che scendono lenti, orizzonti che si spengono, fari che si allontanano nella notte. È un mondo fragile, ma Beck lo attraversa con una calma nuova, diversa da quella di <em><strong>Sea Change</strong></em>, meno disperata; diversa da quella di <em><strong>Morning Phase</strong></em>, meno luminosa. Qui la malinconia non è un abisso: è un paesaggio. Le chitarre acustiche sono legno che scricchiola, come se ogni nota fosse un passo su un ponte consumato. Le slide sono miraggi, riflessi che tremano nell’aria calda. Le tastiere respirano come in <em><strong>Morning Phase</strong></em>, ma con un vento più freddo, più sottile. Nigel Godrich non costruisce cattedrali: lascia che il suono si espanda come una stanza vuota. Gli archi di David Campbell non avvolgono, non consolano: sono filamenti, linee che sfiorano la voce e poi scompaiono. È un lavoro di sottrazione, di eleganza trattenuta, di silenzi che contano quanto le note. <em><strong>Disappearing Act</strong> </em>è una stanza dove la luce entra da una fessura. <em><strong>Slow Canyon</strong></em> è un sentiero che scende piano, con le chitarre che rotolano come pietre. <em><strong>Beyond The Light</strong></em> è un’auto che si allontana, lasciando solo la scia di un faro. <em><strong>In The Night</strong></em> è un oggetto sospeso, un sogno che non si ricorda al mattino ma lascia la sua sensazione. <em><strong>Falling Through My Hands</strong></em> è una scatola musicale che si apre da sola, rivelando un ricordo che non si voleva più toccare. Ogni brano è un microcosmo, un luogo dove Beck si ferma per guardare ciò che resta. E ciò che resta è sempre la stessa cosa: una solitudine che non ferisce, ma illumina. Rispetto a <em><strong>Sea Change</strong></em>, qui la tristezza non è più un precipizio: è un altopiano. Rispetto a <em><strong>Morning Phase</strong></em>, la luce non è dorata: è crepuscolare, come un tramonto che non promette nulla. Rispetto al disco di cover, <em><strong>Ride Lonesome</strong></em> è più personale: lì Beck interpretava, qui si espone. È il punto in cui queste tre strade si incontrano: la malinconia, la luce, la voce nuda. <em><strong>Ride Lonesome</strong></em> non cerca di stupire, non chiede di essere capito, non vuole essere immediato. Preferisce insinuarsi piano, poi travolgere. In un’epoca che corre, Beck si ferma. In un mondo che vuole colori saturi, lui offre ombre che brillano. La sua bellezza non è solo musicale: è una forma di verità. Una verità che arriva lenta, ma quando arriva, resta. Un’opera splendida. La più sincera che Beck abbia inciso da anni.</p>
<h2 class="sectionhead">Credits</h2>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Label: </span>Capitol Records – 2026</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Line-up: </span><br />
Beck Hansen (voce, chitarre, composizione, produzione) – Smokey Hormel (chitarra) – Jason Falkner (chitarra) – Joey Waronker (batteria, percussioni) – Justin Meldal-Johnsen (basso) –<br />
Roger Joseph Manning Jr (tastiere, synth) – David Campbell (archi, orchestrazioni) – Nigel Godrich (mixing).</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Tracklist:</span></p>
<p>1. Ride Lonesome<br />
2. Run Away<br />
3. In the Night<br />
4. Failed Words<br />
5. Bleed<br />
6. Disappearing Act<br />
7. For Your Love<br />
8. Slow Canyon<br />
9. It Ends Right Here<br />
10. Falling Through My Hands<br />
11. If You Don&#8217;t Know What Love Is<br />
12. Beyond the Light</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Link: </span><a href="https://www.beck.com/" target="_blank">Official Site</a></p>
<h2>In the Night &#8211; Video</h2>
<p><iframe title="YouTube video player" src="https://www.youtube.com/embed/XNYj8R1Aq3s?si=k6-ZiyrQg6CJt_rJ" width="560" height="315" frameborder="0" allowfullscreen="allowfullscreen"></iframe></p>
<h2>Supporta LostHighways</h2>
<div style="width: 260px; padding: 15px; border-radius: 12px; background: linear-gradient(135deg, #dfe9f3 0%, #ffffff 100%); border: 2px solid #4a6fa5; box-shadow: 0 4px 10px rgba(0,0,0,0.15); text-align: center; font-family: Arial, sans-serif;">
<p><a href="https://amzn.to/4jdT4hR" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><br />
<img style="width: 120px; height: auto; border-radius: 6px; margin-bottom: 10px;" src="https://m.media-amazon.com/images/W/BW_MEDIAX_AVIF_MEASUREMENT_1306696-T1/images/I/713ykALC7KL._AC_SL1500_.jpg" alt="Beck - Ride Lonesome" /><br />
</a></p>
<div style="font-size: 14px; color: #2c3e50; margin-top: 8px;"><strong>Beck</strong><em><br />
<strong>Ride Lonesome</strong></em></div>
<p><a style="display: inline-block; margin-top: 12px; padding: 8px 14px; background: #4a6fa5; color: white; text-decoration: none; border-radius: 6px; font-size: 13px;" href="https://amzn.to/4jdT4hR"><br />
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</a></p>
</div>
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		<title>Into The Waves &#8211; Maiah Wynne</title>
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		<pubDate>Sat, 19 Sep 2026 15:11:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Vladimiro Vacca]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Album]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni]]></category>

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		<description><![CDATA[Into the Waves è un album che si muove come una marea: avanza, si ritira, torna a colpire con una forza che non è mai solo sonora, ma emotiva. Ogni brano sembra una diversa forma dell’acqua: corrente, risacca, abisso, superficie che riflette e inganna. Maiah Wynne attraversa il trauma come si attraversa un oceano in tempesta, &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong><em><img class="alignright size-thumbnail wp-image-52762" src="https://www.losthighways.it/wp-content/uploads/642008-200x200.jpg" alt="642008" width="200" height="200" />Into the Waves</em></strong> è un album che si muove come una marea: avanza, si ritira, torna a colpire con una forza che non è mai solo sonora, ma emotiva. Ogni brano sembra una diversa forma dell’acqua: corrente, risacca, abisso, superficie che riflette e inganna. Maiah Wynne attraversa il trauma come si attraversa un oceano in tempesta, lasciando che la musica diventi la rotta, la bussola, la zattera.  Registrato tra hotel, aeroporti e stanze temporanee, il disco conserva la fragilità dei luoghi di passaggio: è un lavoro nomade, ma mai disorientato. La sua voce — morbida, precisa, luminosa — è il filo che tiene insieme tutto: folk intimo, alternative rock atmosferico, arrangiamenti che sfiorano il cinema. E attorno a lei, una costellazione di presenze: Bethany Joyce, Avelyn Reynolds, Brooks Berg, Adam Brzycki, Randy Cooke, Henry Sheppard, e soprattutto Alex Lifeson, che porta nel disco una tensione elettrica che vibra come luce sott’acqua. Un ponte naturale con gli Envy of None, ma senza mai rubare il centro alla sua voce.  In alcuni passaggi, <strong><em>Into the Waves</em></strong> sembra riflettere la luce di altre artiste che hanno saputo trasformare la vulnerabilità in paesaggio sonoro. C’è una dolcezza che arriva come una corrente calma, una morbidezza che ricorda la prima Norah Jones: non nell’estetica jazz, ma nel modo in cui la voce di Maiah Wynne si posa sulle melodie come acqua su pietra, senza mai forzare, senza mai cercare il colpo di scena. È una delicatezza che non cede, che non si spezza, che accompagna. Poi, quando le onde si alzano, emerge una tensione più rituale, più fisica, più vicina alla furia luminosa di Florence and the Machine. Non è imitazione: è la stessa capacità di trasformare l’emozione in movimento, di far vibrare l’aria attorno alle parole, di far sembrare ogni crescendo una corsa verso la superficie dopo una lunga immersione. Brani come <strong><em>False Gods</em></strong> o <strong><em>Creatures in the Night</em></strong> hanno quella energia che pulsa come un cuore sotto l’acqua. E poi c’è l’elemento più misterioso, più lunare, più sospeso: un’eco lontana di Kate Bush. La ritrovi nei dettagli: nelle armonie che sembrano spirali, nelle linee vocali che si muovono come correnti imprevedibili, nelle atmosfere che non descrivono un’emozione ma la incarnano. <strong><em>In a Dream</em>, <em>Underwater</em>, <em>See the Water</em></strong> hanno quella qualità eterea che non appartiene alla terra, ma a un luogo intermedio — una stanza sommersa, un cielo riflesso, un fondale che respira. Maiah Wynne non somiglia a nessuna di loro, e proprio per questo le richiama: perché appartiene alla stessa famiglia di artiste che non usano la voce per cantare, ma per evocare.  <strong><em>Into the Waves</em></strong> non appartiene a un solo genere: è un delta, un punto in cui più correnti si incontrano. La produzione è essenziale ma mai povera: ogni strumento è una goccia che cade nel punto giusto, ogni silenzio è una pausa che respira. Le collaborazioni non decorano: ampliano. <strong><em>Into the Waves</em></strong> è un viaggio nell’acqua — quella che trascina, quella che cura, quella che riflette, quella che inganna. Un album che scorre, che cambia forma, che torna sempre a riva con qualcosa di nuovo. Maiah Wynne firma un’opera che non affoga mai: rimane sospesa, viva, luminosa. Una delle uscite più intense e sincere del 2026.</p>
<h2 class="sectionhead">Credits</h2>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Label: </span>Kscope – 2026</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Line-up: </span><br />
Maiah Wynne (voce, chitarra, dulcimer, piano, synth, composizione, produzione) – Bethany Joyce (violoncello) – Avelyn Reynolds (violino) – Brooks Berg (chitarra) – Adam Brzycki (batteria) –<br />
Randy Cooke (batteria) – Henry Sheppard (flicorno) – Alex Lifeson (chitarra ospite) – Justin Abel (missaggio, produzione aggiuntiva) – Alan Douches (mastering).</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Tracklist:</span></p>
<p>1. Nothing Stays The Same<br />
2. Satellites<br />
3. In A Dream<br />
4. Creatures In The Night<br />
5. False Gods<br />
6. Another Step (feat. Dan Avidan)<br />
7. See The Water<br />
8. Underwater<br />
9. Don’t Want To Say Goodbye<br />
10. Breathe<br />
11. Don’t Wait<br />
12. Girl Dinner</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Link: </span><a href="https://www.maiahwynne.com/" target="_blank">Official Site</a></p>
<h2>Breathe &#8211; Video<br />
<iframe title="YouTube video player" src="https://www.youtube.com/embed/A8qdYNNcnjU?si=x3oG84OPfFK4ZC9P" width="560" height="315" frameborder="0" allowfullscreen="allowfullscreen"></iframe></h2>
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		<title>This Mirror Weighs a Ton &#8211; Interpol</title>
		<link>http://www.losthighways.it/2026/09/07/this-mirror-weighs-a-ton-interpol/</link>
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		<pubDate>Mon, 07 Sep 2026 18:44:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Vladimiro Vacca]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Album]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni]]></category>

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		<description><![CDATA[Entrando in una stanza, in cui lo specchio non riflette ancora il tuo volto ma già ti giudica. This Mirror Weighs a Ton nasce esattamente lì: nel secondo sospeso in cui la tua immagine non è ancora apparsa, ma la sua ombra sì. Gli Interpol tornano con un album che non reinventa la loro grammatica &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="alignright size-thumbnail wp-image-52723" src="https://www.losthighways.it/wp-content/uploads/Interpol_This_Mirror_Weighs_a_Ton_album_cover_artwork_review_396-200x200.jpeg" alt="Interpol_This_Mirror_Weighs_a_Ton_album_cover_artwork_review_396" width="200" height="200" />Entrando in una stanza, in cui lo specchio non riflette ancora il tuo volto ma già ti giudica. <em><strong>This Mirror Weighs a Ton</strong></em> nasce esattamente lì: nel secondo sospeso in cui la tua immagine non è ancora apparsa, ma la sua ombra sì. Gli Interpol tornano con un album che non reinventa la loro grammatica — la affila. La piega. La osserva da dietro una telecamera di sicurezza, come se ogni nota fosse registrata da un occhio elettronico che non concede indulgenze. La copertina, <em><strong>Asymmetric Love Number 2</strong></em> di Addie Wagenknecht, è il primo indizio: un lampadario spione, un dispositivo di sorveglianza travestito da oggetto domestico. Sembra un drone che ha scelto di non volare, ma di restare sospeso sopra di noi, pronto a illuminare o a bruciare. È il cuore visivo del disco: un riflesso che pesa, un amore asimmetrico, un controllo che non è mai totale ma sempre insinuante. Paul Banks ha parlato di paternità, inquietudine, identità, tecnologia in una recente intervista. E questo album è la sua stanza degli specchi: ogni brano è un riflesso che non coincide mai del tutto con l’originale, come un Dorian Gray che non ha più paura di guardare il proprio ritratto. Dopo venticinque anni, nessuno pretende che gli Interpol diventino un’altra band. E infatti non lo fanno. Ma dentro la loro architettura — chitarre nervose, basso pulsante, batteria chirurgica, voce stentorea — qualcosa si muove. il disco è costruito come un specchio pesante, un oggetto che ti costringe a guardarti dentro. E la produzione di Andrew Wyatt e James Ford amplifica questa sensazione: archi, fiati, percussioni, synth, tutto concorre a creare un ambiente che non è solo sonoro, ma psicologico. La <em><strong>title track</strong> </em>è un rituale di smontaggio: parte da un telaio Interpol classico e lo disfa lentamente, come se qualcuno stesse manipolando la realtà con un joystick. Chitarre a spirale, texture deformate, lampi improvvisi: è un drone che scende in picchiata e poi risale, finché la voce di Banks non diventa il punto di gravità. <em><strong>See Out Loud</strong></em> è un brano che potrebbe stare sui primi due album, ma con una lucidità nuova. È un inseguimento: chitarra, basso e batteria corrono come tre vettori che si incrociano. Qui canta anche Daniel Kessler. È come se la band, per un attimo, si guardasse allo specchio e vedesse la propria versione del 2002. In <em><strong>Iron City</strong></em> Banks canta del Central Park, ma soprattutto di un dialogo con una intelligenza artificiale che governerà il mondo. È un brano che sembra scritto da un Orwell contemporaneo: un futuro che non è distopia, ma routine. La sua malinconia è cinematografica, come una New York vista attraverso una telecamera di sorveglianza. <em><strong>Wounded Soldier</strong></em> – Uno dei momenti più cupi e potenti del disco: suoni che rimbalzano nello spazio, un testo che parla di violenza, guerra, forse condotta con droni. <strong><em>So Rides the Reindeer</em> </strong>è<strong> </strong>Una ballata invernale, ma senza slitta. La neve c’è, il cervo pure, ma è un inverno interiore. Angolare, nervosa, con un ritmo che si apre come una porta automatica invece è <em><strong>Wake Up</strong></em>. Ricorda la frenesia controllata dei Talking Heads. <strong><em>This Mirror Weighs a Ton</em></strong> non è un album che reinventa gli Interpol. È un album che li rivela. Qui gli Interpol ampliano il loro suono senza tradirlo, consegnando un lavoro che appare oscuro, elegante, stratificato, e sorprendentemente compatto. Una delle loro opere migliori.</p>
<h2 class="sectionhead">Credits</h2>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Label: </span>Partisan Records – 2026</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Line-up: </span><br />
Paul Banks (voce, chitarra, testi) – Daniel Kessler (chitarra) – Sam Fogarino (batteria, percussioni) – Brad Truax (basso) – Brandon Curtis (tastiere, synth, arrangiamenti)</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Produzione: </span><br />
Andrew Wyatt – James Ellis Ford (produzione) – David Fridmann (mix)</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Artwork: </span><br />
Addie Wagenknecht – <em>Asymmetric Love Number 2</em></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Tracklist:</span></p>
<p>1. This Mirror Weighs a Ton</p>
<p>2. See Out Loud</p>
<p>3. Iron City</p>
<p>4. Wounded Soldier</p>
<p>5. Wings on Fire</p>
<p>6. Ever the Actor</p>
<p>7. So Rides the Reindeer</p>
<p>8. Darling Thoughts</p>
<p>9. Wake Up</p>
<p>10. Enemy</p>
<p>11. Bird and the Serpent</p>
<p>12. Sudden</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Link: </span><br />
<a href="https://interpolnyc.com" target="_blank">Official Site</a></p>
<h2>This Mirror Weighs a Ton – Video</h2>
<p><iframe title="YouTube video player" src="https://www.youtube.com/embed/KgJ8JBeJnXQ?si=l32KsV2rA3Jl6KMf" width="560" height="315" frameborder="0" allowfullscreen="allowfullscreen"></iframe></p>
<h2>Supporta LostHighways</h2>
<div style="width: 260px; padding: 15px; border-radius: 12px; background: linear-gradient(135deg, #dfe9f3 0%, #ffffff 100%); border: 2px solid #4a6fa5; box-shadow: 0 4px 10px rgba(0,0,0,0.15); text-align: center; font-family: Arial, sans-serif;">
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</a></p>
<div style="font-size: 14px; color: #2c3e50; margin-top: 8px;">
<p><strong>Interpol</strong><em><strong>This Mirror Weighs a Ton</strong></em></p>
</div>
<p><a style="display: inline-block; margin-top: 12px; padding: 8px 14px; background: #4a6fa5; color: white; text-decoration: none; border-radius: 6px; font-size: 13px;" href="https://amzn.to/4hc72PU" target="_blank"><br />
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</a></p>
</div>
<p>&#8220;`</p>
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