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	<title>Lost Highways &#187; Interviste</title>
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	<description>Seek your mood, Find your lost highways!</description>
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		<title>Un artista d’altri tempi: intervista a Leo Pari</title>
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		<pubDate>Thu, 17 May 2012 07:55:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandra Gabola</dc:creator>
				<category><![CDATA[Editoriali]]></category>
		<category><![CDATA[Interviste]]></category>

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		<description><![CDATA[Romano, classe 1978, Leo Pari è un giovane musicista che ama fare il suo mestiere. Gli piace anche sperimentare. Lo abbiamo incontrato per farci raccontare qualcosa in più di sé e di Rèsina, un album che ci ha sorpreso e che ha segnato un ritorno alle origini folk-cantautorali, dopo progetti musicali molto diversi tra di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img style="margin: 2px 6px; float: right;" src="http://www.losthighways.it/wp-content/uploads/leo-pari_inter010512.jpg" alt="" width="300" height="202" />Romano, classe 1978, Leo Pari è un giovane musicista che ama fare il suo mestiere. Gli piace anche sperimentare. Lo abbiamo incontrato per farci raccontare qualcosa in più di sé e di <strong><em><a href="http://www.losthighways.it/2012/04/11/resina-leo-pari/">Rèsina</a>, </em></strong>un album che ci ha sorpreso e che ha segnato un ritorno alle origini folk-cantautorali, dopo progetti musicali molto diversi tra di loro. Nelle sue parole e nelle sue idee ritroviamo la stessa immediatezza che trasmette la sua musica. (<em><strong>Dopo di te</strong></em> è in streaming autorizzato)</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Innanzitutto grazie per avere accettato di fare due chiacchiere con Losthighways. <em>Rèsina</em> è un disco che mi è piaciuto molto per la freschezza e sincerità. Mi ha riportato ad atmosfere molto anni ’70, al cantautorato italiano. Mi è venuto in mente subito Battisti, le sue canzoni semplici in cui potevi identificarti. È stata una scelta mirata o un influenza interiorizzata, quasi inconscia? </strong><br />
Grazie a voi. Avevo voglia di fare un album semplice, che somigliasse al mio stato d&#8217;animo di quel periodo, perché stavo provando emozioni molto forti ed intense, ma allo stesso tempo estremamente naturali e primordiali. La ricerca di un sound più vintage rispetto ai miei dischi da solista è stata invece una scelta ben precisa: volevo prendere le distanze da quel pop sintetico che aveva caratterizzato <strong><em>LP</em></strong> e <strong><em>Lettera al Futuro</em></strong>, e tornare alle mie radici folk, agli strumenti di legno che trasudano appunto &#8220;resina&#8221;&#8230; Il paragone con Battisti non può che lusingarmi, sicuramente ha influenzato molto la mia crescita musicale. Credo che la semplicità delle sue canzoni però sia anche merito dei testi di Mogol, che sapeva commentare le melodie con immagini sempre fresche e dirette.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Rèsina</em></strong><strong> si presenta subito come un disco unitario, con un filo conduttore ben preciso: l’amore e i sentimenti. So che sarà il primo di una trilogia. La sua unitarietà è legata a questa scelta? Hai già in mente quali saranno i temi dei successivi capitoli? </strong><br />
<strong><em>Rèsina</em></strong> può essere considerato un concept album, una sorta di diario di bordo di questa storia d&#8217;amore. Le 13 canzoni sono 13 momenti di una vita insieme, con i suoi picchi di alti e di bassi. I prossimi 2 atti di questa trilogia potrebbero parlare di lavoro e di società, ma non è detto che saranno le prossime cose che pubblicherò.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Come mai la scelta di una trilogia?</strong><br />
Prima di iniziare a registrare <strong><em>Rèsina</em></strong> avevo una quantità di materiale sufficiente ad un album triplo. Alla fine ho pensato che fosse più semplice suddividere le canzoni per tematiche e sound e raggrupparle in 3 dischi diversi. E&#8217; un progetto ambizioso, anche perché nel frattempo sono nate nuove idee e nuove canzoni</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Dai tuoi lavori precedenti, dai progetti che segui, emerge chiaramente che ti piace sperimentare musicalmente e non solo. Dal rock del disco con i San La Muerte al folk intimistico di <em>Rèsina</em>. Dai piccoli locali al palco del V Day di Grillo. Qual è però la tua dimensione ideale? </strong><br />
Non credo ce ne sia una in particolare, se non quella della sperimentazione e della ricerca appunto. Io sono un autore di canzoni e mi trovo sempre a mio agio quando è il momento di suonarle davanti a un pubblico.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Com’è nata la collaborazione con Grillo?</strong><br />
In maniera assolutamente casuale: nel 2004 scrissi il brano <strong><em>Un Grillo</em></strong> per la testa e lo feci girare un po&#8217; per il web, finché un giorno sono stato contattato da Grillo in persona che mi chiedeva se poteva utilizzare quel brano per il suo spettacolo. Ma erano altri tempi, facevo una musica diversa ed ero ancora un ragazzo pieno di speranze ed aspettative.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>S</strong><strong><img style="margin: 2px 6px; float: left;" src="http://www.losthighways.it/wp-content/uploads/leo-pari_inter040512.jpg" alt="" width="230" height="346" /></strong><strong>iamo in una situazione socialmente piuttosto complicata. Secondo te quanto un artista può e deve esporsi in questi momenti. Quanto la musica può dare voce alle difficoltà o quanto invece deve essere evasione?</strong><br />
Secondo me la musica non &#8220;deve&#8221; niente. Un artista, in questo caso un cantautore, è un uomo in primis, che vive in un contesto socio-politico dal quale non può prescindere, ed allo stesso tempo vive realtà interiori molteplici e spesso contrastanti. Il suo destino è quello di ascoltare il proprio cuore, e cercare di tradurre in musica le storie che di volta in volta esso gli racconta. Quando le sue storie arrivano a toccare il cuore degli altri, allora ha fatto un buon lavoro.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il disco è sostanzialmente autoprodotto, nel senso che è pubblicato dalla tua stessa casa discografica. Come mai hai deciso di fondare una tua casa discografica? E quali progetti stai seguendo oltre ai tuoi?</strong><br />
La Gas  Vintage Records è nata per dare spazio a delle realtà artistiche che trovo interessanti e stimolanti. L&#8217;ultimo lavoro che ho pubblicato è <strong><em>Discoverland</em></strong>, il nuovo progetto di Pier Cortese e Roberto Angelini.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Qual è il tuo rapporto con la tecnologia, con i social network? Cosa ne pensi come mezzi di promozione e di diffusione della musica?</strong><br />
Il mio rapporto con la tecnologia in generale è abbastanza tribolato, e questo è un altro motivo per cui ho scelto di tornare al folk acustico. Sicuramente i vari social danno una possibilità di farsi conoscere a tutti, e se questo da un lato è positivo, dall&#8217;altro crea una jungla di gruppi nuovi e artisti emergenti dentro la quale spesso è difficile orientarsi. Continuo a credere nei concerti, che regalano emozioni che non si possono <em>downloadare</em>.</p>
<h2 class="sectionhead">Dopo di te &#8211; Preview</h2>
<p><object classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="270" height="18" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="data" value="http://www.losthighways.it/wp-content/uploads/mp3player.swf" /><param name="flashvars" value="&amp;file=http://www.losthighways.it/wp-content/uploads/02-Dopo-di-te-Leo-Pari.mp3&amp;width=270&amp;height=18&amp;autostart=true&amp;repeat=true&amp;frontcolor=0x971B7A&amp;backcolor=0xffffff" /><param name="src" value="http://www.losthighways.it/wp-content/uploads/mp3player.swf" /><param name="allowfullscreen" value="true" /><embed type="application/x-shockwave-flash" width="270" height="18" src="http://www.losthighways.it/wp-content/uploads/mp3player.swf" allowfullscreen="true" flashvars="&amp;file=http://www.losthighways.it/wp-content/uploads/02-Dopo-di-te-Leo-Pari.mp3&amp;width=270&amp;height=18&amp;autostart=true&amp;repeat=true&amp;frontcolor=0x971B7A&amp;backcolor=0xffffff" data="http://www.losthighways.it/wp-content/uploads/mp3player.swf"></embed></object></p>
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		<title>Dentro il viaggio trascendentale dei Lunatic Soul: intervista a Mariusz Duda</title>
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		<pubDate>Wed, 16 May 2012 10:51:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Vladimiro Vacca</dc:creator>
				<category><![CDATA[Editoriali]]></category>
		<category><![CDATA[Interviste]]></category>

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		<description><![CDATA[Lunatic Soul non è solamente il side-project di Mariusz Duda, leader dei Riverside, ma è soprattutto un viaggio trascendentale nel labirinto spirituale che ognuno di noi può attraversare. La voce e il basso di una delle più interessanti band post-progressive dell’ultimo decennio ha sentito l’esigenza di esprimersi in una forma d’arte diversa, dando alla luce [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong><img style="margin: 2px 6px; float: right;" src="http://www.losthighways.it/wp-content/uploads/lunatic_soul.jpg" alt="" width="300" height="225" /></strong>Lunatic Soul non è solamente il side-project di Mariusz Duda, leader dei Riverside, ma è soprattutto un viaggio trascendentale nel labirinto spirituale che ognuno di noi può attraversare. La voce e il basso di una delle più interessanti band post-progressive dell’ultimo decennio ha sentito l’esigenza di esprimersi in una forma d’arte diversa, dando alla luce una trilogia (<em><strong>Lunatic Soul</strong>, <strong>LunaticSoul II</strong>, <strong><a href="http://www.losthighways.it/2011/11/21/impressions-lunatic-soul-recensione/" target="_blank">Impressions</a></strong></em>) della resurrezione, dell’auto-interrogazione spirituale su un aldilà che non spaventa. Si intrecciano suggestioni sonore che si dipanano dall’ambient alla word-music con il collante del prog e dell’elettronica. Abbiamo deciso di incontrare una tra le personalità più interessanti della musica europea di oggi.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Come è nata l’idea di questo tuo solo project?</strong><br />
Ero stufo dei tempi (molto spesso dialtati) dettati dal sistema discografico. Con i Riverside in media stavamo realizzando un disco ogni due anni. Sappiamo che effettivamente quello è il tempo tra tour e promozione dell’album, ma due anni sono veramente tanti! Così ho deciso di riempire i periodi vuoti nella creazione di qualcosa non nell’ambito Riverside. Questa è stata la prima ragione, poi volevo provare a cimentarmi in differenti approcci musicali… un approccio alternativo-orientale-ascetico, senza chitarre elettriche, quello che non avrei mai realizzato nei Riverside.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Qual è il principale concetto dietro la trilogia dei Lunatic Soul?</strong><br />
E’ la storia di un viaggio attraverso l’adilà. La mia versione di quello che ci aspetterebbe dall’altra parte. Sto abbandonando la religione concentrandomi di più sui pensieri sulle cose che lasciamo indietro e sull’intenzione di trovare un proprio posto nella vita. Il motivo del viaggio è veramente importante per me. Quale debba essere questo viaggio – anche fuori dalla realtà &#8211; è sempre una metafora della vita. Lunatic soul racconta la storia di un uomo che dopo la morte ha una chance di tornare alla vita. Ha due opzioni. La prima:  può conservare questa memoria e l&#8217;esperienza da una precedente vita ma tutto quello che ha fatto sarà dimenticato dalle altre persone, lui stesso sarà dimenticato.  La seconda opzione: altre persone saranno consapevoli di ciò che ha raggiunto nella vita ma lui non ricorderà. Inizierà dal taglio.  Come insegniamo dal secondo album, il protagonista ha probabilmente scelto la prima opzione, perché su una collina noi troviamo una vecchia ed abbandonata lapide.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Impressions</em> sembra il lavoro più sinestetico rispetto ai precedenti due&#8230; <img style="margin: 2px 6px; float: left;" src="http://www.losthighways.it/wp-content/uploads/Lunatic_Soul_Mariusz_Duda.jpg" alt="" width="235" height="353" /></strong><br />
Ecco, prima di tutto è un album strumentale. Secondo, per migliorare l’effetto delle mie stesse idee e visioni nell&#8217;ascolto, ho deciso di non usare nessun titolo così che tutti potessero interpretare questa musica soggettivamente, creando delle proprie immagini associative.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>In <em>Impressions</em> sono scarse le parti vocali ma esso sembra raggiungere più forza evocative rispetto ai precendenti album. Cosa pensi a riguardo?</strong><br />
Per me gli album bianco e nero di Lunatic Soul formano un dittico parlando di una sola storia. Impressions è il suo supplemento musicale. Esso è un album che non inserirei insieme al bianco o al nero a comporre un unico album, ma un disco che costituisce un elemento inerente alla storia. Il suo carattere strumentale enfatizza la storia.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Impressions</em> potrebbe essere la colonna Sonora di un film. Quale genere di film per esempio?</strong><br />
Un film dove il reale si fonde con il surreale. Un film dove nulla è quello che sembra dall’inizio. Io penso ad un&#8217;atmosfera tipica dei film di David Lynch, oppure ad un film di Darren Aronofsky.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Parlami della musica elettronica nelle tue ultime composizioni&#8230;</strong><br />
L’elettronica c’è sempre stata e sempre ci sarà nella mia musica. Sono cresciuto con i Tangerine Dream. Io sogno di poter scrivere solo musica strumentale un giorno, ma basata tutta su diversi tipi di arpeggi e delays che io amo. Questi effetti di elettronica sono molto attenuati nei miei progetti Lunatic Soul e Riverside.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Quale canzone di <em>Impressions preferisci?</em> </strong><br />
Amo tutto l’album, ma <strong><em>Impressions VII<img style="margin: 2px 6px; float: right;" src="http://www.losthighways.it/wp-content/uploads/Lunatic_Soul_2in.jpg" alt="" width="300" height="300" />I</em></strong> è particolarmente vicina al mio cuore. Ricordo che questo brano è sbucato fuori suonando il piano durante le sessioni di registrazioni di <em><strong>ADHAD</strong></em>. Ho sempre saputo che un giorno Lunatic Soul avrebbe prodotto un album totalmente strumentale.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>I tuoi prossimi passi con i Riverside?</strong><br />
Proprio ora stiamo registrando il nostro quinto album. Vogliamo ritornare alle melodie, a canzoni ambiziose, a quello che abbiamo sempre realizzato al meglio, molto di più di soliti giochetti con quasi metal  o prog-metal.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Quali sono i cinque dischi che suggeriresti ad un amico per un viaggio?</strong><br />
<strong><em>Lost Highway &#8211; Soundtrack</em></strong>, Lynyrd Skynyrd – <strong><em>Second Helping</em></strong>, The Beatles – <em><strong>White Album</strong></em>, Solar Fields – <strong><em>EarthShine</em></strong>, Chemical Brothers – <strong><em>Exit Planet Dust</em></strong></p>
<h2 class="sectionhead">Impressions V – Preview</h2>
<p><object classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="270" height="18" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="data" value="http://www.losthighways.it/wp-content/uploads/mp3player.swf" /><param name="flashvars" value="&amp;file=http://www.losthighways.it/wp-content/uploads/05 Impression V.mp3&amp;width=270&amp;height=18&amp;autostart=true&amp;repeat=true&amp;frontcolor=0x971B7A&amp;backcolor=0xffffff" /><param name="src" value="http://www.losthighways.it/wp-content/uploads/mp3player.swf" /><param name="allowfullscreen" value="true" /><embed type="application/x-shockwave-flash" width="270" height="18" src="http://www.losthighways.it/wp-content/uploads/mp3player.swf" allowfullscreen="true" flashvars="&amp;file=http://www.losthighways.it/wp-content/uploads/05 Impression V.mp3&amp;width=270&amp;height=18&amp;autostart=true&amp;repeat=true&amp;frontcolor=0x971B7A&amp;backcolor=0xffffff" data="http://www.losthighways.it/wp-content/uploads/mp3player.swf"></embed></object></p>
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		<title>Sono un nostalgico artigiano nel campo musicale: intervista a Marco Campitelli (Marigold)</title>
		<link>http://www.losthighways.it/2012/05/10/intervista-marigold/</link>
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		<pubDate>Thu, 10 May 2012 15:14:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Katia Arduini</dc:creator>
				<category><![CDATA[Editoriali]]></category>
		<category><![CDATA[Interviste]]></category>

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		<description><![CDATA[Fondati e nati da un progetto di Marco Campitelli, The Marigold si sono fatti notare negli ultimi anni grazie ai loro tre album, Divisional, Erotomania e Tajga. Il 24 aprile hanno pubblicato una ristampa del loro ultimo lavoro in studio e un Ep, Let the sun, che vede la collaborazione di Alessandra Gismondi dei Pitch. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="alignright size-full wp-image-18595" title="marigold_inter010512" src="http://www.losthighways.it/wp-content/uploads/marigold_inter010512.jpg" alt="" width="300" height="225" />Fondati e nati da un progetto di Marco Campitelli, The Marigold si sono fatti notare negli ultimi anni grazie ai loro tre album, <strong><em>Divisional, Erotomania </em></strong>e<strong><em> Tajga</em></strong>. Il 24 aprile hanno pubblicato una ristampa del loro ultimo lavoro in studio e un Ep, <a href="http://www.losthighways.it/2012/04/24/let-the-sun-ep-the-marigold/"><strong><em>Let the sun</em></strong></a>, che vede la collaborazione di Alessandra Gismondi dei Pitch. Il loro sound cupo, suggestivo ci ha conquistati così abbiamo voluto fare qualche domanda a Marco Campitelli, leader della band.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Iniziamo con la più classica delle domande: da dove arrivano i Marigold?</strong><br />
I Marigold sono nati nel 1998 e in questi anni abbiamo realizzato una manciata di dischi: <strong><em>Divisional, Erotomania, Tajga </em></strong>e l’ultimissimo EP <strong><em>Let the Sun</em></strong>. Abbiamo suonato in lungo e in largo in giro per l’Italia, in Austria, Slovenia e in Francia (al “Fugues Festival” dove in alto nel cartellone faceva capolino il nome di Robin Guthrie). I nostri ultimi tre dischi sono stati prodotti e missati da Amaury Cambuzat degli Ulan Bator, un fattore per noi di notevole importanza artistica, che ha reso il nostro sound molto contaminato e marcatamente <em>europeo</em>.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il 24 aprile avete pubblicato l’Ep <em>Let the sun</em> con una ristampa del vostro album <em>Tajga</em>. Ci volete raccontare il perché di questa scelta?</strong><br />
Abbiamo abbinato all’uscita dell’EP il nostro precedente disco <strong><em>Tajga</em></strong>, quest’ultimo così è divenuto il disco di riferimento del tour da cui sono tratte le riprese live di <strong><em>Let the Sun</em></strong>. Oltre a questo c’è una motivazione più pratica: rimasti senza copie durante gli ultimi live, ci sembrava doveroso ristampare <strong><em>Tajga</em></strong>, disco che è stato davvero apprezzato ed accolto con entusiasmo da pubblico e critica.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Nella title trak dell’Ep compare la voce di Alessandra Gismondi dei Pitch. Da dove nasce questa collaborazione?</strong><br />
Nel 2011 con la DeAmbula Records, etichetta indipendente che gestisco insieme a Silvia Verna, ci siamo occupati della produzione dell’ultimo lavoro dei Pitch<strong><em>, Comme un flux</em></strong>, da qui la conoscenza con Alessandra.<br />
Per la parte strettamente artistica ricordo che quando ho scritto e registrato la canzone <strong><em>Let the Sun</em></strong> immediatamente ho pensato a lei. Ricordo che prima di farle ascoltare la canzone già immaginavo la sua voce in quel contesto. Questa percezione è stata fondamentale per me, quasi come se fosse stata scritta appositamente per essere cantata da lei. Alessandra Gismondi ha un modo di cantare che da sempre mi affascina, ha un gran talento e credo che sia una delle più belle voci femminili che abbiamo in Italia!</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Come per gli album precedenti, anche nel caso di <em>Let the sun</em> vi siete affidati alla produzione di Amaury Cambuzat. Ci potete raccontare questo sodalizio artistico?</strong><br />
Amaury Cambuzat non è un semplice produttore per noi, è una persona che dopo sette anni di collaborazione si è prodigato per la buona riuscita dei nostri lavori in qualsiasi modo: suonando al nostro fianco nei dischi e nei live, scrivendo parti e realizzato arrangiamenti, fino ad introdurci anche all’interno del roster della sua etichetta, Acid Cobra. Con lui abbiamo avuto una crescita musicale/artistica ed umana che ci ha portato ad un “modo” di vivere la musica emozionante e sincero.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Nell’Ep <em>Let the sun</em> troviamo, oltre all’omonimo inedito, anche tre brani live. Quanto è importante la dimensione live per i Marigold?</strong><br />
Risposta banale, ma è fondamentale ed importantissimo… è il momento in cui devi “esprimerti” a modo tuo… (e questo potrebbe non essere così banale). Il live è certamente un modo per confrontarsi con le persone che conosci dopo aver suonato e mai come di questi tempi resta per fortuna l’unico vero modo per relazionarsi. L’importanza del live per noi è esplicita nell’ultimissimo <strong><em>Let the Sun </em></strong>in cui abbiamo inserito dei brani live, una fotografia ai momenti più emozionanti per noi, al fianco del nostro attento pubblico.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img class="alignright size-full wp-image-18596" title="marigold_inter020512" src="http://www.losthighways.it/wp-content/uploads/marigold_inter020512.jpg" alt="" width="300" height="200" />E il web? Quale rapporto hanno i Marigold con la tecnologia?</strong><br />
Oltre al nostro sito <a href="http://www.themarigold.com/">www.themarigold.com</a> attivo da tanti anni, siamo sempre arrivati “tardi” ai social network, cerchiamo di farne solo un semplice riferimento per la rete. Internet ha permesso a tutti di poter arrivare ovunque e questo è un bene, riconosciamo comunque anche i molti difetti di questo mondo virtuale sempre più grande ed esteso, notando tra l’altro che la quantità non è sempre qualità… anzi! In ogni caso, siamo riusciti a creare ed avere una buona cerchia di fedeli sostenitori, che apprezzano i nostri lavori e ci seguono nonostante la quantità di roba che ci gira intorno…<br />
Per quanto riguarda invece l’uso della tecnologia all’interno della composizione musicale, la riteniamo per molti aspetti comodissima, anche se ha comunque contribuito ad abbassare i livelli qualitativi. Spesso si passano più ore davanti ai monitor dei pc ad editare dischi piuttosto che a fare dei buoni suoni in presa diretta, la creatività passa dallo strumento ad un “clik”… In riferimento a questo faccio ancora fatica a comprendere quest’ottica, mi sento un nostalgico artigiano nel campo musicale.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Abbiamo iniziato l’intervista in modo classico e la chiudiamo allo stesso modo: cosa c’è nel futuro dei Marigold?</strong><br />
Fra qualche mese sarà disponibile un tributo ai Codeine che uscirà per White Birch (giovane label toscana) dove siamo presenti con una nostra versione di <strong><em>Gravel bed</em></strong>, poi durante l’estete registreremo un nuovo disco e poi nuove date a seguire!</p>
<h2 class="sectionhead">Let the sun &#8211; Preview</h2>
<p><object classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="320" height="110" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="data" value="http://www.losthighways.it/wp-content/uploads/mp3player.swf" /><param name="flashvars" value="&amp;file=http://www.losthighways.it/wp-content/uploads/Marigold_ep_2012_list.xml&amp;height=110&amp;width=320&amp;displaywidth=0&amp;autostart=true&amp;repeat=true&amp;frontcolor=0x971B7A&amp;backcolor=0xffffff" /><param name="src" value="http://www.losthighways.it/wp-content/uploads/mp3player.swf" /><embed type="application/x-shockwave-flash" width="320" height="110" src="http://www.losthighways.it/wp-content/uploads/mp3player.swf" flashvars="&amp;file=http://www.losthighways.it/wp-content/uploads/Marigold_ep_2012_list.xml&amp;height=110&amp;width=320&amp;displaywidth=0&amp;autostart=true&amp;repeat=true&amp;frontcolor=0x971B7A&amp;backcolor=0xffffff" data="http://www.losthighways.it/wp-content/uploads/mp3player.swf"></embed></object></p>
<h2 class="sectionhead">The Marigold Let the sun EP</h2>
<p><iframe src="http://player.vimeo.com/video/39577079" width="500" height="375" frameborder="0" webkitAllowFullScreen mozallowfullscreen allowFullScreen></iframe></p>
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		<title>La purezza delle azioni passa per la cura e la bellezza: intervista a Manuel Agnelli e Giorgio Prette (Afterhours)</title>
		<link>http://www.losthighways.it/2012/05/08/intervista-afterhours/</link>
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		<pubDate>Tue, 08 May 2012 10:28:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Amalia Dell'Osso</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Interviste]]></category>

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		<description><![CDATA[Non sempre il tempo corre vorace. Talvolta lo fermi. Lo guardi in faccia e decidi tu come farlo scorrere. Con lentezza. Con la bellezza intorno, di una città che si risveglia in una primavera prepotente, del mare ritmico di vento, delle parole che si fanno occasione di confronto e riflessione. E’ stato così durante l’intervista [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img style="margin: 2px 6px; float: right;" src="http://www.losthighways.it/wp-content/uploads/Afterhours_inter010512.jpeg" alt="" width="300" height="199" />Non sempre il tempo corre vorace. Talvolta lo fermi. Lo guardi in faccia e decidi tu come farlo scorrere. Con lentezza. Con la bellezza intorno, di una città che si risveglia in una primavera prepotente, del mare ritmico di vento, delle parole che si fanno occasione di confronto e riflessione. E’ stato così durante l’intervista a Giorgio Prette e Manuel Agnelli. Il presente di <strong><em>Padania</em></strong>, il nuovo disco uscito il 17 aprile secondo la formula della totale autoproduzione, il passato rivisto come un incastro di anelli d’evoluzione, la modernità declinata in un rock dalla cifra stilistica così personale da rimanere sempre unico e inimitabile nel cambiamento, il coraggio della propria verità, l’onestà verso se stessi a rischio dell’impopolarità, il peso specifico delle parole e la loro forza emotiva, la bellezza come monito in ogni scelta ad un certo punto della vita. La musica non ama le etichette di genere, e quella degli Afterhours più che mai. E’ alchemica, profonda come gli oceani che non puoi conoscere del tutto se non li esplori dalla superficie fino al fondo del fondo. C’è della saggezza in quest’intervista, c’è quella sensibilità propria dei puri che non temono se stessi. (In collaborazione con Vladimiro Vacca; foto 1-3 di Ilaria Magliocchetti Lombi, foto 2 di Serena Mastroserio; si ringrazia Roberta Accettulli – Management)</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Padania</em></strong><strong> è un titolo provocatorio. Mette le mani nella carne cruda di una tematica politica ma per inquadrarla in una visione più ampia fino a spostare l’attenzione sulla dimensione umana e sui suoi vuoti in questi nostri anni di decadenza, giusto?</strong><br />
Manuel: Sì. Però non è solo così. Padania è un titolo non solo provocatorio ma anche grottesco, da un certo punto di vista. Volevamo cercare di dare una personalità e un contorno di colore a questi temi. Parli delle cose della vita, delle persone e a questi argomenti metti un costume. Definire una personalità dà forza ai temi che tratti e poi facilita la comprensione. Padania si prestava benissimo a queste intenzioni. E poi come idea immaginifica poteva rappresentare il malessere che stiamo provando tutti, nessuno escluso, qui e all’estero. Inquadra temi che non sono solo regionali, nazionali. Padania come stato immaginario, come stato del malessere, come stato del niente, e non come stato della perdizione, perché non è una Sodoma e Gomorra, piuttosto è la condizione dell’uomo che cerca di darsi delle regole, degli obiettivi, che lotta per ottenerli per poi arrivare al fallimento di questo tipo di visione. Quindi non rappresenta il paese della corruzione, il male, il potere, i soldi. Padania è il mondo delle persone oneste che sbagliano strada, e si perdono in maniera più sottile, combattendo tutti i giorni per la sopravvivenza o il miglioramento della propria condizione, e poi in realtà si allontano sempre più da quello che volevano essere all’inizio, dal motivo stesso per cui hanno cominciato a combattere, un motivo che è diverso per ognuno di noi. Non riesci a dire esattamente quale possa essere. Io da piccolo volevo fare l’archeologo, invece faccio il musicista e non suono al Primo Maggio! Sto cercando di dirti che si tratta di piccole storie, anch’io sono un personaggio di questa vicenda, anch’io mi ritrovo a combattere per degli obiettivi che non mi stanno più portando felicità, sono solo battaglie che devo vincere per mantenere quello che ho, la vita che mi sono costruito, lontana da quella che volevo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Quindi rispetto al mondo della iena, in <em>Padania</em> c’è un cambio di prospettiva?</strong><br />
Manuel: La figura della iena riguardava noi. Le iene eravamo noi e in qualche modo gli altri: si partiva da un discorso personale che tendeva ad una forma di generalizzazione per cui gli altri potevano vivere un processo di identificazione. In <strong><em>Padania</em></strong> si raccontano storie, ci sono vari protagonisti, che noi osserviamo e in cui ci specchiamo, per certi aspetti. Quindi la prospettiva è assolutamente invertita. La visione è rivolta verso l’esterno.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Metamorfosi</em></strong><strong> non a caso apre questo disco in maniera indicativa…</strong><br />
Manuel: Sì, <strong><em>Metamorfosi</em></strong> è un pezzo su un cambiamento non positivo. Un cambiamento che ti viene imposto e non decidi tu. Succederà e basta. E’ la metamorfosi. Il protagonista del racconto di Kafka si sveglia una mattina e si scopre un insetto, non ha deciso lui quella mutazione, la sta subendo. Ed è quello che sta succedendo a tutti noi in questo momento: c’è un cambiamento radicale in atto, non possiamo decidere che cosa sia né scegliere di abbracciarlo o meno, c’è e basta. Sappiamo cosa eravamo ma non sappiamo che cosa stiamo per diventare. Quindì, sì, è un pezzo indicativo. E lo è anche la sua atmosfera. Il protagonista, che poi ricorre in tutto il disco, dice <em>“vorrei spiegarti che cos’ho”</em>, ma in realtà non ne è capace. Ci prova a spiegarlo: <em>“è come un cane rabbioso che morde a sangue il mio futuro”</em>, c’è qualcosa che sta condizionando il suo futuro più della sua stessa volontà.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Metamorfosi </em></strong><strong>segna l’inizio più intenso e di più forte impatto emotivo tra tutti i vostri dischi, E’ come la chiave di volta dell’immaginario di <em>Padania</em>, per temi e umori sonori. Quindi è indicativo dell’intero disco anche per la varietà delle soluzioni stilistiche, in bilico tra melodia e sperimentazione, a partire dall’uso stesso che fai tu, Manuel, dello strumento voce…</strong><br />
Manuel: Parto dalla tua osservazione sulla voce in quanto strumento. Sono d’accordo fino ad un certo punto. Demetrio Stratos la usava in quel modo, in realtà io non faccio sperimentazione con la voce per creare suoni. Voglio usare la voce in quanto cantante, quindi cantare su delle strutture, per quanto strane. Sono molto più vicino all’uso che della voce fa Diamanda Galás, sempre nel contesto canzone e lontana dalla sperimentazione fine a se stessa. E proprio questa visione della sperimentazione non estrema è comune a tutti i membri della band. Abbiamo usato la sperimentazione con molta leggerezza, come forma di libertà. E credo che questo si percepisca. Anche se è un disco difficile, comunica subito la sua intensità, la sua forza. Poi magari non leggi tutto subito, un pezzo ti piace all’istante, un altro no (e forse non ti piacerà mai), però <strong><em>Padania</em></strong> ti spinge al riascolto, al ritorno.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ho sempre considerato la vostra musica moderna, contemporanea perché sempre al passo con i tempi. Siamo della stessa generazione, e nella vostra musica ho sempre sentito proprio la mia generazione, sia per temi che per suono sempre frutto di una precisa ricerca ed evoluzione. Voi percepite così la vostra musica, cioè figlia del tempo che nel tempo avete vissuto?</strong><br />
Giorgio: Io la percepisco assolutamente così. Magari risulta un po’ semplice, e forse lo è. I nostri dischi hanno sempre rappresentato una fotografia del periodo che stavamo vivendo, come adesso accade per <strong><em>Padania</em></strong>. Quando esce un disco nuovo, guardi gli altri precedenti con affetto, non li cambieresti di una virgola, ma ti accorgi che nell’arco degli anni che li separano ogni fotografia cambia, e quella che hai riprodotto col disco nuovo è proprio quella che ti sta circondando nel momento presente, a te contemporaneo. Questo traspare in sintesi e nello specifico dai testi che scrive Manuel, con i suoi cambiamenti, e dal punto di vista musicale.<br />
Il discorso vale per la musica sia nella sostanza che nella forma, nel senso che il desiderio di fare un disco che abbia un valore in sé riguarda anche il suo essere un oggetto, come abbiamo sempre sottolineato e oggi ancora di più. <strong><em>Padania</em></strong> è un disco nato e conformato in base ad una vera e propria forma di crisi di astinenza rispetto a musica di questo tipo. Mi spiego, noi stessi facciamo fatica a farci emotivamente coinvolgere da dischi di inediti che richiedano ascolti ripetuti, e che ti vuoi godere dall’inizio alla fine senza alcun salto di parti, aspetto che si è perso per colpa del supporto. Il vinile incentivava alla realizzazione di opere complete, connesse tra le parti. L’evoluzione della musica in digitale, pensa alle impostazioni dell’Ipod, ti porta ad avere una tale quantità di musica che finisci per sviluppare una tendenza all’ascotlo schizofrenico.<br />
Il lavoro svolto durante questo disco ha portato ad un risultato che dà proprio il senso di quella che tu indicavi come ricerca. Per <strong><em>Padania</em></strong> abbiamo seguito un metodo di lavoro che ci avrebbe potuto portare molto oltre, abbiamo sperimentato varie soluzioni e siamo arrivati a scegliere, non è importante ciò che tieni e ciò che escludi, l’importante è fare comunque quella ricerca. Tra possibili soluzioni magari tieni la prima trovata, ma sai che ne hai sperimentate molte, che non ti sei fermato. Sai che hai esplorato il più possibile e questo umore nel disco si sente molto forte nella sua totalità.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img style="margin: 2px 6px; float: left;" src="http://www.losthighways.it/wp-content/uploads/Afterhours_inter020512.jpg" alt="" width="230" height="385" />Insistendo sull’evoluzione e il cambiamento che contraddistingue la vostra musica, vi chiedo di parlarmi del ritorno di Iriondo. Un ritorno che segna un contributo diverso rispetto al passato, no?</strong><br />
Giorgio: Sì, è assolutamente vero. Il suo rientro viene ricollegamento direttamente alle parti chitarristiche di <strong><em>Padania</em></strong>, ma non è esattamente così. Xabier ha contribuito in maniera importante al nuovo disco, ma molto più marginale rispetto a quello che si possa immaginare. E’ entrato già in corsa. Ciccarelli ha avuto un peso specifico notevole…<br />
Manuel: Un disco è il risultato del lavoro di tutti. Ovvio che se parliamo di soluzioni chitarristiche Ciccarelli ha avuto un peso maggiore. Il punto è che la gente, come diceva Giorgio, crede di poter facilmente fare 2+2! Xabier non era quello che segnava la matrice della sperimentazione e dei chitarroni negli Afterhours, non è mai stato così, è stato “anche” così. Tutti noi avevamo quel tipo di approccio, poi le strade hanno preso direzioni diverse: noi quella della canzone e lui quella della sperimentazione pura/improvvisazione. Le due parti erano strettamente connesse in ciascuno di noi prima, non c’era la scissione che la gente ha visto a posteriori.<br />
In <strong><em>Padania</em></strong> Ciccarelli ha portato delle soluzioni egregie ed è coautore di una parte consistente delle musiche. La gente tende sempre a dare tutto per scontato. Viene riconsciuto il ruolo di D’Erasmo e non di Ciccarelli, e si pensa che i colori delle chitarre siano dovuti al ritorno di Iriondo, ma non è affatto così. Pensa che sono stati citati dei pezzi specifici in questo senso, tipo <strong><em>Fosforo e blu</em></strong> come tipico esempio del sound di Iriondo, ma in questo pezzo Iriondo nemmeno suona!</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Dove non arriva l’orecchio accendente gli occhi e leggetevi i credits!</strong><br />
Manuel: Esatto! Detto questo, ed è anche brutto dover specificare, Xabier è una grande risorsa per gli Afterhours, è un musicista straordinario e il suo contributo in <strong><em>Padania</em></strong> è preziosissimo. Ha innescato un cambiamento a livello di energia che è stato fondamentale, lui è una forza della natura. Però circolano troppe leggende inesatte. E dico semplicemente che è giusto mettere in chiaro i ruoli, anche quello di Ciccarelli.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Nel tempo gli Afterhours hanno perso vari membri in un processo di avvicendamento delle parti. La perdita è sempre stata trasformata in un punto di forza, in un’occasione per cambiare la pelle del vostro rock, no?</strong><br />
Giorgio: Impari a farlo. Nella nostra storia di band ci sono stati vari avvicendamenti, certe volte anche secondo modalità dolorose innescando una reazione sia collettiva che personale, quindi a livello di band e di singoli. Mi fa molto piacere che tu metta in evidenza questo aspetto perché è proprio così: abbiamo imparato a gestire queste situazioni di difficoltà proprio come fonte di stimolo. Il distacco ti procura dispiacere per non poter più condividere un progetto, ma ti aiuta anche a crescere.<br />
Manuel: Poi, sai, la gente tende ad identificare i dischi con le persone che ci suonano, è normale ed è anche vero, ma non è del tutto così. Non puoi associare <strong><em>I milanesi ammazzano il sabato</em></strong> con Gabrielli, <strong><em>Padania</em></strong> al ritorno di Iriondo e così via… I gruppi sono sempre delle alchimie. Un suono è un’alchimia.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Manuel, se pensiamo a I milanesi, che hai citato, certi colori non sono stati abbandonati con l’uscita di Gabrielli. Sono stati metabolizzati nel nuovo corso, ricontestualizzati… nel senso dell’identità del progetto…</strong><br />
Manuel: esatto, è proprio così.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Manuel, parliamo dei testi di <em>Padania</em>. Un disco rock con delle parti di cantautorato sui generis, non &#8220;lineare&#8221; e molto lontano dalla visione tradizonalista che abbiamo in Italia. E le parole sono sempre ricercate e incastrate secondo un criterio ben preciso. Cosa è rimasto del cut up nella scrittura di <em>Padania</em>?</strong><br />
Manuel: Quell’approccio mi è rimasto dentro come libertà mentale nella costruzione delle frasi che possono apparire illogiche e incapaci di stare in piedi. E’ il mio modo di parlare quello che arriva nei testi, riproduco il mio stesso linguaggio quotidiano fatto di associazioni. Per me è tutto molto naturale.<br />
Secondo me, il modo di scrivere di alcuni cantautori è un po’ scolastico. Si pretende dai testi sempre una linea narrativa chiara, logica. Le parole non devono servire solo a raccontare delle storie, le parole sono anche suoni che provocano delle emozioni, questo ce lo insegna tutta la musica anglosassone e la letteratura. Quando scrivo un testo non sto per forza scrivendo una storia, e non bisogna cercarla… perché non c’è! Alcune parole hanno una certa posizione per accrescere il senso di panico, l’urgenza, la rabbia, l’odio, il disorientamento. Uso certe parole per intensificare il senso e l’umore del pezzo, infatti spesso sono scritte dopo con un ruolo preciso. Ogni parola che scelgo ne ha. Le parole sono lì per emozionare.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>E’ come in certi quadri…</strong><br />
Manuel: Esatto. Perché ci metto il rosso? Perché è più forte. Perché mi aiuta ad arrivare dritto al tipo di tensione che ti voglio comunicare. Non perché la faccia sia rossa. Il concetto di avanguardia era scomporre questo tipo di visione logica. Nella musica sarebbe ora di arrivarci a livello testuale. Liberiamoci dalla schiavitù dalla logica, dal raccontino a tutti i costi. Preciso, in <strong><em>Padania</em></strong> a mio modo ci sono delle parti narrative, come notavi, che servono da appiglio per un filo conduttore, penso a <strong><em>Costruire per distruggere</em></strong>, <strong><em>La terra promessa si scioglie di colpo</em></strong>, <strong><em>Spreca una vita</em></strong>. E poi ci sono pezzi come <strong><em>Ci sarà una bella luce </em></strong>dove le parole hanno una posizione precisa per spingere l’emozione, l’urgenza, non necessariamente per raccontarti qualcosa.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Dimmi delle provocazioni dei due messaggi promozionali, che dal punto di vista musicale non sono affatto dei riempitivi…</strong><br />
Manuel: Infatti non sono dei riempitivi e nemmeno degli scherzi. Sono pezzi veri e propri che hanno la funzione di spot, perché nell’immaginario di <strong><em>Padania</em></strong> ci sono. Dopo la tragedia al telegiornale con l’immagine del bambino caduto nel pozzo… un secondo dopo ti arriva la pubblicità dei vestitini. L’abbiamo visto anche al Primo Maggio: un minuto di raccoglimento per le vittime del lavoro e poi arriva lo spot. I momenti di tensione e tragedia vengono sfruttati perché alzano il livello di sensibilità e attenzione delle persone per poi inondarle con lo spot. Questo c’è anche nel disco a livello provocatorio, è chiaro. C’è il brano intenso e poi ti arriva lo spot. Avevamo addirittura l’idea di enfatizzare questo concetto sul secondo spot attivando un numero verde per raccogliere le chiamate per l’acquisto degli spazi pubblicitari.<br />
Per quanto riguarda il primo messaggio l’attenzione si concentra su quel clima di tragedia che arriva dall’informazione, innescando un terrore interiore che ci blocca e ci tiene a casa sul divano e non ci fa agire. Ovviamente questa quantità di informazioni tragiche ci arriva molto di più dalla rete, ma non ci stava metricamente e poi la televisione ha ancora la sua bella parte. Il terrore puro che ci passano in tv vuole dirci semplicemente: rimani a casa e non rompere. In realtà basta spegnerla. Da quattro anni l’ho spenta. E sono guarito, anche se ce l’ho in casa la uso solo come schermo per i dvd. Dopo aver smesso di guardarla, mi sono reso conto che tutti i condizionamenti che ci dà sono davvero solo virtuali, non hanno ragione di determinare le nostre esistenze. Sono cose molto più piccole di quelle che vogliono farci credere. Il nostro è un invito molto leggero, un messaggio molto banale e psichedelico, molto anni 70: vogliamoci tutti bene, mettete i fiori nei vostri cannoni, è davvero così.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>I gruppi emergenti partono con le autoproduzioni e ambiscono all’etichetta, sia essa indipendente sia la major di turno. Voi avete fatto il percorso inverso: dalle regine delle indipendenti, Vox Pop e Mescal degli anni d’oro, alla Unversal, e infine all’autoproduzione. Cosa vuol dire per un gruppo come il vostro, con una storia ventennale, gestirsi ad ogni livello così, oggi?</strong><br />
Manuel: Vuol dire tornare a fare dei sacrifici, però essere anche più leggeri psicologicamente. Mi ha colpito molto uno dei commenti lasciati in occasione della questione relativa al Primo Maggio, si metteva in dubbio se capissi i sacrifici dei ragazzi per arrivare fino in piazza. Come posso non pensare io al sacrificio? Io che ho investito tutti i soldi che ho per fare questo disco, senza una struttura alle spalle, senza una casa discografica perché non abbiamo voluto pur potendo. Ovviamente abbiamo la libertà di sceglierlo questo sacrificio. E’ una questione di azione, e ci fa stare bene, ci toglie dei pesi, delle manette, ma è pur sempre un sacrificio. E lo facciamo perché è quello che sappiamo fare nel nostro modo. Altri hanno talenti diversi, a loro non costa non sentirsi grotteschi in situazioni grottesche, sorridere sempre. Noi non siamo così, in situazioni grottesche ci sentiamo grotteschi e soprattutto lo dimostriamo. Quindi non possiamo stare in certi contesti.<br />
Giorgio: La stessa persona che ha espresso quel giudizio a proposito del Primo Maggio, se noi avessimo accettato di salire su quel palco a mezzanotte e mezza con i volumi dimezzati avrebbe assistito ad una finzione, a nulla di vero e sincero. E in seguito avrebbe detto di aver fatto un sacrificio per arrivare fino a Roma col treno per uno spettacolo indegno.<br />
Manuel: Bisogna avere il coraggio di prendere delle posizioni. Non si capisce che se cedi al ricattino di dover suonare perché altrimenti sei tu a rimetterci a livello di immagine… questo meccanismo non verrà mai spezzato, e continuerà a esprimere prodotti di bassa qualità in cui la musica sarà sempre più marginale. La gente che prende posizione aiuta la qualità. Più gruppi prenderanno posizione, rischiando anche di essere impopolari, e prima le cose cambieranno. Non si può scegliere la piacioneria per ottenere il favore dei fans, non può essere l’unico scopo per chi fa cultura.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img style="margin: 2px 6px; float: right;" src="http://www.losthighways.it/wp-content/uploads/Afterhours_inter030512.jpeg" alt="" width="300" height="199" />In questo clima di evoluzione digitale, cui accennavamo prima, quanto conta per voi il supporto fisico inteso alla vecchia maniera? Mi riferisco al disco come oggetto artistico in senso lato, e quindi alla vostra idea di arte in questo momento della carriera.</strong><br />
Manuel: E’ molto importante. L’amore per il supporto è quello che ti spinge a comprarlo, altrimenti scarichi dal web. Noi continuiamo a considerare il disco, il supporto, come un biglietto da visita.<br />
Gli Afterhours vogliono diventare sempre più un progetto a diverse facce, dando molta importanza alle attività collaterali, per bypassare sempre di più la rete e comunicare il messaggio dell’esserci fisicamente. Bisogna considerare la comunicazione virtuale, sia essa meravigliosa e utile, per quella che è: comunicazione. Non è un’altra vita. La vita rimane quella fisica. Scendere in piazza, prendere posizioni concrete. Gli happening, gli eventi saranno al centro per noi. I concerti lo sono sempre stati ma lo saranno ancora di più. In tutto questo il disco rimane un biglietto da visita ma deve valerne la pena, per questo abbiamo deciso di curare in modo particolare l’oggetto, come abbiamo cura di tutto ciò che facciamo. Mi ha colpito molto una frase di Mauro Pagani a proposito. Sai, spesso me ne dice quando vado a trovarlo e ne faccio tesoro. Per esempio, una volta mi ha detto che non si finisce mai di imparare, e mi ha fatto sentire meno grottesco quando un anno fa ho ripreso a studiare pianoforte; lui ha ragione, è una cosa meravigliosa non fermarsi e non limitarsi, non dobbiamo pensare di non poter fare perché troppo avanti con l’età. Ma mi ha colpito ancora di più quando mi ha detto che lui ha deciso di voler fare solo cose belle. Conta fare solo cose belle, deve essere il primo desiderio. Tutto il resto l’abbiamo già fatto, abbiamo già combattuto. Dobbiamo sentirci liberi dal dovere e dobbiamo sentirci in dovere di godercela e fare solo cose di un certo tipo, di una certa qualità. Poi, è ovvio, non tutto può riuscire bene però lo scopo deve essere quello. Per noi vale questo principio. E così agendo scegli di dire dei no. Non potresti fare cose belle se accettassi tutto ciò che ti propongono. Impari a rinunciare. Vogliamo che ogni cosa che facciamo sia bella, tenda alla bellezza.</p>
<h2 class="sectionhead">Metamorfosi</h2>
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<h2 class="sectionhead">Padania &#8211; Video</h2>
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		<title>10mila chilometri in empatia sonora e umana con gli Afterhours: intervista ai Majakovich</title>
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		<pubDate>Mon, 07 May 2012 10:55:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Vladimiro Vacca</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Una giovane band vive l’emozione di un viaggio in USA a fianco della band numero uno del rock alternativo italiano. L’esperienza di registrare brani in studi mitici degli USA. Le istantanee emozionali, respirate nell’eseguire una cover storica come Dolphins con la band che seguivi da una vita. La magica scoperta di un’affinità elettiva dettata dall’istinto [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong><img style="margin: 2px 6px; float: right;" src="http://www.losthighways.it/wp-content/uploads/IMG_0581_sc.jpg" alt="" width="300" height="225" /></strong>Una giovane band vive l’emozione di un viaggio in USA a fianco della band numero uno del rock alternativo italiano. L’esperienza di registrare brani in studi mitici degli USA. Le istantanee emozionali, respirate nell’eseguire una cover storica come <strong><em>Dolphins</em></strong> con la band che seguivi da una vita. La magica scoperta di un’affinità elettiva dettata dall’istinto e dall’amore comune per il rock sincero e puro. Questo ed altro in un&#8217;intervista-diario ai <a href="http://www.facebook.com/majakovich">Majakovich</a>, band che ha partecipato alle registrazioni di <strong><em>Meet Some Freaks On Route 66</em></strong> (in allegato al numero 74 di XL) degli Afterhours.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Iniziamo a parlare di questo Jack Daniel&#8217;s On Tour con gli Afterhours. Focalizziamo prima di tutto sul viaggio negli USA. Quali sono le istantanee che vi sono rimaste impresse nella memoria?</strong><br />
Dunque la prima cosa che mi viene in mente ri-pensando a tutto quel popò di roba che abbiamo vissuto è indubbiamente il paesaggio, il suo variare quotidiano (per forza di cose&#8230; in 17 giorni abbiamo fatto quasi 10mila chilometri!). La luce delle cose, molto differente rispetto al nostro continente. Il resto è stato tutto troppo affascinante, entusiasmante, spasmodico e soprattutto differente da qualunque cosa ci potessimo minimamente immaginare nei giorni precedenti alla partenza. La cosa migliore che ci è rimasta è il rapporto umano ed artistico che s&#8217;è venuto a creare con tutta la crew ed in particolar modo con gli After. Persone squisite, da cui apprendere, anche solo da un semplice movimento.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Come è stata l’esperienza di suonare in quei particolari studi americani?</strong><br />
Una figata estrema. Posti bellissimi soprattutto. Poi vedere come lavorano è molto affascinante. Ho comunque l&#8217;idea che dalle nostre zone (l&#8217;Italia in particolar modo) si lavori anche meglio per certi versi, soprattutto sulle riprese dei singoli strumenti, però effettivamente eravamo in posti <img style="margin: 2px 6px; float: left;" src="http://www.losthighways.it/wp-content/uploads/IMG_0582_sc.jpg" alt="" width="300" height="225" />incantevoli (tipo il Church studio a Tulsa) con macchinari/strumentazione/tecnici di assoluto livello, quindi. Entrare all&#8217;electrical audio di Steve Albini e Greg Norman a Chicago è stato emozionante.  Comunque sia, davvero, ogni studio ci ha lasciato dentro cose diverse e molto belle. Sia come crescita &#8220;professionale&#8221; che come crescita personale.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Potete parlarci un po’ di questa cover di Dolphins? Come è nata l’idea?</strong><br />
L&#8217;idea nasce a causa del contest del Jack On Tour (che poi è quello che ci ha permesso di vivere questo &#8220;spettacolo&#8221;), ossia all&#8217;interno del regolamento di questo &#8220;concorso&#8221; c&#8217;era l&#8217;esigenza di proporre, oltre due propri brani, anche il riarrangiamento di una cover tra una ventina di pezzi selezionati ACCURATAMENTE dagli After in precedenza&#8230; c&#8217;era roba di Motorhead,  Pixies, i Canned Heath etc&#8230; noi per gusti personali abbiamo scelto il pezzo di Fred Neil nella versione riproposta da Tim Buckley. Per quanto riguarda la cosa che magari ai più interessa, ossia, il fatto che sia stato deciso poi di registrarla in un&#8217;inedita  formazione majafterhours, possiamo dire che è stata una situazione assolutamente non pianificata. Tutto deciso uno o due giorni prima. E poi non sapremmo mai descrivere l&#8217;empatia che s&#8217;è venuta a creare: sembrava di esser una band unica che suonava da anni ogni giorno insieme, considera che in tutto saremmo arrivati ad un paio di take&#8230; quindi &#8211; per usare un termine caro al mondo del cinema &#8211; quasi un: &#8220;buona la prima!&#8221;. Provate ad immaginare: sei in uno studio megagalattico dove hanno registrato mostri sacri del metal (!) mondiale con la band che maggiormente hai amato nella tua adolescenza da sbarbatello musicista sfigato e ci incidi un pezzo insieme&#8230; cose dell&#8217;altro mondo!</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Come è stato vivere questo tour con gli Afterhours? E soprattutto suonare in pezzi come <em>Pelle</em> e <em>La vedova bianca</em>?</strong><br />
Qualche tempo fa abbiamo scritto questo testo, che ti riporto, per provare a spiegare un po&#8217; cos&#8217;è stato, almeno l&#8217;inizio: &#8221; Fare questo viaggio, farlo accanto agli Afterhours ha un non so che di attuale. Quell&#8217;attualità che ci portiamo dentro dai tempi di  <strong><em>Lasciami leccare l&#8217;adrenalina</em></strong> e dei cartoni delle uova (che ancora usiamo). Ma a tutto questo è meglio non pensarci, ormai siamo a Chicago, ci siamo dentro. Siamo dentro una miriade di vette mistiche manco fossimo in Nepal. Grattacieli in ogni dove e&#8230; noi si viene dalla campagna e anche se siamo dei giramondo&#8230; ci si rimane. C&#8217;è un <img style="margin: 2px 6px; float: right;" src="http://www.losthighways.it/wp-content/uploads/MG_1763_sc.jpg" alt="" width="300" height="200" />locale, IL locale, chiamato Green Mill. Un posto in cui se ci vai, becchi ancora Al Capone seduto su una poltrona di pelle molto probabilmente umana e luci proiettate attraverso plafoniere che fanno paura per quanto sono grosse. Un posto strano dove fanno Slam Poetry. Ecco, lì abbiamo incontrato anche gli Afterhours.In una veste piuttosto insolita questi ti salgono su di un palco di molto a modo, uno di quei palchi in mezzo alla gente dove quasi ci si tocca, mettendo in scena un qualcosa di micidiale. Manuel legge un pezzo del suo Il meraviglioso tubetto, Xabier fa suoni che solo lui sa fare e Rodrigo al violino, accompagnati da un losco figuro poi rivelatosi un gran batterista. Noi di stucco, capiamo all&#8217; istante che la strada da fare per arrivare a Los Angeles non è poi così tanta&#8230; se si inizia così.&#8221;<br />
E&#8217; stato come andare in gita in quinto superiore, eravamo a metà tra l&#8217;età adulta e l&#8217;età così chiamiamola &#8220;cazzonica&#8221;. La sola e fondamentale differenza è che quando eri il quinto superiore stentavi a capire quello che facevi e invece ora ci butti quel neurone in più che hai conservato. Tour/viaggio/esperienza fantastica. Loro sono delle gran persone, umili quanto non ti aspetti, geniali più di quello che credi. E&#8217; stata una scuola sotto ogni punto di vista. Con gli occhi abbiamo rubato anche l&#8217;aria e appunto suonare in pezzi come <strong><em>Pelle</em></strong> e <strong><em>La vedova bianca</em></strong> son stati quei momenti in cui abbiamo tirato fuori di nuovo i grembiuli e il quaderno degli appunti. Nonostante la situazione al limite perchè i tempi (televisivi) imponevano velocità ed efficienza, che solitamente non fanno all&#8217;amore con la musica, abbiamo fatto bene il giusto. Perchè quando suoni in pezzi come quelli, soprattutto <strong><em>Pelle</em></strong> con cui sei cresciuto e che ha segnato la storia musicale di quest&#8217; Italietta,  non è proprio il caso di fare il &#8220;troppo&#8221;, ma proprio no.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Se doveste recensire in poche parole il disco <em>Meet Some Freaks On Route 66</em>?</strong><br />
<img style="margin: 2px 6px; float: left;" src="http://www.losthighways.it/wp-content/uploads/MG_7374_sc.jpg" alt="" width="300" height="200" />Generalmente non leggiamo recensioni, quindi evitiamo a priori di farle. Soprattutto su cose dove c&#8217;è anche il nostro zampino. Ci sono cose secondo noi belle e altre meno, ma comunque si tratta sempre di musica, le chiacchiere sono a zero, forse meno. L&#8217;elemento caratterizzante di questo disco è senz&#8217;altro la tensione, l&#8217;imperfezione, l&#8217;intensità di una live session e va preso come tale.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Cosa dobbiamo aspettarci da voi nel futuro?</strong><br />
Ora è uscito un remix di <strong><em>If I could take a light</em></strong>, fatto dai Low Frequency Club. Poi, dopo una pausa necessaria per riprenderci un po&#8217; le nostre esistenze dopo un anno e mezzo di tour tra Italia, Europa e questi 20 giorni in USA, stiamo cominciando a scrivere i pezzi per il prossimo disco e da Giugno saremo di nuovo in giro per l&#8217;Italia a suonare, cosa che faremo senza dubbio per tutta l&#8217;estate. Fatto ciò, tranne in qualche sporadico caso, credo che ci fermeremo in maniera definitiva e cominceremo a fare seriamente (ossia provare, provare, provare e registrare) il disco nuovo.</p>
<h2 id="watch-headline-title">AFTERHOURS + MAJAKOVICH &#8211; DOLPHINS live session @ Saltmine Studio, Mesa</h2>
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		<title>I nostri video? Veri e propri esseri viventi: intervista Fabio Miccoli, regista del nuovo video-clip dei Lenula (esclusiva LostHighways)</title>
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		<pubDate>Fri, 27 Apr 2012 17:39:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Emanuele Gessi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Editoriali]]></category>
		<category><![CDATA[Interviste]]></category>

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		<description><![CDATA[Dietro alla realizzazione di un videoclip (così come per una canzone, un disco, un dipinto o qualsiasi altro prodotto dell&#8217;ingegno umano) spesso c&#8217;è un lavoro enorme, complicato e personale. Alcune volte, poi, ciò che “sta dietro” assume un ruolo davvero fondante, e rientra a pieno titolo a fare parte dell&#8217;opera che si manifesta soltanto con [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img style="margin: 2px 6px; float: right;" src="http://www.losthighways.it/wp-content/uploads/lenula_BACKSTAGE-JEPEG-10.jpg" alt="" width="300" height="207" />Dietro alla realizzazione di un videoclip (così come per una canzone, un disco, un dipinto o qualsiasi altro prodotto dell&#8217;ingegno umano) spesso c&#8217;è un lavoro enorme, complicato e personale. Alcune volte, poi, ciò che “sta dietro” assume un ruolo davvero fondante, e rientra a pieno titolo a fare parte dell&#8217;opera che si manifesta soltanto con il risultato finale. Per questo motivo abbiamo intervistato Fabio Miccoli, regista del collettivo Zorobar, nonché batterista dei Lenula. Fabio ci ha parlato di un video affascinante, della sua gestazione e nascita, e dell&#8217;importanza della cura del processo creativo.<br />
Il video <strong><em>All&#8217;interno</em></strong> è in esclusiva per LostHighways.it (si ringrazia Zorobar, La Fabbrica e i Lenula)</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>All&#8217;interno</em></strong><strong> è un brano musicalmente spigoloso ed il testo è molto criptico e visionario. Come ci si approccia alla realizzazione di un video per un brano di questo genere?</strong><br />
<strong><em>All&#8217;interno</em></strong><em> </em>è un percorso con una costante empirica rivolta al senso stretto di vivere l&#8217;attimo stesso della propria narrativa, l&#8217;approccio è sensibile, riflesso sul senso di sentire l&#8217;istante, un gioco in cui video e brano sono complici, l&#8217;uno non isola l&#8217;altro. L&#8217;approccio  che si impone con un brano così intimo e simbolico crea una poetica e un&#8217;analisi  che va a ricreare quello stesso stato d&#8217;animo che nutre l&#8217;idea del musicista, autore del brano nella composizione. E&#8217; un vivere a pieno il sentimento. Si parla di sensazioni in <strong><em>All&#8217;interno</em></strong>, non si racconta nulla, si vive il sentimento dell&#8217;istante in cui una creatura nasce.<br />
Poi ovviamente il mio essere così coinvolto nella band mi ha permesso di delineare a pieno quelle sensazioni che io stesso ho vissuto nella creazione del brano.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il video si sviluppa e descrive per immagini una sorta di delirio? Un ricordo o un sogno? Cosa succede tra i personaggi che si scontrano in questa narrazione?</strong><br />
Il video ripercorre quella che è la confusione di gestazione di un&#8217;idea. Nonostante la messa in scena molto ermetica e psichedelica non è un sogno o qualcosa che ha a che fare con il surrreale: il senso è reale. L&#8217;intro del videoclip è accompagnata da uno scritto di Arthur Rimbaud, <strong>Falsa conversione </strong>contenuta in <strong>Una stagione all&#8217;inferno </strong>e identifica bene quello che voglio dire, <em>&#8220;non si e poeti in inferno&#8221;</em> significa che non si può sintetizzare quella parte emozionale così forte all’inizio di una creazione. L&#8217;unica azione narrativa infatti è la scrittura del foglio che apre e chiude il video. Il suo ermetismo è voluto. Possiamo considerarlo un vero e proprio strumento per combattere l&#8217;abitudine alla fruizione di storie o trame semplici. E’ quindi un video più che altro evocativo: che vuole provocare sensazioni.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La simbologia, che rimanda all&#8217;esoterismo, alle contrapposizioni bene/male e agli elementi naturali, è forse anch&#8217;essa protagonista di questo video. Cosa si è cercato di rappresentare ed evocare?</strong><br />
La simbologia di <strong><em>All&#8217;interno</em></strong> nasce da una ricerca molto intima e personale. La simbologia segue un percorso a sé, tracciando particolari sfumature anch’esse legate al contenuto della storia nel video. Certo niente è messo lì a caso, ogni immagine, ogni simbolo o raffigurazione in sé racchiude degli elementi significativi che rafforzano l&#8217;azione. Potremmo parlare dell&#8217;alchimia come citare le vicende mitologiche più vicine al concetto del fuoco, come delle altre allegorie presenti, ma mi dilungherei troppo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La scenografia quindi ha un ruolo importantissimo, di chi è merito e cosa vi ha ispirato maggiormente? </strong><br />
La scenografia è una parte viva e autonoma nel video. Ho sperimentato come l&#8217;immaginario del personaggio che abita dentro la scatola si riversasse nella creatività del nostro gruppo di lavoro; quindi attraverso i training di Rocco Caliandro, regista come me della Zorobar che mi ha affiancato in questo progetto, abbiamo cercato di ricreare un’atmosfera e di lavorare su di essa: bisognava simulare la situazione dell&#8217;abitare dentro una scatola/coscienza. Abbiamo quindi lasciato piena libertà agli artisti che hanno dipinto i pannelli perché anche loro erano coinvolti nell’attività di training. Allo stesso modo abbiamo lavorato nelle scene in esterna dove le coreografie sono state create dagli stessi attori che interpretavano “i demoni guida”, attraverso un percorso di training. Importantissime per quest&#8217;ultimo punto sono state poi le coreografie a cura di Leonardo Fumarola e Sergio detto &#8220;fumo&#8221;.<br />
Il videoclip opera una parafrasi sul testo molto attenta, grazie agli elementi visivi di sostegno e l&#8217;editing accelerato, si crea una tridimensionalità molto avvolgente che rende al massimo il concetto di confusione.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img style="margin: 2px 6px; float: left;" src="http://www.losthighways.it/wp-content/uploads/lenula_BACKSTAGE-JEPEG-6.jpg" alt="" width="300" height="215" />La costruzione di una tale scenografia e dei costumi quanto tempo ha richiesto in relazione al tempo di ripresa?</strong><br />
L&#8217;allestimento del videoclip ha visto due ambienti molto differenti tra loro. Il lavoro di messa in scena nella prima parte si è adattato ai lunghi tempi per la preparazione psicologica dei personaggi ed è stato girato completamente di notte per una decina di giorni. Per questa fase la preparazione dei costumi e delle maschere a cura di Ciro e Marika Nacci ha richiesto una settimana di lavoro. Mentre per la seconda parte non esiste un tempo definito. La notte prendevano vita i disegni e i simboli ed il giorno si girava in base alle sensazioni che gli stessi disegni ci davano. Quindi anche per la scenografia il metodo è stato lo stesso usato per il videoclip. La preparazione dell&#8217;allestimento scenico procedeva di pari passo ai tempi delle riprese.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il video è prodotto da Zorobar. Di cosa si occupa e come si muove? Raccontaci il vostro punto di vista sulla realtà pugliese, che spesso viene citata in ambito musicale tralasciando tutto il resto.</strong><br />
Zorobar è prima di tutto un nome collettivo che nasce nel 2010 quasi in forma massonica e sancisce la collaborazione tra Fabio Miccoli e Rocco Caliandro a cui si sono uniti, poi, negli anni, diversi collaboratori. La Zorobar si occupa principalmente di valorizzare forme d’espressione artistiche legate al video. In questi due anni ci è capitato soprattutto di lavorare a videoclip, ma abbiamo anche creato e realizzato veri e propri format diffusi essenzialmente attraverso il web. Crediamo molto in internet come mezzo di comunicazione, questo è da specificare. A proposito della realtà pugliese possiamo dire poco in quanto per nostra natura, credo in maniera quasi fisiologica, tendiamo ad essere una specie di isola. Possiamo dire che le nostre aperture siano in larga misura trasversali. Per un motivo a noi stessi sconosciuto tendiamo a collaborare maggiormente con artisti che non lavorano con il video. Sono note le nostre collaborazioni con officina <strong>Fly land</strong> impegnata soprattutto nella promozione della danza. Collaboriamo poi spessissimo con numerosi musicisti e adesso siamo impegnati in un progetto teatrale. In Puglia si girano moltissimi film anche grazie all’ausilio dei finanziamenti della “Puglia film commission”, ma spesso i fondi vengono assegnati a grosse produzioni con cui è quasi impossibile venire in contattato… non crediamo si possa parlare di <em>realtà pugliese. </em>Possiamo però dire di essere in rete con numerosissimi professionisti che operano in questo ambito con cui spesso ci confrontiamo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Per la produzione di un videoclip musicale quanto è importante il budget? Spesso i “big” della musica puntano sulle grandi produzioni, ma così non si rischia di stabilire uno standard pericoloso, innestando un riflesso inconscio che porta ad etichettare tutto ciò che è “piccolo” come “di scarsa qualità”. Tu cosa ne pensi?</strong><br />
Penso che “qualità” sia un termine “complicato”. E’ vero, noi produciamo a basso budget ma non credo che i nostri video possano essere definiti di “bassa qualità”. E questo è perché siamo maniacali nella cura del set. In più abbiamo dalla nostra due componenti essenziali: l’amore per quello che facciamo e la completa mancanza di senno. Ci facciamo assorbire dai nostri progetti che consideriamo, ogni volta, dei veri e propri esseri viventi. Non sappiamo se si rischia di stabilire uno standard pericoloso, alcune volte, è vero, succede. E sicuramente ci piacerebbe avere più spazio e visibilità soprattutto perché crediamo nel valore dei nostri video.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Io penso che un&#8217;idea, se buona e viva, troverà quasi sempre il modo di esprimersi al meglio ma&#8230; dove si trovano le idee?</strong><br />
L&#8217;idea per me vive in quell&#8217;istante che prende il nome di pausa. Siamo abituati a vivere in maniera veloce tutto ed accumulare sensazioni che hanno bisogno di trovare il giusto momento per emergere ed essere capite in noi stessi. Le pause emergono nei momenti in cui il nostro equilibrio è in sintonia con l&#8217;esterno, in situazioni semplici, perchè è a questo che si deve attingere, alla semplicità e non alla ricerca di idee a buon  mercato, piuttosto a ricercare nella “pratica” dei nostri sentimenti l&#8217;ispirazione.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img style="margin: 2px 6px; float: left;" src="http://www.losthighways.it/wp-content/uploads/lenula_BACKSTAGE-JEPEG-4.jpg" alt="" width="300" height="200" />Nel vostro video trovo geniale l&#8217;idea di quella fuga ed inseguimento in punta di dita lungo le pareti. Crea un effetto grottesco e claustrofobico, pur non andando ad attingere dai cliché delle classiche inquietanti inquadrature alle quali siamo abituati.  Quanto è difficile misurarsi con il “già fatto” e la ricerca di novità stimolanti sia per chi vedrà e giudicherà quanto realizzato, ma soprattutto per chi, come te, si pone dietro l&#8217;obiettivo?</strong><br />
Noi puntiamo molto al contenuto nei nostri progetti quindi può succedere che, nella evoluzione del lavoro che tentiamo sempre di legare al suo significato, e ti assicuriamo che il processo di cui parliamo è veramente lungo, possa capitarci di approdare a forme abbastanza lontane dai cliché di cui parli. E’ ovvio che la nostra percezione è sovraeccitata, del resto viviamo in una cultura che si fonda essenzialmente sull’immagine. Ma, al contrario di ciò che si può credere, l’immagine in sè non è tutto quando si lavora ad un video. Noi crediamo molto nel processo artistico che s’innesca prima, durante e dopo la creazione. E poi, noi, crediamo alla “magia delle cose” così come crediamo che la Zorobar abbia una sede legale in Giappone, forse a Tokio.</p>
<h2 class="sectionhead">All&#8217;interno &#8211; Video</h2>
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		<title>Ho una passione che è anche la mia fortuna: intervista a Ciro Tuzzi (EPO)</title>
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		<pubDate>Thu, 26 Apr 2012 08:22:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Katia Arduini</dc:creator>
				<category><![CDATA[Editoriali]]></category>
		<category><![CDATA[Interviste]]></category>

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		<description><![CDATA[Gli Epo sono una band davvero eccezionale. Costruiscono un pop emozionante che tende la mano al rock nel retrogusto e al folk nelle virate introspettive. Ogni cosa è al suo posto arriva a cinque anni di distanza da quel Silenzio assenso accolto dai favori sia di pubblico che di critica. Ogni cosa è al suo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img style="margin: 2px 6px; float: right;" src="http://www.losthighways.it/wp-content/uploads/EPO_inter010212.jpg" alt="" width="300" height="204" />Gli Epo sono una band davvero eccezionale. Costruiscono un pop emozionante che tende la mano al rock nel retrogusto e al folk nelle virate introspettive. <a href="http://www.losthighways.it/2012/04/26/ogni-cosa-e-al-suo-posto-epo/"><strong><em>Ogni cosa è al suo posto</em></strong></a> arriva a cinque anni di distanza da quel <strong><em>Silenzio assenso</em></strong> accolto dai favori sia di pubblico che di critica. <strong><em>Ogni cosa è al suo posto</em></strong> uscirà il 30 aprile e noi ve lo presentiamo con quest’intervista a Ciro Tuzzi (voce, chitarra e autore dei testi e delle musiche) e due streaming: <strong><em>A piedi nudi sui vetri</em></strong> (brano apripista già lanciato in free download dal <a href="http://soundcloud.com/eponapoli/a-piedi-nudi-sui-vetri">SoundCloud</a> della band) e <strong><em>Un fuoco</em></strong> (centro emozionale del nuovo lavoro) ovvero un’esclusiva assoluta per LostHighways. (Foto di Francesco Marrone)<strong> </strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ogni cosa è al suo posto arriva a cinque anni da Silenzio assenso. Cosa è cambiato negli EPO in questo periodo?</strong><br />
Sono cambiate tantissime cose. La formazione degli Epo è cambiata totalmente. Gli unici collegamenti tra i tre dischi degli Epo sono io e la passione per la musica. In realtà ho realizzato pienamente questo cambiamento di formazione solo quando abbiamo redatto i credits del disco, le varie uscite ed entrate nella formazione sono avvenute nel tempo e gradualmente. In 5 anni possono succedere tante cose.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Cosa vuol dire, sia emotivamente che musicalmente, stare lontani dalla “scena” ai fini del ritorno?</strong><br />
E&#8217; sempre passato tanto tempo tra un disco e l&#8217;altro. Non sono propriamente un autore prolifico. Però preferisco pubblicare un disco che per me sia denso di significati piuttosto che scrivere dei &#8220;riempitivi&#8221; per promozionare 2/3 singoli. L&#8217;uscita di <strong><em>A piedi nudi sui vetri</em></strong> ha avuto un gran bel riscontro, segno che c&#8217;è ancora qualcuno che vuole ascoltarci. E&#8217; una fortuna e ci sentiamo lusingati da questa opportunità.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Ogni cosa al suo posto</em></strong><strong>, un titolo che può essere interpretato come un punto di arrivo o uno stato dal quale finalmente partire. Come lo intendono gli EPO?</strong><br />
Credo che siano entrambe le cose. E&#8217; un punto di arrivo perchè finalmente siamo riusciti a scattare una fotografia della nostra creatività, dando una forma definitiva alle canzoni e alle emozioni che raccontano. Allo stesso tempo è un punto di partenza: col bagaglio delle esperienze fatte, esperienze che ci hanno fatto ulteriormente maturare sotto il profilo artistico ed umano, siamo pronti a vedere questo disco dove ci porterà. Siamo davvero curiosi.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>A piedi nudi sui vetri</em></strong><strong> è il brano che avete scelto per presentare l’album. Perché proprio questo?</strong><br />
Ci affascinava l&#8217;idea di pubblicare un &#8220;singolo non singolo&#8221;, una canzone con un testo duro che parla della perdita della purezza e della propria identità, in un momento storico intriso di canzoni leggere leggere, anche nell&#8217;ambito della musica indipendente.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Trovo il video di <em>A piedi nudi sui vetri</em> perfetto nella sua semplicità così evocativa. Per realizzarlo vi siete affidati alla regia di Francesco Ebbasta dei The JackaL. Com’è stato lavorare con lui?</strong><br />
Francesco ha un talento incredibile e il successo dei The JackaL è meritatissimo. Quando ci siamo incontrati per discutere del video o per fare brainstorming mi ha molto colpito la sicurezza con cui ci descriveva le inquadrature e le emozioni che avrebbe voluto trasmettere. Quando ci ha illustrato l&#8217;idea del video gli abbiamo dato carta bianca, fidandoci totalmente del suo gusto e della sua sensibilità.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img style="margin: 2px 6px; float: left;" src="http://www.losthighways.it/wp-content/uploads/EPO_inter020412.jpg" alt="" width="300" height="195" />Nel brano <em>Un fuoco</em> si può sentire la voce di Marina Rei. Ci vuoi raccontare com’è nata questa collaborazione?</strong><br />
Con Marina c&#8217;è un rapporto di amicizia nato nel periodo in cui ho fatto il chitarrista per il tour del suo disco <strong><em>Musa</em></strong>, un legame rimasto vivo anche dopo il tour. Una volta deciso di voler inserire sul pezzo una voce femminile è stato naturale pensare a lei.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Raccontami il ruolo di questo brano rispetto all’intero disco…</strong><br />
Le canzoni del disco sono nell&#8217;ordine temporale in cui le ho scritte. <strong><em>Un fuoco</em></strong> è stata scritta quando, per questioni di salute sono stato costretto a letto per mesi e poi a sottopormi ad un intervento chirurgico alla schiena. Steso su un letto di ospedale, con le flebo nel braccio ho pensato che probabilmente avrei dovuto rinunciare alla musica. Capii presto che era un’eventualità che non potevo assolutamente prendere in considerazione. Non mi interessa dimostrare a me o ad altri chi posso o chi sarei potuto diventare. Ho una passione che spesso è fonte di frustrazione e amarezza, ma che è anche la mia fortuna.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Questo disco vede varie collaborazioni con artisti della scena campana. Come mai questa scelta?</strong><br />
E&#8217; stata una cosa molto naturale, tra molti artisti della scena napoletana c&#8217;è un bel rapporto di amicizia che prescinde dai generi musicali o dai gusti. Giovanni Truppi ha suonato delle parti di piano molto toccanti e Giovanni Block ha impreziosito <strong><em>Nastro isolante</em></strong> con il flauto traverso e ci ha dato una grande mano ad arrangiare gli archi suonati magistralmente da Arcangelo Michele Caso. Il coro fatto da Dario Sansone, Claudio Domestico, Claudia Sorvillo, gli Onirica e Truppi è stato uno dei momenti più divertenti delle registrazioni del disco.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Avete rilasciato alcuni video, dei tester in cui ci mostrate le fasi di registrazione dell’album. Come mai questa scelta? Un modo per riprendere il contatto con il pubblico in chiave così intima?</strong><br />
Grazie a Luigi Iacobelli abbiamo realizzato questa serie di teaser che raccontano la storia della nascita di questo disco. Più in là uscirà anche una sorta di minidocumentario su <strong><em>Ogni cosa è al suo posto</em></strong>, di cui questi teaser rappresentano dei piccoli assaggi. Li stiamo utilizzando per ottimizzare al massimo le possibilità di comunicazione che i social network mettono a disposizione e per condividere col pubblico non solo il frutto del nostro lavoro, ma anche il percorso che ci ha portato fino a qui.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>In tutti i vostri album è presente un brano in dialetto napoletano, come a voler rivendicare la vostra identità. Quanto è importante l’essere partenopei per la musica degli EPO?</strong><br />
In questi anni mi sono ulteriormente avvicinato alla canzone napoletana tradizionale. Sulla nostra pagina Soundcloud ci sono delle versioni di canzoni napoletane rilette. Noi napoletani abbiamo il vantaggio di avere una vera e propria &#8220;lingua&#8221; alternativa all&#8217;italiano, una tavolozza con dei colori &#8220;altri&#8221; rispetto a quelli che si utilizzano normalmente. Sarebbe un peccato non usufruirne.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Quali sono le influenze che la vostra città ha esercitato sul vostro percorso artistico?</strong><br />
Non so dirti quanto ci ha dato sotto il profilo artistico, di sicuro Napoli e la &#8220;napoletanità&#8221; sono parte integrante del nostro modo di vivere e pensare, di riflesso questa condizione entra sicuramente nella nostra musica.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img style="margin: 2px 6px; float: right;" src="http://www.losthighways.it/wp-content/uploads/EPO_inter030412.jpg" alt="" width="300" height="200" />Qual è il brano che considerate più “tradizionale” e quello che invece spinge oltre, oltre quello che voi stessi pensavate in partenza?</strong><br />
<strong><em>Animali fragili</em></strong> credo sia la canzone più tradizionale del disco, nel senso che è quella più vicina alle cose fatte in passato dagli Epo. La canzone meno ortodossa credo sia <strong><em>Stand Up</em></strong>, sia per quanto riguarda l&#8217;arrangiamento, per il modo in cui è stata suonata, che per quello che riguarda la scrittura del testo. Tutti noi abbiamo registrato le parti strumentali principali senza sapere come avrebbe suonato la melodia della voce. Ho scritto il testo senza farmi condizionare da precise regole metriche, addensandolo di tutti i contenuti che volevo includervi. Non vediamo l&#8217;ora di proporvela.</p>
<h2 class="sectionhead">Ogni cosa è al suo posto &#8211; Preview</h2>
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<h2 class="sectionhead">Ogni cosa è al suo posto &#8211; Video</h2>
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		<title>Vi presentiamo Addio cane!: intervista a Piefrancesco  Adduce (Guignol)</title>
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		<pubDate>Tue, 24 Apr 2012 07:48:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Roberta Molteni</dc:creator>
				<category><![CDATA[Editoriali]]></category>
		<category><![CDATA[Interviste]]></category>

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		<description><![CDATA[Addio cane! (Automatic/CasaMedusa/AtelierSonique/CNI) è il quarto album firmato Guignol. Vede la luce dopo due anni dall’uscita di Una risata ci seppellirà, due anni di intensa attività live, di confronti artistici, umani ed intellettuali e di profondi cambiamenti che hanno coinvolto la band. L’uscita ufficiale è prevista per il prossimo cinque maggio. Losthighways ha il piacere [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong><em><img style="margin: 2px 6px; float: right;" src="http://www.losthighways.it/wp-content/uploads/GUignol_inter010412.jpg" alt="" width="300" height="201" />Addio cane!</em></strong> (Automatic/CasaMedusa/AtelierSonique/CNI) è il quarto album firmato Guignol. Vede la luce dopo due anni dall’uscita di <strong><em>Una risata ci seppellirà</em></strong>, due anni di intensa attività live, di confronti artistici, umani ed intellettuali e di profondi cambiamenti che hanno coinvolto la band. L’uscita ufficiale è prevista per il prossimo cinque maggio. Losthighways ha il piacere di ospitare l’anteprima di tre inediti (<strong><em>In omaggio il tuo Dio</em></strong> è anche in free download) e di presentarvi queste nuove undici canzoni con un’intervista cui Pierfrancesco Adduce, volto storico del gruppo, autore dalla penna pungente, dall’animo musicale rivoluzionario e gentile, si è prestato con autenticità, lasciando che fra le frasi si fermassero i colori vivi di mesi di vita e lavoro. È bello poter entrare nelle stanze di un disco dalla porta principale, calpestarne le mattonelle senza che i tuoi ospiti indossino maschere, senza nessun azzeccagarbugli ad imbustare sentenze. Buon viaggio, e ricordatelo: non occorre mettersi in fila e nemmeno lasciare a casa le proprie fobie. Quello che conta è entrare e lasciarsi offrire un amaro come si deve. (Foto di Lucia Meazza  &#8211; <a href="http://www.stereodinamica.it/" target="_blank">www.stereodinamica.it</a>)</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il quarto album vede la luce dopo due anni esatti dall’uscita di <em>Una risata ci seppellirà</em> e si porta addosso lo stesso identico odore: l’odore intenso dell’autenticità, della coerenza e della lotta. Credo che Guignol, oggi, non sia semplicemente un nome proprio di gruppo, ma un progetto, una direzione. Mi sbaglio?</strong><br />
Lo è nel momento in cui accompagna come un cagnaccio (per l&#8217;appunto!) fedele le nostro esistenze. La mia di sicuro, in bene e in male, più o meno consapevolmente, nel senso che si porta con se le &#8220;scorie&#8221;, le emozioni, le idiosincrasie, il meglio e il peggio delle mie/nostre giornate. La lotta, se ho inteso quello a cui ti riferisci, ha a che vedere con l&#8217;oggettivo, quello che ci circonda, quello in cui affoghiamo sempre peggio, quello che vorremmo, spereremmo cambiasse, pur sapendo che sarà sempre condotta ad armi impari e che possiamo, riusciamo a incidere poco o nulla in tal senso&#8230; ma poi c&#8217;è, soprattutto, quella con se stessi, e li se ne esce spesso piuttosto malconci, più che contro tutto il resto. Questo nuovo disco è li a raccontare soprattutto questo tipo di conflitto.<br />
E&#8217; una direzione che vorremmo poter dire, anche citando qualcuno, ostinata e contraria, lo è per il semplice fatto di essere ancora qui a proporre il nostro lavoro quando ogni segnale intorno a noi, sociale e non, a livello di gruppo e a livello personale, sconsiglierebbe di farlo ed è una direzione in cui  la rotta è soggetta a forti turbolenze, è traballante, un po&#8217; ubriaca, un po&#8217; incosciente, solitaria al solito, ma l&#8217;unica possibile, l&#8217;unica che sappiamo e che ci corrisponde.<br />
L&#8217;esigenza di questo disco è dettata forse dal fatto di dover chiudere e saldare dei conti che spesso o sempre non tornano, per poi riaprirli subito dopo come e più di prima!<br />
È il ribadire ostinato di chi non vuole cedere o rassegnarsi ma è anche un appuntamento con se stessi, a nudo e senza sconti, li dove parte il tutto, la lotta e il conflitto che non si risolvono, come la vita del resto, che non ha soluzioni, ma solo possibili vie, il più delle volte inspiegabili.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Pensando al disco, quindi…</strong><br />
<strong><em>Addio Cane!</em></strong> è per quanto mi riguarda il più urgente e completo tra i nostri lavori, è il naturale proseguimento del precedente <strong><em>Una risata ci seppellirà</em></strong>, ma è anche tutto ciò che credo mancasse a quel lavoro.<br />
E&#8217; stato scritto durante il tour precedente, si è scritto da sè praticamente&#8230; è quindi il più spontaneo e immediato tra i nostri dischi e rappresenta la fine di un ciclo artistico e di vita, uno sguardo caustico, divertito e atterrito al contempo rivolto in un primo momento fuori e poi dentro di sé subito dopo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La nazione/città/circo di Farfalla, dei 12 marmocchi, dei polli in batteria si è popolata di nuove creature/allucinazioni che, rubando la voce alla sete, quella delle anime, ci raccontano il desiderio, la violenza, la bellezza, la fede, il cemento. Presentiamoli a chi ci legge, cane compreso.</strong><br />
Sono figure e  vicende vissute anche in prima persona, ricordate o rese deformi da un sguardo un po&#8217; visionario, un po&#8217; &#8211; mi piace pensare- alterato dalle polveri sottili che ci coprono dentro e fuori.<br />
C&#8217;è una nota comune di vitalità disperata, che si manifesta in modo eccessivo e anche violento, di una violenza sempre latente, sottotraccia, quasi fosse un dato ambientale imprescindibile che pervade il tutto.<br />
In <strong><em>Addio cane!</em></strong> la bestia sta lì ferma e ti fissa, immobile, come un monito, un&#8217;epifania, fino a che non parla rivolgendosi all&#8217;uomo.<br />
E&#8217; la figura di un sogno che ho fatto tempo fa, probabilmente per via dei tanti randagi incontrati nei pomeriggi accecanti estivi nel Sud Italia, al riparo all&#8217;ombra di qualche muro di tufo.<br />
Parodie di popolo conformista in <strong><em>Quello che vi dirò</em></strong> devoto come un gregge alle mode e alle tendenze (con riferimenti anche all’ambiente musicale italiano) dietro figure di artisti-marionette.<br />
Ci sono intime confessioni di debolezza in <strong><em>In omaggio il tuo Dio</em></strong>, fragilità ma anche consapevolezza intorno ai propri vizi, irrinunciabili, croce e delizia di un’esistenza infantile, bambina, come unica possibile, perché unico, vero, autentico abbandonarsi. C&#8217;è la ricerca di un Dio di facile consumo, come ultimo comodo rifugio dopo troppe promesse e illusioni andate deluse.<br />
Ne <strong><em>La Scimmia</em></strong> si racconta il vano ritorno al passato, alla ricerca di sé, il perdersi per ritrovarsi, sperduti in un doppio ego e in perenne conflitto con l’altro sé, in agguato, sempre pronto a tornare  e a prendere il sopravvento, come un demone, come una scimmia dispettosa e beffarda.<br />
In <strong><em>Padri e Madri</em></strong> un piccolo quadro di famiglia piccolo borghese, tra rancori, conti da saldare, vite intere da rinfacciarsi, vanità e vanaglorie da esibire, bugie da perpetuare.<br />
<strong><em>Girotondo</em></strong><strong>,</strong> è una canzone sulla perdita dell’innocenza, l’entusiasmo e la vitalità giovanili e sui tanti muri di gomma del potere, il saggiarne, alla fine, l’essenza violenta, corrotta e autoritaria. L’Italia di oggi, l’Europa della grande crisi e il nord Africa delle primavere arabe ecc…<br />
In<strong> <em>Un giorno fra i tanti</em> </strong>il senso di soffocamento  nell’alienante afasia  di un ufficio lavorativo.<br />
In <strong><em>Blues del buco</em></strong> le irresistibili dipendenze psicologiche o fisiche intonate su vascelli metropolitani in rotta verso <strong><em>In nessun luogo</em></strong>, tra delirio da intossicamento e fantascientifici, futuribili, desolate città future.<br />
Il torto di ostinarsi a vivere, pur provenendo dal lato “sbagliato” del mondo ne <strong><em>Il torto</em></strong> che è anche il singolo del disco.<br />
E infine <strong><em>Cani e figli tuoi</em></strong> sull&#8217;Italia post Tangentopoli, quella post Berlusconi, quella dei 150 anni dall’Unità, in fondo incapace di una vera e propria rivoluzione, sempre e comunque vittima di se stessa, della propria storia, del proprio carattere antropologico, vario, diverso nelle epoche e nei suoi particolarismi ma in fondo sempre troppo simile e riconoscibile.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Parliamo di musica: cosa ha determinato l’impronta sonora di <em>Addio cane!</em>?</strong><br />
L&#8217;impronta sonora è stata determinata dal fatto di avere le canzoni già ben abbozzate di base, ma in forma molto essenziale, testi su chitarra, basso, batteria, con il gruppo che nel frattempo ha cambiato fisionomia: la fuoriuscita di due elementi ha innescato una generale revisione del tutto, con l&#8217;inserimento sui brani di due musicisti, vecchie conoscenza nostre, già collaboratori e saltuariamente sul palco con noi, ma mai così<br />
dentro alle nostre cose, soprattutto per quanto riguarda i suoni, come Francesco Campanozzi, già con i vari Le Gros Ballon, Fabrizio Coppola, Alessandro Fiori, e  Paolo Perego degli Amor Fou.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Qual è il cuore pulsante del disco? Con quale dei nuovi pezzi presentereste idealmente ad un pubblico che non vi conosce il vostro nuovo lavoro?</strong><br />
Non c&#8217;è un vero cuore pulsante, tutti gli episodi vivono di vita propria e ci piacciono per ragioni diverse.<br />
Lo presenteremmo idealmente e anche di fatto con brani come <strong><em>Il Torto</em> </strong>che sarà anche il singolo in promozione, <strong><em>In omaggio il tuo Dio</em> </strong>di sicuro, <strong><em>La scimmia</em></strong> per dirne un altro, o <strong><em>Padri e madri</em></strong>.<br />
Sono tutti brani che riteniamo molto ben suonati e ben riusciti.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img style="margin: 2px 6px; float: left;" src="http://www.losthighways.it/wp-content/uploads/guignol_inter040412.jpg" alt="" width="230" height="269" />Come hanno interagito i componenti della band nella messa al mondo delle canzoni? Quale ruolo hanno avuto i collaboratori di sala, i produttori?</strong><br />
Le canzoni dei Guignol nascono in genere da miei spunti per chitarra e voce portati poi al gruppo in sala prove. Le abbiamo provate qui e li nei ritagli di tempo, in trio, a Milano. Registravamo dei provini grezzi con lo Zoom e mandavamo dei file a Giulio, il nostro bassista che vive in Centro Italia. Quindi dopo poche prove insieme abbiamo capito che avevamo seriamente qualcosa che aveva forma e sostanza. Nel frattempo il gruppo si è un po&#8217; sfaldato sul finire del tour di <strong><em>Una risata ci seppellirà</em></strong>, che è stato lungo e faticoso, per tante ragioni personali, economiche, lavorative, ecc. Abbiamo raccolto le  forze residue, i nostri brani e devo dire anche, la mia ferma ferrea convinzione di avere un buon disco in embrione tra le mani.<br />
Quindi  Francesco Campanozzi e Paolo Perego hanno avuto un ruolo fondamentale, entrando di fatto quasi come 5° e 6° elemento del gruppo e dando un grosso apporto in termini di idee e soluzioni sonore che, per come stavamo messi, quasi al lumicino, difficilmente avremmo raggiunto. Francesco è un polistrumentista che già ci ha accompagnato live più volte, al basso o alla chitarra, abile tecnicamente e molto versatile (non per nulla collabora a vari progetti, dai NOA che furono a Fabrizio Coppola, ai Le Gros Ballon, Piano Machine, Alessandro Fiori e quindi Guignol): la sua presenza ha inciso molto sui suoni delle chitarre, delle tastiere, sui colori in generale e in fase di mix. Paolo (attualmente bassista degli Amor Fou, ex NOA, Raffaella Destefano, Fabrizio Coppola e altri) ha preso parte in modo altrettanto vario e decisivo più che altro in fase di mixaggio, ed è anche lui indifferentemente, bassista, chitarrista, batterista, ecc. Attualmente accompagna i Guignol dal vivo proprio alla batteria.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il disco verrà presentato ufficialmente con un live il prossimo 5 maggio a Milano. Avremo l’occasione di un paio di anteprime (a Pontremoli il prossimo 27 aprile e a Roma il 28). Seguiranno svariate date in tutta Italia. Cosa aggiunge ad un disco l’occasione del live? Cosa vorreste/vi piacerebbe aggiungesse a questo disco in particolare?</strong><br />
L&#8217;occasione del live è l&#8217;occasione vera ed effettiva che giustifica il fatto di suonare, non c&#8217;è confezione disco che tenga. La musica è una cosa viva e deve essere suonata in diretta ai vivi. La finalità del disco è quella che porta i musicisti davanti a un pubblico ed è il vero banco di prova di tutto. Ci piacerebbe aggiungesse l&#8217;opportunità di raggiungere un pubblico più numeroso ma anche più critico e attento, meno passivo magari. Quello di emozionarlo e colpirlo allo stomaco, oltre che alla testa, possibilmente, è compito nostro e finchè dura siamo lieti di continuare a tentare questo mestiere.</p>
<p><span style="color: #971b7a;">Link: <a onclick="javascript: pageTracker._trackPageview('/downloads/ In_Omaggio_Il_Tuo_Dio);" href="http://www.losthighways.it/wp-content/uploads/In_Omaggio_Il_Tuo_Dio.zip"> In Omaggio Il Tuo Dio &#8211; Free Download</a></span></p>
<h2 class="sectionhead"> Addio Cane &#8211; Preview</h2>
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		<title>Il cielo degli addii: intervista a Nicola Mottola (Il cielo di Bagdad)</title>
		<link>http://www.losthighways.it/2012/04/19/intervista-il-cielo-di-bagdad/</link>
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		<pubDate>Thu, 19 Apr 2012 17:28:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Amalia Dell'Osso</dc:creator>
				<category><![CDATA[Editoriali]]></category>
		<category><![CDATA[Interviste]]></category>

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		<description><![CDATA[Sempre con il naso rivolto verso il cielo, perchè lì tutto accade in modo meraviglioso, secondo un codice diverso, magico, di illusioni che non fanno male e ipotesi che si lasciano addomesticare. Parte da lì la band di Aversa capitanata da Nicola Mottola. Parte dal cielo, dalle sue stelle, dagli addii. Badate bene, addii che [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img style="margin: 2px 6px; float: right;" src="http://www.losthighways.it/wp-content/uploads/ilcielo_inter010412.jpg" alt="" width="300" height="201" />Sempre con il naso rivolto verso il cielo, perchè lì tutto accade in modo meraviglioso, secondo un codice diverso, magico, di illusioni che non fanno male e ipotesi che si lasciano addomesticare. Parte da lì la band di Aversa capitanata da Nicola Mottola. Parte dal cielo, dalle sue stelle, dagli addii. Badate bene, addii che sono amori. Ed è il cielo a far piovere melodie che giocano al rock pulito pulito mischiato al folk universale e alle schiarite di pop. Un pizzico di quella malinconia dei romantici, la gioia come amuleto, i colori come antidoto. Dall’immaginario strumentale di <strong><em>Export for malinconique </em></strong>al cantato fanciullino di <a href="http://www.losthighways.it/2012/04/15/unhappy-the-land-where-heroes-are-needed-or-lalalala-ok-il-cielo-di-bagdad/"><em><strong>Unhappy the land where heroes are needed or lalalala, ok</strong></em></a>. Sotto la pioggia, mentre il cielo gonfia e sgonfia palloncini, ho incontrato Nicola per parlare di quello che la musica certe volte vede.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il secondo disco de Il cielo di Bagdad ha un titolo per niente semplice. Oserei definirlo stratificato, nel suono e nei sensi che evoca. Me ne parli?</strong><br />
Mi hanno sempre affascinato i dischi con un titolo lungo, complicato o addirittura con due titoli, è come dare una seconda possibilità  alle cose.  A volte basta guardarle con una prospettiva diversa, per vederle  meglio,  capirle.<br />
Il disco è dedicato a quegli eroi che non fanno troppo rumore. Chi sono?<br />
Il nostro secondo disco è dedicato agli eroi che non fanno rumore e anche se lo fanno, non li sente  nessuno.<br />
Ci sono  eroi così semplici, ma difficili da trovare. Mio padre, sua madre, la band che abbiamo incrociato sull&#8217;autogrill che non riusciva a mettere la benzina per rientrare a casa. La dedica è per le venti persone davanti a cui abbiamo suonato, a chi fa fatica ad arrivare a fine mese o a chi per quel mese non è proprio partito.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Quel “lalalala” spinge oltre la lingua che comunemente, da adulti, usiamo per comunicare. E mette l’accento su una modalità comunicativa quasi fanciullesca, primordiale. Il cielo di Bagdad non ha un bisogno assoluto della parola, no?</strong><br />
Siamo passati dalla musica strumentale ad un disco cantato. Sono le nostre prime parole, un po’ come i bambini, stiamo imparando, abbiamo scritto i testi senza consapevolezza e divertendoci molto. Ci ha aiutato tanto uno stranissimo brano cantato,  pubblicato nel 1972 che, con suoni sconclusionati e pseudo-inglesi, conquistò un primato mondiale fino ad entrare in classifica negli Stati Uniti. Parlo di<em><strong> </strong><strong>Prisencolinensinainciusol</strong></em> di Adriano Celentano.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Cosa è oggi il cantato per Il cielo di Bagdad?</strong><br />
Una liberazione, una festa, coriandoli che restano sempre  e comunque in volo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Cosa è cambiato tra <em>Export for Malinconique </em>e questo nuovo lavoro? Parlo di immaginario, e di conseguenza di suono che lo racconta…</strong><br />
<strong><em>Export for Malinconique</em></strong> è stato scritto ad occhi chiusi ed i suoni galleggiavano nel cielo con orizzonti lontanissimi, ma sempre così vicini. Unhappy è vivo, fatto di abbracci, di notti stellate, di corse tra gli alberi, di maschere colorate, di feste che non finiscono mai. Con l&#8217;usctita del disco abbiamo aperto una finestra sul mondo, anzi su tumblr (<a href="http://www.ilcielodibagdad.tumblr.com">www.ilcielodibagdad.tumblr.com</a>) dove collezioniamo, ad occhi aperti, foto, scatti, segni e parole  che arrivano da un nuovo pianeta chiamato “terra”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Alfieri del post rock alla Sigur Rós, quando avete incontrato gli Arcade Fire e avete deciso di farne un referente per il codice da usare per la vostra musica?</strong><br />
Nel 2003 ho visto i Sigur Rós a Prato con poche centinaia di persone (ringrazierò per sempre Fausto &#8211; oggi membro e produttore artistico della band &#8211;  che  mi regalò il biglietto, da allora è passato un po’ di tempo!). Nel 2005 giravamo il nostro video <em><strong>Tre</strong></em> in maniera veramente rudimentale ed io ero già in fissa con gli Arcade Fire.<br />
Non so, a volte faccio veramente fatica a rispondere, <em>“il tempo forse non ti restituisce mai le cose in tempo</em>”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Jónsi. Quanto vi ha influenzato?</strong><br />
Non so che dirti, quello è stato un amore democratico (sorride, ndr).</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Gioia e coraggio. Quelli degli eroi. Quelli degli innamorati. Posso dire che tutta la poesia de Il Cielo è figlia delle stelle che Mottola inchioda?!</strong><br />
<em>“No, quelle le inchiodo da solo e mi cadono pure in testa”</em> (ride,ndr).<br />
Questo disco è la somma di noi, sono tutti i nostri colori messi assieme; è vero, nel cielo ci sono tante stelle, ma sotto al cielo c&#8217;è chi le inchioda, chi le interpreta, chi non le vede mai e chi ne disegna sempre una e, con gioia e coraggio, gli dà anche i nomi.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Mottola, la vostra musica suona di amore. L’amore è addio?</strong><br />
L&#8217;amore ci alimenta, ci dà forza ed ogni forma di  speranza sembra e resta viva.<br />
Credo che oggi, con i ritmi dettati “da non so chi”, l&#8217;addio sembra davvero l&#8217;unico atto d&#8217;amore eterno. Si ama sempre di più ciò che si è visto andare via, anche se poi a rincorrerlo ti  manca il fiato.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Quale brano ti è costato di più, emotivamente?</strong><br />
Durante la realizzazione siamo stati travolti dai brani. Il disco è stato scritto in una cascina tra le colline del Sannio, con lunghe distese di grano davanti a noi, in compagnia di tre cani, due femmine e un maschio.<br />
Personalmente, emotivamente, mi è costato più ascoltare i brani uno dietro l&#8217;altro che rivedere un vecchio film di famiglia o di una vacanza che non tornerà.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Trees’ Love</em> è il brano che mi piace di più. Perché?!</strong><br />
Perchè corre più di noi (il cuore).</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img style="margin: 2px 6px; float: left;" src="http://www.losthighways.it/wp-content/uploads/il-cielo_inter020412.jpg" alt="" width="230" height="339" /></strong><strong>Il Cielo di Bagdad ha dei nuovo membri. In che modo hanno influito sullo spirito della band e sulle modalità di composizione?</strong><br />
Ciò  che ci è accaduto, credo e crediamo, sia stato un&#8217; evoluzione naturale.<br />
Da tre elementi siamo passati a sei senza nemmeno chiedercelo. Non viviamo insieme, anzi. Ognuno è perso un po&#8217; nel proprio mondo, ma siamo molto amici, ci conosciamo da tempo.<br />
Credo che Fausto Tarantino ed Enrico Falbo abbiano dato un enorme contributo a questo lavoro. Avevamo il desiderio di fare un disco che fosse proprio la somma di noi, come quando siamo insieme per le feste in campagna o in tour. Volevamo un disco veramente semplice e colorato.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>L’artwork. Mi racconti i suoi incastri di forme e colori?</strong><br />
Quella sera faceva veramente freddo, avevo appena traslocato, non c&#8217;era niente  e mettermi a disegnare quella copertina fu per me come vedere <strong>lei, un the caldo, gli amici, una festa, tante storie e colori. </strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Raccontami il cielo, adesso, mentre mi rispondi!</strong><br />
Ecco il cielo sopra la mia testa o almeno quello che  vedo dalla mia finestra. Sembra gonfiarsi e poi sgonfiarsi, sembra raffreddato, o almeno, ha voglia di coprirsi,  però poi di notte <em>“S’illumina, la notte poi s’illumina, si spengono i cartelli luminosi e piove luce intorno a noi” </em>(forse). (<strong><em>S’illumina</em></strong>, Colapesce)</p>
<h2 class="sectionhead">We&#8217; re fine</h2>
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		<title>Trascendere dai meccanismi che ci inchiodano a terra per migliorarci come esseri umani: intervista a Davide Tomat.</title>
		<link>http://www.losthighways.it/2012/04/16/intervista-davide-tomat/</link>
		<comments>http://www.losthighways.it/2012/04/16/intervista-davide-tomat/#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 16 Apr 2012 10:39:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Katia Arduini</dc:creator>
				<category><![CDATA[Editoriali]]></category>
		<category><![CDATA[Interviste]]></category>

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		<description><![CDATA[Davide Tomat è conosciuto come leader dei N.A.M.B. e dei Niagara. Il 5 marzo 2012 è uscito 01-06 June, il suo album solista. Un album che si stacca totalmente dal rock elettronico dei N.A.M.B. per tuffarsi in atmosfere ambient con brani dilatati in cui sono i suoni sintetici e digitali a farla da padrone. Un [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img style="margin: 2px 6px; float: right;" src="http://www.losthighways.it/wp-content/uploads/tomat_inter010412.jpg" alt="" width="300" height="198" />Davide Tomat è conosciuto come leader dei N.A.M.B. e dei Niagara. Il 5 marzo 2012 è uscito <a href="http://www.losthighways.it/2012/03/19/01-06-june-tomat/"><strong><em>01-06 June</em></strong></a>, il suo album solista. Un album che si stacca totalmente dal rock elettronico dei N.A.M.B. per tuffarsi in atmosfere ambient con brani dilatati in cui sono i suoni sintetici e digitali a farla da padrone. Un album che ci ha incuriositi molto perciò abbiamo colto l’occasione per farcelo raccontare dall’artista torinese.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ti conosciamo come leader dei N.A.M.B. e dei Niagara e adesso arriva questo progetto solista. Da dove è nata l’esigenza di fare tutto in proprio?</strong><br />
L&#8217;esigenza c&#8217;è sempre stata. Già nel ‘97 avevo composto un po&#8217; di brani con solo l&#8217;utilizzo della mia voce, ma poi avevo lasciato perdere il progetto perché preso da mille altri e forse perché non troppo sicuro della proposta musicale, forse troppo azzardata. Credo sia cambiata la consapevolezza in me stesso che mi ha indotto a pubblicare i miei esperimenti sonori solitari. Durante il periodo in cui suonavo live con i N.A.M.B. spesso mi ritrovavo ad improvvisare da solo con il set up che usavo con loro dal vivo per ore e ore e trovavo interessante quello che usciva. Così, appena il mio studio è stato libero per una settimana, per l&#8217;esattezza dal 1 al 6 giugno 2010, ho deciso di improvvisare tutti i giorni da solo registrando tutto il materiale sonoro che producevo su multi traccia per poter ascoltare ed eventualmente editare quello che è uscito spontaneamente. Il risultato è <strong><em>01-06JUNE</em></strong>.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>01-06 June</em></strong><strong> è nato in sei giorni, appunto. Parlacene nel dettaglio…</strong><br />
Come ti dicevo, ho sfruttato una settimana di totale esilio dal mondo esterno. Sono rimasto chiuso in studio da solo, non è passato nessuno a trovarmi, ne sono mai uscito e così ho avuto modo di perdermi totalmente in quello che stavo facendo. Ho improvvisato per sei giorni di fila con la mia voce filtrata attraverso loopers, kaoss pads, laptop, delay e in più la mia chitarra e il mio moog, sincronizzando tutti i vari loopers in modo che tutto il materiale sonoro da me prodotto fosse sempre a sincro. Dopo aver registrato tutto su tracce separate ho iniziato ad ascoltare il materiale ed ho individuato 36 tracce. Lo stato poco cosciente in cui mi sono trovato in quei sei giorni mi ha portato a pensare che forse qualche eco energetico di eventi accaduti nel passato o che qualche congiunzione astrale riproposta in qualche modo mi avesse influenzato in quel viaggio sonoro e così ho fatto un po&#8217; di ricerche su wikipedia e ho scoperto moltissime cose avvenute in quei sei giorni. Ho cercato gli eventi che si abbinavano al mood dei pezzi che avevo realizzato e poi una volta deciso il senso emotivo storico di ogni pezzo ho lavorato in quella direzione in editing.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img style="margin: 2px 6px; float: left;" src="http://www.losthighways.it/wp-content/uploads/tomat_inter020412.jpg" alt="" width="300" height="166" />I titoli di <em>01-06 June</em> sono per lo più d’ispirazione spaziale. Che cos’ha lo spazio e tutto quello che ci gira intorno di così ipnotico da poter arrivare dentro un album?</strong><br />
Tutto. Come diceva Spinoza, &#8220;<em>la finitudine dell&#8217;uomo si fonda sull&#8217;infinito</em>&#8220;. Io credo che osservare lo spazio sia come osservare dentro noi stessi e viceversa. Accrescere e acquisire la conoscenza, nel senso di creazione intellettiva ed emotiva, nel senso di consapevolezza, ci permette di avvicinarci all&#8217;infinito. Staccarsi dalla dimensione corrente in cui viviamo per cercare di entrare in contatto con altre dimensioni è necessario per sviluppare una maggiore consapevolezza in noi stessi e del tutto. Solo se riusciamo a trascendere dai meccanismi che ci inchiodano a terra, a questa società a queste assurde regole che noi uomini abbiamo deciso per noi stessi, a questi assurdi limiti che ci siamo imposti forse possiamo migliorarci come esseri umani ed essere degni di portare questo nome. Guardare e cercare dentro noi stessi equivale per me a guardare e cercare fuori di noi, ma non nel mondo che conosciamo, non nella società, ma nella natura, nell&#8217;universo, nell&#8217; armonia che regola l&#8217;universo che noi ignoriamo, nelle cose che non conosciamo ma che sentiamo pur senza vedere perché sono già parte di noi. Solo così possiamo avere una visione lucida e globale di quello che siamo e possiamo capire realmente come rispettarci, come rispettare l&#8217;universo che siamo, come rispettare il pianeta su cui viviamo e le persone che ci circondano, solo rendendoci conto che siamo parte del tutto, che il tutto è dentro di noi, che il tutto di cui facciamo parte è un essere vivente come lo siamo noi. Solo imparando a conoscere realmente noi stessi possiamo imparare a conoscere ciò che ci circonda e viceversa. E poi l&#8217;universo è armonico e bellissimo!</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>E’ uscito un video per il brano <em>1984</em>, ce ne vuoi parlare?</strong><br />
Sono molto soddisfatto del video <strong><em>1984</em></strong>. Oltretutto è il primo video ufficiale che realizzo con il mio socio di studio e di band, Gabriele Ottino. Abbiamo ragionato tanto sul video cercando di rimanere nel concept dell&#8217;intero disco. Trasportati dal titolo del brano, deciso perché il libro di Orwell è stato pubblicato il 6 giugno 1948, abbiamo deciso di raccogliere informazioni riguardanti gli eventi accaduti nel 1984 e abbiamo collezionato materiale grafico. Cercando di non essere troppo didascalici, abbiamo elaborato quel materiale trasformandolo in qualcos&#8217;altro e il risultato è interessante. A breve Gabriele realizzerà anche la versione &#8220;director&#8217;s cut&#8221; senza le mie parti, esclusivamente psichedelica, ma per l&#8217;uscita ufficiale abbiamo deciso di introdurre spezzoni di realtà che mi raffigurassero nell&#8217;osservare gli eventi del 1984 al punto di essere anche io trascinato all&#8217;interno di quella che è la totale digitalizzazione virtuale che stiamo vivendo. Alla fine del video anche io sono archiviato e pixelato!</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Dobbiamo vedere <em>01-06 June</em> come un esperimento, una sorta di parentesi tra i tuoi progetti, o pensi avrà un seguito?</strong><br />
Sicuramente è un esperimento che non si fermerà qui, gli esperimenti non si fermano mai. Verso l&#8217;estate o verso ottobre pubblicherò gli outakes di <strong><em>01-06 June</em></strong>, che sono circa una decina, credo sotto il nome OUTOMAT, e poi mi farò venire altre idee per il prossimo disco. Le idee a dire il vero ci sono già e sono tante, devo solo capire quali di queste mettere in pratica.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img style="margin: 2px 6px; float: right;" src="http://www.losthighways.it/wp-content/uploads/tomat_inter030412.jpg" alt="" width="300" height="165" />E’ previsto un tour per far conoscere il tuo album in giro per l’Italia?</strong><br />
Sì, sto cercando di organizzare un tour nelle gallerie d&#8217;arte ma anche in locali. Al momento mi sto dando da fare in questa direzione per cercare di portare il disco in giro il più possibile.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Un Ep appena pubblicato con i Niagara, un album solista e con i NAMB? Ci sono novità all’orizzonte?</strong><br />
Proprio in questi giorni sto chiudendo il nuovo disco dei Niagara che dovrebbe uscire ad ottobre sempre con Monotreme Records. Riguardo ai N.A.M.B. l&#8217;idea per il nuovo disco è già nella mia testa, il problema è trovare il tempo e la concentrazione giusta per realizzarlo. Ma prima o poi il terzo capitolo della saga N.A.M.B. uscirà e sarà una bomba! Non posso mancare anche perché altrimenti Silvio mi uccide.</p>
<h2 class="sectionhead">Lovely Place &#8211; Preview</h2>
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<h2 class="sectionhead">1984 &#8211; Video</h2>
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