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	<title>Lost Highways &#187; Interviste</title>
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	<description>Seek your mood, Find your lost highways!</description>
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		<title>Svelare, ascoltare: intervista a Giuliano Dottori</title>
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		<pubDate>Mon, 08 Jun 2026 15:01:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Amalia Dell'Osso]]></dc:creator>
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		<category><![CDATA[Interviste]]></category>

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		<description><![CDATA[La musica è un caleidoscopio di storie, alcune in primo piano con conquiste di convinzione e rabbia, perseveranza e dolcezza, altre invece nascoste per disincanto e ritrosia, estremismo e resistenza. La sua fascinazione sta in questa pluralità e nella possibilità di perdersi tra luce e ombra. Facile soffermarsi dove tutto brilla, più complicato andare oltre &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class=" size-large wp-image-52431 aligncenter" src="https://www.losthighways.it/wp-content/uploads/AYG1872-1024x683.jpg" alt="_AYG1872" width="618" height="412" />La musica è un caleidoscopio di storie, alcune in primo piano con conquiste di convinzione e rabbia, perseveranza e dolcezza, altre invece nascoste per disincanto e ritrosia, estremismo e resistenza. La sua fascinazione sta in questa pluralità e nella possibilità di perdersi tra luce e ombra. Facile soffermarsi dove tutto brilla, più complicato andare oltre e leggere di intrecci e personaggi con parole e melodie rintanate. Giuliano Dottori è una di quelle piccole grandi storie meravigliose che dal 2007 continua a srotolarsi con delicato talento ed eleganti intuizioni. Cantautorato in forma acustica che sogna l&#8217;elettronica, podcast, Tascam, produzioni, festival. Tanti capitoli in un sistema che ti digerisce appena ti intercetta. Eppure, quella storia resiste, con ostinazione e amore. Chi dice che l&#8217;interesse lo motiva soltanto il tempo della promozione di un&#8217;uscita? Una storia è una storia. La sveli, se vuoi. La ascolti, se vuoi. Metti Milano. Metti una tana di luce calda, di strumenti musicali, di cassette d&#8217;altri tempi. Metti di avere anche il tempo di una passeggiata. Così è nata questa intervista e così sono nate le fotografie di <a href="https://www.nicolacordi.com/home">Nicola Cordì</a>. Fotografie che non fermano soltanto i momenti, si fanno parte del racconto con grazia e discrezione.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Come sta la tua musica? Da un po’ hai assunto un atteggiamento molto protettivo e critico.</strong><br />
Sono sicuramente entrato in protezione, come fanno gli impianti audio quando il volume è troppo alto. Cerco di proteggermi dai troppi input esterni. E cerco anche di criticare la china che ha preso il mondo della musica. In generale, penso che siamo in un momento storico in cui è obbligatorio schierarsi.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La conseguenza delle tue riflessioni è stata la rimozione del tuo catalogo dalle varie piattaforme, eccetto BandCamp. Parlami di questa scelta così estrema in tempi in cui il presenzialismo digitale ha una declinazione delirante anche per il musicista.</strong><br />
Premesso che <a href="https://giulianodottori.bandcamp.com/">BandCamp</a> non la considero una piattaforma come le altre, anche solo per l’equità dei compensi, la rimozione del mio catalogo è il frutto di una lunga riflessione, durata qualche anno. L’idea che più pubblichi più hai chance di “essere visto” dall’algoritmo è aberrante. Così come l’ossessione per i numeri. Ho apprezzato moltissimo Madame e prima di lei altri artisti giovani che hanno capito che la musica oggi è una centrifuga al servizio degli oligarchi digitali. Che bisogna anche fermarsi. Vivere. Prendere il proprio spazio. E poi, forse, scrivere una canzone. Ma la cosa che più mi manda ai matti è questa cosa per cui un musicista deve diventare un content creator. Fare la storia, il balletto. È tutto molto faticoso e sbagliato.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il 26 Aprile hai annunciato una raccolta essenziale che hai definito un “best of minimo”. Dimmi di più di questa scelta che è pratica e politica.</strong><br />
Diciamo che l’abbandono di Spotify era facilmente comprensibile da un punto di vista politico (per la nota questione legata agli investimenti militari del suo fondatore), mentre cancellare tutto da ogni piattaforma di streaming lo era meno. Mi sono confrontato tanto, anche con colleghi musicisti. L’iniquità della distribuzione delle royalties è uno dei problemi. Un’altra questione grossa è il pensiero che ci sta dietro, che è un pensiero dichiaratamente capitalistico di arricchimento. Ne comprendo il fine, ma non le modalità con cui viene perseguito. Ad esempio: invece di non pagare sotto i 1000 stream, si potrebbe fare esattamente il contrario. I primi stream valgono 1 euro e se ne fai 1000 guadagni 1000 euro. Poi più ne fai e meno vieni ricompensato. Tanto, voglio dire, Beyonce o Taylor Swift sono già milionarie, no? Perché invece non diamo di più agli esordienti? Perché non rovesciare la piramide? Poi c’è tutto il discorso legato ai bot che pompano gli streaming su cui non c’è nessun tipo di controllo. E chiudiamo con l’AI, la musica creata dal nulla e che toglie spazio ad artisti reali e genera introiti. Insomma, quello dello streaming è un ambito secondo me estremamente problematico. E, in generale, è bene ricordare sempre che, se una cosa è gratuita o costa molto poco, l’attenzione e l’impegno che ci si mette per fruirne è molto poco. Mi spiego: se ho speso 50 euro per andare a vedere Shakespeare a teatro, io quelle tre ore e mezzo me le godo tutte. Invece se esce il nuovo disco di Tizio e me lo trovo gratis (o quasi) nel telefono, è facile che premo skip senza grandi problemi. Questa dinamica elementare ci spiega anche perché poi siamo disposti a spendere 100 euro per un concerto, oltre a 15 di parcheggio, 10 per una birra piccola e 30 per una t-shirt al Merch ufficiale, cosa che invece per me è totalmente inaccettabile.<br />
Tornando a me e alle mie riflessioni, diciamo che la cosa che ho capito è che alla fine gli unici che davvero ci rimettevano erano i miei ascoltatori e che pubblicare un “best of” gli dava qualcosa, una base minima. Al netto che &#8211; è ovvio &#8211; non sono Bob Dylan e che quindi si può fare tranquillamente a meno delle mie canzoni. Però sì, era importante che ci fosse qualcosa online. Mi piace l’idea che su 1000 ascoltatori magari ce n’è uno che dice <em>“oh, mica male questo Dottori”</em> e va su BandCamp a prendersi un disco. Non voglio fare il venale, però per me oggi, 1 euro è comunque più di zero.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img class=" size-large wp-image-52433 aligncenter" src="https://www.losthighways.it/wp-content/uploads/AYG2390-683x1024.jpg" alt="_AYG2390" width="618" height="927" />Cosa è accaduto alla “terra di mezzo” della nostra generazione? La sua implosione a cosa la attribuisci? C’è stato, dal tuo punto di vista, un momento cruciale che ne ha segnato la crisi? Non mi riferisco soltanto alla logica del digitale. Io ne faccio una questione anche di etica e, sai, non è stata soltanto colpa del mezzo. Tutti ci siamo lasciati sedurre…</strong><br />
Assolutamente siamo tutti “colpevoli”, io per primo. Penso che sia stata una gigantesca, enorme sbronza collettiva. Interagire coi propri fan, vedere la propria piccola popolarità crescere. Alimentare il proprio ego era ed è oggi molto, forse troppo facile, oltre che sbagliato. È inebriante. Quindici anni fa ci sembrava tutto nuovo e magico, poter pubblicare un disco direttamente, senza intermediari, arrivando in tutto il mondo. Ma come dice il mio amico Fabrizio Coppola: <em>“alla fine che mi frega di avere il disco in Lituania!&#8221;</em>… è molto più importante coltivare la propria piccola nicchia. Ma la cosa ancora più importante che ho capito è che il mezzo non è neutrale. Non lo è mai stato. Cioè, non è solo colpa nostra se le cose sono andate in questa direzione scadente e noiosa. Ci siamo fatti sicuramente abbindolare dal nostro stesso entusiasmo, ma la strada era segnata ed era sin da principio semplicemente la strada dei soldi e dell’arricchimento di pochi a discapito di molti.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Io ho la sensazione che il vento stia cambiando. Sarà che mi sono lasciata contagiare dall’entusiasmo e dalla voglia di agire che ho respirato seguendo e condividendo il progetto Suoni dal Futuro, ma davvero mi sembra che circoli nuova energia nei musicisti e nuovo interesse da parte del pubblico. Tu cosa ne pensi?</strong><br />
Non lo so, comprendo il tuo entusiasmo, ma non so. Sicuramente c’è qualcosa nell’aria e qualche band in più rispetto al passato recente. Ciò che sta facendo Manuel è più che nobile, su questo non ho nessun dubbio. Ma da qui a dire che c’è una nuova scena no. Non c’è ancora nessuna nuova scena, secondo me, se per scena intendiamo un movimento naturale, dal basso, che germoglia e fiorisce in contesti spesso assurdi e non convenzionali: prendi il CBGB di New York nel 1976 o Catania a inizio Novanta, ad esempio. Sicuramente offrire uno spazio è un’ottima base di partenza, soprattutto oggi che si procede con gli sgomberi dei centri sociali e che le leggi fanno tutto fuorché rendere facile organizzare eventi.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Hai dei figli giovani, quindi la tua percezione è diretta. Ci sono possibilità per la ripresa effettiva di una rete reale? Una rete fatta di persone che possano creare i contesti giusti per la musica e la sua diffusione? Una rete che possa riportare la musica ad una dimensione umana e non filtrata dall’algoritmo. Il passaparola, il contatto fisico possono tornare imperanti?</strong><br />
Quello che sto vedendo in questi mesi è che &#8211; finalmente &#8211; c’è un fetta di under 20 che è tornata a interessarsi alla politica. Il genocidio a Gaza è un evento davvero epocale. L’impunità di Israele, il controllo politico che questo stato detiene a livello globale è spaventoso e ha contribuito a risvegliare un po’ le nostre coscienze. Qualche settimana fa sono stati sequestrati decine di attivisti in acque territoriali internazionali a centinaia di km dalla costa di Tel Aviv. Il fatto che tutti i leader non abbiano protestato formalmente contro Israele è motivo di grande frustrazione. Voglio dire: io sto a Parigi e a un certo punto mi sequestra uno stato X, mi porta via, mi detiene, probabilmente mi tortura. Senza nessun motivo legale lecito. Quando si dice che la realtà supera sempre la fantasia. È un crimine, gravissimo e a me sembra incredibile che il mondo intero non stia isolando completamente Israele. Uno stato in cui è stata reintrodotta la pena di morte. Il mondo in cui siamo cresciuti si è dissolto e a volte ho la sensazione &#8211; spaventosa, che mi atterrisce &#8211; che siamo tornati in mezzo all’ignoranza più bieca, dove vince solo il più forte e ricco.<br />
Non sto sviando la domanda: penso che sia tutto collegato e che in qualche modo ogni cosa abbia un peso politico, da ciò che scegliamo per nutrirci a ciò che facciamo nella nostra quotidianità. Abbiamo assistito a 10/15 anni di disimpegno politico e guarda caso la colonna sonora è stata in larga parte una musica dozzinale, povera melodicamente e armonicamente, i cui testi erano costituiti solo da volgarità machiste. Poi se provavi a dire “beh” ti dicevano che eri vecchio. Ha ragione Manuel quando dice che <em>“quella roba lì fa schifo e basta e sarà spazzata dalla storia nel giro di pochi anni”</em>. Tutti bravi a fare le rime con i brand inglesi, per altro, fallo in italiano! Impegnati! Studia! L’impoverimento lessicale nell’ambito del rap è stato esplorato in modo oggettivo ed è un dato di fatto. Non è un caso che se poi ascolti Fabri Fibra ti sembra Leopardi. Io credo che, tornando un po’ di coscienza politica e di attenzione all’uso delle parole, possa tornare anche un po’ di musica decente. Che non vuole solo fare stream su Spotify, ma portare anche un po’ di contenuto. È music business, lo è sempre stato. Anche con Elvis e i Beach Boys, certo, ma un po’ di decenza, dai. Allarghiamo un po’ l’immaginario: siamo nel 2026 e dovete ancora parlarmi di Gucci, del ferro che hai in tasca e di quanto le donne siano troie? Davvero?</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Parlami di audiocassetto.</strong><br />
Nato per gioco, su una prima suggestione di Matteo Cantaluppi nel 2019 che, mentre produceva la mia <em>L’albero dei sogni</em>, mi disse di provare a fare una roba su cassetta. Da lì è stato un percorso a ostacoli. Trovato su eBay un Tascam del 1982, il problema era trovare i pezzi per aggiustarlo. Ci ho messo cinque anni. Quando ho avuto la macchina funzionante ho guardato un tutorial su YouTube e imparato in un paio d’ore. Bellissimo. Quasi commovente per chi, come me, aveva un walkman Sony ed aveva fatto le prime registrazioni su nastro. Audiocassetto è un po’ questa roba qua: giocare con la musica, senza rete. La take la devi fare tutta, non puoi barare. Devi imparare il pezzo, decidere un micro arrangiamento e farlo. Poi le cassette costano e non è facilissimo trovarle, dunque non hai troppo spazio per fare prove. Aggiungo una chiosa sull’economia di questo progetto che è gratuito su <a href="https://giulianodottori.substack.com">Substack</a> per tutti, ma si può sostenere con un abbonamento mensile o annuale. Ecco, con Audiocassetto ho guadagnato in tre mesi più che con dieci anni di streaming su Spotify. Dieci. Anni. Direi che da solo questo dato dice tutto.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Questo tuo progetto sembra averti riportato ad una sorta di tana in cui la musica è una questione intima. La condividi in maniera discreta, ma resta soprattutto un piacere tuo. Questa dimensione custodisce una qualche forma di disillusione oppure è un modo per guardarti dentro ed attendere il momento di una ripresa creativa?</strong><br />
Che sia disilluso è palese da quando ho pubblicato <strong><em>Addio sogni di gloria</em></strong> tre anni fa. La mia disillusione riguarda però anche l’ambito indie. Mai completamente accolto, spesso guardato con sufficienza. Io dal punto di vista creativo sto benissimo, mi piace un sacco ciò che faccio. Ho passato troppi anni a rosicare per un successo che stentava ad arrivare. Posso dirti, oggi che ho quasi cinquant’anni, <em>&#8220;chi se ne frega&#8221;?</em> Quando riascolto i miei dischi sono semplicemente orgoglioso di quello che ho fatto. Mi piacciono tutti, ancora oggi.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img class=" size-large wp-image-52434 aligncenter" src="https://www.losthighways.it/wp-content/uploads/AYG2138-683x1024.jpg" alt="_AYG2138" width="618" height="927" />So bene quanto possa essere faticoso e dispendioso oggi riabbracciare l’idea di rimettere in moto la macchina dei sogni. Progettare la produzione di un disco, la sua promozione, un calendario di concerti in un Paese dove i locali dai numeri contenuti scarseggiano sembra un’impresa titanica. Ci pensi ogni tanto? Sei tentato?</strong><br />
Devo trovare prima un’idea. Tutti i miei dischi tranne il primo, che come spesso succede è una somma di canzoni scritte in momenti molto diversi, hanno un cuore pulsante. Non li posso definire dei concept album, ma hanno una spinta iniziale molto definita. Poi ciò che segue alla pubblicazione mi affatica sempre più, anche perché, come giustamente dici tu, il piccolo circuito virtuoso che ho abitato e contribuito a costruire fra il 2007 e il 2015 non esiste più. Ovviamente per ragioni anagrafiche per me è complicato intercettare i nuovi luoghi della musica, ammesso che esistano.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Una volta mi hai detto che l’unica cosa che ti rende felice è scrivere canzoni chiuso nella tua stanza. Può essere la spinta a riprovarci, a vincere l’amarezza per un sistema logorato?</strong><br />
In questo momento sono felicissimo di accendere il mio Tascam 244 e perdermi dentro una canzone per un paio d’ore. Sulla scrittura quello che ho imparato in questi anni è che prima o poi il momento giusto arriva e non bisogna mai forzare.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Cosa stai ascoltando adesso? Cosa ti sta influenzando? Come faresti un disco adesso? Che suoni avrebbe e cosa racconterebbe nei suoi testi. Sono sicura che tu ci abbia pensato!</strong><br />
Ascolto poca musica nuova, mi piace riascoltare cose che conosco molto bene (<em>Meddle</em>, <strong><em>Remain in light</em></strong>, <strong><em>Either/or</em></strong>, <em><strong>Anime salve</strong></em>, <strong><em>22, A million</em></strong>, <strong><em>Piccoli fragilissimi film</em></strong>, <em>Sea Change</em>… e potrei andare avanti a lungo) e scoprire artisti enormi che per uno strano caso del destino non ho mai intercettato. Penso a Ivan Graziani che sto spulciando in questi giorni. Poi certo, un paio di volte al mese mi ci metto e trovo cose molto belle. Sui testi sono a un punto morto. Sui suoni, credo che mi piacerebbe proseguire sulla strada de <strong><em>La vita nel frattempo</em></strong>, dunque su un ibrido elettro-acustico in stile Bon Iver. Ma mi affascina moltissimo anche l’idea di esplorare sonorità più orchestrali.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Quando lo farai uscire?!</strong><br />
Mai!</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Link di riferimento</strong></p>
<p><a href="https://giulianodottori.bandcamp.com/">giulianodottori.bandcamp.com</a></p>
<p><a href="https://giulianodottori.substack.com/">giulianodottori.substack.com</a></p>
<p><a href="https://www.nicolacordi.com/">www.nicolacordi.com</a></p>
<p><iframe title="YouTube video player" src="https://www.youtube.com/embed/2-osGXHLSJM?si=HKYWDFLYQP6DNCNU" width="560" height="315" frameborder="0" allowfullscreen="allowfullscreen"></iframe></p>
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		<title>Il dolore che brilla: intervista a Wayloz</title>
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		<pubDate>Sun, 24 May 2026 11:58:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Amalia Dell'Osso]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Editoriali]]></category>
		<category><![CDATA[Interviste]]></category>

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		<description><![CDATA[Foto di Adriana Adiletta Wayloz è il progetto solista di Osasmuede Aigbe, già membro dei Gemini Blue. L&#8217;identità italo-nigeriana impregna un songwriting dalla doppia anima: una radice acustica e folk alimenta una particolare architettura elettrica ispirata a sonorità rock e sperimentali. Attualmente Wayloz è parte integrante del progetto trinennale Suoni dal Futuro Live Tour, con protagonisti &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class=" size-large wp-image-52357 aligncenter" src="https://www.losthighways.it/wp-content/uploads/DSC_2034-1024x683.jpg" alt="DSC_2034" width="618" height="412" /></p>
<p style="text-align: center;"><em>Foto di Adriana Adiletta</em></p>
<p style="text-align: justify;">Wayloz è il progetto solista di Osasmuede Aigbe, già membro dei Gemini Blue. L&#8217;identità italo-nigeriana impregna un songwriting dalla doppia anima: una radice acustica e folk alimenta una particolare architettura elettrica ispirata a sonorità rock e sperimentali. Attualmente Wayloz è parte integrante del progetto trinennale Suoni dal Futuro Live Tour, con protagonisti assoluti i musicisti e le musiciste della nuova generazione. Distante dalle logiche dell’algoritmo, dal delirio liquido degli streaming e delle views, dalle false seduzioni dell’AI, dalle manipolazioni dell’autotune, un manipolo di giovanissimi (tra i 15 ed i 30 anni) partecipa al piano visionario nato al Germi di Milano e supportato dalla proverbiale lucidità di Manuel Agnelli. Wayloz è tra questi giovani.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Da dove arriva il tuo sogno di fare musica? </strong><br />
Arriva da una parte remota del mio universo emotivo. Fin da piccolo ho sognato ad occhi aperti ascoltando la musica, facevo questi lunghi viaggi in macchina con la mia famiglia e la musica ci accompagnava sempre e ovunque; guardavo fuori dal finestrino e immaginavo mondi, storie e tragedie. In quei momenti di astrazione ho sviluppato il desiderio di essere autore di quei luoghi e di quelle immagini che mi facevano stare bene e in seguito, scoprendo grandi artisti come Hendrix e i Led Zeppelin, mi sono convertito alla setta esoterica della chitarra e della nostra grande madre, l&#8217;elettricità.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Raccontami la storia del nome del tuo progetto e l’immaginario che porta con sé. </strong><br />
&#8220;Wayloz&#8221; è l&#8217;unione tra il termine protoindoeuropeo ricostruito &#8220;Waylos&#8221; (nome tabù del lupo che doveva significare &#8220;colui che ulula&#8221;) e il mio soprannome conosciuto tra i musicisti, &#8220;Oz&#8221;. Ho &#8220;creato&#8221; questo nome perché ricerco nell&#8217;arte e nella musica il lato più viscerale e primordiale, anche quello più grottesco e inquietante. Inoltre mi piaceva l&#8217;idea del nome tabù, come qualcosa di troppo brutto o doloroso per essere nominato, ecco Wayloz vuole proprio prendere quel dolore e spogliarlo della sua omertà e farlo brillare sotto la luce del sole. Il male disarmato si risolve e diventa semplicemente un&#8217;energia che può essere convogliata in una magia rituale invisibile: la musica. Wayloz si veste quindi della natura e del senso primitivo dell&#8217;esigenza, della ritualità dei sentimenti e dell&#8217;inespresso, che è anche la fonte di molta forza naturale.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Cominci ora a farti conoscere di più dal pubblico. Se ti chiedessi di fare il punto del tuo percorso artistico fino ad ora e di preannunciare l’immediato futuro? </strong><br />
Diciamo che comincio ora a suonare nei canali più sensati per il mio tipo di visione con Wayloz, ma il pubblico largo e piccolo, conscio e ignorante è da quando ho 14 anni che ci ho a che fare. Tra pub pieni di bifolchi leghisti, aperture a band internazionali e X Factor ho imparato a gestire le mille problematiche dell&#8217;apparire su un palco impersonificando il ruolo dell&#8217;artista e tutta questa gavetta spietata mi sta aiutando sui palchi di Suoni Dal Futuro, dove mi sento a mio agio e sicuro di quello che posso comunicare. Il mio percorso artistico, come quello di tutti, immagino, è dettato da una costante metamorfosi e dall&#8217;insoddisfazione, il voler comunicare e rendere vivo ciò che mi abita nella testa, arrabbiarmi con me stesso, gioire e frustrami. Provare e riprovare ancora, disfare. Finito il tour non vedo l&#8217;ora di tornare in studio e tentare di nuovo di spiegare al mondo e a me stesso quello che provo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Quali sono i tuoi riferimenti musicali? </strong><br />
Sono tantissimi e cambiano con le stagioni, vorrei essere un abete sempreverde con gli stessi ascolti, ma salvo qualche pietra miliare sono sempre in un ciclo di germogli e foglie che cadono. Ecco alcuni riferimenti: Jimi Hendrix, Led Zeppelin, Jeff Buckley, QOTSA, All Them Witches, Om, John Fahey, Grizzly Bear, Comus, Fuzz, Tricot, Funkadelic, Kendrick Lamar, JPEGMAFIA, Bassekou Kouyate, Fela Kuti, Black Keys, Unknow Mortal Orchestra, True Widow, King Crimson, Milton Nascimento, Denzel Curry, Nujabes. E tutto il blues ancestrale, che per me è uno spirito antropomorfo e non una semplice influenza sonora.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Le tue origini posso diventare il tratto distintivo della tua identità artistica? Spingerai su questo? </strong><br />
Il confine tra autenticità e superficialità quando si parla di cultura e appartenenza nella musica è sempre molto sottile. Sto provando a disinnescare l&#8217;ordigno delle mie origini senza saltare in aria. Credo che nella musica io ritrovi tantissimo la mia africanità, cosi come il mio essere un cenomano della terra dei laghi. La mia intenzione è unire nord e sud in unica visione musicale che tenda ad un tribalismo elettrico e non penso sarà un&#8217;identità costruita a tavolino ma un frutto di un percorso artistico dettato dal tempo e dalla pazienza. Rimane il fatto che quando arpeggio la chitarra a 12 corde percepisco la presenza di Eshu Elegba e il boato della ruota di Taranis, e finché sarò fedele a ciò che sento, credo che il messaggio arriverà, a prescindere che io indossi una tunica o dei segni Ogham sulle mani quando mi esibisco.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Come sei approdato a Suoni dal Futuro? </strong><br />
È stata un&#8217;occasione inaspettata, stupenda e di cui sarò eternamente grato. Tutto è  incominciato a Milano, al Germi. Mi sono esibito a dicembre per la rassegna &#8220;Carne Fresca&#8221; e lì ho avuto la fortuna di farlo davanti a tutta la direzione artistica del locale e a Manuel Agnelli. Sono rimasti sopresi dalla mia musica e per mia incredulità mi hanno contattato un mese dopo per coinvolgermi in questo progetto visionario e lungimirante. In generale, Suoni Dal Futuro è stato ciò di cui Wayloz aveva bisogno, spero porti ad altro, ma sono già contentissimo così.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Senti anche tu il fermento di cui parla Manuel e che rende riconoscibile la scena della tua generazione? Ti senti parte di una collettività con un messaggio chiaro? </strong><br />
Devo dire che più mi confronto con gli altri artisti della mia generazione (anche quelli più vicini a me) e più mi sento un weirdo che scende dalle colline attaccato ad un suono che sente solo lui. Ciò che crea fratellanza però è il bisogno comune di urlare, esprimere e riappropriarci di ciò che ci è stato tolto: l&#8217;importanza di un percorso serio e che generi solidità, le occasioni e gli spazi di essere ascoltati, ma anche la dignità nell&#8217;essere fragili e del convogliare un messaggio autentico.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Come stanno andando queste date insieme agli altri giovani selezionati per Suoni dal Futuro Live Tour? Che sensazioni stai vivendo? </strong><br />
L&#8217;atmosfera con le ragazze e i ragazzi degli altri progetti è fantastica, c&#8217;è tantissimo rispetto ed entusiasmo. Ci ascoltiamo tutti con molto supporto e siamo sotto al palco quando non è il nostro turno di performare. È una bella carovana di matti e sono impressionato dalla quantità di talento che si tira dietro, solitamente gli ambienti artistici sono abitati da invidia e presomalismo, ma qui respiro un&#8217;aria fresca. We dont really give a fuck bout nothing but music!</p>
<p><iframe title="YouTube video player" src="https://www.youtube.com/embed/JPhhTivuHro?si=azCsAfNbtwUJgCTR" width="560" height="315" frameborder="0" allowfullscreen="allowfullscreen"></iframe></p>
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		<title>Tra ombre trip‑hop e spiritualità jazz: Intervista ai Kiiōtō (Lou Rhodes e Rohan Heath)</title>
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		<pubDate>Sat, 09 May 2026 20:24:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Vladimiro Vacca]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Editoriali]]></category>
		<category><![CDATA[Interviste]]></category>

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		<description><![CDATA[Con Black Salt, il loro secondo lavoro in studio, i Kiiōtō tornano a incidere una scia profonda nella geografia emotiva del contemporary soul britannico. Un album più esposto, più viscerale, più umano: un viaggio che attraversa identità, perdita, fragilità e rivelazioni interiori, sospeso tra jazz‑noir, ombre trip‑hop e una spiritualità che pulsa sotto pelle. In &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="aligncenter size-large wp-image-52285" src="https://www.losthighways.it/wp-content/uploads/kiioto_in1_-1024x683.png" alt="kiioto_in1_" width="618" height="412" /><strong>Con <em><a href="https://www.losthighways.it/2026/04/26/black-salt-kiioto/" target="_blank">Black Salt</a></em>, il loro secondo lavoro in studio, i Kiiōtō tornano a incidere una scia profonda nella geografia emotiva del contemporary soul britannico. Un album più esposto, più viscerale, più umano: un viaggio che attraversa identità, perdita, fragilità e rivelazioni interiori, sospeso tra jazz‑noir, ombre trip‑hop e una spiritualità che pulsa sotto pelle. In occasione dell’uscita del disco, il duo è in tour ed approderanno anche in Italia: il 21 Maggio a Bologna (Bravo Caffè) ed il 22 Maggio a Napoli grazie al Rockalvi (Teatro Bolivar). Un ritorno attesissimo, che promette di portare sul palco l’intensità rarefatta e cinematica di <em>Black Salt</em>, insieme alla complicità creativa che da sempre anima il loro progetto. Li abbiamo incontrati per una conversazione intima e profonda, in cui i Kiiōtō raccontano la genesi del nuovo album, il dialogo con <em>As Dust We Rise</em> e le traiettorie emotive che attraversano la loro musica.</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Black Salt </em>appare come un lavoro più esposto e carico di tensione emotiva rispetto a <em>As Dust We Rise</em>. Quale cambiamento — personale o artistico — vi ha spinto verso un suono più vulnerabile e fondato sulla frizione creativa?</strong><br />
LOU: <em><strong>As Dust We Rise</strong></em> è stato, per molti versi, una luna di miele. Era il prodotto del nostro entrare in sintonia con la nostra relazione appena nata, sia tra noi due che con la musica che avevamo iniziato a creare. Era anche ispirato da un primo viaggio on the road che facemmo insieme dal Messico a New Orleans e alle paludi della Louisiana. Al contrario, <em><strong>Black Salt</strong></em> ci ha trovati a casa, a Londra, a guardare il mondo intorno a noi e dentro la nostra relazione che si stava approfondendo. Nel suo processo, abbiamo sentito fosse importante essere viscerali nell’approccio ai testi e minimalisti nello stile musicale, spingendoci più a fondo nelle inclinazioni jazz che avevamo iniziato a esplorare nel nostro debutto.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>L&#8217;album vira al jazz‑noir, con ombre trip‑hop e richiami al jazz spirituale. Quanto avete cercato consapevolmente queste influenze e quanto, invece, è emerso in modo naturale durante la scrittura?</strong><br />
ROHAN: Tendenzialmente non pensiamo alle categorie in cui la nostra musica potrebbe o non potrebbe rientrare, anche se ci sono sicuramente inclinazioni verso il Jazz Noir e lo Spiritual Jazz. Inoltre, dato che <em><strong>Black Salt</strong> </em>è stato scritto nell’arco di un anno, la musica si è evoluta e trasformata durante quel periodo, e questo probabilmente si riflette nella varietà e nella tavolozza diversificata dei brani dell’album. Nessuna delle canzoni di <em><strong>Black Salt</strong></em> è stata scritta per “rientrare” in una categoria particolare: riflettono piuttosto ciò che stavamo ascoltando in un dato momento.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il disco attraversa paesaggi emotivi molto diversi, dalla claustrofobia di <em>Butterfly</em> all’apertura cosmica di <em>Zero Gravity</em>. Come avete lavorato per mantenere coesione pur esplorando contrasti così forti?</strong><br />
LOU: È una bellissima descrizione di quei due brani così contrastanti! Non ci siamo posti l’obiettivo di creare paesaggi così diversi. È semplicemente successo. Spesso il nostro processo di scrittura parte da Rohan che mi suona un riff o qualche accordo, e lui spesso suggerisce titoli che mi tirano fuori dalla mia zona di comfort. Prima resistevo a questi suggerimenti, ma ora mi piace la sfida e il viaggio che mi portano a fare. Con <em><strong>Butterfly,</strong></em> Rohan mi fece ascoltare quella che ora è la linea di basso “hook”, che aveva registrato sul mio violoncello, e sono stata ispirata dalla sua oscurità angolare a scrivere di un classico narcisista. Con <em><strong>Zero Gravity</strong></em> avevamo entrambi appena letto <em><strong>Orbital,</strong></em> il romanzo di Samantha Harvey vincitore del Booker Prize e incentrato su un equipaggio in intorno alla Terra. Siamo stati ispirati a scrivere una canzone sull’effetto trasformativo di osservare il nostro pianeta dallo spazio. Siamo sempre alla ricerca di temi per le nostre canzoni. Praticamente tutto ciò che ci circonda è una potenziale ispirazione.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Identità, perdita e sovraccarico digitale sono temi ricorrenti in <em>Black Salt</em>. Queste narrazioni nascono da esperienze personali o sono riflessioni sul mondo contemporaneo che vi circonda?</strong><br />
ROHAN: Le narrazioni su identità, perdita e sovraccarico digitale derivano assolutamente da esperienze personali. <em><strong>Lost Map</strong></em> affronta direttamente i risultati di un test del DNA che abbiamo fatto entrambi per scoprire di più sulle nostre radici. Mentre l’eredità di Lou si è rivelata quasi totalmente britannica, la mia includeva linee familiari provenienti da Nigeria, Ghana, Sierra Leone, Germania e persino un 3% di ascendenza italiana! La perdita è affrontata in <em><strong>Five Eight</strong></em>, che descrive il momento in cui ero seduto accanto a mia madre sul suo letto di morte, proprio nell’istante in cui è venuta a mancare. Per questo motivo è una canzone molto difficile da suonare dal vivo. <strong><em>White Noise</em></strong> affronta il sovraccarico digitale del mondo in cui viviamo oggi e la lotta costante per evitare che ci travolga.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La tua voce, in questo album, sembra più nuda, fragile, quasi confessionale. È stata una scelta artistica deliberata o sono state le canzoni stesse a richiedere un approccio vocale diverso?</strong><br />
LOU: Con la musica dei Kiiōtō, in generale, vogliamo che ci sia la minore distanza o artificio possibile tra la nostra musica e l’ascoltatore. Le canzoni di <em><strong>Black Salt</strong></em>, come hai già notato, hanno una sorta di crudezza, un’onestà, e se c’è un filo conduttore in tutto ciò che affrontano, potrebbe essere riassunto come un’esplorazione dell’essere umano in tutte le sue sfaccettature. Quindi, ovviamente, nel raccontare queste storie, è importante che la mia voce sia il più “nuda” e cruda possibile. Volevo che le persone sentissero come se stessi letteralmente cantando nel loro orecchio.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il suono dei Kiiōtō si colloca in una linea affascinante che va da Portishead e Massive Attack a Khruangbin, Alice Coltrane e persino Carole King. Come vivi questi paragoni e dove senti che il progetto appartenga sia solo tuo stilisticamente?</strong><br />
LOU: Non pensiamo molto al nostro stile quando scriviamo. Il processo è piuttosto organico, ma è ovviamente influenzato dalla musica che ci ispira (o ci ha ispirati), sia del passato che del presente. Gli artisti che menzioni fanno sicuramente parte di quell&#8217;insieme. È meraviglioso ritrovarsi a riflettere aspetti diversi della musica che ha nutrito la tua creatività, e allo stesso tempo renderla completamente tua. Kiiōtō, come progetto, è nato in un mondo che usciva dal lockdown, quando ciascuno di noi aveva trascorso lunghi periodi in isolamento e introspezione. La nostra connessione, oltre che personale, era attraverso la musica in cui ci eravamo immersi in quel periodo, e questo si è fuso con i suoni che abbiamo creato in una sorta di osmosi.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Guardando indietro a <em>As Dust We Rise</em>, cosa senti di aver portato con te in <em>Black Salt</em> e cosa, invece, avete scelto consapevolmente di lasciare andare per evolvere?</strong><br />
ROHAN: Non credo ci sia stata una decisione consapevole nell’evoluzione musicale tra <em><strong>As Dust We Rise e Black Salt</strong></em>: ogni cambiamento è stato parte di una trasformazione naturale. Ma se c’è stata una decisione, è stata quella di mantenere le canzoni di <em><strong>Black Salt</strong></em> più organiche, da qui l’uso di più batteria e chitarre suonate dal vivo. Guardando avanti, penso che continueremo probabilmente su questa traiettoria, perché lavorare con musicisti dal vivo è una delle cose che ci piace di più.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>L’album ospita musicisti straordinari come Hawi Gondwe, Andy Hamill, Myke Wilson e persino David Arnold. In che modo la loro presenza ha influenzato l’identità sonora del disco?</strong><br />
ROHAN: Siamo stati abbastanza fortunati da lavorare con alcuni dei musicisti più talentuosi del Regno Unito per la registrazione di <em><strong>Black Salt</strong></em>. Ogni musicista ha il proprio stile, e quindi ciascuno aggiunge un grado di imprevedibilità al mix sonoro. È proprio questa combinazione di personalità musicali e interpretazioni individuali che ha portato alla nascita di <em><strong>Black Salt</strong></em>, un album di cui siamo immensamente orgogliosi.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Se <em>Black Salt</em> dovesse diventare la colonna sonora di un film del passato, a quale pellicola senti che apparterrebbe?</strong><br />
LOU: Credo che dovrebbe essere <em><strong>Night on Earth</strong></em> di Jim Jarmusch. C’è una vera risonanza tra le diverse storie di vite umane raccontate nel suo film; si collega perfettamente ai temi di <em><strong>Black Salt</strong></em>. Ovviamente, le storie sono diverse (nelle nostre canzoni abbiamo il racconto di un narcisista in <em><strong>Butterfly</strong></em>, l’esperienza dell’essere donna in un mondo dominato dagli uomini in <em><strong>Warpaint</strong></em>, il crescere ragazzi tra i potenziali pericoli della vita urbana in <em><strong>Little Axe</strong></em>, il gestire differenze e diversità in <em><strong>Walking Backwards</strong></em>, l’esplorare radici genetiche disparate in <em><strong>Lost Map</strong></em>, la morte di un genitore amatissimo in <em><strong>Five Eight</strong></em>, e così via…), ma sia nel nostro album che nel film di Jarmusch c’è una riflessione dolce e intima su cosa significhi essere umani che risuona in modo simile.</p>
<h2>Zero Gravity – Video</h2>
<p><iframe title="YouTube video player" src="https://www.youtube.com/embed/Pj4E6BLo4so?si=BPkZQG9J3-Y9O-6X" width="560" height="315" frameborder="0" allowfullscreen="allowfullscreen"></iframe></p>
<p><strong>21/5/2026 BOLOGNA – BRAVO CAFFE info e prenotazioni: Tel. +39 3335973089/ 051 266112<br />
22/5/2026 NAPOLI – AUDITORIUM NOVECENTO</strong> Biglietti: <a href="https://www.etes.it/sale/event/96952/kiioto%20feat.%20lou%20rhodes%20of%20lamb?idProdotto=96952">ETES</a></p>
<p><img class="aligncenter size-large wp-image-52321" src="http://www.losthighways.it/wp-content/uploads/IMG-20260513-WA0002-819x1024.jpg" alt="IMG-20260513-WA0002" width="618" height="773" /></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Il manifesto della fragilità: intervista ad Emil Moonstone</title>
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		<pubDate>Sat, 09 May 2026 14:47:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Alessandra Sodi]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Editoriali]]></category>
		<category><![CDATA[Interviste]]></category>

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		<description><![CDATA[Emil Moonstone, cantante e musicista polistrumentista con un bagaglio ricco di esperienze ormai trentennali con diversi gruppi, torna con Human Error, un lavoro solista intenso e affascinante di cui abbiamo il piacere di parlare insieme. Iniziamo da Human Error, definito “il manifesto della fragilità”. Seguendo i testi ho notato come, pur descrivendo il senso di &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p class="Standard" style="text-align: justify;"><img class=" size-full wp-image-52280 alignnone" src="http://www.losthighways.it/wp-content/uploads/emil-moonstone.jpeg" alt="emil-moonstone" width="960" height="702" /></p>
<p class="Standard" style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Arial',sans-serif;">Emil Moonstone, cantante e musicista polistrumentista con un bagaglio ricco di esperienze ormai trentennali con diversi gruppi, torna con <em><b><a href="https://www.losthighways.it/2026/05/08/human-error-emil-moonstone/">Human Error</a></b></em>, un lavoro solista intenso e affascinante di cui abbiamo il piacere di parlare insieme.</span></p>
<p class="Standard" style="text-align: justify;"><b><span style="font-family: 'Arial',sans-serif;">Iniziamo da <em>Human Error</em>, definito <em>“il manifesto della fragilità”</em>. Seguendo i testi ho notato come, pur descrivendo il senso di solitudine e imperfezione, in qualche modo questo non sia mai totalmente apocalittico, quasi a suggerire che anche quando tutto sembra svanire nelle ombre dell&#8217;incertezza vale la pena ricordare anche la bellezza di essere umani e attraversare la vita nelle sue ombre e nelle sue luci. Anche nelle atmosfere più cupe si percepisce un senso di equilibrio e consapevolezza: è il frutto maturo della tua ricerca iniziata con gli album precedenti, <em>Disappointed</em> e <em>Naked is a man upon the Earth</em>, o è un lavoro che apre nuove prospettive?</span></b><br />
Mi fa piacere che tu abbia colto questa sfumatura, perché è proprio lì che risiede il cuore pulsante dell’album. <em><b>Human Error</b></em> non è un punto di arrivo, ma un’evoluzione necessaria.<br />
Se in passato ho scavato nel fallimento e nella fragilità, qui scelgo di accettare l’errore come l’unica vera forma di resistenza all&#8217;algoritmica perfezione moderna. Non è un disco apocalittico, ma una ricerca di bellezza autentica tra le macerie. La fragilità diventa forza nel silenzio (<em><b>Alive</b></em>), la tenerezza si fa atto politico contro la follia (<em><b>War is a mistake</b></em>), la solitudine si trasforma in un santuario di libertà (<em><b>Prison</b></em>) e così via. Ho smesso di combattere contro le mie crepe: ora guardo la luce che ci passa attraverso.<b></b></p>
<p class="Standard" style="text-align: justify;"><b><span style="font-family: 'Arial',sans-serif;"><em>Human Error</em> celebra l&#8217;errore e l&#8217;imperfezione come ciò che effettivamente ci rende umani, e mi ha ricordato Montale: <em>“Cerca una maglia rotta nella rete che ci stringe, tu balza fuori, fuggi!”</em>. Nel tuo disco quello squarcio nella rete è un&#8217;apertura in sé stessi, si fugge e si ritorna in sé stessi, un tema che torna spesso nei tuoi testi e che decisamente stride col mondo iperconnesso in cui viviamo che, probabilmente, ci restituisce una libertà effimera. Come vivi e osservi tu questa dimensione di iperconnessione dei nostri tempi?</span></b><br />
Questa è una riflessione profonda che tocca il nervo scoperto della nostra epoca. La &#8220;maglia rotta&#8221; di Montale in <em><b>Human Error</b> </em>è esattamente quella fallibilità che cerco di celebrare: l&#8217;errore come unica forma di resistenza all&#8217;algoritmica perfezione moderna. <span class="citation-277">Spesso l&#8217;iperconnessione ci restituisce una libertà effimera che in realtà ci incatena a schemi sociali</span>. <span class="citation-276">In brani come <em><b>Prison</b></em>, descrivo la necessità di rifugiarsi in una &#8220;gabbia di cemento&#8221; interiore per ritrovare il silenzio, lontano dal rumore infinito e dalle lotte costanti del mondo esterno</span>. In <em><b>Alive</b></em> indico che la vera fuga fuori avviene nel silenzio della natura, che definisco come la mia beatitudine e funzionalità, luogo dove non esistono sguardi indiscreti e dove posso sentirmi ed essere veramente me stesso. Viviamo in un mondo che cerca di nascondere ogni crepa sotto filtri digitali. <span class="citation-273">Al contrario, credo che siamo come &#8220;vasi fragili&#8221;, facilmente danneggiabili</span>. <span class="citation-272">Ma è proprio in quel momento in cui qualcosa si rompe che diventiamo finalmente autentici</span>. <span class="citation-271">Nonostante l&#8217;oscurità di un &#8220;domani sbiadito&#8221; e di un futuro che sembra perduto</span><span class="citation-270">, la ricerca di una &#8220;stella guida&#8221; o di un &#8220;amore sacro&#8221; rimane l&#8217;unico modo per rompere l&#8217;oscurità della notte</span>. <span class="citation-269">In definitiva, osservo questa iperconnessione come un labirinto caotico</span>. <span class="citation-268">La mia musica è l&#8217;invito a trovare quella &#8220;maglia rotta&#8221; non per scappare dal mondo, ma per tornare finalmente a sé stessi, accettando la propria natura di &#8220;errore umano&#8221;</span>.</p>
<p class="Standard" style="text-align: justify;"><b><span style="font-family: 'Arial',sans-serif;">La nostra generazione è cresciuta in anni in cui ascoltare musica era un’esperienza lenta e privata, non avevamo a disposizione l&#8217;abbondanza di mezzi che ora talvolta sembra relegare il tutto ad un rumore di sottofondo: <em>Human Error</em> non è un disco immediato, è ricco di sfumature che ti obbligano quasi a fermarti, a lasciarti coinvolgere a tutto tondo. In qualche modo, è un&#8217;ancora di salvezza che getti al tuo pubblico, per ritrovare quella dimensione più intima che ci riporta a noi stessi?</span></b><br />
La verità è che oggi siamo circondati da un rumore bianco costante. Le parole e le canzoni, forse, un tempo riuscivano davvero a smuovere le coscienze, a essere il centro di una rivoluzione personale o collettiva. Oggi la musica è diventata per pochi, almeno se la intendiamo come un’esperienza che ti attraversa davvero. Il resto è, purtroppo, puro intrattenimento. Se ascolti un brano distrattamente in macchina, tra uno scaffale e l’altro del supermercato, o come sottofondo veloce a un video di gatti su TikTok, c&#8217;è ben poco spazio per l&#8217;introspezione. La musica in quei casi non ti parla, ti tiene solo compagnia mentre fai altro. Io non ho la pretesa di fare il profeta. Non voglio insegnare niente a nessuno, né tantomeno guidare qualcuno verso una &#8220;verità&#8221;. Mi piace semplicemente dire quello che penso, con onestà. <em><b>Human Error</b></em> non è nato per essere un disco immediato o rassicurante. È un lavoro pieno di sfumature, un po’ spigoloso, che ti chiede, quasi gentilmente, di fermarti a pensare. A me basta questo: se anche una sola persona, ascoltando l’album, sente di condividere lo stesso sentire, allora significa che nel mondo c&#8217;è una frequenza in più compatibile con la mia. E in questo mare di algoritmi e perfezione artificiale, ritrovare un po&#8217; di &#8220;errore umano&#8221; in qualcun altro è già un gran bel risultato.</p>
<p style="margin: 0cm; text-align: justify;"><b><span style="font-family: 'Arial',sans-serif;">Come ti aspetti che il pubblico recepisca oggi questo tuo terzo lavoro solista, decisamente dinamico nelle dieci tracce che compongono <em>Human Error</em>?</span></b><br />
Considerando che viviamo nell&#8217;era degli algoritmi che decidono pure quando dobbiamo andare in bagno, mi aspetto che<em> <b>Human Error</b></em> venga accolto come un bug nel sistema. Scherzi a parte, questo è il mio terzo lavoro solista e, sì, è decisamente più dinamico: spero che il pubblico lo riceva per quanto detto sopra. Non cerco like facili o cuoricini su Instagram; cerco qualcuno che abbia voglia di sporcarsi le orecchie con un suono onesto, punk nel midollo ma con la maturità di chi ha capito che l&#8217;unico modo per essere autentici oggi è accettare di essere meravigliosamente difettosi. Se poi qualcuno si aspetta la hit estiva da ballare sotto l&#8217;ombrellone, temo che abbia sbagliato citofono.</p>
<p class="Standard" style="text-align: justify;"><b><span style="font-family: 'Arial',sans-serif;">La tua musica è stata definita underground, desert rock, glam rock, noise, new wave, alternative rock, post punk. Bon pensi che questo uso quasi ossessivo di “etichette” condizioni la tua creatività, creando l&#8217;aspettativa di brani che devono rientrare in un determinato genere e non altro? In fondo credo che nessuno di noi ascolti un unico genere musicale, pur prediligendo alcuni orientamenti e tu stesso, in </span></b><span style="font-family: 'Arial',sans-serif;">Human Error</span><b><span style="font-family: 'Arial',sans-serif;">, ti accosti a sonorità differenti che lo rendono ancora più intrigante e completo.<br />
</span></b><span class="citation-867"><span style="font-family: 'Arial',sans-serif;">Le etichette sono un po&#8217; come le ombre in una città fantasma: sono ovunque, ti seguono, ma non hanno sostanza reale</span></span><span style="font-family: 'Arial',sans-serif;">. <span class="citation-866">Capisco perché i critici e il pubblico sentano il bisogno di usarle; servono a mappare un territorio sonoro che altrimenti risulterebbe troppo vasto e spaventoso</span>. Tuttavia, non ho mai permesso che definissero il perimetro della mia creatività. Per me la musica non è mai stata una questione di genere, ma di urgenza espressiva. <b></b></span></p>
<p class="Standard" style="text-align: justify;"><b><span style="font-family: 'Arial',sans-serif;">La musica ha davvero bisogno di essere così “etichettata” o forse il pubblico dovrebbe essere accompagnato verso un ascolto scevro da condizionamenti, dove la bellezza delle contaminazioni musicali e la potenza stessa del messaggio musicale diventano centrali e ciascuno può ritrovarvi le proprie connessioni?</span></b><br />
Preferisco che la mia musica sia definita &#8220;viscerale&#8221; o &#8220;atmosferica&#8221; piuttosto che chiusa in un cassetto <span style="font-family: 'Arial',sans-serif;">stilistico. <span class="citation-850">Le etichette sono per gli archivi; la musica è per le anime inquiete che non hanno paura di perdersi nel rumore e nell&#8217;introspezione</span>. La musica non dovrebbe aver bisogno di essere &#8220;etichettata&#8221; perché la sua forza risiede nella potenza del messaggio.</span></p>
<p class="Standard" style="text-align: justify;"><b><span style="font-family: 'Arial',sans-serif;">La tua trentennale ricerca musicale è stata accompagnata dalle influenze di artisti del calibro di Morissey e The Smiths, Michael Stipe e REM, Nick Cave, Joy Division. Pensi che la scena musicale attuale offra ai giovani talenti gli stessi stimoli e confronti, la stessa possibiltà di crescere artisticamente con degli esempi di tale spessore?</span></b><br />
Essere sulla scena da oltre trent&#8217;anni mi ha permesso di vivere epoche musicali profondamente diverse<span style="font-family: 'Arial',sans-serif;">. Rispondendo alla tua domanda, credo che il confronto tra la scena attuale e quella che ha formato artisti come Morrissey, Michael Stipe o Nick Cave sia complesso. <span class="citation-1039">Oggi i giovani talenti hanno un accesso alle informazioni e agli strumenti tecnici che noi potevamo solo sognare</span>. Tuttavia, la sovrabbondanza può paradossalmente diventare un limite. <span class="citation-1037">Figure come Nick Cave per noi non erano solo musicisti, ma icone di uno spessore intellettuale e carismatico che guidavano intere generazioni</span>. Quel tipo di &#8220;scuola&#8221; artistica oggi fatica a emergere nel mare magnum della velocità digitale. Oggi ai giovani viene chiesto di essere &#8220;visibili&#8221; prima ancora di essere &#8220;formati&#8221;. <span class="citation-1034">La scena attuale offre stimoli tecnologici infiniti, ma forse meno spazio per quel tipo di introspezione lenta e vera che ha forgiato gli artisti che citavi</span>.<b></b></span></p>
<p class="Standard" style="text-align: justify;"><b><span style="font-family: 'Arial',sans-serif;">Fai spesso riferimento a Morissey e Michael Stipe, due artisti che hanno dato decisamente spazio alle loro esigenze da solista, e mi ha colpita la tua riflessione sul fatto che The Anomalies, il gruppo che hai scelto per accompagnarti, siano diventati ora una vera e propria band e, tra l&#8217;altro, ricordiamo che sei ancora attivo con i Two Moons. Riesci bene a muoverti tra le due dimensioni creative, il solista e il gruppo, o l&#8217;una resta un po&#8217; in ombra rispetto all&#8217;altra?</span></b><br />
Per me Morrissey e Michael Stipe restano tra i massimi poeti dei nostri tempi. Due stili opposti ma sublimi: da un lato la densità poetica di Morrissey, dall&#8217;altro l&#8217;estetica visionaria e cinematografica di Stipe; tuttavia, non sono stati né loro né altri artisti a indicarmi il mio percorso da solista. È stata una scommessa per la realizzazione di quello che pensavo fosse un lavoro quasi solo per me; infatti, non avevo in mente di portarlo live. Poi sono nati i The Anomalies proprio per dare una dimensione live a quelle composizioni solitarie, ma prestissimo sono diventati molto di più. Da band di supporto si sono trasformati in una formazione organica e coesa. Sebbene io continui a curare composizione, testi e produzione, gli arrangiamenti sono frutto del lavoro collettivo con la band. P<span class="citation-1090">arallelamente, l&#8217;esperienza con i Two Moons rimane una colonna portante della mia carriera</span>. <span class="citation-1089">È una formazione tuttora attiva che mi permette di esplorare le sonorità post-punk e darkwave in un contesto di respiro internazionale</span>. Muoversi tra la dimensione solista e quella di gruppo non è un gioco di ombre, ma piuttosto un gioco di luci complementari. <span class="citation-1098">Non sento che una parte oscuri l&#8217;altra; semmai, si alimentano a vicenda in un ciclo continuo di ispirazione e supporto</span>.</p>
<p style="margin: 0cm; text-align: justify;"><b><span style="font-family: 'Arial',sans-serif;">Raccontaci dei musicisti che compongono The Anomalies.</span></b><span style="font-family: 'Arial',sans-serif;"><br />
The Anomalies sono composti da me (<span class="citation-1124">voce e chitarra),</span> <span class="citation-1123">Marcel Scarabo (basso),</span> <span class="citation-1122">Mino Andriani (chitarra), </span><span class="citation-1121">Emanuele Laghi (synth e pianoforte) e</span> <span class="citation-1120">Michele Testi (batteria)</span>. Il progetto solista è nato nel 2018 con l&#8217;album <strong><em>Disappointed</em></strong> perché volevo essere libero di fare tutto da solo. Risultato? Sono finito a formare una band intera di 5 (a volte 6 elementi), The Anomalies, appunto. Il motivo è semplice, non riuscivo a stare lontano dall&#8217;energia di un gruppo. Siamo diventati così uniti che ormai gli arrangiamenti li stravolgiamo insieme in sala prove, trasformando quella che doveva essere una &#8220;dittatura artistica&#8221; in una democrazia rumorosa.</span></p>
<p style="margin: 0cm; text-align: justify;"><b><span style="font-family: 'Arial',sans-serif;">Ho trovato davvero molto bello il video di <em>War is a mistake</em>, molto cinematografico direi, e sbirciando un po&#8217; le tue note autobiografiche ho scoperto che ti occupi di visual e produzione video. Sinceramente ho trovato lo stile di <em>Human Error</em> molto immaginifico: testi e musiche capaci di creare immagini nella mente. Pensi mai di cimentarti in un lavoro più esteso di un video, magari prestare la tua musica ad una colonna sonora di una serie o un film?</span></b><br />
Per me la musica non è mai solo suono, ma una proiezione di immagini, quasi un frame cinematografico che prende vita<span style="font-family: 'Arial',sans-serif;">. Questo approccio non è affatto casuale. Oltre alla musica, la mia vita professionale è profondamente radicata nel mondo dell&#8217;immagine: gestisco un&#8217;agenzia di comunicazione e da oltre 35 anni mi occupo quotidianamente di pubblicità, grafica e design. Questa mia &#8220;doppia vita&#8221; tra suoni e pixel influenza costantemente il mio processo creativo. <span class="citation-1242">Mi occupo personalmente del visual e della produzione video perché considero l&#8217;aspetto grafico e filmico un&#8217;estensione naturale del messaggio sonoro</span>. Riguardo alla tua domanda su un lavoro più esteso, come una colonna sonora per un film o una serie, è un&#8217;idea che mi stimola moltissimo. <span class="citation-1239">Prestare la mia musica a un progetto cinematografico sarebbe la naturale evoluzione di questo percorso che unisce la mia esperienza trentennale nel design alla mia ricerca musicale. P</span>er dirla in modo semplice, fare il precorso di Trent Reznor non mi dispiacerebbe per niente!</span></p>
<p class="Standard" style="text-align: justify;"><b><span style="font-family: 'Arial',sans-serif;">C&#8217;è una serie televisiva o un film con cui ti cimenteresti, che magari hai apprezzato e pensato adatta alla tua musica?</span></b><br />
A dire il vero non ci avevo mai riflettuto seriamente. Se però dovessi accostare la mia musica a un’opera cinematografica, sento una forte affinità con il cinema di Bong Joon-ho; le sue atmosfere e i suoi temi risuonano molto con la mia visione. Per l’Oscar, invece, c’è ancora tempo: ne riparleremo più avanti!</p>
<p class="Standard"><span style="font-family: 'Arial',sans-serif;"> </span></p>
<p><iframe title="YouTube video player" src="https://www.youtube.com/embed/OKby6E7ZU_s?si=M7MbKf9TuAnZ8lrZ" width="560" height="315" frameborder="0" allowfullscreen="allowfullscreen"></iframe></p>
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		<title>Un atto di libertà: intervista a Gionata Mirai</title>
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		<pubDate>Thu, 07 May 2026 14:11:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Alessandra Sodi]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Editoriali]]></category>
		<category><![CDATA[Interviste]]></category>

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		<description><![CDATA[Primitivo è il terzo lavoro solista di Mirai, chitarrista e co-fondatore de Il Teatro degli Orrori e fondatore dei Super Elastic Bubble Plastic. Un disco acustico, diretto, costruito attorno alla chitarra fingerpicking e a una scrittura essenziale e personale. Chiedere è una forma di esplorazione. Crediamo nel dialogo perché è così si prova a conoscere davvero, in questo caso &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="aligncenter size-large wp-image-52231" src="https://www.losthighways.it/wp-content/uploads/gionatamirai-1024x681.jpg" alt="gionatamirai" width="618" height="411" /></p>
<p style="text-align: justify;"><em><b><a href="https://www.losthighways.it/2026/04/26/primitivo-gionata-mirai/">Primitivo</a></b></em> è il terzo lavoro solista di Mirai, chitarrista e co-fondatore de Il Teatro degli Orrori e fondatore dei Super Elastic Bubble Plastic. Un disco acustico, diretto, costruito attorno alla chitarra fingerpicking e a una scrittura essenziale e personale. Chiedere è una forma di esplorazione. Crediamo nel dialogo perché è così si prova a conoscere davvero, in questo caso un artista e la sua musica.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Dopo nove anni dall&#8217;uscita del tuo ultimo lavoro solista (<em>Nelle Mani</em> &#8211; 2017, ndr), torni con un album dalle sonorità immediate, primitive e sincere. Oltre alla bellezza indiscussa di questo lavoro, mi ha colpita molto la tua presentazione, quando definisci le tracce come “il brano per cucinare, per fare legna, per ridere, per fare l&#8217;amore…”. Questa dimensione quotidiana della tua musica mi è sembrata un importante tentativo di connessione con chi ti ascolta, che va ben oltre, appunto, la ricerca stilistica e creativa, e mette al centro l&#8217;ascoltatore piuttosto che l&#8217;autore. Parlami di questa scelta.</strong><br />
È un’interessante interpretazione quella che proponi, in realtà è stata una scelta istintiva, la mia dimensione acustica ha, da sempre, un approccio in qualche modo “sussurrante”, cerco di creare una vicinanza emotiva con chi mi ascolta, credo che molto sia dovuto al suono della chitarra arpeggiata, è il tocco delle dita sulle corde che porta a questo contatto stretto con l’ascoltatore.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Come ti aspetti che venga accolto questo lavoro, decisamente intimo, in un momento in cui siamo tutti talmente apparentemente connessi da svendere quasi le nostre dimensioni più vere e immediate?</strong><br />
Non lo so, spero bene… Mi rendo conto che sia una proposta fuori moda, ma non apprezzando affatto i nostri tempi, non mi interessa nemmeno farne artisticamente parte. Attorno vedo tutto così sputtanato che alla fine preferisco il mio modo strano di fare, la mia bolla di intimità, per quanto piccola possa essere.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Hai scelto di dare un nome ben preciso a questo lavoro, come a segnare un ritorno alle tue origini, a qualcosa che per te è primitivo: è l&#8217;urgenza della musica, in ogni forma, come pulsione da assecondare o stai ricercando un legame più introspettivo con te stesso e il tuo pubblico?</strong><br />
Nel titolo c’è una specie di citazione, la Primitive Guitar è stata una scena artistica innescata da John Fahey e la sua Tacoma Records negli anni ’60/‘70 di cui fanno parte alcuni musicisti a me tanto cari come Leo Kottke, Peter Lang o Robbie Basho, oltre allo stesso Fahey. E poi sì, hai colto, è il mio modo di vivere la mia cosa, esce dalle mani e chiede di essere assecondata. Posso trattenerla per un po’, ma poi succede che vibra e bussa e insiste per diventare vera</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Primitivo</em> è un grande atto di libertà. Sei stato pubblicamente zitto per un po&#8217;, e di questi tempi iperconnessi è quasi un privilegio, poi hai aperto i tuoi cassetti e tirato fuori un disco acustico che, come hai detto, <em>ha messo d&#8217;accordo te e te stesso. </em>Consideri questo lavoro un punto di arrivo o un punto di svolta?</strong><br />
È una tappa. È un piccolo punto segnato nella Storia, come ogni cosa che accade. Quando ne vale la pena è un vero piacere segnare quel punto.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Nella tua ricerca musicale ti porti dietro un bagaglio importante, esperienze come i Super Elastic Bubble Plastic e Il Teatro degli Orrori sono valigie ben pesanti da portare: la tua dimensione solista la vivi come una camera di decompressione che anche emotivamente ti alleggerisce o è una scelta definitiva dare spazio unicamente alla tua carriera solita?</strong><br />
Non c’è mai nulla di definitivo, secondo me, tranne una cosa sola… Non mi precludo nessuna possibilità, la mia dimensione solista è solo una delle mie dimensioni, anche se non ti nascondo che, per quanto molto impegnativa (non avendo una spalla o una band affianco), è comunque una via, un modo che mi piace. Mi ci trovo a mio agio.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Chi ti conosce oggi pensi possa apprezzarti anche nelle tue esperienze precedenti, cogliendo il percorso dell&#8217;uomo e dell&#8217;artista in ogni fase o credi che una cosa escluda l&#8217;altra? Parlami di queste due anime.</strong><br />
Se qualcuno dovesse conoscermi oggi e poi dovesse scoprire che ho fatto rock per tutti quegli anni, credo avrebbe una bella sorpresa… sono effettivamente due anime molto diverse, anche contrastanti. Pensa che io ci devo convivere tutti i giorni.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Cosa bisogna aspettarsi dai prossimi live?</strong><br />
Colori, profumi, pensieri vaganti e sollievo, spero.</p>
<p><iframe title="YouTube video player" src="https://www.youtube.com/embed/JcTCPkud9Ss?si=p81mVhHw2A1saR8x" width="560" height="315" frameborder="0" allowfullscreen="allowfullscreen"></iframe></p>
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		<title>Guardare indietro per guardare avanti, intervista Gnut e D’Alessandro</title>
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		<pubDate>Tue, 28 Apr 2026 18:17:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Alessio Cuccaro]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Editoriali]]></category>
		<category><![CDATA[Interviste]]></category>

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		<description><![CDATA[Abbiamo incontrato Claudio Gnut Domestico e Alessandro D&#8217;Alessandro poco prima della presentazione live del loro nuovo album Duje Paravise all&#8217;Auditorium Novecento a Napoli, chiacchierando a lungo, tra una pizza e una birra, davanti ai bellissimi banchi di missaggio dell&#8217;antico studio di registrazione partenopeo, oggi anche tra le più attive sale per live cittadine, ragionando sul &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="https://www.losthighways.it/wp-content/uploads/Gnut-DAlessandro-Auditorium-900-foto-Alessio-Cuccaro-01.jpg"><img class="aligncenter size-large wp-image-52188" src="https://www.losthighways.it/wp-content/uploads/Gnut-DAlessandro-Auditorium-900-foto-Alessio-Cuccaro-01-1024x683.jpg" alt="Gnut D'Alessandro Auditorium 900 - foto Alessio Cuccaro 01" width="618" height="412" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Abbiamo incontrato Claudio Gnut Domestico e Alessandro D&#8217;Alessandro poco prima della presentazione live del loro nuovo album <a href="https://www.losthighways.it/2026/04/08/dduje-paravise-gnut-dalessandro/"><em><strong>Duje Paravise</strong></em></a> all&#8217;Auditorium Novecento a Napoli, chiacchierando a lungo, tra una pizza e una birra, davanti ai bellissimi banchi di missaggio dell&#8217;antico studio di registrazione partenopeo, oggi anche tra le più attive sale per live cittadine, ragionando sul fare musica oggi, sull&#8217;importanza della musica napoletana e il suo rapporto col mondo, dove si trova adesso, dove potrà arrivare domani.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Vi siete incontrati grazie a Toscana Produzione Musica, abbiamo un nome da ringraziare, com&#8217;è nata quell&#8217;idea?</strong><br />
D&#8217;Alessandro: Mi è stato chiesto di realizzare un progetto su Napoli e quindi, anche se non ci conoscevamo personalmente, ho chiamato Claudio che ha subito accettato. Poi, ad aprile dell&#8217;anno scorso ci siamo trovati a Guardistallo, in provincia di Pisa, in un teatrino, dove abbiamo fatto tre giorni di residenza e i primi concerti.<br />
Gnut: Da Antonio Aiazzi, il primo tastierista dei Litfiba, che adesso stanno di nuovo suonando insieme.<br />
Ale: Ci siamo resi conto subito, fin dal primo pezzo che la cosa poteva funzionare, che il suono funzionava, la canzone napoletana è diventata un pretesto per suonare insieme. Da lì l&#8217;idea, cotta e mangiata, di registrare subito un disco.<br />
Gnut: Adesso possiamo ringraziare sicuramente Maurizio Busia, Francesco Mariotti&#8230;<br />
D&#8217;Alessandro: … e anche Mimmo Ferraro di Squilibri Editore che ha deciso di pubblicarci il disco.<br />
Gnut: L&#8217;approccio è stato un po&#8217; quello che hanno i jazzisti quando si mettono a improvvisare su uno standard, noi abbiamo usato la canzone, queste melodie e questi testi come filo conduttore per trovare un suono nostro, non avendo mai suonato insieme. Alessandro, usando l&#8217;elettronica con l&#8217;organetto, ha un suono molto pieno, riesce ad avere ritmica, bassi, armonie. Io ho registrato tutto con la chitarra elettrica. Abbiamo trovato un suono nostro cercando di essere rispettosi di un repertorio così sacro. Anche se io ero in agitazione.<br />
D&#8217;Alessandro: Un napoletano quando canta le cose napoletane è sempre in agitazione. Io invece da non napoletano, anche se limitrofo, diciamo, l&#8217;avverto di meno questa cosa.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ma sei comunque regnicolo, giusto?</strong><br />
Ale: Sono nato a Gaeta e sono di un paesino a 5 km dal Garigliano, Coreno Ausonio, che gravita nella Terra di lavoro, anche se adesso vivo a Roma, quindi mi sento più vicino alla cultura partenopea. Ci ritroviamo dall&#8217;altra parte della barricata perché Mussolini ha deciso di fare questa regione che si chiama Lazio.<br />
Gnut: Un&#8217;altra cosa importante da valutare di questo lavoro è che abbiamo avuto due giorni per montare lo spettacolo live in questo teatrino e pure il disco l&#8217;abbiamo registrato in due giorni, in presa diretta suonando insieme. L’approccio diretto da jazzisti è stato proprio: OK, questa è la melodia, questa è la struttura del pezzo, questo è il testo, suoniamo. Una struttura nata dall’interplay.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="https://www.losthighways.it/wp-content/uploads/Gnut-DAlessandro-Auditorium-900-foto-Alessio-Cuccaro-02.jpg"><img class="aligncenter size-large wp-image-52191" src="https://www.losthighways.it/wp-content/uploads/Gnut-DAlessandro-Auditorium-900-foto-Alessio-Cuccaro-02-1024x683.jpg" alt="Gnut D'Alessandro Auditorium 900 - foto Alessio Cuccaro 02" width="618" height="412" /></a></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Quindi, come avete selezionato le canzoni?</strong><br />
Gnut: Avendo poco tempo. Ho fatto una selezione di canzoni che bene o male avevo già affrontato negli anni, per le quali avevo già trovato la tonalità, il mio modo di approcciare le melodie, così da poter soltanto adattare al nuovo sound cose che avevo già studiato dal punto di vista interpretativo. È stata forse la prima volta in cui ho fatto un lavoro prevalente da interprete, perché di solito canto le mie canzoni; può capitare una cover, ma non sono un vocalist da interpretazioni: è stato strano, un esperimento nuovo. Poi abbiamo aggiunto <strong><em>‘E ccerase</em></strong>, che Alessandro mi ha fatto scoprire nella versione di Massimo Ranieri, oppure <strong><em>Villanella di Cenerentola</em></strong> perché da poco era morto Roberto De Simone e ci hanno chiesto esplicitamente di omaggiarlo. Anche <strong><em>E mo e mo</em></strong> l&#8217;avevo già fatta, però non l&#8217;avevo mai suonata dal vivo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Avevi pubblicato anche un piccolo video, ti era venuta l&#8217;idea di suonarla guardando la serie <em>La vita bugiarda degli adulti</em>?</strong><br />
Gnut: Sì, nel trailer c&#8217;era questo pezzo, stavo scaricando delle cose che richiedevano ore in studio e mi sono messo a giocare con la chitarra elettrica, la serie non ricordo nemmeno se l&#8217;ho vista, ma il brano mi ha risvegliato il ricordo di me bambino che vedevo Sanremo, Peppino di Capri, e cantavo il ritornello che diceva “<em>Nina Ninetta</em>”, pensando che parlasse di mia zia. Abbiamo aggiunto alla lista anche <strong><em>Manhã de carnaval</em></strong>, perché Tosca mi aveva invitato a <em>D&#8217;Altro canto</em> e mi aveva chiesto di fare una versione in napoletano di questo classico della bossa nova, che abbiamo cantato insieme al suo spettacolo, mi sono accorto che sembra una canzone napoletana per la melodia. Così abbiamo invitato anche Titti a cantare nell&#8217;album, mentre per <strong><em>‘E ccerase</em></strong> abbiamo pensato a Gragnaniello perché per la sua vove era perfetta per quel tipo di melodia.<br />
D&#8217;Alessandro: E poi ovviamente abbiamo detto: visto che facciamo un disco insieme, scriviamo pure un paio di cose ex novo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>I due inediti sono arrivati in studio o già nel corso dei primi live?</strong><br />
Gnut: Quando abbiamo deciso di scrivere un paio di inediti sono andato a ripescare una melodia che avevo scritto un po&#8217; di tempo prima, ci ho lavorato un pochino, ho rifatto il testo e l&#8217;abbiamo arrangiato insieme trasformandola in <strong><em>Sotto ‘o muro</em></strong>, il nostro primo singolo. L&#8217;altro inedito era uno strumentale di Alessandro, per il quale ho scritto una melodia con un testo ispirato a mio figlio. Tutto finito molto velocemente, ma ne siamo contenti.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Sostanzialmente l&#8217;album fotografa il live che avevate montato?</strong><br />
D&#8217;Alessandro: Si tratta appunto di un progetto nato live, in studio sono cambiate delle cose, però alla fine poco.<br />
Gnut: Sì, in realtà, avendo registrato anche insieme, abbiamo lavorato su tante parti strumentali, i soli, gli arrangiamenti, conservando quello che è nato nel teatrino di Guardistallo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Maruzzella</em> è uno strepitoso capolavoro di Carosone che avete affrontato coraggiosamente nell&#8217;album. Personalmente penso sia uno di quei brani che bisognerebbe iniziare ad ascoltare solo in originale, perché negli anni c&#8217;è stata una tale sovrapposizione di versioni, magari non proprio memorabili, che hanno finito per svilire le qualità della prima versione. Un po&#8217; come per i brani di Battisti che a furia di strimpellare ai falò ci si scorda quanto fossero belli e complessi. Ecco, voi pensate che esista un rischio simile, trasformare le canzoni celebri in icone svuotate del loro reale significato?</strong><br />
Gnut: Il rischio c’è su tutti i pezzi. Poi <strong><em>Maruzzella</em></strong>, essendo molto famoso, ancora di più, ovviamente. Però questo è un progetto di <em>risvalutazione</em> (sic), no? (ridiamo, n.d.r.). È stata una scelta molto istintiva. Avendo pochissimo tempo, abbiamo selezionato un po&#8217; di cose, ci siamo divertiti a suonarle e non ci abbiamo riflettuto troppo. Però era un pezzo per il quale ero preoccupato. Con più tempo a disposizione, mi sarebbe piaciuto fare un album con più pezzi come <strong><em>&#8216;E ccerase</em></strong>, ricercati e poco conosciuti, ma avendo due giorni per montare lo spettacolo live e altri due giorni per registrare il disco, è stato tutto istintivo.<br />
D&#8217;Alessandro: Io ho fatto un altro disco tutto strumentale, con qualche ospite, dedicato alle canzoni, in cui ho suonato pezzi come <strong><em>Azzurro</em></strong> e <strong><em>I Giardini di marzo</em></strong>. Un po&#8217; il problema te lo fai, però alla fine moltissime persone m&#8217;hanno detto: cazzo, la versione tua di questi pezzi, che erano i più sputtanati del disco, ha rispettato la melodia e tutto, si riconoscono, ma alla fine è un&#8217;altra cosa, una cosa tua. Se in maniera istintiva, senza tirarsela, uno fa quello che gli piace, rimane sé stesso. Claudio nel suo modo di cantare queste canzoni è Gnut; su <strong><em>Maruzzella</em></strong> ho messo l&#8217;organetto distorto e insieme abbiamo riscritto le cose, abbiamo dato una ritmica diversa con dei suoni molto elettronici, ci siamo un po&#8217; disinteressati di stare a sentire la versione. E questa cosa secondo me è vincente, anche sulle canzoni più celebri.<br />
Gnut: Ti è dispiaciuto che l&#8217;abbiamo fatto?</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>No no, mi è piaciuta la vostra versione, questa è una riflessione che avevo già fatto prima di ascoltarla.</strong><br />
Gnut: Considera che c&#8217;è stato proprio un momento in cui si parlava di fare uscire dei video live, qualche singolo, ed è venuta fuori l’idea di usare <strong><em>Maruzzella</em></strong>: ho detto assolutamente no, perché già dire “Claudio che fa il disco di canzoni napoletane”, in questo momento storico con Napoli in super hype, è una cosa coraggiosa, che non abbiamo fatto per Napoli ma per puntare a suonare altrove. <strong><em>Maruzzella</em></strong>, a usarla come titolo già immaginavo i commenti, “Gnut canta Maruzzella”: ho detto di no. Però sì, è uno di quei pezzi rischiosi come <strong><em>Carmela</em></strong>. E infatti sono contento di quest&#8217;album, di pezzi come <em><strong>E mo e mo</strong></em> che è stato stravolto, <strong><em>Manhã de carnaval</em></strong>, che appunto non è un pezzo napoletano ma lo sembra, <strong><em>&#8216;E ccerase</em></strong>, lo stesso <strong><em>Cammina cammina</em></strong> di Pino Daniele, che lo metti tra i classici perché merita di stare tra i classici, anche se ancora non è stato detto. <strong><em>Cammina cammina</em></strong> è uscito lo stesso anno di <strong><em>Carmela</em></strong>, il &#8217;77.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>E sono due mondi molto distanti.</strong><br />
Gnut: Esatto. L&#8217;anno che Sergio Bruni pubblicava <strong><em>Carmela</em></strong>, Pino Daniele, giovanissimo, pubblicava <strong><em>Cammina cammina</em></strong> sull’album <strong><em>Terra mia</em></strong>. Lo stesso anno. Però <strong><em>Carmela</em> </strong>è sempre stato considerato un classico, mentre <strong><em>Cammina Carmela</em></strong> adesso stanno capendo che Pino Daniele fa parte di quella roba.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Perché, invece, non avete voluto cantare la canzone che avete usato come titolo dell&#8217;album?</strong><br />
Gnut: Perché non abbiamo avuto tempo.<br />
D&#8217;Alessandro: Il titolo è stato solo un gioco di parole, sul fatto che siamo in due e c’è un po&#8217; di autoironia su questa cosa del Paradiso. Comunque, il titolo è stato dato prima della residenza, perché bisognava darlo in risposta a un bando entro i termini di scadenza. Quindi si è trattato proprio di andare sull&#8217;indice della canzone e selezionare <strong><em>Duje Paravise</em></strong>.<br />
Gnut: Sì, però, io avevo proposto un altro nome che era: Bellavista Social Club.<br />
D&#8217;Alessandro: Però non ci avrebbero finanziato.<br />
Gnut: Io ho detto, guarda, ho dato tutto con questo, per me sarebbe stato fantastico.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Puoi giocartelo per un’altra occasione.</strong><br />
Gnut: Lo farò, prima o poi, Bellavista Social Club è un altro livello.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="https://www.losthighways.it/wp-content/uploads/Gnut-DAlessandro-Auditorium-900-foto-Alessio-Cuccaro-04.jpg"><img class="aligncenter size-large wp-image-52192" src="https://www.losthighways.it/wp-content/uploads/Gnut-DAlessandro-Auditorium-900-foto-Alessio-Cuccaro-04-1024x683.jpg" alt="Gnut D'Alessandro Auditorium 900 - foto Alessio Cuccaro 04" width="618" height="412" /></a></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Claudio, avevi annunciato, quantomeno lasciato intendere, che sarebbe stato pubblicato il secondo volume de <em><a href="https://www.losthighways.it/2019/01/15/lorso-nnammurato-sollo-gnut/">L&#8217;orso ‘nnammurato</a></em>. Senza entrare nei rapporti personali, non è questa la domanda, c&#8217;è speranza che quelle canzoni vedano un giorno la luce oppure è un repertorio che hai archiviato?</strong><br />
Gnut: L’ho archiviato. Ma in realtà <strong><em>Sotto ‘o muro</em></strong>, ad esempio, era uno di quei pezzi che doveva far parte de <strong><em>L&#8217;orso</em></strong> due, ho cambiato il testo ed è diventato un&#8217;altra cosa. Molte canzoni che erano nate dalle poesie di Sollo negli anni e facevano parte di quel tipo di repertorio, adesso le sto rigenerando, riscrivendo i testi e ci sto facendo altro.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Quindi stai lavorando a un lavoro tutto tuo?</strong><br />
Gnut: Sì, un lavoro tutto mio, con testi miei e che già stavo facendo parallelamente all&#8217;eventuale <strong><em>Orso</em><em> II</em></strong>, ed è un disco, poi ne parleremo, che uscirà all’inizio dell’anno prossimo, ispirato ai mantra, ai groove del Mediterraneo, con testi un po&#8217; spirituali. Un disco a cui tengo molto, ci lavoro da tre anni, è una specie di concept. Parallelamente avevo tutte queste canzoni nate dalle poesie scritte da Alessio. Ma quando non abbiamo registrato più l&#8217;album, abbiamo deciso di non lavorare più insieme. Quindi queste canzoni stanno trovando un&#8217;altra vita, piano piano, perché sono melodie e cose sulle quali avevo lavorato e mi piacevano molto, sarebbe un peccato lasciarle perdere e basta. Cambiando il testo, riscrivendo la storia, le porterò avanti, anche se non faranno parte del nuovo disco, tranne una o due, quelle stravolte; una, invece, è finita in questo disco con Alessandro; <strong><em>Luntano a te</em></strong>, il singolo che ho pubblicato, era un&#8217;altra di quelle canzoni cui ho cambiato il testo; ho scritto un pezzo per Tosca che uscirà nel prossimo suo album, non volevo fare spoiler, ma anche quello faceva parte di quelle canzoni. Lo so che sei fan di quel progetto, però sai, quando le cose si interrompono in maniera brusca sono portato a guardare avanti.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Va bene. Proprio con lo spirito di guardare avanti, oltre a suonare, stai svolgendo anche un&#8217;attività di produttore, da Ilaria Graziano a Spina, ci vuoi raccontare queste esperienze?</strong><br />
Gnut: Sì, già da un po&#8217; di anni curo produzioni artistiche, poi da un annetto mi è capitata questa cosa: dovevamo pubblicare un album con Ad Est dell&#8217;Equatore, casa con cui abbiamo fatto anche <strong><em>L&#8217;orso ‘nnamurato</em></strong>, e a me ha sempre affascinato l&#8217;idea di avere una mia piccola etichetta indipendente. Ho chiesto a Guglielmo, il titolare, quali siano gli elementi che servono, burocrazia, eccetera, e lui mi ha spiegato un po&#8217; di cose e mi ha fatto capire di avere già una sua struttura organizzata, anche per la distribuzione. “Ma allora perché non pubblichi?”, ho chiesto, e lui mi fa “perché poi finisce che non ci sto dietro”, al che ho replicato, “non è che ti serve un direttore artistico?”. Lui ha confessato che non aveva avuto il coraggio di chiedermelo. Così, piuttosto che iniziare da zero con un nome, una nuova casa editrice, un&#8217;etichetta, sono diventato direttore artistico di Ad Est dell&#8217;Equatore. Abbiamo iniziato a produrre cose insieme, è partito il <a href="https://www.losthighways.it/2026/02/04/rive-ilaria-graziano/">disco di Ilaria Graziano</a>, un album sul quale lavoravamo da due anni e molto emozionante, molto bello da fare, lei ha scritto canzoni bellissime ed è stata proprio una bellissima esperienza. Poi c&#8217;è Guappecartò, che sono vecchi amici e cercavano una struttura per uscire; Carmelo Pipitone, che ho seguito sotto il profilo discografico; il disco di Spina al quale stavo lavorando già da 2 o 3 anni e di Sean Albain che uscirà a fine aprile, che ha prodotto il mio amico Stefano Piro, col quale collaboro spesso, pure la produzione di Spina è fatta con lui. Quindi c’è questo lavoro di produzione artistica musicale, che curo io, da solo o assieme a Stefano, che ha trovato un canale discografico col coraggio di buttare fuori cose che non passeranno alla radio o che hanno bisogno di più ascolti. Ci siamo resi conto che non abbiamo grande concorrenza a livello italiano, perché fondamentalmente oggi in Italia è diventato molto difficile pubblicare, trovare una struttura che ti segue; noi cerchiamo di far uscire cose belle, cose che ci emozionano, ci fanno stare bene, le pubblichiamo e speriamo che qualcuno se ne se ne accorga prima o poi.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Noi ce ne siamo accorti. Alessandro, a scorrere la tua discografia si direbbe che tu non possa fare a meno di collaborare con qualche musicista, un elenco lunghissimo che è impossibile ricordare, dalla voce fantastica di Maria Pia De Vito a Canio Lo Guercio, giusto per citarne due molto differenti. Raccontaci un po&#8217; questo tuo approccio alla musica e alla collaborazione.</strong><br />
Ale: Ma guarda, nasce proprio dal fatto che io suono questo strumento particolare, da quando avevo 9 anni, perché ho iniziato a suonarlo nel mio paese, poi a 13 anni, qua a Napoli, alla Splash ho registrato per Branduardi insieme all&#8217;orchestra per il disco <strong><em>Infinitamente piccolo</em></strong>, era la prima volta che entravo in uno studio di registrazione. Ho sempre mantenuto il mio strumento senza cambiarlo, è uno strumento particolare e anche un po&#8217; “vessato”, perché si pensa ci si possa fare solo determinate cose, di un certo tipo limitato, che sia uno strumento caciarone della tradizione.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La tua discografia dimostra il contrario.</strong><br />
D&#8217;Alessandro: Collaborare con gli altri è stato un arricchimento mio a livello tecnico e artistico, perché ogni artista mi poneva una cosa diversa davanti da affrontare. Un po&#8217; è proprio nella mia indole, quella spinta a portare questo strumento in più posti possibili.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La tua è proprio una battaglia?</strong><br />
D&#8217;Alessandro: Sì, è anche una battaglia, perché c&#8217;è un certo pregiudizio su questo strumento, l’organetto; tra l&#8217;altro non è che io ascolti organetto, mai, fisarmonica? Mai. Cioè, hai capito? Non l&#8217;ascolto mai perché mi annoia, mi annoia… Però mi piacciono i musicisti che cercano una strada personale. Non so se ci riesco o meno, però ho sempre cercato di trovare la mia strada, il mio linguaggio attraverso questo strumento, ogni volta diverso a seconda della collaborazione. Con Sergio Cammariere, ad esempio, ma ce ne sono tanti, anche nel teatro, nel cinema, in ogni cosa che ho affrontato. Poi è nata questa cosa dell&#8217;elettronica una ventina d&#8217;anni fa, che mi stuzzicava, perché a quattro anni giocavo col computer, sono dell&#8217;85, suonavo sì uno strumento legato a certi mondi, ma volevo anche altro. Non l&#8217;ho fatto pensando di stupire, ma in maniera sempre istintiva, lavorare sull’uso percussivo dello strumento, sulla sua preparazione, applicando cose, insomma, questa roba è nata anche collaborando con gli altri. Con Canio ho usato molto questo sistema dell&#8217;organetto preparato, i loop, tantissimo: in due diventava molto funzionale. Poi è nato un progetto mio da solo e sarà un po&#8217; il mio progetto della vita. Sto preparando un disco, per cui ho pezzi scritti da tre anni, un disco mio di cose mie, più cinematiche, anche legato allo spettacolo con immagini <strong><em>Visionaria</em></strong>. Con Claudio non ci conoscevamo, ci siamo ritrovati, ma non sapevamo a cosa andassimo incontro, il suono è nato dall&#8217;unione dei nostri rispettivi suoni, c&#8217;è stato da adattarsi da una parte e dall&#8217;altra, perché lavorare insieme è sempre un compromesso, che arricchisce anche togliendoti.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>In realtà, questo approccio &#8220;collaborativo&#8221; è una cosa che vi accomuna, avete partecipato anche a iniziative collettive, tu, Claudio, ad esempio, hai cantato in due capitoli di <a href="https://www.losthighways.it/2016/03/21/capitan-capitone-e-i-fratelli-della-costa-daniele-sepe/"><em>Capitan Capitone</em></a>, lavoro corale di Daniele Sepe, che oltre a essere un grande musicista è anche un grande scopritore di talenti. Quindi, come valutate la attualmente la scena napoletana? Se ne esiste una.</strong><br />
Gnut: Guarda, non lo so se esista una scena. Penso che Napoli abbia una tradizione enorme di musica e che avere una visione lucida del contemporaneo sia complicato. È facile adesso giudicare gli anni &#8217;90, e quella scena; dopo c’è un po&#8217; di confusione. In qualche modo ci accomuna l&#8217;utilizzo della lingua napoletana; però, a differenza degli anni &#8217;90 o del Neapolitan Power prima, che avevano una coerenza anche sonora, sento che oggi siamo tutti abbastanza diversi. Però, devo essere sincero, non sono informatissimo, sarò invecchiato, faccio poca vita sociale, esco poco di casa, quindi non lo so. Sicuramente sulle cose più mainstream, tipo Nu Genea, La Niña, ci sarebbe tanto da parlare e sono contento che in questo momento stiano uscendo belle cose da Napoli dopo anni di buio, soprattutto perché c’è sempre un livello piuttosto alto dal punto di vista qualitativo di ricerca, trovo molte cose interessanti. È pur vero che Napoli soffre di un approccio al limite del campanilistico, con poca voglia di confrontarsi con quello che succede nel resto del mondo, che da un lato può essere una cosa positiva perché crea un micro-universo, ma nel momento in cui questa cosa viene esasperata, c&#8217;è il rischio di diventare leghisti al contrario: tutto quello che non è napoletano diventa un nemico, quando in realtà la contaminazione è la cosa che ha reso la musica napoletana interessante nei secoli. Perché i groove del Mediterraneo si sommano alla tarantella, alla scala araba, allo swing con Carosone, al blues con Pino Daniele, al dub con gli Almamegretta. Se ci chiudiamo troppo, il rischio è che all&#8217;esterno diventi poco interessante quello che si propone. Non a caso ho fatto i nomi di Nu Genea e La Niña, perché sono due progetti che hanno un approccio non orientato su una cosa soltanto napoletana, ma si confronta: La Niña la posso associare a Rosalia che fa un lavoro simile col flamenco oppure i Nu Genea hanno un approccio da DJ, però con la musica suonata, con riferimenti al funk. Bisogna avere una visione più aperta a quello che succede nel mondo.<br />
D&#8217;Alessandro: Sono abbastanza d&#8217;accordo e da non napoletano un po&#8217; invidio i napoletani, perché Napoli è una città stato, culturalmente e non solo, è proprio una cosa veramente forte, al mondo ci sono pochi esempi come Napoli. Avendo collaborato con tanti artisti di questa città, penso che sia un po&#8217; un’arma a doppio, è una forza che ti può portare alla chiusura perché ti senti sicuro di questa unicità. Venendo da un paesino piccolo, da cui sono andato via anche se lo amo tantissimo, ho vissuto una cosa simile, il posto dove vivi ti può condizionare, spingere a cercare una affermazione nel luogo cui sei più legato e quindi a confrontarti anche mentalmente solo con quelle persone là. Penso che questo sia un po&#8217; il limite di Napoli, quando è riuscita a parlare fuori ha fatto cose gigantesche, mentre altre cose, anche bellissime, non hanno questa capacità perché manca appunto questo confronto.<br />
Gnut: Non va bene sta cosa Alessà, io posso parlare male di Napoli perché sono napoletano, ma tu che non lo sei, no, non ti permettere di parlare male di Napoli! (ridiamo, n.d.r.)</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ecco che viene fuori il campanilismo che avevamo detto di evitare…</strong><br />
D&#8217;Alessandro: Ma no, non ho parlato male, anzi, sto parlando troppo bene, a Napoli ci sono musicisti fantastici, alcuni, come Claudio, si confrontano col mondo di fuori e questa capacità rende Napoli universale.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="https://www.losthighways.it/wp-content/uploads/Gnut-DAlessandro-Auditorium-900-foto-Alessio-Cuccaro-03.jpg"><img class="aligncenter size-large wp-image-52193" src="https://www.losthighways.it/wp-content/uploads/Gnut-DAlessandro-Auditorium-900-foto-Alessio-Cuccaro-03-1024x683.jpg" alt="Gnut D'Alessandro Auditorium 900 - foto Alessio Cuccaro 03" width="618" height="412" /></a></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Va bene, quindi, alla luce di quello che hai detto, Claudio, quanto può essere difficile oggi iniziare rispetto a quando avete iniziato voi?</strong><br />
Gnut: Oggi da discografico ti dico che è complicatissimo (ridiamo ancora, n.d.r.). No, è vero, nel senso che avendo lavorato pure con giovani come Spina, Sean Albain, cercando di dare dei consigli utili a chi sta iniziando un percorso, mi rendo conto che parlo di ere glaciali fa. Rispetto a quando ho iniziato io sono passati una ventina d&#8217;anni e sono stati anni in cui si è stravolto il mercato musicale. Mi trovo in difficoltà a dare consigli, sono cambiate le dinamiche rispetto a quando si inseguivano i festival, i premi, si facevano delle demo e si portavano in giro, si scambiavano chiacchiere, si cercava di conoscere persone, trovare il modo per proporre la propria musica in giro. Adesso è più semplice fare dischi, ma molto più complicato venire fuori, anche per chi fa musica da tanti anni come noi due, perché siamo in un calderone enorme dove ogni venerdì escono un sacco di dischi, un sacco di pubblicazioni: è dispersivo per chi fa musica e per chi ama la musica. In questa dispersione enorme cercare di farsi sentire per la prima volta senza avere un po&#8217; di esperienza alle spalle o un po&#8217; di passaparola è complicatissimo: io non saprei come fare ad esordire oggi, penso che farei un altro mestiere. Inoltre, oggi la tecnologia può frenare l&#8217;incoscienza che ti permette di essere coraggioso ai primi concerti, affrontando anche la figuraccia del suonare male o del gestire male una situazione dal vivo. Prima sapevi che era una roba che restava a quella sera e andavi avanti, oggi ci sono ‘sti fucili puntati sui telefoni e le cose possono diventare virali in un attimo. Magari hai voglia di comunicare qualcosa, invece diventi lo zimbello di tutti: può essere traumatico, non li invidio.<br />
D&#8217;Alessandro: Guarda, per chiudere, ti dico che io ancora adesso mi chiedo: ma perché facciamo questa cosa? Figurati uno che deve iniziare.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ultimissima cosa, Alessandro, la tua musica ha un qualcosa di molto visivo, come fosse idealmente una colonna sonora, Claudio, tu pure hai scritto cose per il cinema, ad esempio insieme a Nelson per <em>Il ladro di giorni</em>, non avete un progetto visuale?</strong><br />
D&#8217;Alessandro: Al momento non ci abbiamo pensato, però potrebbe essere un&#8217;idea. Ho questo progetto per il nuovo disco e tutto va un po&#8217; verso le immagini, lavoro anche con un videoartista, Gianluca Abbate di Salerno, che ha fatto dei videoclip per me. È una cosa che mi piace tantissimo, perché ho sempre scritto per il teatro, per le immagini, meno per il cinema, ho composto solo per documentari, però ho suonato per altri compositori nel cinema. Non tantissimo, perché molti compositori hanno un pregiudizio sull&#8217;organetto e se devono chiamare uno strumento così preferiscono la fisarmonica o il bandoneon. Quindi sì, potrebbe essere una buona idea.<br />
Gnut: Sì, è affascinante lavorare sulle immagini, quando mi è capitato è sempre stato bello, però è una cosa che vado a cercare poco. Ho delle cose strumentali sulle quali lavoro, collaboro col mio amico Stefano Piro, che ogni tanto fa ‘ste residenze a Cuneo dove lui ha lo studio, dove mettiamo insieme musicisti, improvvisiamo e stiamo aumentando la nostra banca dati con una serie di hard disk di idee e cose strumentali che ci piacciono. Molte volte mi hanno chiesto per il cinema delle canzoni che magari avevo già fatto, quindi da riproporre in un&#8217;altra versione per il film, oppure mi hanno chiesto di usare direttamente una canzone che non era immaginata per quell’uso. È una cosa che mi piace quando mi coinvolgono, se un regista sente che il mio linguaggio musicale si sposa bene col suo linguaggio visivo, quando mi arrivano queste proposte sono felicissimo. Però, diciamo, sto là in attesa sulla riva del fiume.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>PS</strong> Il live conferma l&#8217;intesa del duo documentata su disco. Claudio, lasciata l&#8217;elettrica a casa, si presenta sul palco con l&#8217;amata Ciaccarella, cambiando il suono messo a punto in studio e mostrando anche una evoluzione del suo modo di accompagnarsi e arpeggiare; Alessandro si da un gran da fare a costruire pattern ritmici con una loop station, percuotendo in diretta il suo strumento e giocando con effetti elettronici variopinti, per costruire scenari sui quali improvvisare liberamente, come nel vorticoso assolo di una gustosa versione strumentale de <strong><em>Il mare</em></strong> di Pino Daniele. Il set scorre piacevolmente toccando tutta la scaletta dell&#8217;album, con alcune aggiunte dal repertorio di entrambi, trovando momenti di partecipazione corale del pubblico, tanto nei classici della tradizione partenopea quanto nei &#8220;nuovi&#8221; classici della napoli d&#8217;oggi, come <strong><em>L&#8217;ammore &#8216;o vero</em></strong>. Ed è propprio quello il suono che riverbera sotto l&#8217;alto soffitto dell&#8217;Auditorium. Amore.</p>
<p><iframe title="YouTube video player" src="https://www.youtube.com/embed/PKq6xAE4JF4?si=I1ADSYbsVI7Lmxnv" width="560" height="315" frameborder="0" allowfullscreen="allowfullscreen"></iframe></p>
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		<title>Siamo quello che lasciamo: intervista a Mauro Ermanno Giovanardi</title>
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		<pubDate>Mon, 20 Apr 2026 15:06:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Amalia Dell'Osso]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Editoriali]]></category>
		<category><![CDATA[Interviste]]></category>

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		<description><![CDATA[Mauro Ermanno Giovanardi è una delle figure più rappresentative della musica alternativa in Italia. Con i La Crus prima e con i capitoli solisti poi, ha dato prova di un cantautorato colto e raffinato, dove la cura del suono e della parola è sempre stata categorica. Rock, pop, elettronica elegante serpeggiano lungo una carriera luminosa &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class=" size-large wp-image-52145 aligncenter" src="https://www.losthighways.it/wp-content/uploads/giovanrdi_0426-1024x614.jpg" alt="giovanrdi_0426" width="618" height="371" /></p>
<p style="text-align: justify;">Mauro Ermanno Giovanardi è una delle figure più rappresentative della musica alternativa in Italia. Con i La Crus prima e con i capitoli solisti poi, ha dato prova di un cantautorato colto e raffinato, dove la cura del suono e della parola è sempre stata categorica. Rock, pop, elettronica elegante serpeggiano lungo una carriera luminosa che ha ancora tantissimo da offrire al pubblico, in equilibrio perfetto tra i ruolo di interprete, autore, performer, produttore discografico e direttore artistico. Il 20 marzo è uscito <strong><em><a href="https://www.losthighways.it/2026/04/20/e-poi-scegliere-con-cura-le-parole-mauro-ermanno-giovanardi/">E poi scegliere con cura le parole</a> </em></strong>(Woodworm Label) il nuovo lavoro discografico che sarà presentato in una serie di date in giro per la Penisola.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il titolo del tuo nuovo disco fa molto riflettere. Pone al centro la parola in un’epoca in cui è, invece, abusata fino ad essere svuotata. Parlami di questa scelta. </strong><br />
Un paio d’anni fa ho lavorato ad uno spettacolo su Alda Merini, e leggendo e studiando il suo materiale sono incappato in questa frase da una sua intervista: <em>“Mi piace chi sceglie con cura le parole da non dire”.</em><br />
Ho pensato fosse una frase stupenda, e che in fondo, da quando ho iniziato a scrivere in italiano, soprattutto, è quello che ho sempre cercato di fare. Di impormi. Ho sempre scelto con una cura smodata le parole. Forse era il caso di iniziare a sottolinearlo. Avevo solo paura che, in un tempo in cui tutto va velocissimo, dove la regola è l’immediatezza, questo titolo fosse un po’ troppo lungo, un po’ troppo Wertmülleriano. Ma alla fine sono super contento della scelta. Perché le parole non sono innocenti, hanno un peso, una responsabilità, una memoria. In un tempo che consuma e cancella tutto in fretta, scegliere le parole diventa un gesto etico prima ancora che poetico.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Di conseguenza i testi hanno un ruolo di primo piano. Hai voluto un lavoro corale per costruirli. Come mai?</strong><br />
Era da un po’ di tempo che pensavo a questa idea di un “Collettivo Della Parola”. Di lavorare a 4 mani con colleghi che innanzitutto e soprattutto stimi, con cui sei legato da grande e sincera amicizia, e con cui più volte ci si è detto: <em>“dai, dovremmo scrivere qualcosa insieme”</em> e poi non lo si è mai fatto. A questo punto del mio percorso, non avendo più nulla da dimostrare o tantomeno ego-trip da nutrire, ho pensato fosse la volta buona. Far confluire diverse teste in una narrazione collettiva, dove un verso può prendere una direzione piuttosto che un’altra e diventare qualcos’altro ancora. Mettere più colori nella tavolozza narrativa mi sembrava molto intrigante. Certo, poi quando lavori con dei numeri uno, devi agire più di fioretto che di spada, stare attento e muoverti con delicatezza con ogni personalità, però è stato molto più semplice e divertente di quello che può sembrare. Come in una partita di ping pong con i versi e le parole al posto della pallina.<br />
C’è stato sempre massimo rispetto tra di noi, e con un patto non scritto. Che mettendoci la faccia e la mia voce, il mio modo di portare le melodie, l’ultima decisione doveva essere necessariamente la mia. Ma non c’è mai stata tensione. Mai. Diciamo che  è stato come dirigere un’orchestra con grandi Maestri agli strumenti. E che sanno il fatto loro.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Dimmi degli artisti che hai scelto per il viaggio tra le parole di questi testi…</strong><br />
Con Francesco Bianconi dei Baustelle ci conosciamo da tantissimo tempo. Lui era un fan della prima ora dei La Crus, siamo amici, ci stimiamo, per me lui è una delle penne più interessanti che abbiamo… Facile, no? Con Pippo Kaballà era davvero da più di una decina d’anni che si diceva <em>dobbiamo scrivere insieme</em>. Colapesce lo conosco ancor prima che lui iniziasse a suonare. Davvero. Sono stato fidanzato con una ragazza siracusana per anni, e lui diciottenne metteva i dischi nei barettini più fighi di Ortigia, spesso brani dei La Crus. Abbiamo suonato insieme svariate volte. Anche lui mi disse <em>&#8220;dai dobbiamo scrivere qualcosa insieme, mi ha svezzato tu&#8221;</em>… Con Cheope ci siamo conosciuti al Premio Bianca D’Aponte tantissimo tempo fa. Le nostre anime si sono innamorate a vicenda, e anche con lui è stato facile. Con Peppe Anastasi avevo già collaborato in un paio di brani su<strong> <em>Il Mio Stile</em></strong>.<br />
Con Alex Cremonesi abbiamo scritto insieme con i La Crus per più di 30 anni, e con Matteo Curallo abbiamo scritto insieme <strong><em>Io Confesso</em></strong>. Lui aveva scritto la musica, io la melodia e il testo. A sto giro abbiamo fatto un up grade…</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Hai definito questo disco come il più esistenzialista mai realizzato eppure immerso in un mood leggero. Raccontami della “leggerezza pensosa” che chiami in causa per sintetizzare l’umore delle nuove canzoni…</strong><br />
Arrivare a questo risultato è stato un lavoro faticoso, soprattutto a livello di equilibrio. Ho dovuto usare il bilancino sempre e in continua riflessione. Parlando di certi temi, il rischio della retorica è sempre dietro l’angolo, l’idea era proprio quella di scandagliare tematiche più profonde senza cadere nel maelstrom della pesantezza, pertanto bisogna lavorare sia sulla scrittura che sull’interpretazione.<br />
Come diceva Hemingway, anche il genio è l’1% ispirazione e il 99% sangue e sudore. Niente di più vero. Non sai mai quando il lavorò è finito, ma a un certo punto però capisci che tutto risulta credibile, ha spessore senza essere pesante. Anche quando lo provi e lo canti. Allora forse ti dici dentro di te che ci sei riuscito. Anche questa è fatta.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>L’universo sonoro si avvale della collaborazione con Leziero Rescigno e Lele Battista. Come sei giunto a questa scelta e com’è stato lavorare con loro?</strong><br />
Semplicissimo. Con Leziero ormai è il quinto disco che facciamo insieme. Lui è, secondo me, un produttore bravissimo che meriterebbe molta più visibilità. Abbiamo parlato come al solito tantissimo prima di iniziare. Ci siamo dati delle coordinate precise. La sua intuizione è stata quella di insinuarmi l’idea di fare un disco più elettronico, più contemporaneo, senza chitarre, bassi suonati e batterie vere; io l’ho elaborata e ho avuto la visione finale, quella di rendere più possibile raffinato il tutto per arrivare ad una canzone d’autore del terzo millennio. Con LeLe è il secondo disco che facciamo insieme, nel suo studio. Ha fatto parte della band che mi accompagnava nel tour de <strong><em>La Mia Generazione</em></strong> e ormai da una decina di anni tutte le mie voci voglio registrarle solo con lui e da lui. Ci conosciamo a menadito. È una persona bellissima, deliziosa, che ama quello che fa, ed è super professionale. Cosa volere di più?</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Canzone d’autore ed elettronica di stampo new wave. Dimmi di più di questo connubio e della sua resa nei live.</strong><br />
Proprio per la natura e il carattere finale del disco non volevo più avere una formazione troppo “rock”, né un ensemble numeroso; cercavo qualcosa di più essenziale, coerente con il suono dell’album. Mi ha influenzato un ricordo di un concerto che vidi nel lontano 1979 (il mio primo concerto) di Iggy Pop dove in apertura suonavano gli Human League, ancora quando erano ancora un duo di tastiere e voci. Ho voluto ricreare quella dimensione: due postazioni, una più legata ai synth, temi e seconde voci con Chiara Castello (I’m Not a Blonde) e l’altra al pianoforte e alle sequenze con Eugene, riarrangiando anche i pezzi dei miei album precedenti e quelli dei La Crus, per far sì che tutto avesse una compattezza ed una coerenza musicale. Portiamo sul palco una scaletta che alterna momenti di elettronica a momenti acustici, in modo che il concerto respiri, passando da una quasi dance hall a momenti più intimi, due mondi lontanissimi che però mi appartengono molto entrambi, perché uniscono il mio background e tutto il lavoro fatto in teatro dai La Crus in poi, permettendomi di esprimere al meglio la mia anima performativa, a metà tra il rock’n’roll, in tutte le varie sfaccettare, e appunto quella più teatrale.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Questo disco ha avuto una lunga gestazione. Come mai il percorso è stato così tortuoso?</strong><br />
Questo disco ha avuto una lunga, lunghissima gestazione, iniziato prima del Covid e poi messo in stand by per la lavorazione del disco dei La Crus e del relativo tour a seguire, per cui ho avuto modo, nel tempo, di affinarlo nei suoi minimi dettagli, in tutte le sue sfumature, di pensarlo al meglio nella sua complessità, riflettere su tutto fino a quasi un mese dalla consegna. Il mastering, ad esempio, l’ho rifatto più e più volte.<br />
Pensa che durante la lavorazione di <strong><em>Per Cantare Più Forte</em></strong>, composto con Lorenzo (Colapesce), un giorno a casa sua, mi fece sentire in anteprima <strong><em>Musica Leggerissima.</em></strong><br />
È stato un percorso lungo, ma sono super soddisfatto di come è venuto. In tanti mi stanno dicendo che è forse il mio miglior disco solista. E questo fa un enorme piacere. Dopo aver superato la soglia dei 60 anni, che abbia ancora così tanta voglia di metterci tutta questa passione, energia, disciplina, tempo, mi sembra un vero atto d’amore. Insomma che la musica abbia ancora un ruolo così importante nella mia vita, da tutti i punti di vista. Anzi mi sto accorgendo di diventare sempre più esigente, perché alla fine noi siamo quello che lasciamo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Dimmi dei riferimenti letterari e sonori di queste canzoni. Cosa leggevi, cosa ascoltavi mentre prendevano forma?</strong><br />
Cerco di non leggere o sentire niente durante la lavorazione di un nuovo disco. Proprio per non farmi influenzare troppo. Ma essendo durata cosi a lungo, necessariamente ci sono finite letture o ascolti diversi. Comunque vado a leggere miei appunti scritti nel tempo, più che leggere in funzione di. Anche se ormai le mie letture sono solo saggi di storia e antropologia, perché sono un cantante mio malgrado, avrei da sempre voluto fare lo storico, l’archeologo, l’antropologo. La mia vera passione è questa. Più di rincorrere le mode musicali.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>In qualche modo sei stato chiamato in causa con Suoni dal Futuro, il progetto triennale di Germi e SIAE a supporto della nuova generazione di musicisti/autori. Come vedi tu i giovanissimi? Avverti questo fervore e ritieni sia possibile una costruzione di un’alternativa al modello proposto dall’attuale industria musicale?</strong><br />
Credo che Manuel stia facendo un lavoro davvero importante in questa avventura. Sento che tanti giovani iniziano a stancarsi dei modelli imposti dai social.  Non è che siano contro o non li usino, ma stanno acquisendo una consapevolezza diversa. Credo che stiano iniziando a capire che esiste un mondo reale dietro la facciata super wow e splendida, dove non esiste dolore, tristezza, ma dove tutto deve apparire assolutamente fantastico. Certo per ora sono ancora una minima parte, come lo eravamo noi quando abbiamo iniziato, ma è da una crepa che entra la luce.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Cosa può fare la tua generazione per questi giovani? Manuel Agnelli ha lanciato un messaggio chiaro. Credi che verrà colto?</strong><br />
La mia generazione piò metterci la faccia e l’esperienza. Cercare di fargli capire di non fare gli stessi nostri errori, che devono crescere senza l’ansia di fare i numeri a tutti i costi. Provare a spiegare loro l’importanza di fare tanta gavetta. Di suonare tanto e non pensare di fare lo Stadio di San Siro al primo disco.<br />
Spero venga colto perché mi sembra che tanti giovani abbiano voglia di suonare per davvero. Percepisco che sentono la necessità di verità, di creare una comunità alternativa.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>10 APRILE &#8211; TORINO &#8211; CPG Torino<br />
23 APRILE &#8211; COMO &#8211; Strade Blu &#8211; Nerolidio Music Factory (Talk + showcase)<br />
2 MAGGIO &#8211; PESARO &#8211; Urbica</strong></p>
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<p><img class=" size-large wp-image-52157 aligncenter" src="http://www.losthighways.it/wp-content/uploads/671067884_18433798162188305_4488541791195948643_n-819x1024.jpg" alt="671067884_18433798162188305_4488541791195948643_n" width="618" height="773" /></p>
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		<title>Quando la memoria diventa ripartenza: intervista a Roberto Colella</title>
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		<pubDate>Mon, 13 Apr 2026 14:23:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Amalia Dell'Osso]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Editoriali]]></category>
		<category><![CDATA[Interviste]]></category>

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		<description><![CDATA[Roberto Colella per dodici anni è stato il frontman de La Maschera, band napoletana che con grande attitudine sperimentale ha immerso il dialetto in un mood unico e travolgente, firmando tre album accolti dal favore di critica e pubblico. Arriva il cammino in solitaria, annunciato da La casa sull&#8217;albero ovvero il singolo che anticipa Ce &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class=" size-large wp-image-52131 aligncenter" src="https://www.losthighways.it/wp-content/uploads/RobertoColella_torre_phRobbieMcIntosh-1024x679.jpg" alt="RobertoColella_torre_phRobbieMcIntosh" width="618" height="410" /></p>
<p style="text-align: justify;">Roberto Colella per dodici anni è stato il frontman de La Maschera, band napoletana che con grande attitudine sperimentale ha immerso il dialetto in un mood unico e travolgente, firmando tre album accolti dal favore di critica e pubblico. Arriva il cammino in solitaria, annunciato da <strong><em>La casa sull&#8217;albero</em></strong> ovvero il singolo che anticipa <strong><em>Ce sta sempre na via</em></strong>, in uscita il 7 maggio <span class="dig-1hicw9p1_5-4-1 dig-1hicw9p0_5-4-1 dig-ekabin0_5-4-1 dig-Theme-vis2023 dig-Theme-vis2023--bright dig-Mode--bright In-Theme-Provider">per l’etichetta Full Heads. Un disco che si preannuncia come la grande prova </span>di una delle penne più intense ed impegnate che la città partenopea vanta ben oltre i suoi confini. Il valore della memoria, l&#8217;entusiasmo del volo, la paura di cadere, la metafora della gabbia come alibi e che Colella immagina come sarebbe piaciuta a Magritte. Come dovrebbe piacere a noi tutti. Prigionieri di noi stessi&#8230; solo per timore della vita stessa.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Parlami della metafora al centro de La casa sull’albero…</strong><br />
La casa sull’albero in sé è la metafora del sogno e dell’evasione.<br />
Il senso di tutto invece sta nella <em>“paura di sentirsi vivi nel viaggio”</em>. Viviamo l’epoca del progresso ma anche dell’incertezza, della paura, delle pressioni e delle ansie sociali. Il cuore del pezzo vuole sottolineare che, troppo spesso, la paura di cadere ci fa vivere in una gabbia inesistente.<br />
E perciò il volo degli uccelli come metafora della vita. Si migra insieme di giorno e soli di notte, così come nelle luci e nelle ombre di tutti i giorni.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Dici che questa canzone ti ha ricongiunto all’adolescente che sei stato. Il rinnovamento passa sempre da ciò che siamo stati e dalla purezza dei sogni che ci hanno spinto…</strong><br />
Assolutamente sì. Volevo che il nuovo inizio affondasse le radici nello spirito con cui è iniziato tutto.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La paura di cadere. Abita in qualche modo questa nuova fase da solista?</strong><br />
È questo il punto. La paura di cadere abita qualsiasi fase. Ma è bellissimo che sia così! Mi fa percepire tutto più vivo!</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Cosa ci svela questo singolo dell’universo sonoro e testuale del disco che uscirà a maggio?</strong><br />
È una piccola anticipazione, ma è soltanto una delle atmosfere. Il disco ha più anime. Sentirete suoni antichi, sonorità moderne e si racconteranno storie ben precise e storie di tutti. Ogni canzone aveva bisogno del suo universo ed è stato particolarmente stimolante sperimentare.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Sarà un disco più introspettivo o sarà sempre presente il tuo impegno sociale?</strong><br />
L’impegno sociale nelle canzoni è l’aspetto dominante della mia scrittura. Il 90% parte da lì, anche quando sembra parlar d’altro. Avere un megafono a disposizione mi ‘obbliga’ moralmente ad usarlo per sensibilizzare in qualsiasi occasione su quelle che sono le ingiustizie inaccettabili che stiamo vivendo. Ascolterete un ‘canto della memoria’, un canto dei soli per i nuovi schiavi, una canzone di lotta in cui l’espediente narrativo è affidato a un Muhammad Ali della nostra periferia.<br />
Si parlerà anche dei modi per fuggire dalla solitudine e, dal punto di vista testuale, <em><strong>La casa sull’albero</strong></em> è forse il pezzo più introspettivo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Com’è stato collaborare con Massimo Blindur De Vita?</strong><br />
Con Max ormai c&#8217;è un rapporto consolidato da oltre dodici anni. È come parlare con la persona che meglio sa cosa voglio esprimere in quel determinato momento, con la giusta sensibilità e la giusta durezza. Due caratteristiche fondamentali.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Parlami del dialetto in questo disco e della sua commistione con l’italiano e l’inglese. Cosa conserva del tuo passato e cosa racconta oggi di te e della tua musica?</strong><br />
La lingua non è mai una scelta o un’imposizione. È un modo di essere, di parlare, di pensare. È una necessità. Il napoletano è alla base di ogni canzone. La frase in italiano o in inglese c’è solo nei momenti in cui racconta esattamente quello che voglio esprimere, nel modo in cui voglio esprimerlo. Ne <em><strong>La casa sull’albero</strong></em> sentivo di aprire il ritornello in inglese proprio per il senso di libertà che quella frase mi ha dato. È una citazione di un brano dei Queen <strong><em>Spread your wings</em></strong>, il primo a farmi innamorare della musica suonata, a sedici anni.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Dimmi dell’artwork del singolo. Mi ha fatto pensare al surrealismo di Magritte… Devo considerarla a sé stante oppure anticipa la grafica del disco?</strong><br />
Hai colto perfettamente. René Magritte è il riferimento visivo dell’artwork del singolo, che è anche un assaggio della direzione dell’album. Ho disegnato la gabbietta ricercando proprio quello stile surreale… motivo per cui, guardata attentamente, manca di alcune sbarre. Una gabbia che in realtà non può ingabbiare nessuno. E poi, nel pensiero e nell’arte di Magritte ho trovato una profonda affinità con le tematiche del disco</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Cosa auguri a questo singolo e al disco imminente?</strong><br />
Che sia luminoso! E che possa darvi le emozioni che ha dato a me!</p>
<p><iframe title="YouTube video player" src="https://www.youtube.com/embed/m4Hyt1g59zE?si=R8Zuh3AZZLJkfCPT" width="560" height="315" frameborder="0" allowfullscreen="allowfullscreen"></iframe></p>
<p><img class=" size-large wp-image-51968 aligncenter" src="https://www.losthighways.it/wp-content/uploads/lacasasullalbero-1024x1024.jpg" alt="lacasasullalbero" width="618" height="618" /></p>
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		<title>Uno sguardo lucido sui giovani e sulla rete reale: intervista a Manuel Agnelli</title>
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		<pubDate>Wed, 01 Apr 2026 13:50:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Amalia Dell'Osso]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Carne Fresca, Suoni dal Futuro]]></category>
		<category><![CDATA[Editoriali]]></category>
		<category><![CDATA[Interviste]]></category>

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		<description><![CDATA[Suoni dal Futuro è un progetto ambizioso di natura triennale con protagonisti assoluti i musicisti e le musiciste della nuova generazione. Distante dalle logiche dell’algoritmo, dal delirio liquido degli streaming e delle views, dalle false seduzioni dell’AI, dalle manipolazioni dell’autotune, un manipolo di giovanissimi (tra i 15 ed i 30 anni) partecipa al piano visionario &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class=" size-large wp-image-52000 aligncenter" src="https://www.losthighways.it/wp-content/uploads/HUGO-WEBER-credito-obbligatorio-00075-1024x663.jpg" alt="HUGO WEBER-credito-obbligatorio-00075" width="618" height="400" /></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Suoni dal Futuro </strong>è un progetto ambizioso di natura triennale con protagonisti assoluti i musicisti e le musiciste della nuova generazione.<br />
Distante dalle logiche dell’algoritmo, dal delirio liquido degli streaming e delle views, dalle false seduzioni dell’AI, dalle manipolazioni dell’autotune, un manipolo di giovanissimi (tra i 15 ed i 30 anni) partecipa al piano visionario nato al Germi di Milano e supportato dalla proverbiale lucidità di Manuel Agnelli.<br />
In collaborazione con SIAE, <strong>Suoni dal Futuro</strong> pone al centro la musica come atto catartico e libero, capace di stimolare un cambiamento sociale positivo e percorsi artistici autentici che si riappropriano dello spazio reale in una rete capillare di confronto e condivisione.<br />
Parlarne con chi ha il coraggio e la necessità di agire per sostenere con la propria esperienza una nuova energia alternativa ad un sistema statico e deformante è sempre un’occasione preziosa e stimolante.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il nome del progetto triennale Suoni dal Futuro suona come un oracolo che sintetizza tutta la potenzialità di una scena musicale in fermento in cui tu credi fortemente. Parliamo di una generazione di giovanissimi musicisti e musiciste che si muove in un tempo umano e in uno spazio reale da conquistare, puntando su relazioni e condivisione.</strong><br />
È così. Il titolo è esattamente la descrizione di quello che il progetto prevede, con una gestione nel tempo col tempo. Negli ultimi anni il primo obiettivo è il stato successo a tutti i costi, nel nome della politica del <em>tutto subito</em>. Invece ai ragazzi coinvolti in Suoni dal Futuro vorrei riuscire a trasmettere l’esperienza del percorso e quindi della libertà artistica senza compromessi e senza la fretta che ti costringe a sceglierli. Solo con il tempo è davvero possibile sviluppare un proprio linguaggio, sperimentando, scambiando esperienze ed idee, e ovviamente sbagliando. Il ritorno alla presenza fisica nei posti è proprio una risposta al malessere che un certo tipo di innovazioni ha creato anche a livello sociale. Le innovazioni tecnologiche hanno veramente portato molta infelicità. Pur essendo positive, è l&#8217;uso che ne abbiamo fatto ad averci portato a visioni distorte. Tutta la generazione dei giovani è arrivata a soffrire tantissimo per le pressioni che ha subito, spinta a dover essere presente subito, dappertutto, figa, super funzionale e funzionante. Eppure proprio quest&#8217;ultima generazione ha iniziato a rifiutare queste dinamiche e credo che questo sia l&#8217;inizio di un grosso cambiamento.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Hai ragione, i nostri sono tempi condizionati dall’ansia di essere performanti sempre. In ambito soprattutto artistico diventa un paradosso disumano. Quanto è difficile <em>costruire</em> questo modello alternativo a quello dei fenomeni che l’industria musicale degli ultimi anni ha lanciato?</strong><br />
È difficile per tanti motivi perché c&#8217;è sempre una resistenza pazzesca per interessi diretti, ma anche banalmente per qualunquismo, superficialità, presa di posizione, tanto per aprire bocca perché comunque questo è un Paese fatto così purtroppo, e anche il resto del mondo è molto peggiorato da questo punto di vista! Noi restiamo comunque dei campioni alla fine, e tanto vale darla per scontata questa resistenza. I ragazzi devono imparare ad abituarsi ad avere il giudizio degli altri su di sé, perché si esporranno ad un pubblico, generando necessariamente una reazione che potrà essere molto positiva, ma contemporaneamente anche molto negativa.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Nel 1968 Andy Wharol profetizzò l&#8217;effimera natura della celebrità nell&#8217;era dei mass media e della cultura pop. Oggi social media e viralità hanno estremizzato il culto dell&#8217;apparenza facendola passare per sostanza, legittimando tutto, anche il diritto all’insulto. Suoni dal Futuro come si pone rispetto all’uso dei social?</strong><br />
Quello che succede sul web è veramente virtuale. Da anni faccio cose anche impopolari, spiegandomi sempre, eppure attiro tantissimi giudizi negativi. Se avessi dato credito a questo tipo di critiche, probabilmente mi sarei fermato, mi sarei atrofizzato. Basta spegnere il telefono a un certo punto o, come ho fatto io, imparare ad abituarsi fino a diventare immune, le reazioni in realtà mi servono solo come dati e mi stimolano ancora di più. Anche recentemente, quando ho preso posizione sul referendum, si è innescata la solita macchina del fango. In quel caso ho capito che stavo facendo qualcosa di giusto o comunque di fastidioso, quindi aveva un senso. Se non abbiamo reazione non abbiamo senso, appunto. I ragazzi devono imparare anche questo: se ambiscono ad essere quello che vogliono, non condizionati dalle dinamiche del sistema musica, devono anche imparare a capire quando i commenti negativi sono un effetto positivo, perché in qualche modo stanno stimolando una reazione. È fondamentale per continuare a vivere bene la parte strettamente artistica, soprattutto crescendo. Parliamo di ragazzi molto giovani e praticamente sconosciuti, per cui sono molto protetti dall’entusiasmo, vanno in giro portando il loro linguaggio, riescono a vivere la musica come una forza catartica che li fa stare meglio rispetto alla vita, alle aspettative. Non dimentichiamoci che questa generazione è la prima che vivrà peggio dei propri genitori, non hanno proprio prospettive di futuro, sono in una società quasi distopica, però hanno la musica e sono tornati infatti a viverla come un’alternativa per stare bene, non come strumento per essere fighi o avere successo e soldi. È veramente una cosa preziosa per loro come lo è stato ed è per me. Questa attitudine, quando diventeranno più grandi, verrà messa alla prova dal sistema, dalla fama, dalle critiche.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Questo è il fulcro della scelta di mettere la tua visione a vantaggio dei ragazzi…</strong><br />
Sì, vorrei riuscire in qualche modo a passare a questi ragazzi le mie esperienze per proteggerli, prepararli e stimolare il loro processo di crescita.  Per questo stiamo cercando di fare rete in giro, per tutta Italia.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Infatti Suoni dal Futuro prevede circa 100 concerti a Germi e 96 concerti in giro per l’Italia, tutti ad ingresso gratuito. Dimmi di più di questa logica della rete.</strong><br />
In Italia ci sono tanti posti come il Germi di Milano. Si tratta di spazi dove fanno suonare appunto musicisti nuovi e che promuovono attività culturali legate anche alla letteratura, al cinema, alla stand-up comedy. Magari non hanno la mia visibilità, però ce ne sono di importanti e noi vorremmo riuscire a ricostruire un network di posti come questi e dar vita ad un ecosistema virtuoso. Non stiamo lavorando contro qualcosa, ma vogliamo costruire un’alternativa ramificata che adesso non c&#8217;è, ma che io ho vissuto e mi ha aiutato tantissimo tra la fine degli anni ’80 ed i primi 2000.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Questa idea di rete ha ben poco di virtuale e tanto di interazione e forze sul campo che si stanno impegnando per riattivare quella terra di mezzo di cui sei stato parte anche tu e che può essere non solo occasione di creatività ma anche di profitto.</strong><br />
Parlando di profitto, negli anni ‘80-‘90 sono emerse tante professionalità. C’erano decine di festival molto grandi in Italia, centinaia di locali e migliaia e migliaia di persone di pubblico. Tutto questo indotto era economia anche di una certa importanza. Lo ripeto sempre, anche se capisco che per il grande pubblico la mia faccia è diventata conosciuta con la televisione, io vivevo benissimo di musica anche prima e come me tanti altri artisti della mia generazione. Dal vivo facevamo molta più gente di chi andava in classifica e anche se eravamo ignorati quasi dai media mainstream, quindi le grandi radio, la televisione ufficiale e i quotidiani, alla fine poi il risultato non cambiava perché avevamo un sistema interno che viveva di vita propria, arrivando a formare delle professionalità che oggi lavorano ad altissimi livelli: manager, uffici stampa, fonici, tecnici luce, agenzie per i concerti. Non è entrato nella testa della gente che parliamo di professioni molto serie, molto difficili, molto impegnative e molto rischiose anche perché si tratta di imprenditoria estrema. Manca il rispetto nei confronti della categoria musicale. Vorrei trasmettere a questi ragazzi l&#8217;idea di dignità professionale che devono avere, perché è un loro diritto farsi rispettare come professionisti e lavoratori. Se vogliamo che cambino le cose da questo punto di vista, ci vuole una partecipazione grande da parte degli stessi musicisti e di tutto il pubblico che segue la musica. È necessaria una grande consapevolezza. Purtroppo ne manca anche per superficialità. Leggo molto spesso dei commenti sulle mie partecipazioni mainstream, (la televisione, Sanremo, ecc.), ma sono commenti poco approfonditi rispetto al mio messaggio, diverso da quello che i media fanno passare del sistema musica come puro intrattenimento e svago. Ho sempre usato il mio ruolo per portare in giro un&#8217;altra idea. Pensa a tutto il lavoro fatto insieme ad altri per una legge sulla musica durante il Covid. Eravamo riusciti a farla approvare, ma non è mai diventata decreto attuativo, e questo governo l&#8217;ha praticamente azzerata, ma si può rifare. Ci vuole partecipazione da parte di tutti. E la partecipazione non è il web! Il web non è così reale come vogliono farlo passare altrimenti io non farei una persona di pubblico! Quest’estate gli Afterhours hanno fatto 164.000 paganti reali in concerti reali.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Mi fai venire in mente Black Mirror dove c’è una critica sociale feroce all’ossessione per la tecnologia e allo smarrimento dell’empatia. Agli esordi della serie poteva sembrare una provocazione, ma ci siamo dentro in maniera pericolosa ormai ad ogni livello. Suoni dal Futuro ha una narrazione opposta, e non solo dal punto di vista artistico.</strong><br />
Viviamo una fase del tutto distorta. Era da illusi ed ingenui pensare che ci sarebbe stata una rivoluzione democratica. Oggi è molto più facile controllarci. In rete trovi tutto ed il contrario di tutto e la gente si sente non solo confusa, ma anche annichilita. Si illude che per partecipare alla vita sociale, politica, basti schiacciare un tasto. Come ti dicevo prima, ho fiducia in quest&#8217;ultima generazione e ne ho avuto la conferma con la percentuale altissima di voto al referendum e con le varie manifestazioni che stanno segnando un cambiamento di lotta. Si tratta della fotografia del nostro Paese, di quello che verrà. Per questo motivo ho iniziato ad occuparmi del progetto di Suoni dal Futuro, preceduto da Carne Fresca. Non voglio fare il promoter, l’agente, il manager, tantomeno il santone. Voglio aiutare questi ragazzi a velocizzare il processo di conquista delle esperienze perché intuisco la possibilità del cambiamento che succederà comunque, ma, invece che fra 10-15 anni, vorrei succedesse prima.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Sei dentro i mezzi di comunicazione. Dalla televisione alla radio, ai social li hai attraversati per usarli a vantaggio della tua visione. Ti hanno restituito una notorietà ed una visibilità trasversale in pochissimo tempo. Pesa così tanto questo passaggio per avere credibilità nel nostro Paese? </strong><br />
E non è neanche sufficiente. Ci sono due lati positivi riguardo la televisione. L’ho fatta a 50 anni, quindi da adulto che sapeva benissimo cosa voleva e cosa no e che aveva un piano in testa. Inoltre la televisione mi ha messo in mezzo alla gente senza accettare nessun tipo di compromesso. Sono una persona con un carattere di un certo tipo, ho suonato e fatto musica anche per quello, quindi per esprimere il mio linguaggio e non adattarmi più di tanto, stando all&#8217;interno di un circuito preciso, seppur grande, e da cui il resto del mondo sembrava essere fuori. La televisione mi ha dato popolarità a livello nazionale senza farmi cambiare una virgola del mio carattere e del mio approccio nei confronti della musica o della vita. Sono andato ad X Factor restando me stesso, ho occupato quello spazio con la mia visione della musica, così diversa da quella che i media proponevano e propongono ancora adesso. Quindi ho usato il mezzo ricevendo energia positiva: la gente per strada mi saluta, mi parla. Possono sembrare aspetti superficiali, ma in realtà è tutta positività, è una figata. E questo rimanendo me stesso anche nei miei lati più ostici, più spigolosi, più oscuri. Poi c&#8217;è anche il lato economico, certo, molto importante, perché io in televisione ho preso tanti soldi e con quei tanti soldi, lo ripeto in continuazione, ho avuto la possibilità di realizzare dei progetti che erano al centro del mio interesse. Non ho pensato di prendermi un elicottero, la piscina, la Porsche, come molti musicisti in quest&#8217;ultimo periodo bramano, ma ho aperto Germi, ho a cuore iniziative come Suoni dal futuro. Una certa credibilità poi è arrivata e mi ha permesso di fare delle esperienze che altrimenti non avrei fatto: Ossigeno, per esempio, il mio programma in RAI; il teatro con Lazarus, Radio 24 dove ho una trasmissione… tutti contesti dove non mi avrebbero mai chiamato, se non avessi avuto quella visibilità. Di conseguenza non avrei potuto aprire Germi. Anche l’accordo con la SIAE per sostenere i ragazzi difficilmente sarebbe arrivato, se io non avessi avuto quel tipo di credibilità professionale. La mia idea è sempre stata quella integralista a livello artistico, ma poi devi portare dovunque quello che sei, rimanendo fedele a te stesso. Ed è il messaggio che vorrei passare a questi ragazzi. Bisogna uscire dalla gabbia autoghettizante che ogni tanto è la musica italiana alternativa. Bisogna veicolare dovunque il proprio talento, il proprio linguaggio senza paura e con maturità e preparazione. Per me è molto importante sporcarsi le mani perché giocare quel ruolo poi ti permette di fare anche altro. È paradossale che quelli che criticano il mio confrontarmi col mainstream poi non ne vedano gli effetti positivi. Significa essere prevenuti, peccando di superficialità e menefreghismo.</p>
<p style="text-align: justify;"><img class=" size-large wp-image-52001 aligncenter" src="https://www.losthighways.it/wp-content/uploads/MANUEL_AGNELLI__1_2-1024x629.jpg" alt="MANUEL_AGNELLI__1_(2)" width="618" height="380" /></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Tu sei uno degli esponenti di una scena che ha costruito un’alternativa basata su numeri importanti nelle vendite di dischi e concerti. L’ostacolo maggiore per quella scena è stato proprio l’autoghetizzarsi?</strong><br />
Secondo me sì, non tanto per i più grandi di quella scena che invece hanno provato tutti ad uscire dal ghetto. Penso agli Almamegretta, ai La Crus, a Cristina Donà, ai Malene Kuntz che sono stati a Sanremo con Patti Smith come ospite. Quella scena ci ha provato, ma non è stata seguita da una gran parte del pubblico e soprattutto, secondo me, da una gran parte dei media specializzati perché, pur parlandone tanto, hanno sempre avuto un atteggiamento paternalistico nei confronti di quello che succedeva in Italia. <em>Bravi, sì, ma</em>… c&#8217;era sempre un ma.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>A Sanremo del resto quella scena è sempre stata la <em>quota indie</em>, no? </strong><br />
Sì, un po&#8217; sì. Ed era anche un modo per avere il controllo sul proprio orticello da parte di molti giornalisti. In più c&#8217;è stata la generazione di mezzo fra questa dei giovanissimi e la nostra che ha un po&#8217; distrutto tutto quello che avevamo contribuito a costruire. Una generazione che ha avuto poco da dire e che ha avuto anche un successo clamoroso, ma che ha lasciato ben poco perché, secondo me, non ha portato nuova linfa, ha usato tutto quello che avevamo costruito in tanti anni (festival, locali, ecc.) e poi alla fine non lo ha difeso. C&#8217;è stata una culura del mantra <em>io io io io</em> in questi ultimi anni, non c&#8217;è stato un senso di collettività vero. Negli anni ‘90 c&#8217;è stato invece, nonostante le differenze e le rivalità. Quello spirito di comunità lo ritrovo adesso in questa generazione. Per questo penso che sia molto forte.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Qual è invece l’ostacolo più grande per questa generazione di giovanissimi?</strong><br />
L&#8217;ostacolo più grande è proprio il desiderio umano di soddisfazione e visibilità. È naturale che un musicista voglia essere capito ed apprezzato, ma chiaramente con la situazione che c&#8217;è adesso è molto difficile, proprio per come è settato il sistema. Abbiamo a che fare con produzioni a catena di montaggio dove autotune ed intelligenza artificiale sono arrivati a sostituire la creatività. Invece il progresso dovrebbe essere un servizio. Questi ragazzi stanno cercando una risposta per non dipendere dalle dinamiche di oggi con un&#8217;attitudine tipica del passato, ma non ripetuta da modelli trascorsi perché non ce l&#8217;hanno un passato quindi loro non è che tornano lì, loro ci arrivano lì. Per questo hanno una forza dirompente che in maniera naturale appare opposta alla dinamica attuale strutturata ed imperante. Per chi non vive direttamente questo ambiente è difficile capire che un concerto, per esempio, per come lo si intende in maniera classica è cento volte più eccitante di un grande evento dove sei seduto in poltrona, magari con il visore a 3D che ti fa sentire sul palco con la band, ma vivendo passivamente una situazione non reale.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>E per di più da solo…</strong><br />
Esatto. Da solo ed isolato. Invece questi ragazzi hanno desiderio di comunità, di confronto, di condivisione. Ci vorrà del tempo per riattivare in maniera capillare questa dinamica, l&#8217;unica cosa da fare sarà suonare in giro il più possibile, raccontando questo tipo di attitudine, questo tipo di messaggio.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Tornando allo spazio di cui questa generazione necessita, parlami dei locali scelti per la prima sessione del tour…</strong><br />
Il preambolo riguarda la collaborazione con SIAE e l’importanza dei fondi per organizzare questo tour e promuovere una nuova generazione di autori che scrivono i loro pezzi. Questo è un modello che si discosta del tutto da quello delle squadre di produzione odierne che servono l&#8217;algoritmo e lanciano pezzi uguali per tutti, monopolizzando il mercato. A questa nuova generazione serve la rinascita dei centri dove si fa musica, ovvero i live club che ultimamente in Italia sono diventati purtroppo stanzoni vuoti che vengono affittati dai promoter quando devono portare i gruppi in tour, quindi non c&#8217;è più una programmazione artistica con un direttore artistico che si prende delle responsabilità, come accadeva una volta, penso al Velvet di Rimini, per farti un esempio. Eppure, nonostante le tante chiusure in era Covid, ci sono posti molto piccoli che sono tornati ad avere (solo alcuni non hanno mai smesso) una direzione artistica, quindi una programmazione, dei contenuti, facendo delle scelte precise. Sappiamo che in giro per tutta Italia ci sono questi spazi culturali, alcuni simili a Germi. Come ti dicevo prima, si tratta di luoghi dove non si fa solo musica, ma si organizzano presentazioni, stand-up comedy, classi per imparare a scrivere, a produrre. Durante i tre anni di Suoni dal Futuro vogliamo coinvolgerne il più possibile, per il momento per esigenze organizzative abbiamo scelto quelli che si sono dimostrati più interessati fin dall’inizio, quindi prima dell’intervento della SIAE, per giocarci la possibilità di mettere in piedi un piano più professionale. Siamo partiti da quelli che avevano già il sacro fuoco. Penso a I Candelai di Palermo, che conosco abbastanza bene perché ci sono stato diverse volte. Penso al Covo di Bologna, un posto storico dove è passato tutto l&#8217;underground sia italiano che internazionale degli ultimi anni e intorno a cui si radunano le persone che a Bologna lavorano per il tipo di linguaggio che vogliamo diffondere. Ti cito punti di riferimento per l&#8217;ambiente, per la regione di appartenenza, perché promuovono un certo modo di fare cultura, non sono semplicemente club dove si fanno eventi e dunque business, sono posti che hanno una visione e li abbiamo scelti per questo. Puntiamo su posti aggregativi che aiutano localmente a raccontare una storia diversa.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>I protagonisti assoluti di Suoni dal Futuro sono i giovanissimi. Ti chiedo in quale modo potrai supportare ulteriormente l’attenzione che deve restare alta per il buon esito delle varie tappe del progetto. Tornando alla rete di cui sopra, va costruita ed alimentata con il confronto ed il dialogo…</strong><br />
Noi porteremo avanti questo progetto. Io non ho la presunzione, e ci tengo a sottolinearlo, di bastare a una generazione perché cambi le cose. Spero che questo cerino che stiamo accendendo diventi un rogo, un incendio grazie all’adesione di altri. Che saltino pure sul carrozzone, no problem. Mi auguro di contaminare il più possibile anche figure che hanno la mia visibilità o altre situazioni che offrano possibilità a questi ragazzi di potersi esprimere. Non ci sono regole e non ci sono neanche formule magiche. Bisogna semplicemente essere consapevoli che il cambiamento è possibile. I giovani devono poter sbagliare, evolvere, maturare. Vogliamo costruire un percorso e il percorso deve essere il risultato da raggiungere per mutare lo stato delle cose.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Parlami della collaborazione con SIAE di cui accennavi prima e dell’importanza degli investimenti economici per nutrire e velocizzare una rivoluzione del pensiero che proprio i giovanissimi possono attuare…</strong><br />
Sono convinto che questa cosa sarebbe successa comunque, anche senza la mia notorietà ed i soldi. Per velocizzarla però, come dici tu, servono gli investimenti. Servono un certo tipo di visibilità e di penetrazione a livello di comunicazione e soprattutto la possibilità di poter sostenere i progetti economicamente, per strutturarli e dare un&#8217;immagine professionale. Quindi, certo che i soldi aiutano, però sono indispensabili per dare concretezza adesso, ma, secondo me, nel tempo questo nuovo fermento sarebbe cresciuto ugualmente perché è una necessità dei ragazzi. Naturalmente per mettere in piedi Suoni dal Futuro gli investimenti della SIAE sono stati fondamentali. Ciò che più conta è in assoluto la spinta a fare, è questo che io vorrei riuscire a trasmettere ai ragazzi.  Fare al di là di tutto, anche delle critiche. Lo dice la fisica: ad ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria, e questo succede sempre quando c&#8217;è un movimento, c&#8217;è sempre qualcuno o qualcosa che si metterà contro. Vorrei riuscire a trasmettere che prima di tutto bisogna agire e poi, al limite, correggere. Non puoi stare ad aspettare la situazione perfetta che non arriverà mai, devi creartela.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Quale può essere il passo successivo? Magari proposte per migliorare anche la normativa di settore? </strong><br />
Per il momento, no. Anche perché è troppo presto. Io ho solo individuato una direzione e la sto alimentando e questo voglio continuare a fare. Ovviamente le istituzioni possono fare tantissimo. Se ci sarà possibilità di dialogo in tal senso, ben venga. Penso all’importanza di recuperare una legge sulla musica, questo potrebbe essere già un primo passo. Penso anche alla necessità di raccontare la parte professionale del sistema musica. Sono tante le figure che lo compongono e meritano tutte rispetto perché parliamo di un mestiere molto difficile. In Italia questo rispetto manca, soprattutto dopo quasi 40 anni di disgregazione culturale che ha portato la gente a disinteressarsi, ad essere annichilita, come ti dicevo prima. Certamente non possiamo pensare di essere noi quelli che vedranno i cambiamenti. Noi possiamo soltanto pensare di trasmettere delle esperienze. Ho molta fiducia in questa generazione. Non voglio fare un discorso qualunquista, però se mi sono mosso così e mi sono preso questo tipo di impegno è perché sento che ne vale la pena.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Foto di Hugo Weber</em></p>
<p style="text-align: justify;"><img class=" size-large wp-image-51895 aligncenter" src="https://www.losthighways.it/wp-content/uploads/Locandina_Calendario-723x1024.jpeg" alt="Locandina_Calendario" width="618" height="875" /></p>
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		<title>L&#8217;importanza di rallentare: intervista a Spina</title>
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		<pubDate>Mon, 30 Mar 2026 20:35:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Amalia Dell'Osso]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Editoriali]]></category>
		<category><![CDATA[Interviste]]></category>

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		<description><![CDATA[Spina è un giovane cantautore originario della provincia di Salerno, ha lanciato il 27 Marzo Il mio posto migliore, un disco che vanta la produzione artistica di Claudio Domestico (Gnut) e Stefano Piro. Con un piccolo gioiello tra estetica punk, disagio generazionale e devozione per i Velvet Underground di Lou Reed, Spina racconta una storia personale &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class=" size-large wp-image-52075 aligncenter" src="https://www.losthighways.it/wp-content/uploads/SPINA_78-1024x683.jpg" alt="SPINA_78" width="618" height="412" /></p>
<p style="text-align: justify;">Spina è un giovane cantautore originario della provincia di Salerno, ha lanciato il 27 Marzo <a href="https://ffm.to/il-mio-posto-migliore"><em><strong>Il mio posto migliore</strong></em></a>, un disco che vanta la produzione artistica di Claudio Domestico (Gnut) e Stefano Piro. Con un piccolo gioiello tra estetica punk, disagio generazionale e devozione per i Velvet Underground di Lou Reed, Spina racconta una storia personale di cura e tempo lento, lontano dall&#8217;ansia di prestazione di questi tempi voraci. Lo abbiamo incontato per conoscere meglio la sua delicatezza e la sua voglia di provarci.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Raccontami di te. Da dove arriva la tua passione per la musica, come ti sei formato e come sei arrivato al disco d’esordio…</strong><br />
La mia passione per la musica nasce fin da bambino, mia zia e mio padre avevano una scuola di musica e passavo i miei pomeriggi tra pianoforti, chitarre e violini. Piano piano li ho scoperti e me ne sono innamorato. Poi è venuto da sé continuare per questa strada durante l’adolescenza, formare le prime band, fare i primi concerti, fino ad arrivare a questo disco.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Quali sono le tue influenze musicali e in che modo hanno nutrito il tuo stile?</strong><br />
Parto dal blues, che ho scoperto molto presto grazie a mio padre. Da quello sono passato al rock anni 70, in particolare quando ho scoperto i Velvet Underground e Lou Reed, me ne sono subito innamorato e sicuramente ha influito molto sul mio modo di suonare e scrivere .</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il titolo del disco ha una valenza autobiografica, ma non solo. Me ne parli?</strong><br />
Chiaramente, nelle mie canzoni parlo dei miei problemi e delle mie lotte personali. Confrontandomi con i miei coetanei però, ho capito che non ero l’unico ad avere difficoltà nel trovare il mio posto nel mondo. A quel punto il disco ha preso un altro sapore per me in primis, diventando un qualcosa che non sentivo più soltanto “mio”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Quali sono i temi de Il mio posto migliore?</strong><br />
In questo disco affronto relazioni complicate in famiglia, depressione e ansie verso il futuro. Ma parlo anche di amore e di speranza, ho capito che a volte bisogna essere più leggeri e prendersi meno sul serio per superare certi momenti.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Com’è nata la collaborazione con Claudio Domestico?</strong><br />
La collaborazione con Gnut è nata in piena pandemia, quando organizzò una Lab di Songwriting alla quale mi iscrissi, ma senza grandi aspettative. Lui si innamorò dei miei pezzi e, alla fine, decise di aiutarmi con la produzione di questo disco. Da questo è nata anche una grande amicizia che mi ha fatto crescere sia sul lato artistico che su quello personale.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il disco è ricco di arrangiamenti. Mettono il vestito migliore al corpo delle canzoni… che nascono come? Parti dalla melodia, dal testo? E con quale strumento su tutti?</strong><br />
Di solito, musica e parole escono insieme. Il mio strumento principale è senza dubbio la chitarra (sono partito da lì), ma proprio in pandemia ho imparato anche a suonare il pianoforte, che oggi è diventato il mio preferito. Per gli arrangiamenti devo ringraziare le visioni di Claudio Gnut e Stefano Piro, che hanno preso le mie idee grezze e le hanno trasformate nelle canzoni che compongono il disco.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Cosa pensi del sistema musica in Italia? Ti senti in qualche modo parte di una scena alternativa o ti senti invece isolato?</strong><br />
Mi sento sicuramente parte di una scena alternativa, ma che a volte fa molta fatica ad emergere. È difficile trovare posti in cui suonare, è difficile emergere in mezzo al mare di musica che esce ogni venerdì, ma credo che la costanza e la perseveranza alla lunga paghino.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Anche la musica purtroppo è vittima delle logiche dell’algoritmo. C’è quella dopata e quella che resta ai margini del flusso. Tu come ti poni rispetto alla falsa verità dei social?</strong><br />
È molto facile cadere nell’ansia da social. È sicuramente un meccanismo malato, ma con il quale bisogna fare i conti prima o poi se si vuole fare questo mestiere. Il mio approccio è la sincerità: cerco di costruire meno possibile ed essere me stesso, così da vivermela in modo sereno e continuare a concentrarmi sulla musica.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Sta ritornando al centro del dibattito l’importanza della riconquista degli spazi in cui poter suonare e, in generale, stimolare una rinascita culturale. Cosa pensi di Suoni da Futuro e dell’attenzione che Manuel Agnelli sta cercando di accendere sui giovani musicisti?</strong><br />
Come dicevo prima, non è semplice per un esordiente trovare spazi che lo accolgano artisticamente. Realtà del genere sono molto preziose secondo me, una resistenza di cui abbiamo bisogno. Non è scontato potersi esibire in realtà come quella creata da Manuel Agnelli, e non vedo l’ora di salire sul palco di Germi il 2 maggio!</p>
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