<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?>
<rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	>

<channel>
	<title>Lost Highways &#187; Editoriali</title>
	<atom:link href="http://www.losthighways.it/category/editoriali/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>http://www.losthighways.it</link>
	<description>Seek your mood, Find your lost highways!</description>
	<lastBuildDate>Fri, 03 Feb 2012 16:32:13 +0000</lastBuildDate>
	<language>en</language>
	<sy:updatePeriod>hourly</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>1</sy:updateFrequency>
	<generator>http://wordpress.org/?v=3.0.1</generator>
		<item>
		<title>Una gita a Valdazze sognando la realtà: intervista a Mirco Mariani (Saluti da Saturno)</title>
		<link>http://www.losthighways.it/2012/02/03/intervista-saluti-da-saturno/</link>
		<comments>http://www.losthighways.it/2012/02/03/intervista-saluti-da-saturno/#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 03 Feb 2012 16:28:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Emanuele Gessi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Editoriali]]></category>
		<category><![CDATA[Interviste]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.losthighways.it/?p=17314</guid>
		<description><![CDATA[La fantasia di Mirco Mariani è delicata e raffinata: il nuovo e secondo disco dei Saluti da Saturno, Valdazze, ne canta la magia e ne dipinge le morbide figure. C&#8217;è qualcosa di così intimo nei brani dei Saluti da Saturno che nell&#8217;ascolto si prova quasi imbarazzo, come di fronte a qualcosa di puro. A tutela [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img style="margin: 2px 6px; float: right;" src="http://www.losthighways.it/wp-content/uploads/LH.e.01-salutisatun@FluòDSC_0136_121.jpg" alt="" width="300" height="207" />La fantasia di Mirco Mariani è delicata e raffinata: il nuovo e secondo disco dei Saluti da Saturno, <a href="http://www.losthighways.it/2012/02/03/valdazze-saluti-da-saturno-recension/"><strong><em>Valdazze</em></strong></a>, ne canta la magia e ne dipinge le morbide figure. C&#8217;è qualcosa di così intimo nei brani dei Saluti da Saturno che nell&#8217;ascolto si prova quasi imbarazzo, come di fronte a qualcosa di puro.<br />
A tutela della sua vulnerabilità, l&#8217;unica via percorribile per avvicinarci a questa purezza, è il sogno, e così le nostre domande si rivolgono a Mirco con un piglio insolito per un&#8217;intervista. Le risposte tornano a noi solleticate da un&#8217;onirica ironia, di quelle che portano ad un sonno sorridente, che piace a noi e a chi ci guarda dormire. (<strong><em>Tra noi</em></strong> è in streaming autorizzato; foto di Emanuele Gessi)</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ho ascoltato più volte il vostro nuovo ultimo disco, ma difficilmente riesco a ritenerlo tale. Secondo me è a tutti gli effetti un viaggio. Vero?</strong><br />
E’ forse una gita, una gita  sonora. Che parte dalle Ocarine di Budrio per arrivare all’Intonarumori Futurista, per poi attraversare paesi abbandonati abitati da strumenti dimenticati: il Pianoforte a Cristallo, l’Ondioline, il Cristallarmonio, l’Optigan, la  Glassarmonica, la Sega Sonora, la Celesta che sono per noi ottimi compagni di viaggio e fondamentali per tracciare il nostro percorso sonoro sognante.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Qual è la meta? Valdazze è un (non)luogo, che va al di là della geografia. Ho l&#8217;impressione che tutti abbiano una loro privata e personale Valdazze: dove la possono trovare?</strong><br />
Valdazze, noto come il Villaggio del Cantante, è il luogo ideale per serate da intrattenimento,  un po&#8217; come una seconda casa, dove ci si può ancora incantare, incontrare e lasciarsi  trasportare lontano dall’aria che profuma di indefinito, dove possono succedere cose inaspettate.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Quanti e quali bagagli? Cosa è indispensabile portare con sé nel viaggio?</strong><br />
La prima cosa  fondamentale è che a Valdazze ci si vada accompagnati da un Maestro di Cerimonia che ti aiuti nel sentirti cittadino del Villaggio, che ti guidi alla scoperta dei luoghi più misteriosi e nascosti.<br />
In valigia si consiglia di portare sempre dei tarocchi perché, prima di prendere anche la più piccola decisione, è conveniente consultarli. Il terreno è insidioso e ci si potrebbe imbattere in cambi di tempo  repentini e sincopati.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ok, deciso. Partiamo. Abbiamo detto che non sarà un viaggio in solitaria: chi altri incontreremo?</strong><br />
Ogni volta può succedere di incontrare cose e situazioni diverse, non è facile prevedere quello che ti può aspettare. Durante un’ultima visita in uno dei luoghi più suggestivi ed importanti, Via John Lennon (completamente immersa nel bosco però ufficializzata con tanto di cartello bicolore), mi è successo di sentire uno strano rumore avvicinarsi e trovarmi a tu per tu con una bellissima coppia di cervi al galoppo. Penso sia l’unica Via John Lennon al mondo che ti possa regalare un incontro così ravvicinato con tale specie animale.  Valdazze è un luogo imprevedibile e a volte anche incomprensibile…  in pieno stile Pianobar Futuristico.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Che paesaggi vedremo? Quali altre immagini dipingono questa “gita”?</strong><br />
Di solito la più bella immagine che si ha quando si passa un’intera giornata al Villaggio è quella dello specchietto retrovisore della tua auto, mentre stai tornando a casa. I personaggi che si possono incontrare a Valdazze nel periodo di alta stagione, cioè nel periodo delle grandi gite condominiali da Pianobar, sono i più vari, ma tutti legati da un&#8217;unica passione: il desiderio di condivisione e la capacità di creare grandi emozioni dal nulla.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Un viaggio sensoriale, nel quale il suono ha una enorme importanza, giusto? Che suoni cerca chi è diretto a Valdazze?</strong><br />
Il suono dominante è quello del vento silenzioso e dell’aria che Profuma di vuoto, tutto sembra muoversi in punta di piedi e in contromano. E’ per me una scuola del risveglio dei sensi e del suono, come  una scatola che ti regala una sorpresa infantile. La meraviglia del suono e la semplicità delle cose.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Valdazze è un sogno o a Valdazze si sogna?</strong><br />
Valdazze è il sogno del suonatore da Pianobar, che nasce dal sogno, e che accoglie gente che dal sogno vuole costruire la propria realtà.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>In tutto ciò, dove sta Saturno?</strong><br />
Saturno sta nella gioiosa malinconia che arreda le strade e l’atmosfera del Villaggio, che dentro di sè alimenta  quella voglia di cambiare e ricercare un nuovo punto di partenza, almeno con la fantasia là dove la musica è la navicella spaziale che ti permette di viaggiare lontano.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img style="margin: 2px 6px; float: left;" src="http://www.losthighways.it/wp-content/uploads/LH.e.002-salutisatun@FluòDSC_0132_118.jpg" alt="" width="300" height="207" /></strong><strong>Quindi a Valdazze esiste la malinconia? </strong><br />
Io Penso che sia stata inventata proprio lì, tra le vie del centro storico. Però è quel tipo di  malinconia gioiosa e surreale, contagiosa, che aiuta a pensare e ti fa sentire meglio. E’ il punto di partenza e il punto d’arrivo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>L&#8217;arrivo alla meta l&#8217;ho immaginato con una grande festa, dove tutti accorrono, ti accolgono come al ritorno di un fratello. Si fa baracca, si brinda. Come si intona un brindisi a Valdazze?</strong><br />
E’ d’obbligo che il brindisi a Valdazze venga introdotto dall’Intonarumori, il simbolo della libertà musicale dove l’equivoco può diventare univocità, un messaggio dalla forza disarmante che fa capire che le grandi cose  nascono  spesso dalla condivisione e dalla casualità dell’incontro. E dove ti torna voglia di ascoltare. Perchè  a Valdazze tutti hanno diritto di cantare, ma sottovoce.</p>
<h2 class="sectionhead">Tra noi &#8211; Preview</h2>
<p><object classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="270" height="18" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="data" value="http://www.losthighways.it/wp-content/uploads/mp3player.swf" /><param name="flashvars" value="&amp;file=http://www.losthighways.it/wp-content/uploads/02-Tra-noi.mp3&amp;width=270&amp;height=18&amp;autostart=true&amp;repeat=true&amp;frontcolor=0x971B7A&amp;backcolor=0xffffff" /><param name="src" value="http://www.losthighways.it/wp-content/uploads/mp3player.swf" /><param name="allowfullscreen" value="true" /><embed type="application/x-shockwave-flash" width="270" height="18" src="http://www.losthighways.it/wp-content/uploads/mp3player.swf" allowfullscreen="true" flashvars="&amp;file=http://www.losthighways.it/wp-content/uploads/02-Tra-noi.mp3&amp;width=270&amp;height=18&amp;autostart=true&amp;repeat=true&amp;frontcolor=0x971B7A&amp;backcolor=0xffffff" data="http://www.losthighways.it/wp-content/uploads/mp3player.swf"></embed></object></p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.losthighways.it/2012/02/03/intervista-saluti-da-saturno/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Spiros Maresca e la verità della musica</title>
		<link>http://www.losthighways.it/2012/02/03/spiros-maresca/</link>
		<comments>http://www.losthighways.it/2012/02/03/spiros-maresca/#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 03 Feb 2012 16:19:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luciana Manco</dc:creator>
				<category><![CDATA[Editoriali]]></category>
		<category><![CDATA[Focus]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.losthighways.it/?p=17307</guid>
		<description><![CDATA[Quando ho ascoltato per la prima volta Liberar lo sguardo di Spiros Maresca ho subito pensato alla verità, alla purezza, all’autenticità. La sua voce delicata e nitida, un Battiato giovane che canta di momenti vissuti, di emozioni provate e mai più dimenticate. Spiros sceglie parole semplici ma preziose, piccole gemme che si posano dentro e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img style="margin: 2px 6px; float: right;" src="http://www.losthighways.it/wp-content/uploads/spiros-maresca.jpg" alt="" width="230" height="312" />Quando ho ascoltato per la prima volta <strong><em>Liberar lo sguardo</em></strong> di Spiros Maresca ho subito pensato alla verità, alla purezza, all’autenticità. La sua voce delicata e nitida, un Battiato giovane che canta di momenti vissuti, di emozioni provate e mai più dimenticate. Spiros sceglie parole semplici ma preziose, piccole gemme che si posano dentro e restano. I suoi ricordi in note diventano i nostri.<br />
Nato a Barletta ventisette anni fa,  si avvicina allo studio della chitarra all&#8217;età di sei anni. Gli anni dell&#8217;adolescenza passano tra lezioni di solfeggio e chitarra classica con Umberto Cafagna, di jazz con Nico Acquaviva e suonando in diverse formazioni musicali, i cui generi andavano dal rock al funky al blues.<br />
Durante gli anni dell’università trascura un po’ la musica, ma  nel marzo del 2008, subito dopo la laurea in Marketing e Comunicazione presso l&#8217;Università degli studi di Bari, comincia una fase della sua vita che avrà molta influenza circa la sua crescita artistica. Con uno zaino e la chitarra classica, parte per Parigi e inizia con  l&#8217;arte di strada. Sono mesi straordinari, il suo genere varia dal bossanova nei giorni di sole a musica cantautoriale italiana e francese in quelli nuvolosi.  Dopo qualche tempo Spiros riparte, sempre con lo zaino, ma senza chitarra, per l&#8217;Islanda. È il viaggio più importante, quello della ricerca di se stesso e della natura. Questo viaggio influenzerà anche la sua musica in maniera determinante, avendo portato con sé i silenzi dei grandi ghiacciai, il frastuono delle cascate e la pazienza dell&#8217;autostop. La tappa successiva è Londra. Qui Spiros continua a suonare in strada e in alcuni locali di Camden Town. È in questo periodo che comincia a scrivere la sua musica in maniera più decisa, spinto anche dal florido movimento musicale che si respira in città. Per diversi mesi suona nel Bossanova Cafè a Portobello road ed è in quel periodo che nascono e si consolidano amicizie fondamentali per il suo cammino: è qui infatti che incontra il direttore generale dello studio di registrazione Maxfold Ldt Production, Makoto Sakamoto ed è con lui che comincia a registrare i propri pezzi musicali. Fa esperienza per circa un anno all&#8217;interno di questo studio, che diventa quasi una seconda casa, e nel frattempo comincia ad interessarsi più assiduamente anche al flamenco, ne studia la tecnica e decide di trasferirsi a Barcellona nel giugno del 2010 per prendere lezioni private dal professor Alberto Marín. Attualmente è iscritto al corso di chitarra flamenca presso la Fundación Cristina Heeren de Arte Flamenco di Siviglia.<br />
Eternamente in viaggio, affamato di luoghi, profumi, contatti umani, Spiros mette ogni sfumatura della sua vita nei suoi brani. Su MySpace è possibile ascoltarne quattro, forse troppo pochi per la dipendenza che sa creare, ma sicuramente sufficienti per evadere e raggiungere posti altissimi dove potersi perdere.</p>
<p style="text-align: justify;">A voi: <a href=" http://www.myspace.com/spirosmaresca">MySpace</a></p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.losthighways.it/2012/02/03/spiros-maresca/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Variazioni Goldberg di Johann Sebastian Bach: Glenn Gould</title>
		<link>http://www.losthighways.it/2012/01/24/variazioni-goldberg-di-johann-sebastian-bach-glenn-gould/</link>
		<comments>http://www.losthighways.it/2012/01/24/variazioni-goldberg-di-johann-sebastian-bach-glenn-gould/#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 24 Jan 2012 16:06:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enzo La Sala</dc:creator>
				<category><![CDATA[Editoriali]]></category>
		<category><![CDATA[Focus]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.losthighways.it/?p=17218</guid>
		<description><![CDATA[Per inaugurare la nuova rubrica di cd di musica classica ho pensato di consigliarvi quello di un pianista che è stato un “appassionato” della registrazione audio – video, il grande Glenn Gould.  Mi riferisco a quel disco contenente l&#8217;esecuzione delle Variazioni Goldberg di Johann Sebastian Bach. Parlare di un’opera della musica classica non è così [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img style="margin: 2px 6px; float: right;" src="http://www.losthighways.it/wp-content/uploads/gould-by-hunstein0001.jpg" alt="" width="300" height="186" />Per inaugurare la nuova rubrica di cd di musica classica ho pensato di consigliarvi quello di un pianista che è stato un “appassionato” della registrazione audio – video, il grande Glenn Gould.  Mi riferisco a quel disco contenente l&#8217;esecuzione delle <strong>Variazioni Goldberg di Johann Sebastian Bach</strong>.<br />
Parlare di un’opera della musica classica non è così facile, soprattutto poi, se si tratta di incisioni che sono entrate nella storia della musica.<br />
Cominciamo dall&#8217;autore del brano, Johan Sebastian Bach. Una volta un musicista mi disse: “c&#8217;è la musica e un po&#8217; più su c&#8217;é Bach”. Cosa dire di più? Credo che, per i più pigri, wikipedia narri bene la sua vita e le sue opere!<br />
Il brano inciso: Variazioni Goldberg BWV988.<br />
Sì, un solo brano, ma che dura 51 minuti, almeno nella versione incisa da Gould nel 1981. Non vi spaventate, è vero, la sigla BWV988 rimanda un po&#8217; ai nomi dati a quei pianeti lontani dal nostro Sistema Solare, ma non è altro che l&#8217;acronimo di Bach-Werke-Verzeichnis=Elenco delle Opere di Bach fatta dal musicologo austriaco Wolfgang Schmieder (1901 – 1990).<br />
Ho pensato di proporre un tema e variazioni perché alle volte sento dire che la musica classica annoia, ma forse sentire un brano per ascoltare come viene variato, trasformato, cercando di ritrovare ogni volta il tema in ogni variazione, per poi scoprire, caso mai con più ascolti, cosa avviene “sotto”, può incuriosire e aiutare a capire e ad appassionare di più all&#8217;ascolto.<br />
Trovo che ascoltare per comprendere, e intendo in generale, ogni cosa, sia davvero difficile, dovremmo esserne indirizzati fin da piccoli.<br />
Le Variazioni Goldberg è un opera scritta per clavicembalo (uno strumento diffusissimo prima dell&#8217;avvento del pianoforte, al cui studio il conservatorio fa accedere dopo il diploma di pianoforte, e differisce da quest&#8217;ultimo per il fatto che le corde vengono pizzicate anziché martellate), ed è la più geniale composizione mai scritta per questo strumento, sia dal punto di vista tecnico, sia per la ricerca musicale e matematica.<br />
Si narra che le variazioni furono composte da Bach per un bravissimo giovane clavicembalista di nome Johann Gottlieb Goldberg che le suonava per tenere compagnia al suo mecenate durante le notti insonni. Sono formate da un&#8217;aria e trenta variazioni e la ripresa dell&#8217;aria come finale, talmente ben strutturate da non avere uguali nella storia della composizione.<br />
In seguito sono state trascritte per altri strumenti ed ensemble; qualche anno fa è stata anche realizzata l&#8217;incisione e l&#8217;esecuzione per duo di chitarre, dal duo tutto italiano Caputo-Pompilo.<br />
Il pianista, come detto, è il canadese Glenn Gould (1932 &#8211; 1982), diventato una vera leggenda, e per alcuni un vero è proprio culto! Quest&#8217;artista, morto a soli cinquanta anni, dalla personalità davvero particolare, ha deciso di ritirarsi presto dalle scene per dedicarsi all&#8217;incisione e alle riprese audio-video. Ricordo che quando ero piccolo Rai 3 e poi Telepiù tre in chiaro trasmettevano qualcosa di musica classica, e dopo la scuola mi fiondavo a vedere i video di questo pianista. Per un giovane vedere ed ascoltare un interprete di tale livello è un vero toccasana per idealizzare il mondo della musica in cui anela ad entrare. Quando Gould suonava si lasciava talmente andare che non riusciva a stare fermo, si muoveva, si alzava, cantava delle parti del brano, sempre insieme a quella sua sedia pieghevole, cosi particolare, con i piedi regolabili singolarmente, alla quale non rinunciava in nessuna occasione. L&#8217;interpretazione coinvolgeva tutto l&#8217;uomo.<br />
Di queste variazioni lui ne fece una prima incisione nel 1955, che poi fu anche la sua prima registrazione ufficiale, e poi un’altra nel 1981, che in queste righe vi consiglio di ascoltare.<br />
La differenza delle due incisioni è da esplorare; per esempio, si può avvertire la differenza di uno studio profondo  mosso dalla grinta della gioventù da quello dettato da una rilettura più attenta ed assorta. Naturalmente non voglio assolutamente dare ad intendere che l&#8217;una è meglio dell&#8217;altra, anzi, sarebbero da ascoltare in parallelo.<br />
Nella musica classica non è raro che un interprete incida più volte uno stesso brano, poiché il continuo studiarlo porta ad una maggiore profondità di esecuzione e interpretazione.<br />
Nel CD della Sony Music, quello della collana Masterworks Expanded Edition, si può gustare questa magnifica esecuzione che arriva dritta all&#8217;animo di chi ascolta, facendogli trovare pace e gioia, facendo scoprire un pianoforte che trascende dalla sua fisicità per farsi musica e piegarsi all&#8217;idea che l&#8217;interprete si è fatto dell&#8217;opera di Bach. Secondo me, conviene riascoltare più volte il CD, per seguire tutti i giochi polifonici che Bach fa fare alle voci che si muovono contemporaneamente. A questo, se si è in possesso di un buon impianto stereofonico, si aggiunge, rimanendone rapiti, Gould che intona quasi ininterrottamente una delle voci, mentre l&#8217;aria iniziale trasforma la sua armonia inanellandosi nelle trenta variazioni fino ad essere ripresa daccapo per il finale.<br />
Questa è una delle magie delle incisioni di Gould, che per fortuna i tecnici non sono riusciti ad eliminare. Si sente il suo respiro, la sua voce uscire naturalmente come rapita da ciò che in quel momento sta suonando. Elementi splendidi che rendono l&#8217;esecutore uomo, interprete, non macchina o freddo artista che in una incisione non deve far sentire neanche che respira, come fosse un computer che esegue un brano attraverso un sequencer senza sbagliare una nota!<br />
Ecco, se si riesce a farsi rapire da quello che è il pensiero di Gould, si arriva ad emozionarsi insieme a lui con questo brano che, sono certo, scalderà il vostro cuore e toccherà la vostra sensibilità.<br />
Poi, quando l&#8217;ultima nota si spegne, all&#8217;improvviso, una sorpresa: si materializza Gould che parla della sua incisione, l&#8217;uomo che torna al centro dell&#8217;attenzione, l&#8217;umano che cerca di fermare un piccolo periodo della sua vita, un suo pensiero su un nastro, oggi cristallizzato in chissà quale formato audio e “fotografato” su un CD!</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.losthighways.it/2012/01/24/variazioni-goldberg-di-johann-sebastian-bach-glenn-gould/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Il mondo ti mette al rogo in ogni caso : intervista a Maria Antonietta</title>
		<link>http://www.losthighways.it/2012/01/24/intervista-maria-antonietta/</link>
		<comments>http://www.losthighways.it/2012/01/24/intervista-maria-antonietta/#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 24 Jan 2012 15:48:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Catia Manna</dc:creator>
				<category><![CDATA[Editoriali]]></category>
		<category><![CDATA[Interviste]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.losthighways.it/?p=17211</guid>
		<description><![CDATA[Del disco omonimo di Maria Antonietta, uscito il 6 Gennaio per Picicca Records, si è già parlato tanto e a ragione. Al nostro ascolto si dispiegano dodici canzoni schiette nel contenuto ed essenziali nello stile. Dileguano l’indifferenza o, almeno così, è stato per me. Raccontano di un periodo buio, del fondo da cui Maria Antonietta, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img style="margin: 2px 6px; float: right;" src="http://www.losthighways.it/wp-content/uploads/mariaantonietta_inter010112.jpg" alt="" width="300" height="201" />Del <a href="http://www.losthighways.it/2012/01/09/st-maria-antonietta-recensione/">disco omonimo</a> di Maria Antonietta, uscito il 6 Gennaio per Picicca Records, si è già parlato tanto e a ragione. Al nostro ascolto si dispiegano dodici canzoni schiette nel contenuto ed essenziali nello stile. Dileguano l’indifferenza o, almeno così, è stato per me. Raccontano di un periodo buio, del fondo da cui Maria Antonietta, alias Letizia Cesarini, è risalita. E non è tanto una questione anagrafica (la giovane pesarese ha ventiquattro anni), ma, innanzitutto, umana. A Letizia ho posto alcune domande… (<em>Quanto eri bello</em> è in streaming autorizzato)</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Poiché anche io sono originaria degli stessi luoghi, mi interessa sapere che rapporto hai con le Marche e con Pesaro. Quali sono secondo te gli aspetti positivi e negativi del vivere lì? Anche in riferimento al fruire e al fare musica, si intende…</strong><br />
Io amo molto le Marche e la mia città Pesaro. Si vive bene qui. Soprattutto se sei poco mondano. Per suonare le situazioni non mancano, anche se forse a Pesaro (paradossalmente la città con la più alta densità di musicisti delle Marche) non esistono sostanzialmente locali per fare musica, giusto un paio. Però c&#8217;è un negozio di dischi,libri e molto altro fantastico gestito da Mirko dei Camillas, e quel posto riequilibra decisamente la situazione.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Cosa c’è in te di Maria Antonietta, moglie di Luigi XVI? Io ho riconosciuto nelle tue canzoni, quindi in te, alcuni aspetti che le appartenevano. Si dice che, a corte, per noia, si dette ad una vita piuttosto frivola come del resto sono noti la dignità e il coraggio con cui affrontò il patibolo. Gli stessi con cui tu ti sei messa a nudo in questo album…</strong><br />
Sì, Maria Antonietta fu una grande incompresa e, come dico in una canzone, la prova di come “il mondo ti metta al rogo in ogni caso”. Non lo dico per lamentarmi, è una constatazione di come sia improbabile a questo mondo la comprensione. Se ho scritto questo disco però è perché ho ancora la speranza, e i tanti messaggi che ho ricevuto me lo hanno confermato, di poter condividere qualcosa di vero con le persone che mi stanno intorno. Ci vuole molto impegno, ma io sono abituata ad impegnarmi.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Colpisce la tua scrittura laconica ed aspra. Quali sono i tuoi autori di riferimento? Poeti e narratori sicuramente, ma anche i cantautori possono influenzare uno stile…</strong><br />
Direi Guido Gozzano su tutti. Eterno.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ho letto sulla tua pagina Facebook che presto usciranno le date dei prossimi concerti. Che cosa ti aspetti da questo tour, come vuoi vivere questa nuova fase della tua vita?</strong><br />
Da questo tour mi aspetto innanzitutto la soddisfazione e la gioia di suonare con la mia squadra e non più da sola, quindi con i miei fidati soci Damiano Simoncini (batteria) e Lorenzo Pizzorno (basso). Questa fase nuova e bella della mia vita voglio viverla con persone altrettanto belle.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img style="margin: 2px 6px; float: left;" src="http://www.losthighways.it/wp-content/uploads/mariaantonietta_inter020112.jpg" alt="" width="300" height="201" />Come si vede Maria Antonietta fra dieci anni, in privato e nella musica? Insomma, quali sono i sogni di Letizia Cesarini?</strong><br />
I miei sogni per il futuro: scrivere ancora dischi, bei dischi, collaborare con musicisti molto più bravi di me ma soprattutto avere una bella famiglia perché sono le persone che ti rendono felice, non la musica. Non è la musica che ti aspetta la sera a casa, che ti abbraccia quando sei stanco e deluso, che ti cucina il tuo piatto preferito, che ti scalda sotto le coperte quando ti addormenti la sera. La musica aiuta tantissimo e scrivere e cantare e suonare e ascoltare la musica di altri ti riempie la vita, ti fa sentire realizzato ma non ti rende felice.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>A conclusione del 2011, LH, come ogni rivista musicale che si rispetti, ha stilato una classifica dei dieci album italiani e stranieri migliori dell’anno e che è stata in seguito modificata dai lettori. A te ne chiedo uno, per entrambe le classifiche…</strong><br />
Album italiano 2011: quello dei Dadamatto; straniero <em><strong>Let England shake</strong></em> di PJ Harvey.</p>
<h2 class="sectionhead">Quanto eri bello &#8211; Preview</h2>
<p><object classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="270" height="18" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="data" value="http://www.losthighways.it/wp-content/uploads/mp3player.swf" /><param name="flashvars" value="&amp;file=http://www.losthighways.it/wp-content/uploads/04-Quanto-eri-bello.mp3&amp;width=270&amp;height=18&amp;autostart=true&amp;repeat=true&amp;frontcolor=0x971B7A&amp;backcolor=0xffffff" /><param name="src" value="http://www.losthighways.it/wp-content/uploads/mp3player.swf" /><param name="allowfullscreen" value="true" /><embed type="application/x-shockwave-flash" width="270" height="18" src="http://www.losthighways.it/wp-content/uploads/mp3player.swf" allowfullscreen="true" flashvars="&amp;file=http://www.losthighways.it/wp-content/uploads/04-Quanto-eri-bello.mp3&amp;width=270&amp;height=18&amp;autostart=true&amp;repeat=true&amp;frontcolor=0x971B7A&amp;backcolor=0xffffff" data="http://www.losthighways.it/wp-content/uploads/mp3player.swf"></embed></object></p>
<h2 class="sectionhead">Quanto eri bello &#8211; Video</h2>
<p><iframe width="500" height="281" src="http://www.youtube.com/embed/x_A9GIYhVf4?fs=1&#038;feature=oembed" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.losthighways.it/2012/01/24/intervista-maria-antonietta/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Una serata a metà tra l’Inghilterra e gli anni ’60: Roberto Dellera + Rodrigo D’Erasmo @ Kalinka (Carpi, MO) 16/12/11</title>
		<link>http://www.losthighways.it/2012/01/18/roberto-dellera-rodrigo-d%e2%80%99erasmo-kalinka/</link>
		<comments>http://www.losthighways.it/2012/01/18/roberto-dellera-rodrigo-d%e2%80%99erasmo-kalinka/#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 18 Jan 2012 08:37:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Katia Arduini</dc:creator>
				<category><![CDATA[Editoriali]]></category>
		<category><![CDATA[Live report]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.losthighways.it/?p=17116</guid>
		<description><![CDATA[Quando decidi che il 16 di dicembre ti devi addentrare tra i paesotti delle campagne emiliane il minimo che ti puoi aspettare è che la nebbia ti accompagni per tutto il tragitto. Stranamente però questa sera il cielo è limpido, anche grazie al vento che ha spazzato via tutta la foschia. Tutto calmo, quasi a [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img style="margin: 2px 6px; float: right;" src="http://www.losthighways.it/wp-content/uploads/dellera_live010112.jpg" alt="" width="300" height="225" />Quando decidi che il 16 di dicembre ti devi addentrare tra i paesotti delle campagne emiliane il minimo che ti puoi aspettare è che la nebbia ti accompagni per tutto il tragitto. Stranamente però questa sera il cielo è limpido, anche grazie al vento che ha spazzato via tutta la foschia. Tutto calmo, quasi a presagire le sensazioni che andrò a sperimentare più tardi. Così parto alla volta di Carpi per recarmi al Kalinka: stasera mi aspetta un appuntamento con il live di Roberto Dell’Era, accompagnato per l’occasione da Rodrigo D’Erasmo. <strong><em>Colonna sonora originale</em></strong>, l’album solista del bassista degli Afterhours, mi ha innamorata al primo ascolto e non vedo l’ora di scoprire come suona dal vivo. Un set chitarra/violino per portarci per un’ora e mezzo in viaggio tra le suggestioni create dalla musica.<br />
Il primo a salire sul palco è Ed, cantautore modenese che si rifà al sound anni’60 per il suo pop-rock molto british. Un set acustico basso/chitarra per presentare i brani tratti dal suo ultimo Ep, <strong><em>A Quick Goodbye</em></strong>.<br />
Tempo mezz’ora e il palco viene lasciato a Roberto Dell’Era, pronto per portarci a spasso tra le sue canzoni. Il viaggio parte con <strong><em>Il motivo di Sima</em></strong>, singolo scelto per presentare l’album. La ballad romantica ci trasporta tra le atmosfere molto sixties della musica di Dell’Era. L’istrionico artista porta sul palco la sua verve, il suo sound che pesca a piene mani dalle sonorità made in England. D’Erasmo si rivela un spalla perfetta: divertente e affiatato con il collega. Quella di Carpi è la data di rodaggio del tour che porterà Dell’Era in giro per tutta Italia e alcuni piccoli disguidi ci sono, ma il tutto rende lo spettacolo divertente, grazie alla capacità dei due artisti. Il concerto scorre via tra i brani tratti da <strong><em>Colonna sonora originale</em></strong> (<strong><em>The Tim e Tom theme</em></strong>, <strong><em>Le parole</em></strong>, <strong><em>Giorno dopo giorno</em></strong>, <strong><em>Oceano Pacifico blu</em></strong>), tra i quali trova spazio anche la celeberrima <strong><em>Ami lei o ami me?</em></strong>, brano che ci ha fatto conoscere Dell’Era come solista nel 2007. Ci presenta anche <strong><em>Due di noi</em></strong> e <strong><em>Tutti gli uomini del Presidente</em></strong>, brani che fanno parte dell’album <strong><em>I milanesi ammazzano il sabato</em></strong> degli Afterhours. Rodrigo D’Erasmo si alterna al microfono per stupirci con una bellissima cover di un brano degli Os Mutantes, band brasiliana di rock psichedelico famosa negli anni sessanta. Ci regalano anche una cover della splendida <strong><em>Gold day</em></strong> degli Sparklehorse, che va a completare una scaletta davvero ben assortita. Un’ora e mezza durante la quale il pubblico ha sempre avuto un sorriso stampato sulle labbra. Uno spettacolo a metà strada tra il rock e il beat che ha visto l’alternarsi di toni e sonorità proprio come accade nell’album registrato fra Inghilterra e Italia. Uno show che ha dimostrato (se mai ce ne fosse stato bisogno) che Roberto Dell’Era sa il fatto suo, fra l’energia rock e il mondo cantautorale anni ’60. Fludità nel cantato, coesione tra i due artisti sul palco e un Dell’Era che si è dimostrato perfetto nel ruolo di padrone di casa, capace di trasformare per una sera il “Kalika” in un club di Birmingham o Londra. (Foto di Katia Arduini)</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.losthighways.it/2012/01/18/roberto-dellera-rodrigo-d%e2%80%99erasmo-kalinka/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Una serata emozionante ma non scintillante: Kaki King + The sleeping tree @ Apartamento Hoffman (Conegliano, TV) 06/12/11</title>
		<link>http://www.losthighways.it/2012/01/18/kaki-king-apartamento-hoffman/</link>
		<comments>http://www.losthighways.it/2012/01/18/kaki-king-apartamento-hoffman/#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 18 Jan 2012 08:33:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alice Riccato</dc:creator>
				<category><![CDATA[Editoriali]]></category>
		<category><![CDATA[Live report]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.losthighways.it/?p=17111</guid>
		<description><![CDATA[Quando la mia amica M. mi ha proposto una serata musicale all’apartamento Hoffman per il concerto di Kaki King le ho detto subito SI. Il locale mi appare molto accogliente anche se illuminato con luci soffuse, tanti cuscini colorati, qualche poltroncina qui e là e di fronte al palco uno spazio dove accomodarsi a gambe [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img style="margin: 2px 6px; float: right;" src="http://www.losthighways.it/wp-content/uploads/Kaki_King_live010112.jpg" alt="" width="300" height="188" />Quando la mia amica M. mi ha proposto una serata musicale all’apartamento Hoffman per il concerto di Kaki King le ho detto subito SI. Il locale mi appare molto accogliente anche se illuminato con luci soffuse, tanti cuscini colorati, qualche poltroncina qui e là e di fronte al palco uno spazio dove accomodarsi a gambe incrociate. Nell’attesa cantautorato di qualità, che mi ha fatto subito pensare <em>“sono a casa”</em>. Conoscevo quasi per niente la musica di questa chitarrista statunitense, di cui la mia ex coinquilina G. e altri amici mi avevano parlato molto bene.Ad aprire la serata, The sleeping tree, cantautore di Pordenone che a vederlo sembra un folletto di un piccolo boschetto irlandese. Sale sul palco imbracciando la sua chitarra a sei corde nera e un sorriso ritenuto per l’emozione che sia allargherà di lì a poco ma senza mai esplodere. Le sue influenze cantautorali sono fortemente anglo-irlandesi, ma Giulio Causin (questo il suo vero nome) le ha interiorizzate per raccontare le sue storie, in cui chi ascolta può immaginare di fermarsi ad osservare la danza di una foglia autunnale con una tazza di the caldo al profumo di miele tra le mani, simile al calore di un cuore pulsante d’amore che è un’eterna bugia (<strong><em>Love is an eternal lie</em></strong>). The sleeping tree lascia il palco con un inchino pronto a passare da protagonista a spettatore, seduto tra il pubblico trepidante. Qualche minuto di pausa, le tre chitarre sei, sette e dodici sono già pronte ad attenderla; Kaki King sale sul palco. Classe 1974, capelli corti, portamento un po’ mascolino che la fanno sembrare molto più giovane, con una grinta e una disinvoltura immediatamente percettibili.  La prima cosa che salta agli occhi sono le sue mani e in particolare le sue unghie, corte nella mano sinistra e molto lunghe in quella destra, questo le permette di non usare il plettro, per rendere il suono più naturale possibile. Per quasi tutta la prima parte del concerto imbraccia sempre la stessa chitarra, nera a cassa armonica chiusa dal suono tiepido e dalle poche sfumature, quasi a voler far emergere più la sua “bravura tecnica” che non l’anima delle canzoni, dando ampio spazio a molti virtuosismi proponendo brani dai ritmi veloci e poco incisivi. Nella seconda parte del live lo scenario muta completamente, Kaki cambia chitarra quasi ad ogni brano, da <strong><em>Chaos in the castle</em></strong> a <strong><em>Ritual dance</em></strong>, con in mezzo una passeggiata notturna illuminata dai lampioni di San Francisco (<strong><em>Night after sidewalk</em></strong>) concedendosi una capatina in un negozio di dischi aperto a suonare uno dei suoi brani più intensi dal titolo <strong><em>Neanderthal</em></strong>. Alle prime luci dell’alba di questo passeggiare notturno si ha la sensazione di risvegliarsi insieme a Christopher, il coraggioso protagonista di <strong><em>Into the wild</em></strong> sulle note di <strong><em>Doing the</em></strong><em> <strong>wrong thing</strong></em>, (il brano è contenuto nella colonna sonora del film).<br />
Quella del 6 dicembre è stata una serata emozionante ma non scintillante. Uno dei motivi è probabilmente la sua incapacità di coinvolgere adeguatamente il pubblico, forse perché il pubblico stesso e una parte della critica hanno sopravvalutato un po’ la sua musica.</p>
<p style="text-align: justify;">Grazie a Gianluigi per la preziosa collaborazione.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.losthighways.it/2012/01/18/kaki-king-apartamento-hoffman/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Il suono della sua unicità: Giuliano Dottori @ Festinalente (Aversa, NA) 13/01/12</title>
		<link>http://www.losthighways.it/2012/01/17/giuliano-dottori-festinalente/</link>
		<comments>http://www.losthighways.it/2012/01/17/giuliano-dottori-festinalente/#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 17 Jan 2012 08:45:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Amalia Dell'Osso</dc:creator>
				<category><![CDATA[Editoriali]]></category>
		<category><![CDATA[Live report]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.losthighways.it/?p=17086</guid>
		<description><![CDATA[La musica non è un caso. Certe volte è una scelta, precisa e inequivocabile. Perché sai bene che saprà sorprenderti, e anche se la conosci non la metti dentro ad alcuna equazione della tua normalità. La conosci, come la più imprevedibile delle varianti. Imprevedibilità e non casualità. Non è assolutamente poco per un cantautore. Anzi, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img style="margin: 2px 6px; float: right;" src="http://www.losthighways.it/wp-content/uploads/dottori_live010112.jpg" alt="" width="300" height="197" />La musica non è un caso. Certe volte è una scelta, precisa e inequivocabile. Perché sai bene che saprà sorprenderti, e anche se la conosci non la metti dentro ad alcuna equazione della tua normalità. La conosci, come la più imprevedibile delle varianti. Imprevedibilità e non casualità. Non è assolutamente poco per un cantautore. Anzi, è il segreto, la più invidiabile delle alchimie, la più delicata delle combinazioni di causa-effetto.<br />
Giuliano Dottori emoziona. Vogliamo metterla così, semplificando? Emoziona tutte le volte in modo diverso. Lo conosci ma non lo inquadri. Altrimenti lo sminuiresti. Lo daresti per scontato. Invece lo scegli e lo lasci fare. Una sera di gennaio, umida sotto il peso apparente di un cielo gonfio che farà esplodere il suo blu nel domani. In provincia di Caserta, in un localino delizioso come il Festinalente di Aversa, guidato dalla direzione artistica di Nicola Mottola (Il cielo di Bagdad) per alcune serate.<br />
Per il cantautore milanese è appena la seconda tappa di un tour particolare, in solitaria, chitarra e voce.<br />
Lui ha deciso di incontrare il proprio pubblico in una dimensione intima, come se fosse casa. Perché in certi posti si sente a casa. Spoglia le sue canzoni, le lascia scivolare dal cuore alle mani, le lascia sbocciare nella bocca fino a nuovi colori, a nuove architetture di dolcezza e intensità. Un tour che segue il proprio corso parallelamente ad un progetto video che si avvale della collaborazione di <a href="http://www.frammentisimili.it/Foto/Home.html">Claudio Del Monte</a>: un concerto con otto canzoni (tra cui due cover e un inedito) registrato proprio a casa; ogni settimana viene lanciato un brano via <a href="http://www.youtube.com/user/livere">YouTube</a>, esattamente come vi capiterà di ritrovarlo ai concerti.<br />
Pizzica dai suoi due dischi, <strong><em>Lucida</em></strong> (2007) e <strong><em>Temporali e rivoluzioni</em></strong> (2009), e dal suo ep, <strong><em>Fantasmi</em></strong> (2010). Lo fa con la trasparenza degli spiriti puri, dei talenti che non temono la nudità. Qual è la parte più sacra di una canzone? Ecco, durante il suo set acustico forse vi lascia cogliere qualche risposta. Qualche, non tutte.<br />
<strong><em>Silenzi</em></strong>, <strong><em>Chiudi l’emergenza nello specchio</em></strong>, <strong><em>Catene e gioie fragili</em></strong>, <strong><em>Sirene e vampiri</em></strong>, <strong><em>Alibi</em></strong>, <strong><em>Tenerti stretto un ricordo</em></strong>, <strong><em>Nel cuore del vulcano</em></strong>, <strong><em>E’ stato come</em></strong> scorrono fluide, morbide eppure spigolose, come ciò che si mostra in tutta la sua essenza senza farsi del tutto afferrare. E trovano spazio due sapienti cover: <strong><em>Razzi Arpia Inferno e fiamme</em></strong> dei Verdena (<strong><em>Wow</em></strong>, 2011) e la meravigliosa <strong><em>Codex</em></strong> dei Radiohead (<strong><em>The king of Limbs</em></strong>, 2011), particolarmente adatta alle corde di Dottori, tanto da generare un gioco di riflessi tra la sua sensibilità e l’immaginario della band di Oxford. Ancora una volta <strong><em>Lucida </em></strong>si conferma il punto d’origine, lo scrigno delle verità sullo stile, il passato e il futuro di un cantautore come pochi, attualmente.<br />
Nel corso del concerto vengono presentati due inediti, <strong><em>Le vite degli altri</em></strong> e <strong><em>Angelina</em></strong> (titoli provvisori, viene specificato). Due splendide anticipazioni sulle direzioni che stanno seguendo i lavori per il terzo disco. I testi, l’uso della voce sono indizi su cui riflettere e su cui puntare per un nuovo capitolo di una carriera coerente e sempre fedele a quell’intimismo che sa arricchirsi di sguardi nuovi sul mondo intorno.<br />
Il pubblico chiede il bis. Così arriva il momento di <strong><em>Endorfina</em></strong> e <strong><em>Cuore di bue</em></strong>.<br />
Non è mai facile darsi, voce e chitarra, soli. In molti lo fanno. Ma in pochi sanno far brillare la propria <em>unicità</em> incontrando gli altri in una dimensione emozionale.<br />
Guardare Dottori, così padrone del proprio suono, fa pensare alla naturalezza di certi musicisti americani. Lui, proprio lui, al nostro De Gregori dovrebbe piacere molto.<br />
Piano, con tutta la delicatezza e la gentilezza di ogni passo, Dottori saprà andare lontano. E lontano è arrivare a toccare l’anima di chi t’ascolta. (<a href="http://www.losthighways.it/lost-gallery-2/2011/Giuliano%20Dottori%20@%20Festinalente%20%28Aversa,%20NA%29%2013-01-12/">Lost Gallery</a>)</p>
<p style="text-align: justify;">Giuliano Dottori tornerà in Campania giovedì 26 gennaio, al Doria 83 del Vomero (NA), per la precisione. Proseguirà il suo tour toccando Roma (Aleph, il 27) e Firenze (Lo Fai Lo Fi, il 28). E andrà avanti fino e febbraio e marzo, in giro per la Penisola: info al sito ufficiale <a href="www.giulianodottori.it">www.giulianodottori.it</a></p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.losthighways.it/2012/01/17/giuliano-dottori-festinalente/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Imparare a fare errori migliori: intervista ad Andrea Bruschi (Marti)</title>
		<link>http://www.losthighways.it/2012/01/16/intervista-andrea-bruschi-marti/</link>
		<comments>http://www.losthighways.it/2012/01/16/intervista-andrea-bruschi-marti/#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 16 Jan 2012 10:33:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Vladimiro Vacca</dc:creator>
				<category><![CDATA[Editoriali]]></category>
		<category><![CDATA[Interviste]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.losthighways.it/?p=17045</guid>
		<description><![CDATA[Da Genova a Berlino la vita di un Artista, con la A maiuscula, proprio così. Attore e songwriter raffinato, Andrea Bruschi ritorna con i suoi Marti e accende i chiaroscuri della sua musica con magiche orchestrazioni. Better mistakes, il suo secondo lavoro, esce per l’etichetta indipendente canadese Fod Records dimostrando che gli Italiani possono esportare [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong><img style="margin: 2px 6px; float: right;" src="http://www.losthighways.it/wp-content/uploads/marti_300.jpg" alt="" width="300" height="200" /></strong>Da Genova a Berlino la vita di un Artista, con la A maiuscula, proprio così. Attore e songwriter raffinato, Andrea Bruschi ritorna con i suoi Marti e accende i chiaroscuri della sua musica con magiche orchestrazioni. <strong><a href="http://www.losthighways.it/2011/11/28/better-mistakes-marti-recensione/"><em>Better mistakes</em></a></strong>, il suo secondo lavoro, esce per l’etichetta indipendente canadese Fod Records dimostrando che gli Italiani possono esportare musica cantata in inglese che funzioni. Approfondendo anche l’esperimento <em><strong>Per pochi attimi</strong></em>, brano cantato in italiano, il cui testo è stato riscritto dal leader dei Baustelle Francesco Bianconi, LostHighways vive l&#8217;onore di questa suggestiva nuova pagina dedicata alla musica di qualità. (Foto di Gianluca Moro)</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>“<em>Non vale la pena avere la libertà se questo non implica avere la libertà di sbagliare</em>”. Ti ritrovi in questa massima di Gandhi? <em>Better mistakes</em> è il titolo del tuo secondo lavoro discografico. Qual è stato il tuo peggiore e migliore sbaglio?</strong><br />
Sbagliare fa parte della vita così come perdere la partita o vincerla. E&#8217; come si gioca, però, che fa la differenza. Di chi non fa errori, o almeno dice di non farne, non mi fido  e ovviamente il titolo parte da un paradosso, quello di &#8220;imparare a fare errori  migliori&#8221; e, a parte il gioco di parole, l&#8217;ho pensato come una riflessione sul come la società e l&#8217;individuo siano in lotta da sempre. Si parte degli errori perchè aiutano a capire.<br />
Le canzoni del disco sono come delle short stories su queste riflessioni bagnate da visioni cinematografiche e romantiche.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Sei andato a vivere a Berlino ed hai registrato parti del disco ad Amsterdam. Perché hai scelto di lasciare la tua Genova? Nel caso di Berlino hai voluto seguire le orme di Bowie, uno dei tuoi massimi referenti musicali? E raccontaci in poche istantanee  la città di <em>Cosi lontano, cosi vicino</em>…</strong><br />
Per quanto mi riguarda, credo nell&#8217;uomo in viaggio e nello stare a contatto con ciò che interessa a livello di anima.  Ovviamente non tutti si possono permettere una scelta simile, penso faccia parte del percorso esistenziale. Io mi sono nutrito e mi nutro del mondo latino ma anche del mondo anglossassone e mittleuropeo, e quindi berlino è stata una scelta naturale, penso che starò qui per un po&#8217;.<br />
Bowie&#8230;  come si può dimenticare? Ma anche Kurt Weill,  la musica eletronica e il cabaret sono grandi suggestioni. La prima volta che sono stato a Berlino era il 1985 e ho sempre avuto contatti con la città, poi come Marti siamo andati a promuovere l&#8217;album in Germania e mi sono detto che non potevo perdere questa occasione e mi sono fermato qui, in una metropolis a misura d&#8217;uomo dove posso confrontarmi con tante persone di tutto il mondo e stare al centro di ciò che mi interessa. Penso che sia una città dinamica e dalle mille facce. Das ist Berlin.<br />
Ps: genovesi si nasce e si muore.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Quali sono le principali differenze di <em>Better mistakes</em> rispetto ad <em>Unmade Beds</em>?</strong><br />
L&#8217;idea di partenza era di non rifare Unmade Beds 2 ma di andare ad esplorare qualcosa di diverso, altrimenti non avrebbe avuto senso per me, poi quando si inizia un disco non si sa veramente dove si andrà a parare, proprio come un film o come uno spettacolo teatrale.  Come creativo cerco sempre di lavorare con il mio produttore artistico e vedere cosa possiamo fare assieme, cioè non parto con l&#8217; idea predefinita. L&#8217;occasione di lavorare con Bob Rose, celeberrimo produttore americano e grande arrangiatore d&#8217;orchestra, mi ha permesso di esplorare la classicità della canzone, cosa che aspettavo da tempo. I brani di <strong><em>Better Mistakes</em></strong> sono molto più strutturati e quindi questo ha aiutato molto. L&#8217;esperienza del disco è stata fantastica perchè abbiamo avuto l&#8217;opportunità di registare in modo classico in un grandissimo studio (I wisseloord ad Amsterdam) ed avere ottimi ospiti, come Clive Deamer, e un&#8217;intera orchestra a disposizione. Quindi u&#8217;esperienza indimenticabile che ho fatto con i due miei compagni di viaggio, musicisti straordinari che mi seguono da sempre:  Simone Maggi e Claudia Natili.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Quale film del passato poteva avere <em>Better Mistakes</em> come perfetta colonna sonora?</strong><br />
Ti rispondo indirettamente dicendo che prima di registare il disco, cioè nella fase di composizione, ho fatto varie full immersion di autori per me fondamentali.  Il mio punto di riferimento è John Cassavetes. Autore che ho approfondito tantissimo diventando anche grande amico di Leila Goldoni che è stata sua complice e protagonista di <strong><em>Shadows</em></strong>, poi ho visto tantissimi Fassbinder e noir anni 30-40, film di Melville e alcuni musical, film di Jacques Demy e  sempre David Lynch. Quindi  ci sono vari temi e stili che mi hanno influenzato profondamente.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ti senti più attore o cantautore?</strong><br />
Per me non c&#8217;è una grossa differenza, cerco di essere creativo. La vita mi spinge verso ciò che mi influenza o che mi ha segnato profondamente. Come creatore di musica sono anche direttore di un flusso creativo su vari campi, come attore cerchi di incanalare tutti questi flussi in uno solo ma poi dipende molto da chi sei e come pensi, come in tutte le cose della vita.  Dipende anche in che momento vivi e in che paese. C    omunque finchè potrò e sarà una cosa organica per me, andrò avanti a dire le mie cose nei modi che mi saranno possibili.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img style="margin: 2px 6px; float: left;" src="http://www.losthighways.it/wp-content/uploads/Marti-Andrea-Bruschi-press-5_300.jpeg" alt="" width="300" height="213" /></a>Attraversando le tue canzoni mi  hanno colpito due temi principalmente: Il ritorno e l’amore. Me ne parli?</strong><br />
Scriverei un poema o altri tre album per rispondere, allora uso due citazioni: <em>&#8220;Si lascia alle spalle qualunque cosa ma mai se stessi&#8221;</em>, <em>&#8220;L&#8217;amore è tutto ciò di qui abbiamo bisogno&#8221;</em>.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Non posso fare a meno di chiederti della collaborazione con Francesco Bianconi dei  Baustelle per la versione italiana<em> </em> di <em>The price we pay</em>? </strong><br />
Francesco è un caro amico e ci conosciamo ormai da diversi anni, lo stimo immensamente e sono stato felicissimo di questa collaborazione. Volendo fare la mia prima cosa in italiano ho pensato a lui. Il testo a parer mio è stupendo&#8230; <em>&#8220;questa disarmonica musica sinfonica siamo io e te&#8221;</em>.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ascoltando <em>Per Pochi attimi</em> sembra di sentire un omaggio a Tenco nell’attitudine  al canto. E’ una mia suggestione errata?</strong><br />
Intanto ti ringrazio per l&#8217;accostamento. Anche se da new waver magari non si direbbe, Tenco lo ascolto tanto, anche da prima che venisse semi-riscoperto, soprattutto grazie a mio fratello Aldo che mi ha regalato tantissimi suoi vinili. Diciamo che accostando testi in italiano alle sonorità di <em><strong>Better Mistakes</strong></em> tocca quel mondo e ne sono onorato, anche grazie al bellissimo testo donatomi da Francesco Bianconi col quale spero di collaborare ancora in futuro. Tenco rimane insuperabile, mi sembra che, a parte qualche autore nei primi anni 80&#8242; (Garbo-Faust&#8217;O-Battiato), la musica d&#8217;autore italiana abbia toccato il massimo in quel periodo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Hai mai pensato di fare un film sulla vita di Gian Maria Volontè? Gli assomigli moltissimo…</strong><br />
Parto dall&#8217;enorme, infinito rispetto per Volontè che considero uno dei piu grandi artisti italiani del 900. Il suo rigore, la sua arte e la sua poetica sono davanti agli occhi di tutti e adesso che siamo distanti dalla fastidiosa etichetta di attore &#8220;impegnato&#8221; (sembra sia un problema essere seri in questo Paese) è chiaro che la sua opera sia immensa. Fare un film o uno sceneggiato su di lui sarebbe stupendo, ma bisognerebbe farlo con estrema attenzione ed esserne all&#8217;altezza. Sarebbe una sfida sia per l&#8217;attore che per gli sceneggiatori e  il regista.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Dalla Green FOG Records dei Meganoidi alla canadese FOD Records. Che differenza c’è tra una indie-label italiana ed una straniera per un progetto come il tuo?</strong><br />
Ringrazierò sempre la Greenfog perchè abbiamo avuto un rapporto eccellente,  la Fod è anche essa indipendente ma essendo internazionale il disco fisicamente lo puoi trovare in Germania, Austria,UK, ecc.. ed è un enorme passo avanti,  visto che c&#8217;è la possibilità di farsi vedere in tanti posti ed essere consoderati un “&#8221;act&#8221; europeo.<br />
Il disco invece come oggetto culturale è stato distrutto e si deve ripensare per recuperarlo in qualche modo. Penso si debba reinventarlo ma non si capisce come, visto che tutti downlodano gratis. Mi sembra che i Radiohead siano stati gli unici a proporre qualcosa di nuovo. Io per il futuro vorrei fare un disco e relativo video per ogni traccia ma sono sul piano teorico, nella vita privata scopro ancora musica su vinile che rimane la mia passione.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Cinque canzoni del passato a cui sei legato per particolari motivi?</strong><strong><em> </em></strong><br />
<strong><em>Breakfast </em></strong> -  The Associates: una  band e una canzone a cui sono legatissimo. Ho una passione per Billy Mackenzie. Questo brano è Fassbinder oltre Fassbinder. Melodramma puro. Chissà se qualcuno se la ricorda. Io la ascoltavo con mia madre mentre facevo colazione nell&#8217;85, per me rimane indimenticabile. Il piu grande cantante degli anni 80.<br />
<strong><em>Shake the disease</em></strong> – Depeche Mode: grande canzone, una delle loro migliori. È mia e di altre 100 milioni di persone. Martin Gore, sei l&#8217;incoscio colletivo. Jung sei tu.<br />
<strong><em><img style="margin: 2px 6px; float: right;" src="http://www.losthighways.it/wp-content/uploads/Marti-Andrea-Bruschi-press-6_300-300x199.jpg" alt="" width="300" height="199" />Torch</em></strong> &#8211; Soft Cell: la ascolto dall&#8217;82, ha qualcosa di magico come i loro album. Sono i miei anni 80, neri come il mascara.<br />
<em><strong>Un anno d&#8217;amore</strong></em> &#8211; Nino Ferrer: una canzone in italiano perfetta, scritta da un cantautore genovese che si è ingiustamente dimenticato. Lo ammiro e sono fiero di essere suo concittadino. Un amico, anche lui fan, mi ha detto che Nino fuori della sua villa vicino a Nizza pare avesse un cartello con scritto: <em>&#8220;qui sono a casa mia e ospito neri, drogati, ebrei e puttane e cago in faccia a tutti gli altri&#8221;. </em><br />
Per la quinta canzone baro e  metto una facciata di una cassetta c90 con:<br />
<strong><em>A man alone</em> &#8211; Frank Sinatra </strong><br />
<strong><em>Il clan dei siciliani</em></strong><em> </em>- <strong>Ennio Morricone</strong><br />
<strong><em>I only have eyes for you</em> &#8211; The flamingos</strong><br />
<strong><em>Gentlemen take polaroids</em> – Japan</strong><br />
<strong>tutto <em>Low</em> di Bowie</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Cos’è la notte?</strong><br />
Lascio che parli lui. Bardamu:<em> &#8220;La vita è questo, una scheggia di luce che finisce nella notte&#8221;</em>,  Louis Ferdinand Céline</p>
<h2 class="sectionhead">The Return Of The Dishwasher &#8211; Preview</h2>
<p><object classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="270" height="18" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="data" value="http://www.losthighways.it/wp-content/uploads/mp3player.swf" /><param name="flashvars" value="&amp;file=http://www.losthighways.it/wp-content/uploads/05_The_Return_Of_The_Dishwasher.mp3&amp;width=270&amp;height=18&amp;autostart=true&amp;repeat=true&amp;frontcolor=0x971B7A&amp;backcolor=0xffffff" /><param name="src" value="http://www.losthighways.it/wp-content/uploads/mp3player.swf" /><param name="allowfullscreen" value="true" /><embed type="application/x-shockwave-flash" width="270" height="18" src="http://www.losthighways.it/wp-content/uploads/mp3player.swf" allowfullscreen="true" flashvars="&amp;file=http://www.losthighways.it/wp-content/uploads/05_The_Return_Of_The_Dishwasher.mp3&amp;width=270&amp;height=18&amp;autostart=true&amp;repeat=true&amp;frontcolor=0x971B7A&amp;backcolor=0xffffff" data="http://www.losthighways.it/wp-content/uploads/mp3player.swf"></embed></object></p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.losthighways.it/2012/01/16/intervista-andrea-bruschi-marti/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Pensare all&#8217;estetica come valore fondamentale: intervista agli M+A</title>
		<link>http://www.losthighways.it/2012/01/12/intervista-ma/</link>
		<comments>http://www.losthighways.it/2012/01/12/intervista-ma/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 12 Jan 2012 16:36:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Emanuele Gessi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Editoriali]]></category>
		<category><![CDATA[Interviste]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.losthighways.it/?p=17012</guid>
		<description><![CDATA[Ascolti il loro disco e non credi che gli M+A siano due giovanissimi ragazzi di Forlì. Things.Yes ti pone di fronte ad una realtà spiazzante, che conturba e destabilizza. Pop ed elettronica legati dall&#8217;eleganza dei suoni campionati ricercati con cura ed un canto etereo: questo per ora sono gli M+A. Chissà domani. Sono solo all&#8217;esordio [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img style="margin: 2px 6px; float: right;" src="http://www.losthighways.it/wp-content/uploads/M+A_inter01.jpg" alt="" width="300" height="215" />Ascolti il loro disco e non credi che gli M+A siano due giovanissimi ragazzi di Forlì. <a href="http://www.losthighways.it/2012/01/09/things-yes-ma-recensione/"><strong><em>Things.Yes</em></strong></a> ti pone di fronte ad una realtà spiazzante, che conturba e destabilizza. Pop ed elettronica legati dall&#8217;eleganza dei suoni campionati ricercati con cura ed un canto etereo: questo per ora sono gli M+A. Chissà domani.<br />
Sono solo all&#8217;esordio ma Michele Ducci ed Alessandro Degli Angioli hanno puntato in alto, altissimo, con un disco che dall&#8217;inizio alla fine non segnala cedimenti o passi falsi. C&#8217;è immaginazione, bellezza, ritmo e gusto. Una musica sensoriale, capace di stimolare sensazioni tattili delicate ma anche ruvide; sempre sinuose. <strong><em>Things.Yes</em></strong> ha un&#8217;anima che affascina anche chi non è un amante dell&#8217;elettronica grazie ad un linguaggio proprio ed un progetto “totale”.<br />
Per questi motivi non potevamo fare altro che iniziare il nuovo anno cercando di conoscere un po&#8217; meglio il “non-duo”. (<strong><em>Ly</em></strong> è in streaming autorizzato)</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Con una band all&#8217;esordio è bene partire dal principio, del quale <em>Things.Yes</em> è forse solo l&#8217;effetto; dove e come sono nati gli M+A?</strong><br />
Alessandro: Ci siamo conosciuti nell’estate 2009 e abbiamo iniziato a suonare insieme dall’inverno dello stesso anno. Prima di M+A avevamo entrambi altri gruppi. È stato un po’ come un colpo di fulmine. Ci siamo sentiti, ci siamo piaciuti, e abbiamo iniziato subito a trovarci per buttare giù qualcosa. Inaspettatamente tutto si è mosso a grande velocità. Abbiamo cominciato mandandoci mail con le nostre canzoni, io spedivo un pezzo a Michele e lui ci aggiungeva altro materiale e viceversa, componendo così i pezzi quasi su internet. Poi, quando ci siamo accorti che il materiale iniziava a diventare considerevole, abbiamo deciso di registrare tutto per i fatti nostri nella mia soffitta. Nel giro di due mesi avevamo già abbastanza brani per un album e da lì abbiamo alternato le registrazioni ai live in giro per l’Italia. Tutto questo l’abbiamo fatto cercando di evitare la forma del gruppo, stando ognuno sulla propria linea, rimanendo paralleli ma imparando a trovare punti di contatto.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Fa sempre “scalpore” quando un giovanissimo trova successo o anche solo riscontro largamente positivo. Nella vostra esperienza, come sta giocando questo fattore?</strong><br />
Michele: Ci è completamente scivolato addosso. L’importante è fare cose giovani; con “giovani” intendo dire due cose: che non sentano di avere una scadenza e che siano dinamiche. E quando si è giovani è un po’ così. Verificare l’età è un’ispezione che andrebbe fatta al lavoro eseguito, non alla persona. Anche io mi informo per sapere l’età di un artista che ha fatto delle cose incredibili, però mi rendo conto che lo faccio solo per duellare. E a volte questa imitazione competitiva serve molto. In molte recensioni mi è anche capitato di leggere:”Se Monotreme li ha scelti ci sarà un motivo!” e questo mi fa più pensare ad un modo per giustificare un qualcosa che non sembra avere giustificazioni. Siamo giovani, abbiamo trovato una buona etichetta&#8230; ok, ma l’album? Però capisco la tendenza, e la capisco ancora di più pensando al fatto che spesso non si ascoltano le cose, o non si sa ascoltarle. Per tornare al discorso dell’età, quando l&#8217;anno scorso vidi Film-Socialisme pensai immediatamente: ”Finalmente un giovane che fa qualcosa di buono!”.<br />
Alessandro: Non mi sono mai sentito questa supergioventù addosso. Tutti i miei amici e compagni che suonano hanno quest’età. E soprattutto tutti gli artisti che ascolto (o che ho ascoltato) hanno sempre pubblicato i primi album a quest’età. Credo sia la normalità, no? Niente per cui stupirsi ormai. Forse l’essere giovani può portare a fare cose un po’ più imperfette, ma questo credo giochi a nostro vantaggio.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img style="margin: 2px 6px; float: left;" src="http://www.losthighways.it/wp-content/uploads/M+A_inter02.jpg" alt="" width="300" height="239" />Come sono nati i brani di <em>Things.Yes</em>? Si tratta di una raccolta di pezzi nati nel tempo o frutto di un progetto ben preciso per creare quest&#8217;album?</strong><br />
Michele: <strong><em>Things.yes</em></strong> è il pacchetto compiuto di un sacco di cose irrisolte. E’ la via di mezzo che abbiamo trovato per uscire con un album nuovo senza che lo fosse realmente. Quindi entrambe le cose che dici: è sia una raccolta raffazzonata che un progetto per mascherarla.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il vostro disco ha trovato il giusto spazio in un&#8217;etichetta inglese: scelta o mancanza di alternative in Italia?</strong><br />
Alessandro: Ormai verrebbe facile rispondere con qualche frecciatina da amaro in bocca&#8230; semplicemente la nostra musica non è da Italia. Abbiamo ricevuto riscontri da etichette estere solo perché la nostra musica è più adatta ad un mercato estero. In Italia non ci sono etichette valide che promuovono questo genere di musica, quindi se comunque vuoi farlo devi rivolgerti all’estero. Non diciamo questo come se fosse un lamento: è un dato di fatto, una cosa oggettiva. Non è che l’estero sia il paradiso dove tutto è perfetto, semplicemente non avevamo scelta.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>In un&#8217;altra vostra intervista ho letto che avete inviato il demo ad una ristretta cerchia di etichette, quelle che stimate maggiormente. Ho l&#8217;impressione che questo comportamento sia un po&#8217; un&#8217;eccezione e che molti giovani spesso ricorrano alla pratica che nella pesca si chiama “pasturare”. Senza voler scegliere una direzione, lanciano l&#8217;esca a tutti sperando di attirare attenzione, e che qualcuno abbocchi&#8230; perchè per voi è stato diverso?</strong><br />
Alessandro: Oddio non è che per noi sia stato diverso, semplicemente mi sembra un comportamento ovvio. Se fai un certo tipo di musica cerchi quelle etichette che promuovono un certo tipo di musica. “Pasturare” in tutte le direzioni mi sembra, oltre che stupido, uno spreco di tempo. Meglio aspettare un po&#8217; e vedere dove sono i pesci migliori piuttosto che lanciare a caso in tutto il lago. Ormai esistono così tante etichette indipendenti che qualcuno che ti dà una mano lo trovi anche se non ti impegni. Credo che l’importante sia trovare uno che oltre a darti una mano la pensi come te.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Elettronica ma non troppo, pop ma non troppo, eleganti ma non troppo, freschi ma non troppo. In <em>Things.Yes</em> regna un equilibrio difficilmente affiancabile alla parola “esordio”. Quali sono i vostri riferimenti musicali?</strong><br />
Michele: Diciamo che quel “non troppo” è anche la chiave di lettura del nostro modus operandi. Abbiamo sempre cercato di fare un pop illegittimo che avesse a che fare con il pop senza mai riconoscerlo. Se ascolti un qualsiasi nostro pezzo senti sempre molte informazioni che s’inceppano. Una voce pop che difficilmente potrai cantare sotto la doccia perché non ha un testo, mille melodie che difficilmente ricorderai per le tante ne hai sentite nella frazione di un secondo. E’ un po’ un contrappasso: dal pop che fa l’occhiolino al pop che stordisce. Per quanto riguarda i riferimenti, ultimamente non abbiamo gruppi abitudinari e se vogliamo parlare di influenze non possiamo fermarci alla musica. E’ mania di molti recensori quella di condensare tutto sotto l’egida musicale. Il debito che abbiamo nei confronti di ciò che facciamo è sì musicale, ma non solo. Rispondere alla domanda, in questo caso, è togliere i riferimenti al monopolio della musica. Questa monomania in realtà è estranea a qualsiasi musicista, e a qualsiasi persona. Per farti un esempio, ho un debito verso molti cantanti, ma le deformazioni linguistiche dei nostri testi hanno un debito più dirompente nei confronti del Grammelot piuttosto che dello Scat.<br />
Alessandro: Molti pezzi presenti nell&#8217;album sono stati composti a distanza di anni. Per esempio <strong><em>(we)</em></strong> è stato uno dei nostri primi pezzi ed è stato composto quasi due anni fa: alcune canzoni portano in grembo influenze di periodi passati. In più siamo anche due persone che cambiano ascolti continuamente; non siamo fanatici di liste di nomi nè siamo come quei “collezionisti” che non si fanno scappare un’uscita. Abbiamo uno strano rapporto con la musica che ascoltiamo, non riusciamo a farne a meno, ne ascoltiamo tantissima, ma allo stesso tempo la trattiamo come un semplice dato. Saltiamo da un genere ad un altro senza nessuna etica, ma solo perché ci viene spontaneo. Non riusciamo a stare fermi su un unico genere e così poi finisce che ogni pezzo diventi una macedonia con tante piccole influenze. Quando <strong><em>Things.yes</em></strong> è stato composto (più di un anno fa) ascoltavamo da Jamiroquai a Chet Baker, da Snoop dogg e M.I.A a Bohren &amp; Der Club Of Gore, da Bonobo a Sakamoto. Ma chiaramente ci sono anche tutti quei gruppi con i quali siamo cresciuti e che da sempre influenzano i nostri lavori. Per accennarne qualcuno: Phoenix, Air, Sparklehorse, Kings of convenience, Sufjan Stevens, Telepopmusic. Insomma l&#8217;abc, niente di nuovo sotto al sole.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Nel vostro progetto noto anche un equilibrio/contrapposizione tra modernità e classicità. Da una parte la musica elettronica e la sua ovvia fruizione digitale, dall&#8217;altra un disco che è curatissimo anche nella sua produzione fisica, una versione vinile, un artwork dalle tinte tenui con un fascino retrò (“ma non troppo”, come prima). Semplici contenitori o complementi di un progetto totale?</strong><br />
Alessandro: Come diciamo spesso, la forma fa il contenuto, e soprattutto la forma fa parte del contenuto. Fin da quando ci siamo incontrati per noi M+A è stato un progetto che non si fermava solo alla musica, per questo sul nostro sito trovi anche le mie illustrazioni e altre cose non legate direttamente alla musica. Abbiamo sempre stampato magliette senza il nostro nome per slegarci dall&#8217;idea &#8220;magliette del gruppo&#8221; e avvicinarci all&#8217;idea, molto più interessante, &#8220;magliette che fa il gruppo&#8221;. Tutto questo atteggiamento ha influenzato il merchandise in cui la &#8220;firma&#8221; M+A viene abolita. Fondamentalmente, dal momento stesso in cui pensi ad una maglia bella, la indirizzi verso un mercato che viaggia a prescindere dal gruppo. Uno dovrebbe sentirsi libero di comprare una maglietta bella anche se la musica del gruppo fa schifo e viceversa.<br />
Non ho mai ben capito perché a molta gente riesca difficile credere che l’estetica sia un valore fondamentale (e positivo) in ogni cosa.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img style="margin: 2px 6px; float: right;" src="http://www.losthighways.it/wp-content/uploads/M+A_inter03.jpg" alt="" width="300" height="200" />Quanta importanza ha per voi l&#8217;esecuzione live? Fedele riproduzione del disco o altro?</strong><br />
Michele: Tendenzialmente preferiamo stare in studio, ma anche la preparazione del live è un ottimo laboratorio. Le cose si compensano. Non è un caso che molti pezzi di <strong><em>Things.Yes</em></strong> vengano fuori dalle prove che abbiamo fatto nel 2010 per imbastire il live set. Però ecco, il live e il disco non devono per forza collimare fra loro. Nel tour che faremo a Marzo saremo più fedeli del solito al disco, però l’idea di base rimane sempre la stessa: abbiamo un canovaccio sul quale creare ogni volta cose diverse.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Una volta vedevo delle parentesi “(M+A)”&#8230; ora non ci sono più. Dove sono finite?</strong><br />
M+A: Ad un certo punto uno deve smettere di mettersi tra parentesi, soprattutto se ha intenzione di conquistare il mondo.</p>
<h2 class="sectionhead">Ly &#8211; Preview</h2>
<p><object classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="270" height="18" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="data" value="http://www.losthighways.it/wp-content/uploads/mp3player.swf" /><param name="flashvars" value="&amp;file=http://www.losthighways.it/wp-content/uploads/10-Ly.mp3&amp;width=270&amp;height=18&amp;autostart=true&amp;repeat=true&amp;frontcolor=0x971B7A&amp;backcolor=0xffffff" /><param name="src" value="http://www.losthighways.it/wp-content/uploads/mp3player.swf" /><param name="allowfullscreen" value="true" /><embed type="application/x-shockwave-flash" width="270" height="18" src="http://www.losthighways.it/wp-content/uploads/mp3player.swf" allowfullscreen="true" flashvars="&amp;file=http://www.losthighways.it/wp-content/uploads/10-Ly.mp3&amp;width=270&amp;height=18&amp;autostart=true&amp;repeat=true&amp;frontcolor=0x971B7A&amp;backcolor=0xffffff" data="http://www.losthighways.it/wp-content/uploads/mp3player.swf"></embed></object></p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.losthighways.it/2012/01/12/intervista-ma/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Reflections: The Cure @ Royal Albert Hall (Londra) 15/11/11</title>
		<link>http://www.losthighways.it/2012/01/09/the-cure-royal-albert-hall/</link>
		<comments>http://www.losthighways.it/2012/01/09/the-cure-royal-albert-hall/#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 09 Jan 2012 16:15:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Pasquale Pezzillo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Editoriali]]></category>
		<category><![CDATA[Live report]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.losthighways.it/?p=16947</guid>
		<description><![CDATA[The Cure_ Reflections_Londra, South Kensington_ 6.05 p.m. / 15.11.2011_ Questa volta è diverso. Non è un Martedì come gli altri. Non è un Novembre qualsiasi. E’già buio ma non è affatto tardi. C’è tempo ancora per un sospiro. Ci fermiamo al The Old Goat Tavern. Proprio dove nasce Kensington High Street. A pochi passi dai [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img style="margin: 2px 6px; float: right;" src="http://www.losthighways.it/wp-content/uploads/The-Cure-05.jpg" alt="" width="300" height="225" />The Cure_ Reflections_Londra, South Kensington_ 6.05 p.m. / 15.11.2011_<br />
Questa volta è diverso. Non è un Martedì come gli altri. Non è un Novembre qualsiasi. E’già buio ma non è affatto tardi. C’è tempo ancora per un sospiro. Ci fermiamo al The Old Goat Tavern. Proprio dove nasce Kensington High Street. A pochi passi dai Gardens ed Hyde Park. Una volta fuori, proseguendo verso Kensington Gore, veniamo naturalmente fagocitati dal tessuto urbano. Pochissimi minuti ed eccoci simmetricamente immersi nell’elemento. Da una parte, furoreggia illuminato a giorno all’interno dei Giardini Reali, l’Albert Memorial. Maestoso monumento neogotico fatto erigere in testimonianza di Alberto di Sassonia. Dall’altra, seduce senza sforzo alcuno, la suggestiva Royal Albert Hall of Arts and Sciences. Una fra le più incantevoli sale concerti dell’intero pianeta. La capienza è tale da poter ospitare circa 5.500 persone.</p>
<p style="text-align: justify;">Eccoci. Finalmente.<br />
Alle 7.30 p.m. in punto i Cure terranno un live show molto atteso. Unica data in Europa. Londra.Un vero e proprio omaggio. Dedicato e rivolto a quei sostenitori intramontabili, agli innamorati di sempre.<br />
I tagliandi per questo mirabile evento sono andati venduti in poco meno di 3 minuti. On line. Tutto esaurito.  In ogni ordine di posto. Eppure ci siamo. Assolutamente assorbiti. Tra i fortunatissimi. Dalla delicata grazia del grande avvenimento.<br />
Gli individui intorno, seriosi e composti, guadagnano l’ingresso. Biglietto alla mano, seguiamo le indicazioni precise su di esso riportate. Door 9 &#8211; Stalls L &#8211; Row 9 &#8211; Seat 116.<br />
Impossibile non farsi ammaliare dal corridoio che conduce all’atrio dell’auditorium.<br />
Fanno mostra di sé le fotografie, epigrafate e in cornice, di tutti i più grandi artisti cui si possa pensare.<br />
Una volta dentro, l’impatto è devastante. Immanenza perpetua. Un senso di vertigine misto a distensione e pace. Il tipico vivo brusio, la meraviglia sgranata, si compiacciono vicendevolmente. Nei commenti entusiastici. In “Wow” sospinti da trepidazione.<br />
Il palco è scarno e dannatamente scheletrico. Sullo sfondo trionfa il celeberrimo organo della RAH. Il secondo fra i più grandi del mondo.<br />
I Cure eseguiranno integralmente i loro primi tre lavori. Seguiranno filologicamente tutto il corso del primo triennio di attività. Dal 1979 al 1981. Utilizzeranno amplificazione, strumentazione e scenografia distinte. Per appartenenza e riferimento alle succitate epoche. Alle diversificate line up dei tre specifici periodi in questione. La scaletta del concerto è evidentemente nota. Ricalcherà compiutamente la selezione ordinata delle tracce presenti sui tre Album.<br />
Pertanto, per<em><strong> Three Imaginary Boys</strong></em> [1979], salirà sul palcoscenico la primissima formazione. “The Cure Trio” &gt; Robert Smith:  Vocals &amp; Guitar / Simon Gallup: Bass / Jason Cooper: Drums.<br />
Per <em><strong>Seventeen Seconds</strong></em> [1980], “The Cure Quartet”  &gt;  Robert Smith: Vocals &amp; Guitar / Simon Gallup: Bass / Jason Cooper: Drums / Roger O&#8217;Donnell: Keys.<br />
In fine, per <em><strong>Faith</strong></em> [1981], “The Cure Quintet” &gt; Robert Smith: Vocals &amp; Guitar / Simon Gallup: Bass / Jason Cooper: Drums / Roger O&#8217;Donnell: Keys &amp; Percussion / Laurence Tolhurst: Keys &amp; Percussion.<br />
Previsti “Encore Set” del periodo.<br />
I Cure avevano già preparato i fans ad esperienze propedeutiche. Basti ricordare la magnifica doppia data al Tempodrom di Berlino. 11 e 12 Novembre 2002. Assolsero allora perfettamente la cosiddetta “Trilogia”. Suonando rispettivamente tutto <em><strong>Pornography</strong></em> [1982], <em><strong>Disintegration</strong></em> [1989] e <em><strong>Bloodflowers</strong></em> [2000].<br />
Ma questa volta è davvero diverso. Non è proprio un “concerto” come tutti gli altri. Lo percepiamo. E pensiamo. “Per riproporre il primo disco, a più di 30 anni di distanza, ci vuole fegato. Ci deve essere una coerenza disarmante. Immaginare di identificarsi ancora nei contenuti, non solo musicali, di quando si aveva 20 anni. Cantarli ed interpretarli con travolgente sentimento a 52”. Ma queste sono solo “irrilevanti” disquisizioni fra noi. Perché ad un certo punto le luci sempre più soffuse si spengono. Il buio aiuta. Ci si sveste dell’habitus da “teatro” e si comincia a rabbrividire.<br />
Urla, applausi, fischi, ululati. Fermento puro. Tutti in piedi. Boato quando Smith, Gallup e Cooper raggiungono il palco. Sono davvero in tre. Impossibile crederci. Proprio come 32 anni fa*.<br />
Smith al microfono spende solo queste parole: “Questo è il 1979”.<br />
Attaccano <em><strong>10:15 Saturday Night</strong></em>. Una violenta energia. Esecuzione impeccabile. Suono cristallino.  Essenziale. Una cattiveria impressionante. Voce intramontabile. Una vera macchina del tempo. Nessuna altra parola. Finisce una canzone, ne comincia un’altra. In perfetta collocazione discografica. Nessun dettaglio tralasciato. Da <strong><em>Foxy Lady</em></strong> di Hendrix a <em>The Weedy Burton</em>, ghost track dell’edizione originale di <em><strong>Three Imaginary Boys</strong></em> datata 5 Maggio 1979.</p>
<p style="text-align: justify;">Pausa.<br />
Dopo circa 40 minuti di set. Si riaccendono le luci in sala. Ci si muove per una pinta o per guadagnare i servizi. Incrociando gli sguardi ancora attoniti (appare quasi irriverente parlare) ci si rende conto di aver assistito a qualcosa di irripetibile. Dalla propria stanzetta, consumando cassette su cassette, alla Royal Albert Hall. Ad ascoltare – ipnotizzati &#8211; un album pazzesco.<br />
E’ oramai passato qualche minuto. Ci si riversa sui posti riservati. Personalmente, <strong><em>Subway Song</em></strong> continua a tormentarmi. <em><strong>Seven Nation Army</strong></em> dei White Stripes, oggi lo confermo più che mai, è un suo puro plagio.</p>
<p style="text-align: justify;">Ennesimo ingresso della band. Questa volta in quattro. O’Donnell è già in posizione dietro la tastiera. Questo set presenta luci più dure ed un effetto fumo persistente. Ovviamente la prima è <strong><em>A Reflection</em></strong>. Canzone “istituzionale” che suggerisce il titolo all’intero spettacolo. <em>Play For Today</em> con tutta la RAH che fa il coro è indescrivibile. <strong><em>Secrets</em></strong>, <em><strong>In Your House</strong></em>, <strong><em>Three</em></strong>, sembrano un corpo unico.  I tessuti sonori sono infallibili.  Mentre sta per finire<em><strong> The Final Sound</strong></em> in molti sappiamo già cosa sta per accadere.<br />
Siamo di fronte alla realizzazione di un sogno. Difficile da spiegare cosa significhi ascoltare <em><strong>A Forest</strong></em> fra <strong><em>The Final Sound</em></strong> ed<strong><em> M</em></strong>. Come un singhiozzo sordo. Una pura specie di malinconia. Ti passano davanti significative “polaroid”. <strong><em>At Night</em></strong> un vero capolavoro. Chitarra dissonante e basso distorto si rispondono come sempre. Si trovano. Il ritmo cadenzato e batodico non varia mai. A questo punto lo show ha davvero toccato l’akme. Quando Smith canta “Someone has to be there” c’è solo poesia.<br />
Davvero l’oscurità che respira. Tutti danzano in un proprio soliloquio interiore. Spettacolare. Il punto è che qui non si tratta di ascoltare soltanto le canzoni di una band che ami. Qui c’è molto di più. Il coinvolgimento è complessamente autobiografico per la maggior parte dei presenti. Lo si può toccare. Si vedono lacrime scorrere. Ghigni sofferti e liberazione.<br />
<strong><em>Seventeen Seconds</em></strong> viene annunciata. E’ la linea di mezzo di questo intimissimo viaggio.<br />
Questo secondo atto è un abisso metafisico. Una linea profondissima tiene insieme tutta l’esecuzione.<br />
Visibilio commosso.</p>
<p style="text-align: justify;">Seconda pausa.<br />
“Queste luci non ci volevano proprio”. Siamo tutti smascherati. Non sono sicuro che una pinta possa bastare. Tutto troppo carico. Un concentrato denso di violenza, energia, delicatezza e versi.</p>
<p style="text-align: justify;">Ecco arriva il fosco e primitivo momento. Ulteriore ingresso dei “Cinque” Cure. Il pubblico non ha ancora propriamente raggiunto i posti. C’è anche Tolhurst. Particolarissimo e sinistro personaggio. Membro fondatore dei Cure dal 1976 e batterista, percussionista, tastierista, fino alla fine degli anni 80. Riappare con Smith e soci nuovamente per il Vivid LIVE. Un festival musicale che si è tenuto il 31 Maggio e  il 1 Giugno 2011 al Sydney Opera House. Quella è stata la prima vera cornice all’interno della quale la filologia &#8220;The Cure &#8211; Reflections&#8221; sia stata mai eseguita.<br />
E’ il momento del 1981. Quindi di <em><strong>Faith</strong></em>. Album tenebroso. <em><strong>The Holy Hour</strong></em> ne è immagine perfetta. Quanto è difficile “attaccare” con un pezzo così? Subito dopo <strong><em>Primary</em></strong>. Uptime convulsivo e potente. Uno fra i pezzi più ricorrenti nei live dei Cure. <em><strong>All Cats Are Grey</strong></em> è maestosità. Quell’organo sullo sfondo. Nebbia fitta sul palco. Luce cobalto penetrante. Smith, come in <strong><em>The Funeral Party</em></strong>, canta soltanto. Non capita sovente. E quando succede, si sente profondamente. Linee come “I never thought that I would find myself [...] In the death cell a single note rings on and on”, quasi spaventano. La conclusione dell’esecuzione è affidata a <strong><em>Tolhurst</em></strong>. Note gravissime di pianoforte riverberato. Un tripudio. Contrastato freneticamente da <strong><em>Doubt</em></strong>.<br />
La soffertissima <em><strong>The Drowning Man</strong></em> nei suoi quasi sei minuti di alienazione ritmica e poi <em><strong>Faith</strong></em>. La pagina emotiva di <em><strong>Faith</strong></em> è un dono tra i più delicati. Poco meno di Sette minuti dilatatissimi. Uno squarcio di eternità per i fans.  Questa canzone è un inno. Sin dal suo primo verso. Fin dentro gli argini di ogni strofa. “Catch me if I fall / I&#8217;m losing hold / I can&#8217;t just carry on this way /And every time / I turn away / Lose another blind game /The idea of perfection holds me / Suddenly I see you change / Everything at once / The same / But the mountain never moves / [...] I went away alone / With nothing left / But Faith”. La chiusura è rituale. Un lento implodere fino all’ultimo sospiratissimo colpo di cassa.<br />
Restiamo tutti ammutoliti. E’ il ringraziamento composto, autentico e coinvolto di Smith che ci sveglia dal vagheggiamento. Meraviglioso. Non bastano certo tutti gli applausi. E’ una standing ovation colossale. Totale ammirazione. Non vorremmo lasciarli andare. Il terzo atto è concluso. Euforia.</p>
<p style="text-align: justify;"><img style="margin: 2px 6px; float: left;" src="http://www.losthighways.it/wp-content/uploads/the-cure-6.jpg" alt="" width="300" height="225" />Non è ancora finita.</p>
<p style="text-align: justify;">La pausa non è più lunga delle altre. I Cure rientreranno per ben tre volte ancora. Per un totale di 14 brani suppletivi. Eseguendo B-Sides e rarità assolute. Pescando dal “<strong><em>D-Day Demos</em></strong>” del 1977 canzoni come <em><strong>World War</strong></em>. Dal singolo <strong><em>Boys Don’t Cry</em></strong> del 1979 il lato B <em><strong>Plastic Passion</strong></em>. Passando a setaccio tutti i possibili retro 7” del 1981! <strong><em>Descent</em></strong>, <strong><em>Charlotte Sometimes</em></strong> ed ancora il suo lato B <em><strong>Splintered In Her Head</strong></em>.<br />
Lo stesso Robert Smith grattandosi il capo ammetterà di averci pensato tutta mattina. “Quale altro pezzo posso recuperare dal favoloso 1981 per lo spettacolo di questa sera?” Continuando fino a <em><strong>The Hanging Garden</strong></em> di <em><strong>Pornography</strong></em>. L’ultimo Encore, fra luci accese e una RAH in festa, è dedicato al 1983. Anno di <em><strong>Japanese Whispers</strong></em>. Le tracce estratte sono <em><strong>Let’s Go To Bed</strong></em>, <em><strong>The Walk</strong></em> e <em><strong>The Lovecats</strong></em>.</p>
<p style="text-align: justify;">Sono le 11 p.m. passate!</p>
<p style="text-align: justify;">Circa tre ore effettive di spettacolo. Incredibile. L’affetto del pubblico è impressionante. I Cure ringraziano con visibile animo. L’entusiasmo è alle stelle. Una esperienza incommensurabile. La suggestione e la magia del luogo concorrono ulteriormente a segnare un solco profondo nella  nostra curva di esperienza. Scorgiamo Tim Burton allontanarsi verso l’uscita. Diamo un ultimo sguardo alla Hall che si sveste. E’ davvero splendida. Imponente. Nobile. Abbiamo appuntamento fuori con Jason Howes ed altri amici londinesi.<br />
Ingorgo intenso nell’atrio. Quasi impossibile buttare un occhio al Merchandising. Tutto saturo. Non fa freddo. Prenderemo da bere, poi un cab. Non ci sarà molto da dire sull’evento al quale abbiamo assistito. Ne usciamo consapevolmente travolti. La bravura tecnica di Smith alla chitarra è sconvolgente.I suoni perfetti. Gallup una furia. I Cure restano una Band di riferimento assoluto. E’ stato come ritornare al futuro. Hanno suonato con una foga insolente, sfacciata. Sfrontatissimi ed attuali. Coerenti e raffinatissimi.<br />
C’è ancora molto da chiedere. Molto da imparare. Come vedere Wagner da vivo. Siamo stati maledettamente fortunati stasera. Non è ancora mezzanotte. E’ ancora Martedì. 15 novembre 2011.<br />
Non è un martedì come gli altri.<br />
Non è un Novembre qualsiasi.<br />
“Rifletteteci”.</p>
<p style="text-align: justify;">Note_<br />
*La formazione originaria che ha partecipato alla registrazione di Three Imaginary Boys del 1979 era così composta: Robert Smith: Voce e Chitarra / Michael Dempsey: Basso / Lol Tolhurst: Batteria.</p>
<p style="text-align: justify;">Scaletta_The Cure &#8211; Reflections_<br />
15.11.2011_RAH_London_<br />
A]<br />
ThreeImaginaryBoys_ 5 Maggio 1979_<br />
1. 10:15 Saturday Night<br />
2. Accuracy<br />
3. Grinding Halt<br />
4. Another Day<br />
5. Object<br />
6. Subway Song<br />
7. Foxy Lady<br />
8. Meathook<br />
9. So What<br />
10. Fire In Cairo<br />
11. It&#8217;s Not You<br />
12. Three Imaginary Boys<br />
13. The Weedy Burton</p>
<p style="text-align: justify;">B]<br />
SeventeenSeconds_ 22 Aprile 1980_<br />
14. A Reflection<br />
15. Play For Today<br />
16. Secrets<br />
17. In Your House<br />
18. Three<br />
19. The Final Sound<br />
20. A Forest<br />
21. M<br />
22. At Night<br />
23. Seventeen Seconds</p>
<p style="text-align: justify;">C]<br />
Faith_ 14 aprile 1981_<br />
24. The Holy Hour<br />
25. Primary<br />
26. Other Voices<br />
27. All Cats Are Grey<br />
28. The Funeral Party<br />
29. Doubt<br />
30. The Drowning Man<br />
31. Faith</p>
<p style="text-align: justify;">1] ENCORE</p>
<p style="text-align: justify;">1. World War  [D-Day’s Demo, 1977]<br />
2. I&#8217;m Cold  [7”- Lato B di Jumping Someone Else’s Train, 1979]<br />
3. Plastic Passion  [7” - Lato B di Boys Don’t Cry, 1979]                                                                                                     4. Boys Don&#8217;t Cry [7” - Giugno 1979]<br />
5. Killing An Arab [7” - Dicembre 1978]<br />
6. Jumping Someone Else&#8217;s Train [7” - Novembre 1979]<br />
7. Another Journey By Train [7”- Lato B di A Forest, Aprile 1980]</p>
<p style="text-align: justify;">2] ENCORE</p>
<p style="text-align: justify;">1. Descent [7” - Lato B di Primary, Maggio 1981]<br />
2. Splintered In Her Head [7” - Lato B di Charlotte Sometimes, Ottobre 1981]<br />
3. Charlotte Sometimes<br />
4. The Hanging Garden  [7” - A Single, Luglio 1982]</p>
<p style="text-align: justify;">3] ENCORE</p>
<p style="text-align: justify;">1. Let&#8217;s Go To Bed [Single da Japanise Whispers, Novembre 1982/ Luglio 1983]<br />
2. The Walk [Single da Japanese Wispers, Luglio 1983]<br />
3. The Lovecats [Single da Japanise Wispers, Ottobre 1983]</p>
<p style="text-align: justify;">(Foto di Roberta Accettulli)</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.losthighways.it/2012/01/09/the-cure-royal-albert-hall/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
	</channel>
</rss>

