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	<title>Lost Highways &#187; Editoriali</title>
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	<description>Seek your mood, Find your lost highways!</description>
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		<title>Svelare, ascoltare: intervista a Giuliano Dottori</title>
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		<pubDate>Mon, 08 Jun 2026 15:01:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Amalia Dell'Osso]]></dc:creator>
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		<category><![CDATA[Interviste]]></category>

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		<description><![CDATA[La musica è un caleidoscopio di storie, alcune in primo piano con conquiste di convinzione e rabbia, perseveranza e dolcezza, altre invece nascoste per disincanto e ritrosia, estremismo e resistenza. La sua fascinazione sta in questa pluralità e nella possibilità di perdersi tra luce e ombra. Facile soffermarsi dove tutto brilla, più complicato andare oltre &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class=" size-large wp-image-52431 aligncenter" src="https://www.losthighways.it/wp-content/uploads/AYG1872-1024x683.jpg" alt="_AYG1872" width="618" height="412" />La musica è un caleidoscopio di storie, alcune in primo piano con conquiste di convinzione e rabbia, perseveranza e dolcezza, altre invece nascoste per disincanto e ritrosia, estremismo e resistenza. La sua fascinazione sta in questa pluralità e nella possibilità di perdersi tra luce e ombra. Facile soffermarsi dove tutto brilla, più complicato andare oltre e leggere di intrecci e personaggi con parole e melodie rintanate. Giuliano Dottori è una di quelle piccole grandi storie meravigliose che dal 2007 continua a srotolarsi con delicato talento ed eleganti intuizioni. Cantautorato in forma acustica che sogna l&#8217;elettronica, podcast, Tascam, produzioni, festival. Tanti capitoli in un sistema che ti digerisce appena ti intercetta. Eppure, quella storia resiste, con ostinazione e amore. Chi dice che l&#8217;interesse lo motiva soltanto il tempo della promozione di un&#8217;uscita? Una storia è una storia. La sveli, se vuoi. La ascolti, se vuoi. Metti Milano. Metti una tana di luce calda, di strumenti musicali, di cassette d&#8217;altri tempi. Metti di avere anche il tempo di una passeggiata. Così è nata questa intervista e così sono nate le fotografie di <a href="https://www.nicolacordi.com/home">Nicola Cordì</a>. Fotografie che non fermano soltanto i momenti, si fanno parte del racconto con grazia e discrezione.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Come sta la tua musica? Da un po’ hai assunto un atteggiamento molto protettivo e critico.</strong><br />
Sono sicuramente entrato in protezione, come fanno gli impianti audio quando il volume è troppo alto. Cerco di proteggermi dai troppi input esterni. E cerco anche di criticare la china che ha preso il mondo della musica. In generale, penso che siamo in un momento storico in cui è obbligatorio schierarsi.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La conseguenza delle tue riflessioni è stata la rimozione del tuo catalogo dalle varie piattaforme, eccetto BandCamp. Parlami di questa scelta così estrema in tempi in cui il presenzialismo digitale ha una declinazione delirante anche per il musicista.</strong><br />
Premesso che <a href="https://giulianodottori.bandcamp.com/">BandCamp</a> non la considero una piattaforma come le altre, anche solo per l’equità dei compensi, la rimozione del mio catalogo è il frutto di una lunga riflessione, durata qualche anno. L’idea che più pubblichi più hai chance di “essere visto” dall’algoritmo è aberrante. Così come l’ossessione per i numeri. Ho apprezzato moltissimo Madame e prima di lei altri artisti giovani che hanno capito che la musica oggi è una centrifuga al servizio degli oligarchi digitali. Che bisogna anche fermarsi. Vivere. Prendere il proprio spazio. E poi, forse, scrivere una canzone. Ma la cosa che più mi manda ai matti è questa cosa per cui un musicista deve diventare un content creator. Fare la storia, il balletto. È tutto molto faticoso e sbagliato.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il 26 Aprile hai annunciato una raccolta essenziale che hai definito un “best of minimo”. Dimmi di più di questa scelta che è pratica e politica.</strong><br />
Diciamo che l’abbandono di Spotify era facilmente comprensibile da un punto di vista politico (per la nota questione legata agli investimenti militari del suo fondatore), mentre cancellare tutto da ogni piattaforma di streaming lo era meno. Mi sono confrontato tanto, anche con colleghi musicisti. L’iniquità della distribuzione delle royalties è uno dei problemi. Un’altra questione grossa è il pensiero che ci sta dietro, che è un pensiero dichiaratamente capitalistico di arricchimento. Ne comprendo il fine, ma non le modalità con cui viene perseguito. Ad esempio: invece di non pagare sotto i 1000 stream, si potrebbe fare esattamente il contrario. I primi stream valgono 1 euro e se ne fai 1000 guadagni 1000 euro. Poi più ne fai e meno vieni ricompensato. Tanto, voglio dire, Beyonce o Taylor Swift sono già milionarie, no? Perché invece non diamo di più agli esordienti? Perché non rovesciare la piramide? Poi c’è tutto il discorso legato ai bot che pompano gli streaming su cui non c’è nessun tipo di controllo. E chiudiamo con l’AI, la musica creata dal nulla e che toglie spazio ad artisti reali e genera introiti. Insomma, quello dello streaming è un ambito secondo me estremamente problematico. E, in generale, è bene ricordare sempre che, se una cosa è gratuita o costa molto poco, l’attenzione e l’impegno che ci si mette per fruirne è molto poco. Mi spiego: se ho speso 50 euro per andare a vedere Shakespeare a teatro, io quelle tre ore e mezzo me le godo tutte. Invece se esce il nuovo disco di Tizio e me lo trovo gratis (o quasi) nel telefono, è facile che premo skip senza grandi problemi. Questa dinamica elementare ci spiega anche perché poi siamo disposti a spendere 100 euro per un concerto, oltre a 15 di parcheggio, 10 per una birra piccola e 30 per una t-shirt al Merch ufficiale, cosa che invece per me è totalmente inaccettabile.<br />
Tornando a me e alle mie riflessioni, diciamo che la cosa che ho capito è che alla fine gli unici che davvero ci rimettevano erano i miei ascoltatori e che pubblicare un “best of” gli dava qualcosa, una base minima. Al netto che &#8211; è ovvio &#8211; non sono Bob Dylan e che quindi si può fare tranquillamente a meno delle mie canzoni. Però sì, era importante che ci fosse qualcosa online. Mi piace l’idea che su 1000 ascoltatori magari ce n’è uno che dice <em>“oh, mica male questo Dottori”</em> e va su BandCamp a prendersi un disco. Non voglio fare il venale, però per me oggi, 1 euro è comunque più di zero.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img class=" size-large wp-image-52433 aligncenter" src="https://www.losthighways.it/wp-content/uploads/AYG2390-683x1024.jpg" alt="_AYG2390" width="618" height="927" />Cosa è accaduto alla “terra di mezzo” della nostra generazione? La sua implosione a cosa la attribuisci? C’è stato, dal tuo punto di vista, un momento cruciale che ne ha segnato la crisi? Non mi riferisco soltanto alla logica del digitale. Io ne faccio una questione anche di etica e, sai, non è stata soltanto colpa del mezzo. Tutti ci siamo lasciati sedurre…</strong><br />
Assolutamente siamo tutti “colpevoli”, io per primo. Penso che sia stata una gigantesca, enorme sbronza collettiva. Interagire coi propri fan, vedere la propria piccola popolarità crescere. Alimentare il proprio ego era ed è oggi molto, forse troppo facile, oltre che sbagliato. È inebriante. Quindici anni fa ci sembrava tutto nuovo e magico, poter pubblicare un disco direttamente, senza intermediari, arrivando in tutto il mondo. Ma come dice il mio amico Fabrizio Coppola: <em>“alla fine che mi frega di avere il disco in Lituania!&#8221;</em>… è molto più importante coltivare la propria piccola nicchia. Ma la cosa ancora più importante che ho capito è che il mezzo non è neutrale. Non lo è mai stato. Cioè, non è solo colpa nostra se le cose sono andate in questa direzione scadente e noiosa. Ci siamo fatti sicuramente abbindolare dal nostro stesso entusiasmo, ma la strada era segnata ed era sin da principio semplicemente la strada dei soldi e dell’arricchimento di pochi a discapito di molti.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Io ho la sensazione che il vento stia cambiando. Sarà che mi sono lasciata contagiare dall’entusiasmo e dalla voglia di agire che ho respirato seguendo e condividendo il progetto Suoni dal Futuro, ma davvero mi sembra che circoli nuova energia nei musicisti e nuovo interesse da parte del pubblico. Tu cosa ne pensi?</strong><br />
Non lo so, comprendo il tuo entusiasmo, ma non so. Sicuramente c’è qualcosa nell’aria e qualche band in più rispetto al passato recente. Ciò che sta facendo Manuel è più che nobile, su questo non ho nessun dubbio. Ma da qui a dire che c’è una nuova scena no. Non c’è ancora nessuna nuova scena, secondo me, se per scena intendiamo un movimento naturale, dal basso, che germoglia e fiorisce in contesti spesso assurdi e non convenzionali: prendi il CBGB di New York nel 1976 o Catania a inizio Novanta, ad esempio. Sicuramente offrire uno spazio è un’ottima base di partenza, soprattutto oggi che si procede con gli sgomberi dei centri sociali e che le leggi fanno tutto fuorché rendere facile organizzare eventi.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Hai dei figli giovani, quindi la tua percezione è diretta. Ci sono possibilità per la ripresa effettiva di una rete reale? Una rete fatta di persone che possano creare i contesti giusti per la musica e la sua diffusione? Una rete che possa riportare la musica ad una dimensione umana e non filtrata dall’algoritmo. Il passaparola, il contatto fisico possono tornare imperanti?</strong><br />
Quello che sto vedendo in questi mesi è che &#8211; finalmente &#8211; c’è un fetta di under 20 che è tornata a interessarsi alla politica. Il genocidio a Gaza è un evento davvero epocale. L’impunità di Israele, il controllo politico che questo stato detiene a livello globale è spaventoso e ha contribuito a risvegliare un po’ le nostre coscienze. Qualche settimana fa sono stati sequestrati decine di attivisti in acque territoriali internazionali a centinaia di km dalla costa di Tel Aviv. Il fatto che tutti i leader non abbiano protestato formalmente contro Israele è motivo di grande frustrazione. Voglio dire: io sto a Parigi e a un certo punto mi sequestra uno stato X, mi porta via, mi detiene, probabilmente mi tortura. Senza nessun motivo legale lecito. Quando si dice che la realtà supera sempre la fantasia. È un crimine, gravissimo e a me sembra incredibile che il mondo intero non stia isolando completamente Israele. Uno stato in cui è stata reintrodotta la pena di morte. Il mondo in cui siamo cresciuti si è dissolto e a volte ho la sensazione &#8211; spaventosa, che mi atterrisce &#8211; che siamo tornati in mezzo all’ignoranza più bieca, dove vince solo il più forte e ricco.<br />
Non sto sviando la domanda: penso che sia tutto collegato e che in qualche modo ogni cosa abbia un peso politico, da ciò che scegliamo per nutrirci a ciò che facciamo nella nostra quotidianità. Abbiamo assistito a 10/15 anni di disimpegno politico e guarda caso la colonna sonora è stata in larga parte una musica dozzinale, povera melodicamente e armonicamente, i cui testi erano costituiti solo da volgarità machiste. Poi se provavi a dire “beh” ti dicevano che eri vecchio. Ha ragione Manuel quando dice che <em>“quella roba lì fa schifo e basta e sarà spazzata dalla storia nel giro di pochi anni”</em>. Tutti bravi a fare le rime con i brand inglesi, per altro, fallo in italiano! Impegnati! Studia! L’impoverimento lessicale nell’ambito del rap è stato esplorato in modo oggettivo ed è un dato di fatto. Non è un caso che se poi ascolti Fabri Fibra ti sembra Leopardi. Io credo che, tornando un po’ di coscienza politica e di attenzione all’uso delle parole, possa tornare anche un po’ di musica decente. Che non vuole solo fare stream su Spotify, ma portare anche un po’ di contenuto. È music business, lo è sempre stato. Anche con Elvis e i Beach Boys, certo, ma un po’ di decenza, dai. Allarghiamo un po’ l’immaginario: siamo nel 2026 e dovete ancora parlarmi di Gucci, del ferro che hai in tasca e di quanto le donne siano troie? Davvero?</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Parlami di audiocassetto.</strong><br />
Nato per gioco, su una prima suggestione di Matteo Cantaluppi nel 2019 che, mentre produceva la mia <em>L’albero dei sogni</em>, mi disse di provare a fare una roba su cassetta. Da lì è stato un percorso a ostacoli. Trovato su eBay un Tascam del 1982, il problema era trovare i pezzi per aggiustarlo. Ci ho messo cinque anni. Quando ho avuto la macchina funzionante ho guardato un tutorial su YouTube e imparato in un paio d’ore. Bellissimo. Quasi commovente per chi, come me, aveva un walkman Sony ed aveva fatto le prime registrazioni su nastro. Audiocassetto è un po’ questa roba qua: giocare con la musica, senza rete. La take la devi fare tutta, non puoi barare. Devi imparare il pezzo, decidere un micro arrangiamento e farlo. Poi le cassette costano e non è facilissimo trovarle, dunque non hai troppo spazio per fare prove. Aggiungo una chiosa sull’economia di questo progetto che è gratuito su <a href="https://giulianodottori.substack.com">Substack</a> per tutti, ma si può sostenere con un abbonamento mensile o annuale. Ecco, con Audiocassetto ho guadagnato in tre mesi più che con dieci anni di streaming su Spotify. Dieci. Anni. Direi che da solo questo dato dice tutto.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Questo tuo progetto sembra averti riportato ad una sorta di tana in cui la musica è una questione intima. La condividi in maniera discreta, ma resta soprattutto un piacere tuo. Questa dimensione custodisce una qualche forma di disillusione oppure è un modo per guardarti dentro ed attendere il momento di una ripresa creativa?</strong><br />
Che sia disilluso è palese da quando ho pubblicato <strong><em>Addio sogni di gloria</em></strong> tre anni fa. La mia disillusione riguarda però anche l’ambito indie. Mai completamente accolto, spesso guardato con sufficienza. Io dal punto di vista creativo sto benissimo, mi piace un sacco ciò che faccio. Ho passato troppi anni a rosicare per un successo che stentava ad arrivare. Posso dirti, oggi che ho quasi cinquant’anni, <em>&#8220;chi se ne frega&#8221;?</em> Quando riascolto i miei dischi sono semplicemente orgoglioso di quello che ho fatto. Mi piacciono tutti, ancora oggi.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img class=" size-large wp-image-52434 aligncenter" src="https://www.losthighways.it/wp-content/uploads/AYG2138-683x1024.jpg" alt="_AYG2138" width="618" height="927" />So bene quanto possa essere faticoso e dispendioso oggi riabbracciare l’idea di rimettere in moto la macchina dei sogni. Progettare la produzione di un disco, la sua promozione, un calendario di concerti in un Paese dove i locali dai numeri contenuti scarseggiano sembra un’impresa titanica. Ci pensi ogni tanto? Sei tentato?</strong><br />
Devo trovare prima un’idea. Tutti i miei dischi tranne il primo, che come spesso succede è una somma di canzoni scritte in momenti molto diversi, hanno un cuore pulsante. Non li posso definire dei concept album, ma hanno una spinta iniziale molto definita. Poi ciò che segue alla pubblicazione mi affatica sempre più, anche perché, come giustamente dici tu, il piccolo circuito virtuoso che ho abitato e contribuito a costruire fra il 2007 e il 2015 non esiste più. Ovviamente per ragioni anagrafiche per me è complicato intercettare i nuovi luoghi della musica, ammesso che esistano.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Una volta mi hai detto che l’unica cosa che ti rende felice è scrivere canzoni chiuso nella tua stanza. Può essere la spinta a riprovarci, a vincere l’amarezza per un sistema logorato?</strong><br />
In questo momento sono felicissimo di accendere il mio Tascam 244 e perdermi dentro una canzone per un paio d’ore. Sulla scrittura quello che ho imparato in questi anni è che prima o poi il momento giusto arriva e non bisogna mai forzare.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Cosa stai ascoltando adesso? Cosa ti sta influenzando? Come faresti un disco adesso? Che suoni avrebbe e cosa racconterebbe nei suoi testi. Sono sicura che tu ci abbia pensato!</strong><br />
Ascolto poca musica nuova, mi piace riascoltare cose che conosco molto bene (<em>Meddle</em>, <strong><em>Remain in light</em></strong>, <strong><em>Either/or</em></strong>, <em><strong>Anime salve</strong></em>, <strong><em>22, A million</em></strong>, <strong><em>Piccoli fragilissimi film</em></strong>, <em>Sea Change</em>… e potrei andare avanti a lungo) e scoprire artisti enormi che per uno strano caso del destino non ho mai intercettato. Penso a Ivan Graziani che sto spulciando in questi giorni. Poi certo, un paio di volte al mese mi ci metto e trovo cose molto belle. Sui testi sono a un punto morto. Sui suoni, credo che mi piacerebbe proseguire sulla strada de <strong><em>La vita nel frattempo</em></strong>, dunque su un ibrido elettro-acustico in stile Bon Iver. Ma mi affascina moltissimo anche l’idea di esplorare sonorità più orchestrali.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Quando lo farai uscire?!</strong><br />
Mai!</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Link di riferimento</strong></p>
<p><a href="https://giulianodottori.bandcamp.com/">giulianodottori.bandcamp.com</a></p>
<p><a href="https://giulianodottori.substack.com/">giulianodottori.substack.com</a></p>
<p><a href="https://www.nicolacordi.com/">www.nicolacordi.com</a></p>
<p><iframe title="YouTube video player" src="https://www.youtube.com/embed/2-osGXHLSJM?si=HKYWDFLYQP6DNCNU" width="560" height="315" frameborder="0" allowfullscreen="allowfullscreen"></iframe></p>
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		<title>Una notte rarefatta: Kiiōtō live at Teatro Bolivar (NA) 22-05-26</title>
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		<pubDate>Sat, 06 Jun 2026 13:52:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Vladimiro Vacca]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Editoriali]]></category>
		<category><![CDATA[Live report]]></category>

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		<description><![CDATA[Non avrei mai immaginato di ascoltare la voce di Lou Rhodes (Lamb) in un teatro incastonato nel ventre di Napoli. E invece il miracolo si è materializzato proprio qui, nella città dove tutto è possibile quando esistono promoter visionari come Peppe Guarino di Rockalvi: persone capaci di vedere opportunità dove altri non osano nemmeno immaginare &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class=" size-large wp-image-52407 aligncenter" src="https://www.losthighways.it/wp-content/uploads/J2A7800-1024x683.jpg" alt="_J2A7800" width="618" height="412" /></p>
<p style="text-align: justify;">Non avrei mai immaginato di ascoltare la voce di Lou Rhodes (Lamb) in un teatro incastonato nel ventre di Napoli. E invece il miracolo si è materializzato proprio qui, nella città dove tutto è possibile quando esistono promoter visionari come Peppe Guarino di Rockalvi: persone capaci di vedere opportunità dove altri non osano nemmeno immaginare percorsi di musica alternativa. Grazie a Peppe, questa sera sul palco del Teatro Bolivar abbiamo assistito alla magica performance di Kiiōtō, il progetto condiviso da Lou Rhodes (Lamb) e Rohan Heath (Urban Cookie Collective), arricchito dal vivo dalla presenza del contrabbassista Jon Thorne (Lamb). Fin dall’inizio ci siamo ritrovati immersi nelle atmosfere noir‑jazz e nel mood trip‑pop che attraversano i due album <strong><em>As Dust We Rise</em> </strong>e<strong> <em><a href="https://www.losthighways.it/2026/04/26/black-salt-kiioto/" target="_blank">Black Salt</a></em></strong>. Rohan apre il concerto da solo, con la linea di piano ipnotica di <em><strong>Moth</strong></em>, mentre il pubblico trattiene il respiro in attesa dell’ingresso di Lou. Quando finalmente appare, avvolta in un vestito dalla<strong> tra</strong>ma cosmica, sembra quasi proiettare sul palco la stessa sospensione siderale del brano successivo, <em><strong>Zero Gravity</strong>.</em> La sua voce si espande nell’aria con una naturalezza disarmante, vibra e si intreccia alle corde profonde del double‑bass di Jon, che dà corpo e peso a ogni fraseggio. Nel susseguirsi di <em><strong>Warpaint</strong>, <strong>Josephine Street</strong> e <strong>Lost Map</strong></em>, il trio offre un’alchimia rara: una musica raffinata, per palati sopraffini, che cercano nella performance dal vivo l’autenticità, la fragilità, il talento nudo. Rispetto ad altri concerti del tour a Napoli il clima è più caldo, più emotivo. Lou dialoga con il pubblico, sorride spesso, quasi sorpresa dall’intensità dell’ascolto. Rohan, dal canto suo, alterna momenti di concentrazione assoluta a improvvise aperture melodiche che rendono i brani più fluidi e spontanei rispetto alle versioni in studio. Il finale è un crescendo emotivo. Il doppio encore è la prova che Lou e Rohan non si risparmiano mai: <em><strong>Wild Geese</strong></em> apre una parentesi di pura sospensione, seguita da una <em><strong>Gabriel</strong> </em>(Lamb) che il pubblico accoglie come un dono inatteso, cantando sottovoce ogni parola. Chiudono con <em><strong>Spanish Moss</strong> e <strong>Quilt</strong>,</em> lasciando nell’aria una scia di gratitudine e stupore. Uscendo dal Bolivar, resta la sensazione di aver assistito a qualcosa di irripetibile: un concerto che non si limita a riprodurre due dischi, ma li trasfigura, li rende vivi, li fa respirare dentro un teatro napoletano che — per una sera — è sembrato il centro esatto dell’universo.</p>
<p style="text-align: justify;"><img class=" size-large wp-image-52406 aligncenter" src="https://www.losthighways.it/wp-content/uploads/J2A7767-2-683x1024.jpg" alt="_J2A7767-2" width="618" height="927" /></p>
<p style="text-align: justify;"><img class=" size-large wp-image-52408 aligncenter" src="https://www.losthighways.it/wp-content/uploads/J2A7824-1024x683.jpg" alt="_J2A7824" width="618" height="412" /></p>
<p><img class="size-large wp-image-52409 aligncenter" src="https://www.losthighways.it/wp-content/uploads/J2A7917-683x1024.jpg" alt="_J2A7917" width="618" height="927" /></p>
<p><img class=" size-large wp-image-52410 aligncenter" src="https://www.losthighways.it/wp-content/uploads/J2A7921-683x1024.jpg" alt="_J2A7921" width="618" height="927" /></p>
<p><img class=" size-large wp-image-52411 aligncenter" src="https://www.losthighways.it/wp-content/uploads/6W1A6149-683x1024.jpg" alt="6W1A6149" width="618" height="927" /></p>
<p><img class=" size-large wp-image-52412 aligncenter" src="https://www.losthighways.it/wp-content/uploads/6W1A6153-683x1024.jpg" alt="6W1A6153" width="618" height="927" /></p>
<p><img class=" size-large wp-image-52413 aligncenter" src="https://www.losthighways.it/wp-content/uploads/6W1A6172-1024x683.jpg" alt="6W1A6172" width="618" height="412" /></p>
<p><img class=" size-large wp-image-52414 aligncenter" src="https://www.losthighways.it/wp-content/uploads/6W1A6182-683x1024.jpg" alt="6W1A6182" width="618" height="927" /></p>
<p><img class=" size-large wp-image-52415 aligncenter" src="https://www.losthighways.it/wp-content/uploads/6W1A6209-683x1024.jpg" alt="6W1A6209" width="618" height="927" /></p>
<p><img class=" size-large wp-image-52416 aligncenter" src="https://www.losthighways.it/wp-content/uploads/6W1A6337-1024x683.jpg" alt="6W1A6337" width="618" height="412" /></p>
<p><img class=" size-large wp-image-52417 aligncenter" src="https://www.losthighways.it/wp-content/uploads/6W1A6380-1024x683.jpg" alt="6W1A6380" width="618" height="412" /></p>
<p><img class=" size-large wp-image-52418 aligncenter" src="https://www.losthighways.it/wp-content/uploads/6W1A6399-1024x683.jpg" alt="6W1A6399" width="618" height="412" /></p>
<p><img class=" size-large wp-image-52419 aligncenter" src="https://www.losthighways.it/wp-content/uploads/6W1A6402-1024x657.jpg" alt="6W1A6402" width="618" height="397" /></p>
<p style="text-align: justify;">
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		<title>Il dolore che brilla: intervista a Wayloz</title>
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		<pubDate>Sun, 24 May 2026 11:58:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Amalia Dell'Osso]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Editoriali]]></category>
		<category><![CDATA[Interviste]]></category>

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		<description><![CDATA[Foto di Adriana Adiletta Wayloz è il progetto solista di Osasmuede Aigbe, già membro dei Gemini Blue. L&#8217;identità italo-nigeriana impregna un songwriting dalla doppia anima: una radice acustica e folk alimenta una particolare architettura elettrica ispirata a sonorità rock e sperimentali. Attualmente Wayloz è parte integrante del progetto trinennale Suoni dal Futuro Live Tour, con protagonisti &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class=" size-large wp-image-52357 aligncenter" src="https://www.losthighways.it/wp-content/uploads/DSC_2034-1024x683.jpg" alt="DSC_2034" width="618" height="412" /></p>
<p style="text-align: center;"><em>Foto di Adriana Adiletta</em></p>
<p style="text-align: justify;">Wayloz è il progetto solista di Osasmuede Aigbe, già membro dei Gemini Blue. L&#8217;identità italo-nigeriana impregna un songwriting dalla doppia anima: una radice acustica e folk alimenta una particolare architettura elettrica ispirata a sonorità rock e sperimentali. Attualmente Wayloz è parte integrante del progetto trinennale Suoni dal Futuro Live Tour, con protagonisti assoluti i musicisti e le musiciste della nuova generazione. Distante dalle logiche dell’algoritmo, dal delirio liquido degli streaming e delle views, dalle false seduzioni dell’AI, dalle manipolazioni dell’autotune, un manipolo di giovanissimi (tra i 15 ed i 30 anni) partecipa al piano visionario nato al Germi di Milano e supportato dalla proverbiale lucidità di Manuel Agnelli. Wayloz è tra questi giovani.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Da dove arriva il tuo sogno di fare musica? </strong><br />
Arriva da una parte remota del mio universo emotivo. Fin da piccolo ho sognato ad occhi aperti ascoltando la musica, facevo questi lunghi viaggi in macchina con la mia famiglia e la musica ci accompagnava sempre e ovunque; guardavo fuori dal finestrino e immaginavo mondi, storie e tragedie. In quei momenti di astrazione ho sviluppato il desiderio di essere autore di quei luoghi e di quelle immagini che mi facevano stare bene e in seguito, scoprendo grandi artisti come Hendrix e i Led Zeppelin, mi sono convertito alla setta esoterica della chitarra e della nostra grande madre, l&#8217;elettricità.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Raccontami la storia del nome del tuo progetto e l’immaginario che porta con sé. </strong><br />
&#8220;Wayloz&#8221; è l&#8217;unione tra il termine protoindoeuropeo ricostruito &#8220;Waylos&#8221; (nome tabù del lupo che doveva significare &#8220;colui che ulula&#8221;) e il mio soprannome conosciuto tra i musicisti, &#8220;Oz&#8221;. Ho &#8220;creato&#8221; questo nome perché ricerco nell&#8217;arte e nella musica il lato più viscerale e primordiale, anche quello più grottesco e inquietante. Inoltre mi piaceva l&#8217;idea del nome tabù, come qualcosa di troppo brutto o doloroso per essere nominato, ecco Wayloz vuole proprio prendere quel dolore e spogliarlo della sua omertà e farlo brillare sotto la luce del sole. Il male disarmato si risolve e diventa semplicemente un&#8217;energia che può essere convogliata in una magia rituale invisibile: la musica. Wayloz si veste quindi della natura e del senso primitivo dell&#8217;esigenza, della ritualità dei sentimenti e dell&#8217;inespresso, che è anche la fonte di molta forza naturale.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Cominci ora a farti conoscere di più dal pubblico. Se ti chiedessi di fare il punto del tuo percorso artistico fino ad ora e di preannunciare l’immediato futuro? </strong><br />
Diciamo che comincio ora a suonare nei canali più sensati per il mio tipo di visione con Wayloz, ma il pubblico largo e piccolo, conscio e ignorante è da quando ho 14 anni che ci ho a che fare. Tra pub pieni di bifolchi leghisti, aperture a band internazionali e X Factor ho imparato a gestire le mille problematiche dell&#8217;apparire su un palco impersonificando il ruolo dell&#8217;artista e tutta questa gavetta spietata mi sta aiutando sui palchi di Suoni Dal Futuro, dove mi sento a mio agio e sicuro di quello che posso comunicare. Il mio percorso artistico, come quello di tutti, immagino, è dettato da una costante metamorfosi e dall&#8217;insoddisfazione, il voler comunicare e rendere vivo ciò che mi abita nella testa, arrabbiarmi con me stesso, gioire e frustrami. Provare e riprovare ancora, disfare. Finito il tour non vedo l&#8217;ora di tornare in studio e tentare di nuovo di spiegare al mondo e a me stesso quello che provo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Quali sono i tuoi riferimenti musicali? </strong><br />
Sono tantissimi e cambiano con le stagioni, vorrei essere un abete sempreverde con gli stessi ascolti, ma salvo qualche pietra miliare sono sempre in un ciclo di germogli e foglie che cadono. Ecco alcuni riferimenti: Jimi Hendrix, Led Zeppelin, Jeff Buckley, QOTSA, All Them Witches, Om, John Fahey, Grizzly Bear, Comus, Fuzz, Tricot, Funkadelic, Kendrick Lamar, JPEGMAFIA, Bassekou Kouyate, Fela Kuti, Black Keys, Unknow Mortal Orchestra, True Widow, King Crimson, Milton Nascimento, Denzel Curry, Nujabes. E tutto il blues ancestrale, che per me è uno spirito antropomorfo e non una semplice influenza sonora.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Le tue origini posso diventare il tratto distintivo della tua identità artistica? Spingerai su questo? </strong><br />
Il confine tra autenticità e superficialità quando si parla di cultura e appartenenza nella musica è sempre molto sottile. Sto provando a disinnescare l&#8217;ordigno delle mie origini senza saltare in aria. Credo che nella musica io ritrovi tantissimo la mia africanità, cosi come il mio essere un cenomano della terra dei laghi. La mia intenzione è unire nord e sud in unica visione musicale che tenda ad un tribalismo elettrico e non penso sarà un&#8217;identità costruita a tavolino ma un frutto di un percorso artistico dettato dal tempo e dalla pazienza. Rimane il fatto che quando arpeggio la chitarra a 12 corde percepisco la presenza di Eshu Elegba e il boato della ruota di Taranis, e finché sarò fedele a ciò che sento, credo che il messaggio arriverà, a prescindere che io indossi una tunica o dei segni Ogham sulle mani quando mi esibisco.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Come sei approdato a Suoni dal Futuro? </strong><br />
È stata un&#8217;occasione inaspettata, stupenda e di cui sarò eternamente grato. Tutto è  incominciato a Milano, al Germi. Mi sono esibito a dicembre per la rassegna &#8220;Carne Fresca&#8221; e lì ho avuto la fortuna di farlo davanti a tutta la direzione artistica del locale e a Manuel Agnelli. Sono rimasti sopresi dalla mia musica e per mia incredulità mi hanno contattato un mese dopo per coinvolgermi in questo progetto visionario e lungimirante. In generale, Suoni Dal Futuro è stato ciò di cui Wayloz aveva bisogno, spero porti ad altro, ma sono già contentissimo così.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Senti anche tu il fermento di cui parla Manuel e che rende riconoscibile la scena della tua generazione? Ti senti parte di una collettività con un messaggio chiaro? </strong><br />
Devo dire che più mi confronto con gli altri artisti della mia generazione (anche quelli più vicini a me) e più mi sento un weirdo che scende dalle colline attaccato ad un suono che sente solo lui. Ciò che crea fratellanza però è il bisogno comune di urlare, esprimere e riappropriarci di ciò che ci è stato tolto: l&#8217;importanza di un percorso serio e che generi solidità, le occasioni e gli spazi di essere ascoltati, ma anche la dignità nell&#8217;essere fragili e del convogliare un messaggio autentico.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Come stanno andando queste date insieme agli altri giovani selezionati per Suoni dal Futuro Live Tour? Che sensazioni stai vivendo? </strong><br />
L&#8217;atmosfera con le ragazze e i ragazzi degli altri progetti è fantastica, c&#8217;è tantissimo rispetto ed entusiasmo. Ci ascoltiamo tutti con molto supporto e siamo sotto al palco quando non è il nostro turno di performare. È una bella carovana di matti e sono impressionato dalla quantità di talento che si tira dietro, solitamente gli ambienti artistici sono abitati da invidia e presomalismo, ma qui respiro un&#8217;aria fresca. We dont really give a fuck bout nothing but music!</p>
<p><iframe title="YouTube video player" src="https://www.youtube.com/embed/JPhhTivuHro?si=azCsAfNbtwUJgCTR" width="560" height="315" frameborder="0" allowfullscreen="allowfullscreen"></iframe></p>
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		<title>È giunta l&#8217;ora dei conti: Giorgio Canali @ Monk 13/05/2026</title>
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		<pubDate>Mon, 18 May 2026 15:36:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Cristiano D’Anna]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Editoriali]]></category>
		<category><![CDATA[Live report]]></category>

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		<description><![CDATA[È sempre bello ed estraniante tornare al Monk. È bello perché il Monk, con le sue mura scartavetrate dal tempo, è un piccolo residuato di archeologia urbana riadattato a polo culturale e, allo stesso tempo, a locale dove bere e mangiare divertendosi. È estraniante perché, riguardandomi adesso, circondato da studenti universitari con barbetta incolta, da &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img class=" size-large wp-image-52351 aligncenter" src="http://www.losthighways.it/wp-content/uploads/giorgio-canali-1024x682.jpeg" alt="giorgio-canali" width="618" height="412" /></p>
<p>È sempre bello ed estraniante tornare al Monk.<br />
È bello perché il Monk, con le sue mura scartavetrate dal tempo, è un piccolo residuato di archeologia urbana riadattato a polo culturale e, allo stesso tempo, a locale dove bere e mangiare divertendosi.<br />
È estraniante perché, riguardandomi adesso, circondato da studenti universitari con barbetta incolta, da trentenni con tatuaggi e tette in mostra e da cinquantenni in pieno restyling, mi sento anche io né più né meno identico a tutta la bolgia fintopovera e alternativoborghese che affolla il cortile.<br />
Scolo una birra e poi di seguito un gin tonic, mi guardo intorno, vengo rapito da questa meravigliosa fauna umana in bilico tra l’Hic Et Nunc ed il Fatevi Fottere.<br />
Ed in effetti stasera suona Giorgio Canali, che vedo fermo a bere mentre, come suo solito, scambia qualche parola con gli astanti che gli si avvicinano allegri.<br />
Canali è sempre stato, da che io ricordi dei suoi concerti, una persona cordiale e disponibile alla chiacchiera, con quel suo modo gentile di ridere e di mettere a proprio agio chi gli chiede una foto o quel che sia. L’ho sempre pensato, ed il tempo me ne ha dato la conferma, una sorta di antidivo dal timbro accogliente e dalla bestemmia pronta. Ma stasera sembra che il Tempo abbia deciso di seminare strane tessere di un puzzle che, forse, a fine serata comporranno un disegno alterato.<br />
Quando io e la mia amica ci avviciniamo, lui ci tende la mano con la classica stretta di pollice virile e confidenziale e noi, tra una fesseria e l’altra, gli facciamo vedere una foto che ci ritrae con lui scattata qualche anno prima. La ripetiamo?<br />
&#8211; Certo, ma siamo tutti più vecchi di qualche anno, mica come qui…- ci dice guardando la foto- …che eravamo giovani e belli!-<br />
È la seconda volta in questa serata che entra prepotentemente, tra me e la musica, il discorso Tempo. Uno strano presagio come un accordo di Mi Sus che lascia sottintendere un discorso rimasto sospeso. Dopo un po’ Giorgio si allontana, noi torniamo a bere altro gin tonic poi improvvisamente, da fuori, sentiamo che la musica è iniziata e ci dirigiamo verso l’area concerti.<br />
La gente non è eccessivamente accalcata, ho imparato da tempo che ai concerti di Giorgio Canali ci si trova circondati da persone che vogliono ascoltare buona musica senza necessariamente per questo sfasciarsi di pogo o stare accalcati.<br />
Inizia con <strong><em>Piove</em></strong> e parte subito con l’acceleratore schiacciato. La differenza la fa anche il violinista che nell’arco di questa serata si esibirà in delle peripezie meravigliose e la sezione ritmica si rivela una vera locomotiva.<br />
Continua subito, dopo aver alzato l’immancabile bicchiere e brindato al pubblico, con <strong><em>C’era Ancora il Sole</em></strong> e l’aria inizia a saturarsi del canto dei ragazzi. Le canzoni di rabbia e delusione sono parte dell’immaginifico di Canali. La scrittura dei testi, a mio avviso, è una delle sue caratteristiche peculiari: Canali riesce a parlare di malessere personale, di relazioni tossiche ma anche di criticità sociali con la stessa voracità distruttiva. Senza speranza, sì, per certi versi, ma sempre spingendo verso quella “reazione che non c’è”, per citare un verso di una sua canzone.<br />
A fine canzone si accendono le luci, un ragazzo tra il pubblico sta male. Lui si interessa che ci sia un medico in sala, che vada tutto bene. Va tutto bene? Dai, non farmi spaventare, si interessa. Ci sono passato qualche mesetto fa, oramai ho una certa età di merda.<br />
Ed ecco che ritorna il Tempo.<br />
Io sono poggiato al muro. Sto bevendo l’ennesimo gin e, ad un certo punto, le unghie degli anni che passano mi lasciano segni dietro la schiena. È bastato un ragazzo che collassa e Giorgio Canali che, dal palco, ricorda che non è più un ragazzino.<br />
In effetti non lo sono nemmeno io.<br />
In effetti, adesso, guardandomi intorno, mi accorgo che siamo parecchi lì dentro a non essere più ragazzini.<br />
Eppure siamo lì. Ad ascoltare musica o a scolarci le cantine del mondo, qualcuno magari a cercare di far svoltare la serata mentre sussurra qualcosa all’orecchio di una ragazza. E beffardamente, come se il microfono avesse intercettato i miei pensieri, dalle casse parte <strong><em>Un Filo Di Fumo</em></strong>.<br />
È un filo di fumo che ci tiene legati alla vita, ragazzi andateci piano: se fate vento è finita.<br />
Il buio circonda un oceano di teste rivolte verso il palco dove un sessantasettenne chitarrista di Predappio, sotto una doccia di faretti blu, grida nel microfono che John Lennon è stato fatto saltare in aria dalle brigate rosse a Sarajevo. È la chiusura dell’ultima strofa di <strong><em>Undici</em></strong>, forse in assoluto la strofa che dipinge di più gli anni barbari che stiamo vivendo. Giorgio si ferma, butta giù qualche bestemmia ridendo nel microfono, fa quattro chiacchiere dal palco con una ragazza in prima fila, poi alza di nuovo il bicchiere di gin tonic e confessa che sta semplicemente riprendendo fiato. In fondo ha quasi 68 anni.<br />
Di nuovo il Tempo.<br />
Ancora.<br />
Un’altra volta. Colpisce ancora. Credevo di averlo spacciato davvero ma, porco giuda, respira ancora.<br />
Questo concerto sta iniziando a prendere una piega inaspettata, sarà colpa mia o colpa dei testi di Giorgio Canali o semplicemente del barista che avrà messo poca tonica nel bicchiere, ma io inizio a sentirmi fuori posto. C’è mio figlio a casa con la febbre, ho un po’ di casini al lavoro ultimamente, un bel po’ di macerie alle spalle, ho i capelli lunghi legati a cipolla dietro la testa e sono appoggiato a un muro in mattoni a bere gin tonic mentre un gruppo di ragazzi riurla in faccia al cantante che è meglio essere tossici che fossili. Di quel cantante che si chiede cosa sia andato davvero storto.<br />
Non ne ho idea, Gió. Niente. Tutto è andato storto.<br />
È stato un attimo e tutto è andato storto.<br />
Questo paese, questa gente, la mia vita. Tutto.<br />
Canali si getta nei suoi monologhi intervallati dalle sue canzoni. È un uomo che si guarda indietro, fa più volte riferimento a fatti passati, persone incontrate in giorni lontani, che ora sono “vecchi di merda come me”.<br />
Ride, deride, scherza, urla nel microfono. Quando parte <strong><em>Precipito,</em></strong> nemmeno si incazza più di tanto all’apparire dei telefonini.<br />
-No, dai, tira via quel coso- dice ad un tizio tra il pubblico -tra tante canzoni belle che ho fatto accendete queste macchinette del cazzo sempre su questa?! Spero sempre che non lo facciate e poi mi deludete sempre- ride e con lui ride il pubblico. &#8211; Viene voglia di non farla. Ma poi vi voglio bene anche se siete stronzi e la faccio-<br />
E la fa.<br />
È un po’ diversa, più contenuta, meno rabbiosa. È bella.<br />
Si ferma, parla ancora, ride, c’è una canzone vecchia, vecchia davvero dice. Ancora le unghie del Tempo.<br />
E parte <strong><em>Lettera Del Compagno Lazlo al Colonnello Valerio</em></strong> ed è questa che dà il colpo di grazia.<br />
Perché, sì, è vero ciò che dicevo tempo fa: la musica dal vivo fa sì che una parte di te pensi a tante cose, a volte mentre balli e a volte mentre sanguini. E sì, c’è stato un momento in cui sembrava avessimo il Progresso a portata di mano ed ora siamo a raccogliere i cocci del Diritto. A ballare mentre chi parte sulla Flottilla viene deriso dalla seconda carica dello Stato. A bere gin tonic mentre le nuove indicazioni scolastiche limitano l’insegnamento di Marx e Spinoza nei licei ma, soprattutto, mentre eliminano Gramsci. Una seconda volta. Per certi versi sempre le stesse persone.<br />
Ed allora viene da pensare che questo scritto avrei voluto chiuderlo come chiude la canzone perché più ci penso e più sale la bestemmia ma poi lascio correre.<br />
Alla fine quando ci interessa più la forma del discorso che il discorso in quanto tale vuol dire che abbiamo perso, vero?<br />
Alla fine è stato un bel concerto e ve l’ho raccontato come mi è arrivato: dritto allo stomaco. Se vi capita di andare a sentire Canali in concerto munitevi di alcol.<br />
Non per dimenticare ma per anestetizzare la consapevolezza della fine di merda che abbiamo fatto.<br />
Nostra Signora della Dinamite non ci ha salvati. E ha fatto bene.<br />
Non ce lo siamo meritati.</p>
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		<title>Un&#8217;alchemica rotta: Roberto Colella @ Feltrinelli di Piazza dei Martiri (NA)</title>
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		<pubDate>Mon, 11 May 2026 14:31:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Amalia Dell'Osso]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Editoriali]]></category>
		<category><![CDATA[Live report]]></category>

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		<description><![CDATA[Il 10 Maggio, in una domenica di una confusa primavera, alla Feltrinelli di Piazza dei Martiri di Napoli si è tenuto l’incontro di presentazione di Ce sta sempe na via (Full Heads), l’album che segna l’inizio della storia solista di Roberto Colella, già noto a critica e pubblico per le meravigliose avventure a capo de &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="aligncenter size-large wp-image-52303" src="https://www.losthighways.it/wp-content/uploads/DSC_3176_wm-1024x683.jpg" alt="DSC_3176_wm" width="618" height="412" /></p>
<p style="text-align: justify;">Il 10 Maggio, in una domenica di una confusa primavera, alla Feltrinelli di Piazza dei Martiri di Napoli si è tenuto l’incontro di presentazione di <strong><em>Ce sta sempe na via</em></strong> (Full Heads), l’album che segna l’inizio della storia solista di Roberto Colella, già noto a critica e pubblico per le meravigliose avventure a capo de La maschera. Per l’occasione, al suo fianco Amedeo Colella, scrittore ed umorista che, attraverso le casse di risonanza di televisione, teatro, social, racconta con allegria e competenza la cultura napoletana, saltellando nelle curiosità e nelle profondità di filosofia, storia, gastronomia, arte, letteratura, linguistica. Roberto ed Amedeo condividono lo stesso cognome, ma non <em>si appartengono</em>, come si dice nella terra di Partenope. Non si appartengono per sangue, ma si appartengono per radici e amore verso la vita e la fierezza di essere nati dove <em>non si aggredisce, ma si accoglie</em>. Il dialogo tra i due si rivela quanto di più gradevole ed intenso si potesse immaginare per raccontare un disco che è Napoli e la sua periferia, e le sue magnificenze nutrite da un’eco lontana e, al tempo stesso, moderna che ricorda e rinnova l’apertura agli ultimi, ai fragili, fratelli di migrazioni nella geografia così come nel cuore. Napoli è come un palcoscenico universale da cui risuonano le 11 canzoni di Colella e da cui viaggiano verso chiunque le riconosca nella loro intensità lirica e nel loro senso estremamente schietto e verace: c’è sempre una speranza, per ogni storia personale e collettiva. Una speranza costruita con la consapevolezza e la comunione di intenti, con la resistenza e la disobbedienza civile. Siamo individui e siamo <em>stormo</em>. Non si tratta di politica definita da un colore, si tratta di politica nel senso filosofico del termine, si tratta di <em>restare umani</em>. Amedeo pesca a mani nude nelle lezioni di Viviani, di De Filippo, di Murolo, di Bruni, di Pino Daniele, delle dominazioni nei secoli, delle ribellioni durate qualche mese eppure epocali per offrire a Roberto lo spunto per entrare nel cuore dei suoi brani, raccontando aneddoti e processi di lavorazione al fianco di uno dei più sensibili ed ispirati produttori artistici in circolazione: Massimo Blindur De Vita, presente all’appuntamento con un mandolino magico che disegna nell’aria la sintonia straordinaria con Roberto.<br />
Si parla anche e soprattutto di Gaza, di Palestina libera e di sterminio di un popolo, chiamando le cose con il loro nome senza alcun timore di farlo perché non si può accettare la complicità del silenzio. Si parla di Muhammad Ali e dell’importanza dell’opposizione allo strapotere di qualunque imperialismo. Si parla delle storie dietro l’apparenza che spesso porta a giudizi sbagliati, come nel caso del pescatore Antonio Ventre e del suo mantra tatuato sul petto: <em>tutto passa</em>, al centro dell’ultimo brano del disco.<br />
Passando dal pianoforte a coda alla chitarra, Roberto si lascia andare a qualche brano che il pubblico in sala già conosce perfettamente, facendosi coinvolgere tra cori e ritmica. Si respira una gioia condivisa che è una forma di abbraccio tra un ragazzo pieno di entusiasmo e dotato di un talento commovente e le persone accorse in Feltrinelli. Lui è sulla scena con gli occhi che brillano di pienezza e gratitudine, sembra non riuscire a contenerle eppure trovano l’alchemica rotta quando canta e suona, quando guarda stupefatto la folla che, puntuale, è arrivata perché certa musica fa questo: unisce e lenisce in una bolla di leggera felicità.<br />
<strong><em>La casa sull’albero</em></strong>, <strong><em>Canto dei soli</em></strong>, <strong><em>Ali, Bomaye</em></strong>, <strong><em>Tutto passa</em></strong> (con un testo di una poeticità disarmante, scritto a quattro mani con Alessio Sollo) scorrono con la luce dei puri e si fanno porte di accesso ad un disco che merita di incontrare un pubblico vasto, vastissimo che sappia riconoscersi nella nuda e <em>incisiva</em> verità delle cose<em>: ce sta sempe na via </em>per non essere soli e condividere una risposta nella coscienza collettiva, nonostante le fragilità e con tutto l’amore che possiamo, umani tra umani.</p>
<p style="text-align: justify;">Foto di Adriana Adiletta</p>
<p style="text-align: justify;"><img class="aligncenter size-large wp-image-52304" src="https://www.losthighways.it/wp-content/uploads/DSC_3108_wm-1024x683.jpg" alt="DSC_3108_wm" width="618" height="412" /></p>
<p style="text-align: justify;"><img class="aligncenter size-large wp-image-52305" src="https://www.losthighways.it/wp-content/uploads/DSC_2771_wm-1024x683.jpg" alt="DSC_2771_wm" width="618" height="412" /></p>
<p style="text-align: justify;"><img class="aligncenter size-large wp-image-52306" src="https://www.losthighways.it/wp-content/uploads/DSC_2898_wm-1024x683.jpg" alt="DSC_2898_wm" width="618" height="412" /></p>
<p style="text-align: justify;"><img class="aligncenter size-large wp-image-52307" src="https://www.losthighways.it/wp-content/uploads/DSC_2886_wm-1024x683.jpg" alt="DSC_2886_wm" width="618" height="412" /></p>
<p style="text-align: justify;"><img class="aligncenter size-large wp-image-52309" src="https://www.losthighways.it/wp-content/uploads/DSC_3208_wm-1024x683.jpg" alt="DSC_3208_wm" width="618" height="412" /></p>
<p style="text-align: justify;"><img class="aligncenter size-large wp-image-52310" src="https://www.losthighways.it/wp-content/uploads/DSC_2685_wm-683x1024.jpg" alt="DSC_2685_wm" width="618" height="927" /></p>
<p style="text-align: justify;"><img class="aligncenter size-large wp-image-52311" src="https://www.losthighways.it/wp-content/uploads/DSC_3136_wm-683x1024.jpg" alt="DSC_3136_wm" width="618" height="927" /></p>
<p style="text-align: justify;"><img class="aligncenter size-large wp-image-52314" src="https://www.losthighways.it/wp-content/uploads/DSC_3145_wm-683x1024.jpg" alt="DSC_3145_wm" width="618" height="927" /></p>
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		<item>
		<title>Tra ombre trip‑hop e spiritualità jazz: Intervista ai Kiiōtō (Lou Rhodes e Rohan Heath)</title>
		<link>http://www.losthighways.it/2026/05/09/tra-ombre-trip%e2%80%91hop-e-spiritualita-jazz-intervista-ai-kiioto-lou-rhodes-e-rohan-heath/</link>
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		<pubDate>Sat, 09 May 2026 20:24:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Vladimiro Vacca]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Editoriali]]></category>
		<category><![CDATA[Interviste]]></category>

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		<description><![CDATA[Con Black Salt, il loro secondo lavoro in studio, i Kiiōtō tornano a incidere una scia profonda nella geografia emotiva del contemporary soul britannico. Un album più esposto, più viscerale, più umano: un viaggio che attraversa identità, perdita, fragilità e rivelazioni interiori, sospeso tra jazz‑noir, ombre trip‑hop e una spiritualità che pulsa sotto pelle. In &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="aligncenter size-large wp-image-52285" src="https://www.losthighways.it/wp-content/uploads/kiioto_in1_-1024x683.png" alt="kiioto_in1_" width="618" height="412" /><strong>Con <em><a href="https://www.losthighways.it/2026/04/26/black-salt-kiioto/" target="_blank">Black Salt</a></em>, il loro secondo lavoro in studio, i Kiiōtō tornano a incidere una scia profonda nella geografia emotiva del contemporary soul britannico. Un album più esposto, più viscerale, più umano: un viaggio che attraversa identità, perdita, fragilità e rivelazioni interiori, sospeso tra jazz‑noir, ombre trip‑hop e una spiritualità che pulsa sotto pelle. In occasione dell’uscita del disco, il duo è in tour ed approderanno anche in Italia: il 21 Maggio a Bologna (Bravo Caffè) ed il 22 Maggio a Napoli grazie al Rockalvi (Teatro Bolivar). Un ritorno attesissimo, che promette di portare sul palco l’intensità rarefatta e cinematica di <em>Black Salt</em>, insieme alla complicità creativa che da sempre anima il loro progetto. Li abbiamo incontrati per una conversazione intima e profonda, in cui i Kiiōtō raccontano la genesi del nuovo album, il dialogo con <em>As Dust We Rise</em> e le traiettorie emotive che attraversano la loro musica.</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Black Salt </em>appare come un lavoro più esposto e carico di tensione emotiva rispetto a <em>As Dust We Rise</em>. Quale cambiamento — personale o artistico — vi ha spinto verso un suono più vulnerabile e fondato sulla frizione creativa?</strong><br />
LOU: <em><strong>As Dust We Rise</strong></em> è stato, per molti versi, una luna di miele. Era il prodotto del nostro entrare in sintonia con la nostra relazione appena nata, sia tra noi due che con la musica che avevamo iniziato a creare. Era anche ispirato da un primo viaggio on the road che facemmo insieme dal Messico a New Orleans e alle paludi della Louisiana. Al contrario, <em><strong>Black Salt</strong></em> ci ha trovati a casa, a Londra, a guardare il mondo intorno a noi e dentro la nostra relazione che si stava approfondendo. Nel suo processo, abbiamo sentito fosse importante essere viscerali nell’approccio ai testi e minimalisti nello stile musicale, spingendoci più a fondo nelle inclinazioni jazz che avevamo iniziato a esplorare nel nostro debutto.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>L&#8217;album vira al jazz‑noir, con ombre trip‑hop e richiami al jazz spirituale. Quanto avete cercato consapevolmente queste influenze e quanto, invece, è emerso in modo naturale durante la scrittura?</strong><br />
ROHAN: Tendenzialmente non pensiamo alle categorie in cui la nostra musica potrebbe o non potrebbe rientrare, anche se ci sono sicuramente inclinazioni verso il Jazz Noir e lo Spiritual Jazz. Inoltre, dato che <em><strong>Black Salt</strong> </em>è stato scritto nell’arco di un anno, la musica si è evoluta e trasformata durante quel periodo, e questo probabilmente si riflette nella varietà e nella tavolozza diversificata dei brani dell’album. Nessuna delle canzoni di <em><strong>Black Salt</strong></em> è stata scritta per “rientrare” in una categoria particolare: riflettono piuttosto ciò che stavamo ascoltando in un dato momento.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il disco attraversa paesaggi emotivi molto diversi, dalla claustrofobia di <em>Butterfly</em> all’apertura cosmica di <em>Zero Gravity</em>. Come avete lavorato per mantenere coesione pur esplorando contrasti così forti?</strong><br />
LOU: È una bellissima descrizione di quei due brani così contrastanti! Non ci siamo posti l’obiettivo di creare paesaggi così diversi. È semplicemente successo. Spesso il nostro processo di scrittura parte da Rohan che mi suona un riff o qualche accordo, e lui spesso suggerisce titoli che mi tirano fuori dalla mia zona di comfort. Prima resistevo a questi suggerimenti, ma ora mi piace la sfida e il viaggio che mi portano a fare. Con <em><strong>Butterfly,</strong></em> Rohan mi fece ascoltare quella che ora è la linea di basso “hook”, che aveva registrato sul mio violoncello, e sono stata ispirata dalla sua oscurità angolare a scrivere di un classico narcisista. Con <em><strong>Zero Gravity</strong></em> avevamo entrambi appena letto <em><strong>Orbital,</strong></em> il romanzo di Samantha Harvey vincitore del Booker Prize e incentrato su un equipaggio in intorno alla Terra. Siamo stati ispirati a scrivere una canzone sull’effetto trasformativo di osservare il nostro pianeta dallo spazio. Siamo sempre alla ricerca di temi per le nostre canzoni. Praticamente tutto ciò che ci circonda è una potenziale ispirazione.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Identità, perdita e sovraccarico digitale sono temi ricorrenti in <em>Black Salt</em>. Queste narrazioni nascono da esperienze personali o sono riflessioni sul mondo contemporaneo che vi circonda?</strong><br />
ROHAN: Le narrazioni su identità, perdita e sovraccarico digitale derivano assolutamente da esperienze personali. <em><strong>Lost Map</strong></em> affronta direttamente i risultati di un test del DNA che abbiamo fatto entrambi per scoprire di più sulle nostre radici. Mentre l’eredità di Lou si è rivelata quasi totalmente britannica, la mia includeva linee familiari provenienti da Nigeria, Ghana, Sierra Leone, Germania e persino un 3% di ascendenza italiana! La perdita è affrontata in <em><strong>Five Eight</strong></em>, che descrive il momento in cui ero seduto accanto a mia madre sul suo letto di morte, proprio nell’istante in cui è venuta a mancare. Per questo motivo è una canzone molto difficile da suonare dal vivo. <strong><em>White Noise</em></strong> affronta il sovraccarico digitale del mondo in cui viviamo oggi e la lotta costante per evitare che ci travolga.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La tua voce, in questo album, sembra più nuda, fragile, quasi confessionale. È stata una scelta artistica deliberata o sono state le canzoni stesse a richiedere un approccio vocale diverso?</strong><br />
LOU: Con la musica dei Kiiōtō, in generale, vogliamo che ci sia la minore distanza o artificio possibile tra la nostra musica e l’ascoltatore. Le canzoni di <em><strong>Black Salt</strong></em>, come hai già notato, hanno una sorta di crudezza, un’onestà, e se c’è un filo conduttore in tutto ciò che affrontano, potrebbe essere riassunto come un’esplorazione dell’essere umano in tutte le sue sfaccettature. Quindi, ovviamente, nel raccontare queste storie, è importante che la mia voce sia il più “nuda” e cruda possibile. Volevo che le persone sentissero come se stessi letteralmente cantando nel loro orecchio.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il suono dei Kiiōtō si colloca in una linea affascinante che va da Portishead e Massive Attack a Khruangbin, Alice Coltrane e persino Carole King. Come vivi questi paragoni e dove senti che il progetto appartenga sia solo tuo stilisticamente?</strong><br />
LOU: Non pensiamo molto al nostro stile quando scriviamo. Il processo è piuttosto organico, ma è ovviamente influenzato dalla musica che ci ispira (o ci ha ispirati), sia del passato che del presente. Gli artisti che menzioni fanno sicuramente parte di quell&#8217;insieme. È meraviglioso ritrovarsi a riflettere aspetti diversi della musica che ha nutrito la tua creatività, e allo stesso tempo renderla completamente tua. Kiiōtō, come progetto, è nato in un mondo che usciva dal lockdown, quando ciascuno di noi aveva trascorso lunghi periodi in isolamento e introspezione. La nostra connessione, oltre che personale, era attraverso la musica in cui ci eravamo immersi in quel periodo, e questo si è fuso con i suoni che abbiamo creato in una sorta di osmosi.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Guardando indietro a <em>As Dust We Rise</em>, cosa senti di aver portato con te in <em>Black Salt</em> e cosa, invece, avete scelto consapevolmente di lasciare andare per evolvere?</strong><br />
ROHAN: Non credo ci sia stata una decisione consapevole nell’evoluzione musicale tra <em><strong>As Dust We Rise e Black Salt</strong></em>: ogni cambiamento è stato parte di una trasformazione naturale. Ma se c’è stata una decisione, è stata quella di mantenere le canzoni di <em><strong>Black Salt</strong></em> più organiche, da qui l’uso di più batteria e chitarre suonate dal vivo. Guardando avanti, penso che continueremo probabilmente su questa traiettoria, perché lavorare con musicisti dal vivo è una delle cose che ci piace di più.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>L’album ospita musicisti straordinari come Hawi Gondwe, Andy Hamill, Myke Wilson e persino David Arnold. In che modo la loro presenza ha influenzato l’identità sonora del disco?</strong><br />
ROHAN: Siamo stati abbastanza fortunati da lavorare con alcuni dei musicisti più talentuosi del Regno Unito per la registrazione di <em><strong>Black Salt</strong></em>. Ogni musicista ha il proprio stile, e quindi ciascuno aggiunge un grado di imprevedibilità al mix sonoro. È proprio questa combinazione di personalità musicali e interpretazioni individuali che ha portato alla nascita di <em><strong>Black Salt</strong></em>, un album di cui siamo immensamente orgogliosi.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Se <em>Black Salt</em> dovesse diventare la colonna sonora di un film del passato, a quale pellicola senti che apparterrebbe?</strong><br />
LOU: Credo che dovrebbe essere <em><strong>Night on Earth</strong></em> di Jim Jarmusch. C’è una vera risonanza tra le diverse storie di vite umane raccontate nel suo film; si collega perfettamente ai temi di <em><strong>Black Salt</strong></em>. Ovviamente, le storie sono diverse (nelle nostre canzoni abbiamo il racconto di un narcisista in <em><strong>Butterfly</strong></em>, l’esperienza dell’essere donna in un mondo dominato dagli uomini in <em><strong>Warpaint</strong></em>, il crescere ragazzi tra i potenziali pericoli della vita urbana in <em><strong>Little Axe</strong></em>, il gestire differenze e diversità in <em><strong>Walking Backwards</strong></em>, l’esplorare radici genetiche disparate in <em><strong>Lost Map</strong></em>, la morte di un genitore amatissimo in <em><strong>Five Eight</strong></em>, e così via…), ma sia nel nostro album che nel film di Jarmusch c’è una riflessione dolce e intima su cosa significhi essere umani che risuona in modo simile.</p>
<h2>Zero Gravity – Video</h2>
<p><iframe title="YouTube video player" src="https://www.youtube.com/embed/Pj4E6BLo4so?si=BPkZQG9J3-Y9O-6X" width="560" height="315" frameborder="0" allowfullscreen="allowfullscreen"></iframe></p>
<p><strong>21/5/2026 BOLOGNA – BRAVO CAFFE info e prenotazioni: Tel. +39 3335973089/ 051 266112<br />
22/5/2026 NAPOLI – AUDITORIUM NOVECENTO</strong> Biglietti: <a href="https://www.etes.it/sale/event/96952/kiioto%20feat.%20lou%20rhodes%20of%20lamb?idProdotto=96952">ETES</a></p>
<p><img class="aligncenter size-large wp-image-52321" src="http://www.losthighways.it/wp-content/uploads/IMG-20260513-WA0002-819x1024.jpg" alt="IMG-20260513-WA0002" width="618" height="773" /></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Il manifesto della fragilità: intervista ad Emil Moonstone</title>
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		<pubDate>Sat, 09 May 2026 14:47:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Alessandra Sodi]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Editoriali]]></category>
		<category><![CDATA[Interviste]]></category>

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		<description><![CDATA[Emil Moonstone, cantante e musicista polistrumentista con un bagaglio ricco di esperienze ormai trentennali con diversi gruppi, torna con Human Error, un lavoro solista intenso e affascinante di cui abbiamo il piacere di parlare insieme. Iniziamo da Human Error, definito “il manifesto della fragilità”. Seguendo i testi ho notato come, pur descrivendo il senso di &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p class="Standard" style="text-align: justify;"><img class=" size-full wp-image-52280 alignnone" src="http://www.losthighways.it/wp-content/uploads/emil-moonstone.jpeg" alt="emil-moonstone" width="960" height="702" /></p>
<p class="Standard" style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Arial',sans-serif;">Emil Moonstone, cantante e musicista polistrumentista con un bagaglio ricco di esperienze ormai trentennali con diversi gruppi, torna con <em><b><a href="https://www.losthighways.it/2026/05/08/human-error-emil-moonstone/">Human Error</a></b></em>, un lavoro solista intenso e affascinante di cui abbiamo il piacere di parlare insieme.</span></p>
<p class="Standard" style="text-align: justify;"><b><span style="font-family: 'Arial',sans-serif;">Iniziamo da <em>Human Error</em>, definito <em>“il manifesto della fragilità”</em>. Seguendo i testi ho notato come, pur descrivendo il senso di solitudine e imperfezione, in qualche modo questo non sia mai totalmente apocalittico, quasi a suggerire che anche quando tutto sembra svanire nelle ombre dell&#8217;incertezza vale la pena ricordare anche la bellezza di essere umani e attraversare la vita nelle sue ombre e nelle sue luci. Anche nelle atmosfere più cupe si percepisce un senso di equilibrio e consapevolezza: è il frutto maturo della tua ricerca iniziata con gli album precedenti, <em>Disappointed</em> e <em>Naked is a man upon the Earth</em>, o è un lavoro che apre nuove prospettive?</span></b><br />
Mi fa piacere che tu abbia colto questa sfumatura, perché è proprio lì che risiede il cuore pulsante dell’album. <em><b>Human Error</b></em> non è un punto di arrivo, ma un’evoluzione necessaria.<br />
Se in passato ho scavato nel fallimento e nella fragilità, qui scelgo di accettare l’errore come l’unica vera forma di resistenza all&#8217;algoritmica perfezione moderna. Non è un disco apocalittico, ma una ricerca di bellezza autentica tra le macerie. La fragilità diventa forza nel silenzio (<em><b>Alive</b></em>), la tenerezza si fa atto politico contro la follia (<em><b>War is a mistake</b></em>), la solitudine si trasforma in un santuario di libertà (<em><b>Prison</b></em>) e così via. Ho smesso di combattere contro le mie crepe: ora guardo la luce che ci passa attraverso.<b></b></p>
<p class="Standard" style="text-align: justify;"><b><span style="font-family: 'Arial',sans-serif;"><em>Human Error</em> celebra l&#8217;errore e l&#8217;imperfezione come ciò che effettivamente ci rende umani, e mi ha ricordato Montale: <em>“Cerca una maglia rotta nella rete che ci stringe, tu balza fuori, fuggi!”</em>. Nel tuo disco quello squarcio nella rete è un&#8217;apertura in sé stessi, si fugge e si ritorna in sé stessi, un tema che torna spesso nei tuoi testi e che decisamente stride col mondo iperconnesso in cui viviamo che, probabilmente, ci restituisce una libertà effimera. Come vivi e osservi tu questa dimensione di iperconnessione dei nostri tempi?</span></b><br />
Questa è una riflessione profonda che tocca il nervo scoperto della nostra epoca. La &#8220;maglia rotta&#8221; di Montale in <em><b>Human Error</b> </em>è esattamente quella fallibilità che cerco di celebrare: l&#8217;errore come unica forma di resistenza all&#8217;algoritmica perfezione moderna. <span class="citation-277">Spesso l&#8217;iperconnessione ci restituisce una libertà effimera che in realtà ci incatena a schemi sociali</span>. <span class="citation-276">In brani come <em><b>Prison</b></em>, descrivo la necessità di rifugiarsi in una &#8220;gabbia di cemento&#8221; interiore per ritrovare il silenzio, lontano dal rumore infinito e dalle lotte costanti del mondo esterno</span>. In <em><b>Alive</b></em> indico che la vera fuga fuori avviene nel silenzio della natura, che definisco come la mia beatitudine e funzionalità, luogo dove non esistono sguardi indiscreti e dove posso sentirmi ed essere veramente me stesso. Viviamo in un mondo che cerca di nascondere ogni crepa sotto filtri digitali. <span class="citation-273">Al contrario, credo che siamo come &#8220;vasi fragili&#8221;, facilmente danneggiabili</span>. <span class="citation-272">Ma è proprio in quel momento in cui qualcosa si rompe che diventiamo finalmente autentici</span>. <span class="citation-271">Nonostante l&#8217;oscurità di un &#8220;domani sbiadito&#8221; e di un futuro che sembra perduto</span><span class="citation-270">, la ricerca di una &#8220;stella guida&#8221; o di un &#8220;amore sacro&#8221; rimane l&#8217;unico modo per rompere l&#8217;oscurità della notte</span>. <span class="citation-269">In definitiva, osservo questa iperconnessione come un labirinto caotico</span>. <span class="citation-268">La mia musica è l&#8217;invito a trovare quella &#8220;maglia rotta&#8221; non per scappare dal mondo, ma per tornare finalmente a sé stessi, accettando la propria natura di &#8220;errore umano&#8221;</span>.</p>
<p class="Standard" style="text-align: justify;"><b><span style="font-family: 'Arial',sans-serif;">La nostra generazione è cresciuta in anni in cui ascoltare musica era un’esperienza lenta e privata, non avevamo a disposizione l&#8217;abbondanza di mezzi che ora talvolta sembra relegare il tutto ad un rumore di sottofondo: <em>Human Error</em> non è un disco immediato, è ricco di sfumature che ti obbligano quasi a fermarti, a lasciarti coinvolgere a tutto tondo. In qualche modo, è un&#8217;ancora di salvezza che getti al tuo pubblico, per ritrovare quella dimensione più intima che ci riporta a noi stessi?</span></b><br />
La verità è che oggi siamo circondati da un rumore bianco costante. Le parole e le canzoni, forse, un tempo riuscivano davvero a smuovere le coscienze, a essere il centro di una rivoluzione personale o collettiva. Oggi la musica è diventata per pochi, almeno se la intendiamo come un’esperienza che ti attraversa davvero. Il resto è, purtroppo, puro intrattenimento. Se ascolti un brano distrattamente in macchina, tra uno scaffale e l’altro del supermercato, o come sottofondo veloce a un video di gatti su TikTok, c&#8217;è ben poco spazio per l&#8217;introspezione. La musica in quei casi non ti parla, ti tiene solo compagnia mentre fai altro. Io non ho la pretesa di fare il profeta. Non voglio insegnare niente a nessuno, né tantomeno guidare qualcuno verso una &#8220;verità&#8221;. Mi piace semplicemente dire quello che penso, con onestà. <em><b>Human Error</b></em> non è nato per essere un disco immediato o rassicurante. È un lavoro pieno di sfumature, un po’ spigoloso, che ti chiede, quasi gentilmente, di fermarti a pensare. A me basta questo: se anche una sola persona, ascoltando l’album, sente di condividere lo stesso sentire, allora significa che nel mondo c&#8217;è una frequenza in più compatibile con la mia. E in questo mare di algoritmi e perfezione artificiale, ritrovare un po&#8217; di &#8220;errore umano&#8221; in qualcun altro è già un gran bel risultato.</p>
<p style="margin: 0cm; text-align: justify;"><b><span style="font-family: 'Arial',sans-serif;">Come ti aspetti che il pubblico recepisca oggi questo tuo terzo lavoro solista, decisamente dinamico nelle dieci tracce che compongono <em>Human Error</em>?</span></b><br />
Considerando che viviamo nell&#8217;era degli algoritmi che decidono pure quando dobbiamo andare in bagno, mi aspetto che<em> <b>Human Error</b></em> venga accolto come un bug nel sistema. Scherzi a parte, questo è il mio terzo lavoro solista e, sì, è decisamente più dinamico: spero che il pubblico lo riceva per quanto detto sopra. Non cerco like facili o cuoricini su Instagram; cerco qualcuno che abbia voglia di sporcarsi le orecchie con un suono onesto, punk nel midollo ma con la maturità di chi ha capito che l&#8217;unico modo per essere autentici oggi è accettare di essere meravigliosamente difettosi. Se poi qualcuno si aspetta la hit estiva da ballare sotto l&#8217;ombrellone, temo che abbia sbagliato citofono.</p>
<p class="Standard" style="text-align: justify;"><b><span style="font-family: 'Arial',sans-serif;">La tua musica è stata definita underground, desert rock, glam rock, noise, new wave, alternative rock, post punk. Bon pensi che questo uso quasi ossessivo di “etichette” condizioni la tua creatività, creando l&#8217;aspettativa di brani che devono rientrare in un determinato genere e non altro? In fondo credo che nessuno di noi ascolti un unico genere musicale, pur prediligendo alcuni orientamenti e tu stesso, in </span></b><span style="font-family: 'Arial',sans-serif;">Human Error</span><b><span style="font-family: 'Arial',sans-serif;">, ti accosti a sonorità differenti che lo rendono ancora più intrigante e completo.<br />
</span></b><span class="citation-867"><span style="font-family: 'Arial',sans-serif;">Le etichette sono un po&#8217; come le ombre in una città fantasma: sono ovunque, ti seguono, ma non hanno sostanza reale</span></span><span style="font-family: 'Arial',sans-serif;">. <span class="citation-866">Capisco perché i critici e il pubblico sentano il bisogno di usarle; servono a mappare un territorio sonoro che altrimenti risulterebbe troppo vasto e spaventoso</span>. Tuttavia, non ho mai permesso che definissero il perimetro della mia creatività. Per me la musica non è mai stata una questione di genere, ma di urgenza espressiva. <b></b></span></p>
<p class="Standard" style="text-align: justify;"><b><span style="font-family: 'Arial',sans-serif;">La musica ha davvero bisogno di essere così “etichettata” o forse il pubblico dovrebbe essere accompagnato verso un ascolto scevro da condizionamenti, dove la bellezza delle contaminazioni musicali e la potenza stessa del messaggio musicale diventano centrali e ciascuno può ritrovarvi le proprie connessioni?</span></b><br />
Preferisco che la mia musica sia definita &#8220;viscerale&#8221; o &#8220;atmosferica&#8221; piuttosto che chiusa in un cassetto <span style="font-family: 'Arial',sans-serif;">stilistico. <span class="citation-850">Le etichette sono per gli archivi; la musica è per le anime inquiete che non hanno paura di perdersi nel rumore e nell&#8217;introspezione</span>. La musica non dovrebbe aver bisogno di essere &#8220;etichettata&#8221; perché la sua forza risiede nella potenza del messaggio.</span></p>
<p class="Standard" style="text-align: justify;"><b><span style="font-family: 'Arial',sans-serif;">La tua trentennale ricerca musicale è stata accompagnata dalle influenze di artisti del calibro di Morissey e The Smiths, Michael Stipe e REM, Nick Cave, Joy Division. Pensi che la scena musicale attuale offra ai giovani talenti gli stessi stimoli e confronti, la stessa possibiltà di crescere artisticamente con degli esempi di tale spessore?</span></b><br />
Essere sulla scena da oltre trent&#8217;anni mi ha permesso di vivere epoche musicali profondamente diverse<span style="font-family: 'Arial',sans-serif;">. Rispondendo alla tua domanda, credo che il confronto tra la scena attuale e quella che ha formato artisti come Morrissey, Michael Stipe o Nick Cave sia complesso. <span class="citation-1039">Oggi i giovani talenti hanno un accesso alle informazioni e agli strumenti tecnici che noi potevamo solo sognare</span>. Tuttavia, la sovrabbondanza può paradossalmente diventare un limite. <span class="citation-1037">Figure come Nick Cave per noi non erano solo musicisti, ma icone di uno spessore intellettuale e carismatico che guidavano intere generazioni</span>. Quel tipo di &#8220;scuola&#8221; artistica oggi fatica a emergere nel mare magnum della velocità digitale. Oggi ai giovani viene chiesto di essere &#8220;visibili&#8221; prima ancora di essere &#8220;formati&#8221;. <span class="citation-1034">La scena attuale offre stimoli tecnologici infiniti, ma forse meno spazio per quel tipo di introspezione lenta e vera che ha forgiato gli artisti che citavi</span>.<b></b></span></p>
<p class="Standard" style="text-align: justify;"><b><span style="font-family: 'Arial',sans-serif;">Fai spesso riferimento a Morissey e Michael Stipe, due artisti che hanno dato decisamente spazio alle loro esigenze da solista, e mi ha colpita la tua riflessione sul fatto che The Anomalies, il gruppo che hai scelto per accompagnarti, siano diventati ora una vera e propria band e, tra l&#8217;altro, ricordiamo che sei ancora attivo con i Two Moons. Riesci bene a muoverti tra le due dimensioni creative, il solista e il gruppo, o l&#8217;una resta un po&#8217; in ombra rispetto all&#8217;altra?</span></b><br />
Per me Morrissey e Michael Stipe restano tra i massimi poeti dei nostri tempi. Due stili opposti ma sublimi: da un lato la densità poetica di Morrissey, dall&#8217;altro l&#8217;estetica visionaria e cinematografica di Stipe; tuttavia, non sono stati né loro né altri artisti a indicarmi il mio percorso da solista. È stata una scommessa per la realizzazione di quello che pensavo fosse un lavoro quasi solo per me; infatti, non avevo in mente di portarlo live. Poi sono nati i The Anomalies proprio per dare una dimensione live a quelle composizioni solitarie, ma prestissimo sono diventati molto di più. Da band di supporto si sono trasformati in una formazione organica e coesa. Sebbene io continui a curare composizione, testi e produzione, gli arrangiamenti sono frutto del lavoro collettivo con la band. P<span class="citation-1090">arallelamente, l&#8217;esperienza con i Two Moons rimane una colonna portante della mia carriera</span>. <span class="citation-1089">È una formazione tuttora attiva che mi permette di esplorare le sonorità post-punk e darkwave in un contesto di respiro internazionale</span>. Muoversi tra la dimensione solista e quella di gruppo non è un gioco di ombre, ma piuttosto un gioco di luci complementari. <span class="citation-1098">Non sento che una parte oscuri l&#8217;altra; semmai, si alimentano a vicenda in un ciclo continuo di ispirazione e supporto</span>.</p>
<p style="margin: 0cm; text-align: justify;"><b><span style="font-family: 'Arial',sans-serif;">Raccontaci dei musicisti che compongono The Anomalies.</span></b><span style="font-family: 'Arial',sans-serif;"><br />
The Anomalies sono composti da me (<span class="citation-1124">voce e chitarra),</span> <span class="citation-1123">Marcel Scarabo (basso),</span> <span class="citation-1122">Mino Andriani (chitarra), </span><span class="citation-1121">Emanuele Laghi (synth e pianoforte) e</span> <span class="citation-1120">Michele Testi (batteria)</span>. Il progetto solista è nato nel 2018 con l&#8217;album <strong><em>Disappointed</em></strong> perché volevo essere libero di fare tutto da solo. Risultato? Sono finito a formare una band intera di 5 (a volte 6 elementi), The Anomalies, appunto. Il motivo è semplice, non riuscivo a stare lontano dall&#8217;energia di un gruppo. Siamo diventati così uniti che ormai gli arrangiamenti li stravolgiamo insieme in sala prove, trasformando quella che doveva essere una &#8220;dittatura artistica&#8221; in una democrazia rumorosa.</span></p>
<p style="margin: 0cm; text-align: justify;"><b><span style="font-family: 'Arial',sans-serif;">Ho trovato davvero molto bello il video di <em>War is a mistake</em>, molto cinematografico direi, e sbirciando un po&#8217; le tue note autobiografiche ho scoperto che ti occupi di visual e produzione video. Sinceramente ho trovato lo stile di <em>Human Error</em> molto immaginifico: testi e musiche capaci di creare immagini nella mente. Pensi mai di cimentarti in un lavoro più esteso di un video, magari prestare la tua musica ad una colonna sonora di una serie o un film?</span></b><br />
Per me la musica non è mai solo suono, ma una proiezione di immagini, quasi un frame cinematografico che prende vita<span style="font-family: 'Arial',sans-serif;">. Questo approccio non è affatto casuale. Oltre alla musica, la mia vita professionale è profondamente radicata nel mondo dell&#8217;immagine: gestisco un&#8217;agenzia di comunicazione e da oltre 35 anni mi occupo quotidianamente di pubblicità, grafica e design. Questa mia &#8220;doppia vita&#8221; tra suoni e pixel influenza costantemente il mio processo creativo. <span class="citation-1242">Mi occupo personalmente del visual e della produzione video perché considero l&#8217;aspetto grafico e filmico un&#8217;estensione naturale del messaggio sonoro</span>. Riguardo alla tua domanda su un lavoro più esteso, come una colonna sonora per un film o una serie, è un&#8217;idea che mi stimola moltissimo. <span class="citation-1239">Prestare la mia musica a un progetto cinematografico sarebbe la naturale evoluzione di questo percorso che unisce la mia esperienza trentennale nel design alla mia ricerca musicale. P</span>er dirla in modo semplice, fare il precorso di Trent Reznor non mi dispiacerebbe per niente!</span></p>
<p class="Standard" style="text-align: justify;"><b><span style="font-family: 'Arial',sans-serif;">C&#8217;è una serie televisiva o un film con cui ti cimenteresti, che magari hai apprezzato e pensato adatta alla tua musica?</span></b><br />
A dire il vero non ci avevo mai riflettuto seriamente. Se però dovessi accostare la mia musica a un’opera cinematografica, sento una forte affinità con il cinema di Bong Joon-ho; le sue atmosfere e i suoi temi risuonano molto con la mia visione. Per l’Oscar, invece, c’è ancora tempo: ne riparleremo più avanti!</p>
<p class="Standard"><span style="font-family: 'Arial',sans-serif;"> </span></p>
<p><iframe title="YouTube video player" src="https://www.youtube.com/embed/OKby6E7ZU_s?si=M7MbKf9TuAnZ8lrZ" width="560" height="315" frameborder="0" allowfullscreen="allowfullscreen"></iframe></p>
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		<title>Un atto di libertà: intervista a Gionata Mirai</title>
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		<pubDate>Thu, 07 May 2026 14:11:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Alessandra Sodi]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Editoriali]]></category>
		<category><![CDATA[Interviste]]></category>

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		<description><![CDATA[Primitivo è il terzo lavoro solista di Mirai, chitarrista e co-fondatore de Il Teatro degli Orrori e fondatore dei Super Elastic Bubble Plastic. Un disco acustico, diretto, costruito attorno alla chitarra fingerpicking e a una scrittura essenziale e personale. Chiedere è una forma di esplorazione. Crediamo nel dialogo perché è così si prova a conoscere davvero, in questo caso &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="aligncenter size-large wp-image-52231" src="https://www.losthighways.it/wp-content/uploads/gionatamirai-1024x681.jpg" alt="gionatamirai" width="618" height="411" /></p>
<p style="text-align: justify;"><em><b><a href="https://www.losthighways.it/2026/04/26/primitivo-gionata-mirai/">Primitivo</a></b></em> è il terzo lavoro solista di Mirai, chitarrista e co-fondatore de Il Teatro degli Orrori e fondatore dei Super Elastic Bubble Plastic. Un disco acustico, diretto, costruito attorno alla chitarra fingerpicking e a una scrittura essenziale e personale. Chiedere è una forma di esplorazione. Crediamo nel dialogo perché è così si prova a conoscere davvero, in questo caso un artista e la sua musica.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Dopo nove anni dall&#8217;uscita del tuo ultimo lavoro solista (<em>Nelle Mani</em> &#8211; 2017, ndr), torni con un album dalle sonorità immediate, primitive e sincere. Oltre alla bellezza indiscussa di questo lavoro, mi ha colpita molto la tua presentazione, quando definisci le tracce come “il brano per cucinare, per fare legna, per ridere, per fare l&#8217;amore…”. Questa dimensione quotidiana della tua musica mi è sembrata un importante tentativo di connessione con chi ti ascolta, che va ben oltre, appunto, la ricerca stilistica e creativa, e mette al centro l&#8217;ascoltatore piuttosto che l&#8217;autore. Parlami di questa scelta.</strong><br />
È un’interessante interpretazione quella che proponi, in realtà è stata una scelta istintiva, la mia dimensione acustica ha, da sempre, un approccio in qualche modo “sussurrante”, cerco di creare una vicinanza emotiva con chi mi ascolta, credo che molto sia dovuto al suono della chitarra arpeggiata, è il tocco delle dita sulle corde che porta a questo contatto stretto con l’ascoltatore.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Come ti aspetti che venga accolto questo lavoro, decisamente intimo, in un momento in cui siamo tutti talmente apparentemente connessi da svendere quasi le nostre dimensioni più vere e immediate?</strong><br />
Non lo so, spero bene… Mi rendo conto che sia una proposta fuori moda, ma non apprezzando affatto i nostri tempi, non mi interessa nemmeno farne artisticamente parte. Attorno vedo tutto così sputtanato che alla fine preferisco il mio modo strano di fare, la mia bolla di intimità, per quanto piccola possa essere.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Hai scelto di dare un nome ben preciso a questo lavoro, come a segnare un ritorno alle tue origini, a qualcosa che per te è primitivo: è l&#8217;urgenza della musica, in ogni forma, come pulsione da assecondare o stai ricercando un legame più introspettivo con te stesso e il tuo pubblico?</strong><br />
Nel titolo c’è una specie di citazione, la Primitive Guitar è stata una scena artistica innescata da John Fahey e la sua Tacoma Records negli anni ’60/‘70 di cui fanno parte alcuni musicisti a me tanto cari come Leo Kottke, Peter Lang o Robbie Basho, oltre allo stesso Fahey. E poi sì, hai colto, è il mio modo di vivere la mia cosa, esce dalle mani e chiede di essere assecondata. Posso trattenerla per un po’, ma poi succede che vibra e bussa e insiste per diventare vera</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Primitivo</em> è un grande atto di libertà. Sei stato pubblicamente zitto per un po&#8217;, e di questi tempi iperconnessi è quasi un privilegio, poi hai aperto i tuoi cassetti e tirato fuori un disco acustico che, come hai detto, <em>ha messo d&#8217;accordo te e te stesso. </em>Consideri questo lavoro un punto di arrivo o un punto di svolta?</strong><br />
È una tappa. È un piccolo punto segnato nella Storia, come ogni cosa che accade. Quando ne vale la pena è un vero piacere segnare quel punto.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Nella tua ricerca musicale ti porti dietro un bagaglio importante, esperienze come i Super Elastic Bubble Plastic e Il Teatro degli Orrori sono valigie ben pesanti da portare: la tua dimensione solista la vivi come una camera di decompressione che anche emotivamente ti alleggerisce o è una scelta definitiva dare spazio unicamente alla tua carriera solita?</strong><br />
Non c’è mai nulla di definitivo, secondo me, tranne una cosa sola… Non mi precludo nessuna possibilità, la mia dimensione solista è solo una delle mie dimensioni, anche se non ti nascondo che, per quanto molto impegnativa (non avendo una spalla o una band affianco), è comunque una via, un modo che mi piace. Mi ci trovo a mio agio.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Chi ti conosce oggi pensi possa apprezzarti anche nelle tue esperienze precedenti, cogliendo il percorso dell&#8217;uomo e dell&#8217;artista in ogni fase o credi che una cosa escluda l&#8217;altra? Parlami di queste due anime.</strong><br />
Se qualcuno dovesse conoscermi oggi e poi dovesse scoprire che ho fatto rock per tutti quegli anni, credo avrebbe una bella sorpresa… sono effettivamente due anime molto diverse, anche contrastanti. Pensa che io ci devo convivere tutti i giorni.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Cosa bisogna aspettarsi dai prossimi live?</strong><br />
Colori, profumi, pensieri vaganti e sollievo, spero.</p>
<p><iframe title="YouTube video player" src="https://www.youtube.com/embed/JcTCPkud9Ss?si=p81mVhHw2A1saR8x" width="560" height="315" frameborder="0" allowfullscreen="allowfullscreen"></iframe></p>
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		<title>Impeccabili ancora una volta: Marlene Kuntz @ Casa della Musica 16/04/2026</title>
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		<pubDate>Wed, 06 May 2026 16:22:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Roberto Grimaldi]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Editoriali]]></category>
		<category><![CDATA[Live report]]></category>

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		<description><![CDATA[La primavera attesa si fece largo lenta come una goccia a scavare la roccia di un 2026 pesante e granitico fino ad oggi. Stelle polari in tempesta a piovere verso il 16 aprile. I recuperi estremi di una felpa comprata al teatro Sannazaro in un tour del 2007, assieme ad un&#8217;amica, anche lei finalmente recuperata, &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class=" size-large wp-image-52268 aligncenter" src="http://www.losthighways.it/wp-content/uploads/marlenekuntz_0412026-1024x683.jpg" alt="marlenekuntz_0412026" width="618" height="412" />La primavera attesa si fece largo lenta come una goccia a scavare la roccia di un 2026 pesante e granitico fino ad oggi. Stelle polari in tempesta a piovere verso il 16 aprile. I recuperi estremi di una felpa comprata al teatro Sannazaro in un tour del 2007, assieme ad un&#8217;amica, anche lei finalmente recuperata, dopo anni di barricate di vetro. Casa della musica a fare da cassa armonica per soffiare sulle trenta stagioni passate dalla pubblicazione de Il Vile, secondo album dei Marlene Kuntz. Una di quelle pietre miliari di cui è lastricato il labirinto esistenziale, riconoscibile solo da chi ha avuto la fortuna di attraversare gli anni novanta ed atterrare nel nuovo secolo con i polpacci capaci di sostenere ancora i molleggi imposti dai suoni non ancora imbastarditi dall&#8217;artificio con cui rivestire il nulla dei tempi attuali.<br />
Così rovisto nelle mie tasche alla ricerca forsennata dei miei vent&#8217;anni. Quasi fossero monete di ecu di cui non ho mai avuto abbastanza cura al tempo in cui erano spendibili e di cui esplode la mancanza ora che sono finite in un tombino e non ho calamite per tentare l&#8217;ennesimo recupero da collezionista. Ascolto Majakovskij ricordare a Esenin che bisogna strappare la vita ai giorni futuri, mentre mi metto in fila per la centesima volta e più, con la stessa sensazione di ogni volta. Che ci sono sempre fiori per coloro che vogliono vederli. Nel pubblico stessi volti incorniciati da più grigio nei capelli. Selettivi, che grazie a Dio l&#8217;avanguardia alternativa non fa sconti comitiva, come diceva Freak Antoni. Che c&#8217;è da difendere ogni singola boccata d&#8217;aria buona di questi tempi, con la misofonia sempre più inevitabilmente ricorrente a costituire l&#8217;ultimo baluardo di difesa verso l&#8217;inascoltabile. Per chi si sente come Sergej Krikalev, partito verso la stazione Mir indossando una tuta con la scritta cubitale CCCP ed atterrato dopo un tempo interminabile nelle steppe di un paese che aveva cambiato nome e pelle per sempre.<br />
L&#8217;acidità di <strong><em>Tre di tre</em></strong> apre la scaletta che replicherà fedelmente quella del disco, con le sagome fascinose dei quattro MK che nella penombra si muovono in maniera inconfondibile. Con Cristiano Godano abitualmente impeccabile nel suo look da rockstar anelastica al tempo che passa, capace senza affanno di far guaire, ghignare e immalinconire il suo strumento con la naturalezza magnifica di Jusuf Dikeç al poligono di tiro durante le Olimpiadi. <strong><em>Retrattile</em></strong> irride gli ingobbimenti verso le convenienze, invitando a prendere le distanze con sudata consapevolezza da chi combatteva i draghi e poi finisce a catturare le lucertole. <em>Probabilmente io meritavo di più</em>. Le centinaia di volte in cui è risuonato questo mantra nel mio stomaco. Le migliaia di lacrime che la diga di questa frase è riuscita ad asciugare.<br />
<em>Esiziale, secco e disumano</em> come l&#8217;istante in cui tutto cambia, così feroce inizia <strong><em>L&#8217;agguato</em></strong>, istantanea noir a dare il via ad un brivido impazzito nella spina dorsale, tra lamiere e rivoli, quasi ad annullare la distanza tra il parlare di morte ed il morire. La crudezza di <strong><em>Cenere</em></strong> lascia il passo a <strong><em>Come stavamo ieri</em></strong> ed ai dubbi duellanti, generati da destini che si incrociano male senza riuscire a rispondersi. Le anaconde ai lati del mio collo certificano che i venti anni sono lontani e che il corpo è una trappola fatta di tempo, come disse Luperini, anche se per i quattro sul palco sembra valere una regola differente. <strong><em>Overflash</em></strong> ascoltata oggi conserva intatta ed ancora più intellegibile la sua macabra verità troppo superficialmente fraintesa all&#8217;epoca da certa stampa avvezza a sensazionalismi da codice di moralità di Hays.<br />
<strong><em>Ape regina</em></strong> parte docile prima di esplodere erratica e rabbiosa, raggiungendo una circolarità quasi marziale, con la foce finale spianata da un battito convulso che sembra fare da antipasto al fallimento. <strong><em>L&#8217;esangue Deborah</em></strong> osservata nella sua fragilità ancora oggi riesce a graffiarmi la laringe fino a farmi strizzare gli occhi, in un riflesso condizionato di fronte alla decadenza da cui non ho imparato ancora ad uscire. <strong><em>Io ti giro intorno</em></strong> serba quel sapore carezzevole di ballata che resiste all&#8217;usura del tempo ed introduce la chiosa noisy ed ispiratissima de <strong><em>Il vile</em></strong>. Tutto lampeggia e noi del popolo vicino ai cinquanta reclamiamo ancora sazietà e suono. Sudore e autorevolezza lirica, mai arresi alla disincantata filosofia dei capibara ed ancora intrigati dalla tensione di ciò che deve arrivare. Come ha modo di dichiarare Godano, con comprensibile fierezza, <em>i Marlene non sono bolliti per un cazzo</em>. E trent&#8217;anni dopo ancora sanno mandare alle giostrine tre quarti della scena nazionale, senza neanche doversi cambiare la camicia. Ed infatti giusto il tempo di riaccendere le luci per un istante che mi rivedo a fine secolo scorso a fissare le bacchette nel frattempo finite sotto le corde del frontman, prima di essere percosse come le porte di un ascensore bloccato ad un piano irraggiungibile.<br />
<img class=" size-large wp-image-52269 aligncenter" src="http://www.losthighways.it/wp-content/uploads/marlenekuntzo422026-1024x683.jpg" alt="marlenekuntzo422026" width="618" height="412" /><em>Lampi, tuoni e saette, schianti di latte, fragori e albori di guerre universali, scontri letali</em>, <strong><em>Sonica</em></strong>. Ancora il mio collo in espansione mentre si grida un altro inno diventato uno di quei capolavori dall&#8217;immortalità acquisita ed inscalfibile, capace di metterti in faccia una di quelle espressioni piene e gaudenti come quella di un manzo Kobe felice della propria esistenza fortunata fino ad un minuto prima del macello.<br />
Ed eccola poi quella mina che sapevi avrebbe aperto i rubinetti dalla prima nota. <strong><em>Nuotando nell&#8217;aria</em></strong> chiede di respirare più piano, quasi a dilatare il tempo che vorresti infinito, in una sospensione che toglie il fiato come una ascesa su vette himalayane, da cui guardare in basso, compiaciuto come chi sceglie di non cooperare nel dilemma del prigioniero. Dopo l&#8217;incursione in <strong><em>Catartica</em></strong> si plana tra le note mature e delicate de <strong><em>La mia promessa</em></strong>, estratto da <strong><em>Che cosa vedi</em></strong>, un sussurro di meraviglia che invoca la pietà del tempo, separatore inesorabile e sanguinario, spesso sordo alla disperazione di chi si arrende quaggiù sognando di ricongiungimenti seppure in altre dimensioni. Con <strong><em>Cara è la fine</em></strong>, ricompare il fischio delle revolverate schivate ad inizio anni duemila e che oggi, un quarto di secolo dopo, creano archi di sollievo agli angoli della bocca, salvato dalla ricostruzione che ha portato dalle macerie alle cattedrali.<br />
Mulinelli di forze centrifughe alle prime note di <strong><em>Festa Mesta</em></strong> creano vortici di tribalità a lavare il sangue, ripulendolo dal calcare della rigidità. <strong><em>Infinità</em></strong> e <strong><em>Lieve</em></strong> decomprimono ed allentano la pressione sulle arterie nell&#8217;ultima rampa di scale che porta verso la fine dello show. Che a pensarci bene, la vera impresa è trovare la scaletta perfetta, considerato che dopo trent&#8217;anni e passa di carriera questa magia diventa sempre più complicata mentre si fa più concreto invece il rischio di lasciare sensazioni di mancanza, gradevoli come la spia motore accesa il giorno in cui arriva la tredicesima. Ma non è questo il caso, gente. Perché qui ogni cosa è Illuminata. Ogni nota è suonata con devozione da purosangue.<br />
Impeccabili ancora una volta nel fare il miglior pane possibile con la farina che si ha, di quelle coltivate con cura e che non accusa i decenni. Con una formazione mutata nel tempo, per scelta e per disgrazia, ma che ancora oggi con Luca Lagash Saporiti e Sergio Carnevale nelle postazioni che furono del compianto Luca Bergia e di Dan Solo, fa di loro una schiera di PADRIETERNI a scrutare dall&#8217;alto una ignobile ed affollata scena musicale, composta da onesti ministranti, qualche diacono ed una pletora di uomini in tunica bisognosi di scriversi le parole sui palmi delle mani. Perché anche un asino può sembrare un cavallo. Ma prima o poi raglia. E, come detto, i purosangue resistono con eleganza alla curva del tempo e delle mode.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="https://www.losthighways.it/lost-gallery-2/?file=2026/Marlene%20Kuntz%20at%20Casa%20Della%20Musica%2016-04-2026/">Galleria fotografica</a> di Adriana Adiletta</p>
<p style="text-align: justify;">
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		<title>“Meet Me On The Downs” secondo singolo estratto dal nuovo album di Bruce Soord.</title>
		<link>http://www.losthighways.it/2026/05/03/meet-me-on-the-downs-secondo-singolo-estratto-dal-nuovo-album-di-bruce-soord/</link>
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		<pubDate>Sun, 03 May 2026 11:24:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Vladimiro Vacca]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Editoriali]]></category>
		<category><![CDATA[News]]></category>

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		<description><![CDATA[“Meet Me On The Downs” è il titolo del secondo singolo estratto dal nuovo album di Bruce Soord intitolato Ghosts In The Park in uscita il 15 maggio per Kscope &#160; Come membro fondatore e principale autore di The Pineapple Thief, Bruce Soord ha trascorso l&#8217;ultimo decennio a perfezionare costantemente una cifra stilistica capace di bilanciare schiettezza emotiva &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<h3 style="text-align: center;"><strong>“Meet Me On The Downs”</strong></h3>
<h3 style="text-align: center;"><strong>è il titolo del secondo singolo estratto</strong></h3>
<h3 style="text-align: center;">dal nuovo album di</h3>
<h3 style="text-align: center;"><strong>Bruce Soord</strong></h3>
<h3 style="text-align: center;"><strong>intitolato</strong></h3>
<h3 style="text-align: center;"><strong>Ghosts In The Park</strong></h3>
<h3 style="text-align: center;"><strong>in uscita il 15 maggio per Kscope</strong></h3>
<p>&nbsp;</p>
<p>Come membro fondatore e principale autore di <strong>The Pineapple Thief</strong>, <strong>Bruce Soord</strong> ha trascorso l&#8217;ultimo decennio a perfezionare costantemente una cifra stilistica capace di bilanciare schiettezza emotiva e sobrietà musicale.<br />
In uscita il 15 maggio per <strong>Kscope</strong>, <strong>Ghosts In The Park</strong> — il suo nuovo album solista — rappresenta un lavoro personale e spontaneo: un disco plasmato dal lutto, dal ricordo e da quegli spazi silenziosi che si rivelano quando la vita continua a scorrere mentre tutto il resto sembra fermarsi.<br />
Oggi, Bruce presenta il secondo singolo dell&#8217;album, <strong>&#8220;Meet Me On The Downs&#8221;</strong>, accompagnato dal video creato da <strong>George Laycock</strong> per la Blacktide Productions.</p>
<p><img class="aligncenter size-large wp-image-52252" src="https://www.losthighways.it/wp-content/uploads/BS_meet-me-on-the-downs-1024x576.jpg" alt="BS_meet me on the downs" width="618" height="348" /></p>
<p style="text-align: center;"><a href="https://abuzzsupreme.us7.list-manage.com/track/click?u=52902e114a54343c97bf4b846&amp;id=ce6114361d&amp;e=9c6de26a42" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><strong>GUARDA IL NUOVO VIDEO DI<br />
&#8220;MEET ME ON THE DOWNS&#8221;<br />
CREATO DA GEORGE LAYCOCK</strong></a></p>
<p><em>Ho scritto &#8220;Meet Me On The Downs&#8221; in una camera d&#8217;albergo ad Amburgo, durante un tour con The Pineapple Thief. Il testo è arrivato dopo. Ricordo di aver scritto della perdita di mio padre quando sono andato a svuotare il suo vecchio appartamento in una casa di riposo, il senso di immobilità dentro l&#8217;auto lì davanti, guardando quel posto che ho sempre visto con lui dentro. Aprire la porta e vedere tutti i suoi vestiti e le fotografie&#8230;Una vita intera sparsa tra i vestiti</em><strong> – Bruce Soord</strong></p>
<p><img class="aligncenter size-full wp-image-52251" src="https://www.losthighways.it/wp-content/uploads/BS_meet-me-on-the-downs_2.jpg" alt="BS_meet me on the downs_2" width="637" height="637" /></p>
<p style="text-align: center;"><a href="https://abuzzsupreme.us7.list-manage.com/track/click?u=52902e114a54343c97bf4b846&amp;id=ac993b383d&amp;e=9c6de26a42" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><strong>ASCOLTA IL NUOVO SINGOLO<br />
&#8220;MEET ME ON THE DOWNS&#8221;</strong></a></p>
<p><img class="aligncenter size-full wp-image-52250" src="https://www.losthighways.it/wp-content/uploads/BS_cover_album.jpg" alt="BS_cover_album" width="665" height="665" /></p>
<p style="text-align: center;"><strong>Bruce Soord – Ghosts In The Park</strong><br />
Concepcion [01:25]
Pillars [03:10]
Meet Me On The Downs [03:05]
Kept Me Thinking [06:34]
Day Of Wrath [04:21]
Our Predicament [03:43]
Stared Down [04:33]
You Made A Promise [02:56]
Ghosts In The Park [12:52]
<p style="text-align: center;"><strong>&#8220;Ghosts In The Park&#8221; uscirà il 15 maggio nei seguenti formati:</strong></p>
<ul>
<li><strong>EDIZIONE EARBOOK IN 3 CD/BLU-RAY CHE INCLUDE L&#8217;ALBUM CD “GHOSTS IN THE PARK”, UN CD CON RIVISITAZIONI ACOUSTICHE, UN CD CON VERSIONI PER PIANOFORTE DEL PIANISTA GLEB KOLYADIN (IAMTHEMORNING) &#8211; E UN DISCO BLU-RAY CON MIX AD ALTA RISOLUZIONE (DOLBY ATMOS, DTS-HD MA 5.1 E 24/48 PCM STEREO)</strong></li>
<li><strong>LP IN VINILE BIANCO-CREMA (ESCLUSIVA PER I NEGOZI INDIPENDENTI DEL REGNO UNITO) + LP IN VINILE VERDE SCURO</strong></li>
<li><strong>VINILE CLASSICO NERO</strong></li>
<li><strong>EDIZIONE CD DIGIPACK, INCLUDE UN LIBRETTO STAMPATO DI 16 PAGINE CON I TESTI DELLE CANZONI E FOTOGRAFIE INEDITE</strong></li>
</ul>
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<p>&nbsp;</p>
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<tr>
<td class="mcnTextContent" valign="top"><a href="https://abuzzsupreme.us7.list-manage.com/track/click?u=52902e114a54343c97bf4b846&amp;id=3e290cbeca&amp;e=9c6de26a42" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><strong>PREORDINA &#8220;GHOSTS IN THE PARK&#8221;</strong></a><br />
Eseguito quasi interamente dallo stesso <strong>Soord</strong>, con il contributo al basso di <strong>Jon Sykes</strong> in <strong>“Kept Me Thinking”</strong>, l&#8217;album è stato registrato utilizzando una combinazione di take in camere d&#8217;albergo e session in studio, preservando l&#8217;immediatezza delle versioni originali. Masterizzato da<strong> Steve Kitch</strong>, <strong>Ghosts In The Park</strong> si presenta come un&#8217;evoluzione intensa e riflessiva del precedente acclamato lavoro solista di <strong>Soord</strong>.<br />
<u><strong><em>BRUCE SOORD</em> LIVE SHOWS</strong></u><strong>Bruce Soord &amp; Jon Sykes/ Tim Bowness (co-headliner)</strong><br />
Domenica 24 maggio | Liverpool | Philharmonic Music Room<br />
Venerdì 29 maggio | Bath | Bath Fringe Festival al Rondo Theatre<br />
Sabato 20 giugno | Londra | The 100 Club<strong>Bruce Soord</strong><br />
3 giugno – Backstage by the Mill, Parigi &#8211; Francia<br />
4 giugno – Boederij, Zoetermeer &#8211; Paesi Bassi<br />
6 giugno – Ankea Festival, Tampere – Finlandia<br />
10 giugno – Joy Station, Sofia – Bulgaria<br />
2 ottobre – Zentrum Altenberg, Oberhausen &#8211; Germania</p>
<p><strong>&#8220;Ghosts In The Park&#8221; uscirà il 15 maggio su Kscope</strong><br />
<strong><a href="https://abuzzsupreme.us7.list-manage.com/track/click?u=52902e114a54343c97bf4b846&amp;id=c5210decdd&amp;e=9c6de26a42" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Preordinalo qui</a></strong></p>
<p><strong>Segui Bruce Soord:</strong><br />
Facebook, twitter &amp; Instagram: @bsoord</p>
<p><strong>Segui The Pineapple Thief online:</strong><br />
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