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	<title>Lost Highways &#187; Editoriali</title>
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	<description>Seek your mood, Find your lost highways!</description>
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		<title>Un artista d’altri tempi: intervista a Leo Pari</title>
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		<pubDate>Thu, 17 May 2012 07:55:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandra Gabola</dc:creator>
				<category><![CDATA[Editoriali]]></category>
		<category><![CDATA[Interviste]]></category>

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		<description><![CDATA[Romano, classe 1978, Leo Pari è un giovane musicista che ama fare il suo mestiere. Gli piace anche sperimentare. Lo abbiamo incontrato per farci raccontare qualcosa in più di sé e di Rèsina, un album che ci ha sorpreso e che ha segnato un ritorno alle origini folk-cantautorali, dopo progetti musicali molto diversi tra di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img style="margin: 2px 6px; float: right;" src="http://www.losthighways.it/wp-content/uploads/leo-pari_inter010512.jpg" alt="" width="300" height="202" />Romano, classe 1978, Leo Pari è un giovane musicista che ama fare il suo mestiere. Gli piace anche sperimentare. Lo abbiamo incontrato per farci raccontare qualcosa in più di sé e di <strong><em><a href="http://www.losthighways.it/2012/04/11/resina-leo-pari/">Rèsina</a>, </em></strong>un album che ci ha sorpreso e che ha segnato un ritorno alle origini folk-cantautorali, dopo progetti musicali molto diversi tra di loro. Nelle sue parole e nelle sue idee ritroviamo la stessa immediatezza che trasmette la sua musica. (<em><strong>Dopo di te</strong></em> è in streaming autorizzato)</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Innanzitutto grazie per avere accettato di fare due chiacchiere con Losthighways. <em>Rèsina</em> è un disco che mi è piaciuto molto per la freschezza e sincerità. Mi ha riportato ad atmosfere molto anni ’70, al cantautorato italiano. Mi è venuto in mente subito Battisti, le sue canzoni semplici in cui potevi identificarti. È stata una scelta mirata o un influenza interiorizzata, quasi inconscia? </strong><br />
Grazie a voi. Avevo voglia di fare un album semplice, che somigliasse al mio stato d&#8217;animo di quel periodo, perché stavo provando emozioni molto forti ed intense, ma allo stesso tempo estremamente naturali e primordiali. La ricerca di un sound più vintage rispetto ai miei dischi da solista è stata invece una scelta ben precisa: volevo prendere le distanze da quel pop sintetico che aveva caratterizzato <strong><em>LP</em></strong> e <strong><em>Lettera al Futuro</em></strong>, e tornare alle mie radici folk, agli strumenti di legno che trasudano appunto &#8220;resina&#8221;&#8230; Il paragone con Battisti non può che lusingarmi, sicuramente ha influenzato molto la mia crescita musicale. Credo che la semplicità delle sue canzoni però sia anche merito dei testi di Mogol, che sapeva commentare le melodie con immagini sempre fresche e dirette.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Rèsina</em></strong><strong> si presenta subito come un disco unitario, con un filo conduttore ben preciso: l’amore e i sentimenti. So che sarà il primo di una trilogia. La sua unitarietà è legata a questa scelta? Hai già in mente quali saranno i temi dei successivi capitoli? </strong><br />
<strong><em>Rèsina</em></strong> può essere considerato un concept album, una sorta di diario di bordo di questa storia d&#8217;amore. Le 13 canzoni sono 13 momenti di una vita insieme, con i suoi picchi di alti e di bassi. I prossimi 2 atti di questa trilogia potrebbero parlare di lavoro e di società, ma non è detto che saranno le prossime cose che pubblicherò.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Come mai la scelta di una trilogia?</strong><br />
Prima di iniziare a registrare <strong><em>Rèsina</em></strong> avevo una quantità di materiale sufficiente ad un album triplo. Alla fine ho pensato che fosse più semplice suddividere le canzoni per tematiche e sound e raggrupparle in 3 dischi diversi. E&#8217; un progetto ambizioso, anche perché nel frattempo sono nate nuove idee e nuove canzoni</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Dai tuoi lavori precedenti, dai progetti che segui, emerge chiaramente che ti piace sperimentare musicalmente e non solo. Dal rock del disco con i San La Muerte al folk intimistico di <em>Rèsina</em>. Dai piccoli locali al palco del V Day di Grillo. Qual è però la tua dimensione ideale? </strong><br />
Non credo ce ne sia una in particolare, se non quella della sperimentazione e della ricerca appunto. Io sono un autore di canzoni e mi trovo sempre a mio agio quando è il momento di suonarle davanti a un pubblico.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Com’è nata la collaborazione con Grillo?</strong><br />
In maniera assolutamente casuale: nel 2004 scrissi il brano <strong><em>Un Grillo</em></strong> per la testa e lo feci girare un po&#8217; per il web, finché un giorno sono stato contattato da Grillo in persona che mi chiedeva se poteva utilizzare quel brano per il suo spettacolo. Ma erano altri tempi, facevo una musica diversa ed ero ancora un ragazzo pieno di speranze ed aspettative.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>S</strong><strong><img style="margin: 2px 6px; float: left;" src="http://www.losthighways.it/wp-content/uploads/leo-pari_inter040512.jpg" alt="" width="230" height="346" /></strong><strong>iamo in una situazione socialmente piuttosto complicata. Secondo te quanto un artista può e deve esporsi in questi momenti. Quanto la musica può dare voce alle difficoltà o quanto invece deve essere evasione?</strong><br />
Secondo me la musica non &#8220;deve&#8221; niente. Un artista, in questo caso un cantautore, è un uomo in primis, che vive in un contesto socio-politico dal quale non può prescindere, ed allo stesso tempo vive realtà interiori molteplici e spesso contrastanti. Il suo destino è quello di ascoltare il proprio cuore, e cercare di tradurre in musica le storie che di volta in volta esso gli racconta. Quando le sue storie arrivano a toccare il cuore degli altri, allora ha fatto un buon lavoro.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il disco è sostanzialmente autoprodotto, nel senso che è pubblicato dalla tua stessa casa discografica. Come mai hai deciso di fondare una tua casa discografica? E quali progetti stai seguendo oltre ai tuoi?</strong><br />
La Gas  Vintage Records è nata per dare spazio a delle realtà artistiche che trovo interessanti e stimolanti. L&#8217;ultimo lavoro che ho pubblicato è <strong><em>Discoverland</em></strong>, il nuovo progetto di Pier Cortese e Roberto Angelini.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Qual è il tuo rapporto con la tecnologia, con i social network? Cosa ne pensi come mezzi di promozione e di diffusione della musica?</strong><br />
Il mio rapporto con la tecnologia in generale è abbastanza tribolato, e questo è un altro motivo per cui ho scelto di tornare al folk acustico. Sicuramente i vari social danno una possibilità di farsi conoscere a tutti, e se questo da un lato è positivo, dall&#8217;altro crea una jungla di gruppi nuovi e artisti emergenti dentro la quale spesso è difficile orientarsi. Continuo a credere nei concerti, che regalano emozioni che non si possono <em>downloadare</em>.</p>
<h2 class="sectionhead">Dopo di te &#8211; Preview</h2>
<p><object classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="270" height="18" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="data" value="http://www.losthighways.it/wp-content/uploads/mp3player.swf" /><param name="flashvars" value="&amp;file=http://www.losthighways.it/wp-content/uploads/02-Dopo-di-te-Leo-Pari.mp3&amp;width=270&amp;height=18&amp;autostart=true&amp;repeat=true&amp;frontcolor=0x971B7A&amp;backcolor=0xffffff" /><param name="src" value="http://www.losthighways.it/wp-content/uploads/mp3player.swf" /><param name="allowfullscreen" value="true" /><embed type="application/x-shockwave-flash" width="270" height="18" src="http://www.losthighways.it/wp-content/uploads/mp3player.swf" allowfullscreen="true" flashvars="&amp;file=http://www.losthighways.it/wp-content/uploads/02-Dopo-di-te-Leo-Pari.mp3&amp;width=270&amp;height=18&amp;autostart=true&amp;repeat=true&amp;frontcolor=0x971B7A&amp;backcolor=0xffffff" data="http://www.losthighways.it/wp-content/uploads/mp3player.swf"></embed></object></p>
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		<title>Dentro il viaggio trascendentale dei Lunatic Soul: intervista a Mariusz Duda</title>
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		<pubDate>Wed, 16 May 2012 10:51:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Vladimiro Vacca</dc:creator>
				<category><![CDATA[Editoriali]]></category>
		<category><![CDATA[Interviste]]></category>

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		<description><![CDATA[Lunatic Soul non è solamente il side-project di Mariusz Duda, leader dei Riverside, ma è soprattutto un viaggio trascendentale nel labirinto spirituale che ognuno di noi può attraversare. La voce e il basso di una delle più interessanti band post-progressive dell’ultimo decennio ha sentito l’esigenza di esprimersi in una forma d’arte diversa, dando alla luce [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong><img style="margin: 2px 6px; float: right;" src="http://www.losthighways.it/wp-content/uploads/lunatic_soul.jpg" alt="" width="300" height="225" /></strong>Lunatic Soul non è solamente il side-project di Mariusz Duda, leader dei Riverside, ma è soprattutto un viaggio trascendentale nel labirinto spirituale che ognuno di noi può attraversare. La voce e il basso di una delle più interessanti band post-progressive dell’ultimo decennio ha sentito l’esigenza di esprimersi in una forma d’arte diversa, dando alla luce una trilogia (<em><strong>Lunatic Soul</strong>, <strong>LunaticSoul II</strong>, <strong><a href="http://www.losthighways.it/2011/11/21/impressions-lunatic-soul-recensione/" target="_blank">Impressions</a></strong></em>) della resurrezione, dell’auto-interrogazione spirituale su un aldilà che non spaventa. Si intrecciano suggestioni sonore che si dipanano dall’ambient alla word-music con il collante del prog e dell’elettronica. Abbiamo deciso di incontrare una tra le personalità più interessanti della musica europea di oggi.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Come è nata l’idea di questo tuo solo project?</strong><br />
Ero stufo dei tempi (molto spesso dialtati) dettati dal sistema discografico. Con i Riverside in media stavamo realizzando un disco ogni due anni. Sappiamo che effettivamente quello è il tempo tra tour e promozione dell’album, ma due anni sono veramente tanti! Così ho deciso di riempire i periodi vuoti nella creazione di qualcosa non nell’ambito Riverside. Questa è stata la prima ragione, poi volevo provare a cimentarmi in differenti approcci musicali… un approccio alternativo-orientale-ascetico, senza chitarre elettriche, quello che non avrei mai realizzato nei Riverside.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Qual è il principale concetto dietro la trilogia dei Lunatic Soul?</strong><br />
E’ la storia di un viaggio attraverso l’adilà. La mia versione di quello che ci aspetterebbe dall’altra parte. Sto abbandonando la religione concentrandomi di più sui pensieri sulle cose che lasciamo indietro e sull’intenzione di trovare un proprio posto nella vita. Il motivo del viaggio è veramente importante per me. Quale debba essere questo viaggio – anche fuori dalla realtà &#8211; è sempre una metafora della vita. Lunatic soul racconta la storia di un uomo che dopo la morte ha una chance di tornare alla vita. Ha due opzioni. La prima:  può conservare questa memoria e l&#8217;esperienza da una precedente vita ma tutto quello che ha fatto sarà dimenticato dalle altre persone, lui stesso sarà dimenticato.  La seconda opzione: altre persone saranno consapevoli di ciò che ha raggiunto nella vita ma lui non ricorderà. Inizierà dal taglio.  Come insegniamo dal secondo album, il protagonista ha probabilmente scelto la prima opzione, perché su una collina noi troviamo una vecchia ed abbandonata lapide.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Impressions</em> sembra il lavoro più sinestetico rispetto ai precedenti due&#8230; <img style="margin: 2px 6px; float: left;" src="http://www.losthighways.it/wp-content/uploads/Lunatic_Soul_Mariusz_Duda.jpg" alt="" width="235" height="353" /></strong><br />
Ecco, prima di tutto è un album strumentale. Secondo, per migliorare l’effetto delle mie stesse idee e visioni nell&#8217;ascolto, ho deciso di non usare nessun titolo così che tutti potessero interpretare questa musica soggettivamente, creando delle proprie immagini associative.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>In <em>Impressions</em> sono scarse le parti vocali ma esso sembra raggiungere più forza evocative rispetto ai precendenti album. Cosa pensi a riguardo?</strong><br />
Per me gli album bianco e nero di Lunatic Soul formano un dittico parlando di una sola storia. Impressions è il suo supplemento musicale. Esso è un album che non inserirei insieme al bianco o al nero a comporre un unico album, ma un disco che costituisce un elemento inerente alla storia. Il suo carattere strumentale enfatizza la storia.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Impressions</em> potrebbe essere la colonna Sonora di un film. Quale genere di film per esempio?</strong><br />
Un film dove il reale si fonde con il surreale. Un film dove nulla è quello che sembra dall’inizio. Io penso ad un&#8217;atmosfera tipica dei film di David Lynch, oppure ad un film di Darren Aronofsky.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Parlami della musica elettronica nelle tue ultime composizioni&#8230;</strong><br />
L’elettronica c’è sempre stata e sempre ci sarà nella mia musica. Sono cresciuto con i Tangerine Dream. Io sogno di poter scrivere solo musica strumentale un giorno, ma basata tutta su diversi tipi di arpeggi e delays che io amo. Questi effetti di elettronica sono molto attenuati nei miei progetti Lunatic Soul e Riverside.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Quale canzone di <em>Impressions preferisci?</em> </strong><br />
Amo tutto l’album, ma <strong><em>Impressions VII<img style="margin: 2px 6px; float: right;" src="http://www.losthighways.it/wp-content/uploads/Lunatic_Soul_2in.jpg" alt="" width="300" height="300" />I</em></strong> è particolarmente vicina al mio cuore. Ricordo che questo brano è sbucato fuori suonando il piano durante le sessioni di registrazioni di <em><strong>ADHAD</strong></em>. Ho sempre saputo che un giorno Lunatic Soul avrebbe prodotto un album totalmente strumentale.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>I tuoi prossimi passi con i Riverside?</strong><br />
Proprio ora stiamo registrando il nostro quinto album. Vogliamo ritornare alle melodie, a canzoni ambiziose, a quello che abbiamo sempre realizzato al meglio, molto di più di soliti giochetti con quasi metal  o prog-metal.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Quali sono i cinque dischi che suggeriresti ad un amico per un viaggio?</strong><br />
<strong><em>Lost Highway &#8211; Soundtrack</em></strong>, Lynyrd Skynyrd – <strong><em>Second Helping</em></strong>, The Beatles – <em><strong>White Album</strong></em>, Solar Fields – <strong><em>EarthShine</em></strong>, Chemical Brothers – <strong><em>Exit Planet Dust</em></strong></p>
<h2 class="sectionhead">Impressions V – Preview</h2>
<p><object classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="270" height="18" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="data" value="http://www.losthighways.it/wp-content/uploads/mp3player.swf" /><param name="flashvars" value="&amp;file=http://www.losthighways.it/wp-content/uploads/05 Impression V.mp3&amp;width=270&amp;height=18&amp;autostart=true&amp;repeat=true&amp;frontcolor=0x971B7A&amp;backcolor=0xffffff" /><param name="src" value="http://www.losthighways.it/wp-content/uploads/mp3player.swf" /><param name="allowfullscreen" value="true" /><embed type="application/x-shockwave-flash" width="270" height="18" src="http://www.losthighways.it/wp-content/uploads/mp3player.swf" allowfullscreen="true" flashvars="&amp;file=http://www.losthighways.it/wp-content/uploads/05 Impression V.mp3&amp;width=270&amp;height=18&amp;autostart=true&amp;repeat=true&amp;frontcolor=0x971B7A&amp;backcolor=0xffffff" data="http://www.losthighways.it/wp-content/uploads/mp3player.swf"></embed></object></p>
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		<title>I tanti colori della sera: All we need Festival @ Estragon (BO) 20/04/12</title>
		<link>http://www.losthighways.it/2012/05/14/all-we-need-festival-estragon/</link>
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		<pubDate>Mon, 14 May 2012 10:51:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Emanuele Gessi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Editoriali]]></category>
		<category><![CDATA[Live report]]></category>

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		<description><![CDATA[All we need Festival inizia il suo percorso itinerante dall&#8217;Estragon di Bologna. Un festival che promuove la musica emergente e brinda alla sua “prima” con band e personaggi che però emergenti lo son ben poco: Mariposa all&#8217;attivo da più di dieci anni, così come Bugo e Marta sui tubi, mentre i Diaframma da circa una [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img style="margin: 2px 6px; float: right;" src="http://www.losthighways.it/wp-content/uploads/AllWeNeedFestival_010512.jpg" alt="" width="300" height="214" />All we need Festival inizia il suo percorso itinerante dall&#8217;Estragon di Bologna. Un festival che promuove la musica emergente e brinda alla sua “prima” con band e personaggi che però emergenti lo son ben poco: Mariposa all&#8217;attivo da più di dieci anni, così come Bugo e Marta sui tubi, mentre i Diaframma da circa una ventina. Insomma, non si parla di emergenti, semmai di musica underground, di nicchia o come volete, ma non “emergente”, un termine che a mio parere si potrebbe dare solo a chi ha all&#8217;attivo uno/due pubblicazioni (compresi demo ed ep).<br />
Un&#8217;altra piccola critica è da segnalare: non può un festival musicale iniziare alle 21 se la location scelta è un luogo fuori dal centro cittadino perchè sarà ben poco il pubblico che arriverà prima delle 22.<br />
Inevitabilmente giungo al locale qualche minuto dopo “l&#8217;ora x” e sento dal parcheggio la musica dei Mariposa: hanno già iniziato!<br />
Dentro all&#8217;Estragon siamo ancora in pochi, ma nel giro di un&#8217;ora tenderà a riempirsi di pubblico, specialmente giovane attirato da Marta sui tubi e Bugo. Il set dei Mariposa riprende lo stile e gli intenti promossi in <strong><em>Semmai Semiplaya</em></strong>, ultimo disco sfornato dalla band e da Trovarobato. Vecchi brani ripresi in una versione semiacustica e “portatile”, priva di batteria, basso e chitarra elettrici, ma ricca di percussioni elettroniche, tastiere e fiati. Poi ovviamente la voce della nuova cantante Serena Altavilla che dal vivo esalta fortemente i brani più dinamici senza riuscire comunque a spiccare in questa dimensione musicale ridotta all&#8217;osso.<br />
E&#8217; giunto il tempo di un pezzo di storia: Federico Fiumani continua a portarsi addosso il nome dei mitici Diaframma e con sé le canzoni di tanti anni di carriera. Il suono è ruvido, proprio come te lo aspetti, proprio come ragazzi della mia età non hanno mai sentito suonare con tanta naturalezza e originalità. Un live dei Diaframma è un tuffo nel tempo, sia per chi l&#8217;ha vissuto già e ne vive la nostalgia, sia come per chi ne ha solo sentito le note e le parole dalle cuffie di un iPod, ed ora è stordito, estasiato. Un live breve ma intensissimo, dove ogni cosa sembra essere al suo posto, dove ogni brano in scaletta è un vero e proprio diamante grezzo, che nelle sue asperità brilla di colori persi nel tempo. La cosa che più stupisce è certamente la personalità di Fiumani, che pare essere nato per stare sul palco e non si riesce ad immaginarlo fare altro che suonare e cantare per quanto ciò gli venga naturale.<br />
Al termine del live dei Diaframma la serata segue con Bugo in un quanto mai bizzarro avvicendamento.<br />
La band in gran carriera, poi lui zompando qua e là sul palco dell&#8217;Estragon. Un live certamente ben congeniato, che dà però molto peso al lato di puro intrattenimento personale più che musicale. Bugo non sta fermo un istante, si dimena, balla, salta, gira, gesticola e l&#8217;attenzione viene completamente catturata da questo, mettendo in secondo piano la band (bravi musicisti che offrivano un suono davvero ottimo) oltre che quella manciata di brani meritevoli che ha in repertorio. Questo è Bugo, ed evidentemente a molti piace ma mi piace pensare che anche la leggerezza deve avere un minimo di classe, cosa che questa sera non ho trovato in un cantante novarese troppo preso a strappare sul momento applausi effimeramente divertiti, piuttosto che belle emozioni che verranno ricordate.<br />
Conclusa la lunga esibizione di Bugo il palco si trasforma ed un tendaggio leggero va a dividere il pubblico dagli strumenti sul palco, pronti per essere suonati. Si spengono le luci del locale e si accende un proiettore. Sul tendaggio le immagini appaiono nitide e sgargianti mentre altre luci illuminano sapientemente i musicisti che si intravedono dietro il velo. L&#8217;effetto è affascinante ed il complesso gioco di luci e proiezioni offre uno spettacolo di notevole qualità e fattura. Il concerto va avanti coniugando magnificamente la musica alla curatissima scelta grafica e visiva.<br />
A lungo andare però il peso del velo a dividere chi sta sopra e sotto il palco si fa sentire in termini di partecipazione del pubblico, dettaglio non marginale in un live di una band come i Marta sui tubi: manca la possibilità di seguire ed incrociare gli sguardi dei componenti della band e creare quell&#8217;alchimia diretta, che scorre adrenalinica in tutte le direzioni.<br />
Dopo una lunga e contemplativa parte di concerto, fortunatamente il velo viene raccolto e l&#8217;esibizione esplode definitivamente.<br />
I Marta sui tubi si confermano un&#8217;ottima live band che ha dalla sua una notevole versatilità che la porta a provare nuove interessanti soluzioni di spettacolo, che per ora continuano a tendere all&#8217;innalzamento della  fondamentale componente musicale, e non a sminuirla a sottofondo.<br />
Terminato il live dei Marta sui Tubi (per la verità un po&#8217; più corto delle aspettative) il palco viene preparato per il dj-set dei Motel Connection. I potenti bassi picchiano nelle casse e bussano alle orecchie di quella parte di pubblico più incline all&#8217;elettronica.<br />
La serata si conclude lasciando un pizzico di amarezza per la realizzazione di un  evento forse un po&#8217; troppo ambizioso, con una scaletta eccessivamente ricca rispetto al ridotto tempo a disposizione; questo ha portato a condensare le esibizioni di tutte le band non appagando completamente parte del pubblico. (<a href="http://www.losthighways.it/lost-gallery-2/2012/All%20We%20Need%20Festival%20@%20Estragon%20%28BO%29%2020-04-2012/">Lost Gallery</a>)</p>
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		<title>Musica spiazzante, che colpisce chi ascolta: Ultimo Attuale Corpo Sonoro+Bologna Violenta @ Calamita – Cavriago (RE) 14/04/12</title>
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		<pubDate>Mon, 14 May 2012 10:49:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Katia Arduini</dc:creator>
				<category><![CDATA[Editoriali]]></category>
		<category><![CDATA[Live report]]></category>

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		<description><![CDATA[A volta bisogna fare chilometri e salti mortali per avere quello che si desidera. Soprattutto con la musica: se vuoi trovare quella giusta devi spesso armarti di cartina e buona volontà e partire verso l’ignoto. Così quando capita che leggi che a 10 minuti da casa ci sarà una serata che si prospetta davvero interessante [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img style="margin: 2px 6px; float: right;" src="http://www.losthighways.it/wp-content/uploads/bolognaviolenta_live0010512.jpg" alt="" width="300" height="225" />A volta bisogna fare chilometri e salti mortali per avere quello che si desidera. Soprattutto con la musica: se vuoi trovare quella giusta devi spesso armarti di cartina e buona volontà e partire verso l’ignoto. Così quando capita che leggi che a 10 minuti da casa ci sarà una serata che si prospetta davvero interessante ti stupisci e non puoi fare altro che andare.<br />
Stasera Bologna Violenta sarà a Cavriago e prima di lui suoneranno gli Ultimo Attuale Corpo Sonoro, che hanno attirato la mia attenzione fin dai primi ascolti. Verso le 23 la band veronese sale sul palco. Il Calamita è un piccolo club, un ambiente davvero intimo per un concerto a stretto contatto con chi suona. La band di Gianmarco Mercati ci presenta i brani tratti dal loro ultimo lavoro in studio, <strong><em>Io ricordo con rabbia</em></strong>. Testi duri, che colpiscono a fondo e lasciano il segno. Brani declamati, urlati, sputati in faccia al pubblico che ascolta attento. Perché non si può non prestare attenzione alla musica degli UACS. Brani ricchi di citazioni, di storie e di storia. Brani che raccontano dei tormenti dell’uomo, come <strong><em>Della tua bocca</em></strong>. Brani che raccontano le pagine più nere della storia come la strage di Ustica (<strong><em>Flight data recorder</em></strong>), la P2 e la sua convivenza con la politica (<strong><em>Tessera P2#1816</em></strong>), l’<em><strong>Undici settembre 1973</strong></em><em>, </em>ma anche parole dedicate a Pasolini e al suo omicidio (<strong><em>Empirismo eretico</em></strong>, dall’album <strong><em>Memorie e violenze di Sant’Isabella</em></strong> del 2009). Parole dure e poesia che si mescolano nelle letture che anticipano ogni brano e nei testi. Rock e rabbia portati sul palco magistralmente. Un set intenso nonostante sia abbastanza breve (poco più di mezz’ora per lasciare lo spazio al set successivo), che conferma gli Ultimo Attuale Corpo Sonoro come una delle realtà più interessanti. Un progetto denso di contenuti che sa come trasmetterli a chi li ascolta.<br />
Tempo di liberare il palco e Nicola Manzan è pronto per occuparlo. O meglio, non sarà proprio lui a salire sul palco, ma Bologna Violenta, la sua one-man band. Una sorta di alter ego cattivo e arrabbiato di Nicola. Questa sera ci presenterà il suo nuovo lavoro, <strong><em>Utopie e piccole soddisfazioni</em></strong>. Quella di Bologna Violenta non è musica per tutti: il suo grindcore è per palati forti. Chitarra distorta, quasi martoriata, elettronica capace di stordire e rumore, tanto rumore. Bologna Violenta è tutto questo, ma anche tanta crudele e tagliente ironia data da inserti di canti tradizionali polacchi, di cori dei monaci benedettini che fanno da contraltare alle urla angosciate di persone torturate (<strong><em>Il convento sodomita</em></strong>), di cut-up di dialoghi tratti dai cosiddetti mondo-movie o dai poliziotteschi anni ‘70. Naturalmente non mancheranno quelli che ormai sono diventati dei classici per l’artista trevigiano: <strong><em>Il sommo fallo</em></strong>, <strong><em>Maledetta del demonio</em></strong>, <strong><em>Trapianti giapponesi</em></strong> (tratti dall’album del 2010, <strong><em>Il nuovissimo mondo</em></strong>) e pezzi tratti anche dal primo omonimo album del 2006. Sul finale Manzan imbraccia il suo violino per incantarci con le note di <strong><em>Blue Song</em></strong>, un esempio dalle improvvise orchestrazioni per archi e dalle melodie che Bologna Violenta è capace di far apparire in mezzo al caos creato dalla sua musica. Quaranta minuti che spiazzano e violentano il pubblico che rimane attonito, ma divertito dalle splendide doti di intrattenitore di Nicola.<br />
Il 14 aprile 2012 il Calamita ha riunito sul palco due progetti davvero particolari, tra quelli meno incasellabili della scena italiana. Musica spiazzante e ricca di contenuti, fatta per colpire in maniera forte l’animo di chi la ascolta e che lascia il segno. (Foto di Katia Arduini)</p>
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		<title>Porto via con me ricordi che non passano mai: Il Teatro degli Orrori @ Fuori Orario Taneto di Gattatico (RE) 13/04/12</title>
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		<pubDate>Mon, 14 May 2012 10:47:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Katia Arduini</dc:creator>
				<category><![CDATA[Editoriali]]></category>
		<category><![CDATA[Live report]]></category>

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		<description><![CDATA[A volte capitano delle coincidenze che ti portano ad essere nel posto giusto nel momento in cui ne hai davvero bisogno. Così capita che il giorno del tuo compleanno coincida con una data de Il Teatro degli Orrori proprio nella tua città e finalmente sai cosa rispondere alla fatidica domanda “Cosa ti regalo?”. Come al [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img style="margin: 2px 6px; float: right;" src="http://www.losthighways.it/wp-content/uploads/il-teatro-degli-orrori_live010512.jpg" alt="" width="300" height="225" />A volte capitano delle coincidenze che ti portano ad essere nel posto giusto nel momento in cui ne hai davvero bisogno. Così capita che il giorno del tuo compleanno coincida con una data de Il Teatro degli Orrori proprio nella tua città e finalmente sai cosa rispondere alla fatidica domanda “Cosa ti regalo?”.<br />
Come al solito, arrivo al Fuori Orario troppo presto (prima o poi mi daranno le chiavi per aprire). Meglio così: posso scegliere meglio la posizione da cui godermi lo spettacolo. Mi sistemo e mi metto in attesa. Verso le 22.30 salgono sul palco i 2Pigeons: Kole Laca e Chiara Castello ci presentano i loro brani in un set che sembra uscire direttamente da un altro pianeta.<br />
Poi arriva la band di Capovilla sul palco per presentarci il loro nuovo lavoro in studio, <strong><em>Il mondo nuovo</em></strong>. La partenza è affidata a <strong><em>Rivendico</em></strong>: un’esplosione rock che scatena il pubblico. La band sembra essere uscita totalmente rigenerata dai problemi avuti lo scorso anno che sembravano averli portati sull’orlo dello scioglimento. Marcello Batelli, nuova seconda chitarra, sembra perfettamente integrato con il resto della band e Kole Laca con le sue tastiere porta quel qualcosa in più ai brani. “<em>Porto via con me ricordi che non passano mai</em>” (<strong><em>Non vedo l’ora</em></strong>) perché un set de Il Teatro degli Orrori ti lascia davvero ricordi indelebili. Potenza espressiva, nei gesti e nei suoni. Il ritorno di Giulio Ragno Favero in pianta stabile si sente. Una scaletta che verte per lo più sui brani del nuovo album: tante storie, tanti nomi che raccontano di emarginazione, di mancanza, di pazzia. Nei testi che Capovilla declama dal palco ci sono città come <strong><em>Skopje</em></strong>, dove una famiglia aspetta il ritorno del padre, viaggi come quello che porta da Cleveland a Baghdad col pensiero di andare lì per fare qualcosa di buono e poi trovarsi a pensare che arruolarsi “<em>sia stata una cattiva idea</em>”. E poi nomi, tanti nomi: <strong><em>Pablo</em></strong>, <strong><em>Martino</em></strong>, <strong><em>Doris</em></strong>, <strong><em>Monica</em></strong>. Nomi scanditi dalla batteria di Frank Valente che picchia furioso le pelli. La chitarra di Gionata Mirai è impaccabile nel seguire le parole che Pierpaolo Capovilla canta, urla, racconta da un palco che sprigiona un muro di note e rumore che si abbatte sul pubblico. Nel set trova spazio anche <strong><em>Per nessuno</em></strong>, brano contenuto nel singolo <strong><em>A sangue freddo</em></strong>. Capovilla prende il microfono e ci racconta la storia di un operaio ucciso dal suo datore di lavoro solo per aver preteso quello che gli spettava, Mirai imbraccia la chitarra acustica e partono le note di <strong><em>Ion</em></strong>, uno dei momenti più alti del live. Subito dopo arriva <strong><em>Direzioni diverse</em></strong>, brano tratto dall’album precedente e riveduto e corretto in una versione più elettronica grazie agli effetti delle tastiere di Kole Laca. <strong><em>Il terzo mondo</em></strong> precede <strong><em>E lei venne!</em></strong> e <strong><em>Compagna Teresa</em></strong>, brani tratti dal primo album della band, quel <strong><em>Dell’impero delle tenebre</em></strong> che a distanza di cinque anni riesce ancora ad infiammare il pubblico con la sua violenza rock. La storia di <strong><em>Adrian </em></strong>rappresenta un altro dei picchi massimi del live e ci porta verso una breve pausa. La fase finale parte con <strong><em>Dimmi addio</em></strong> e <strong><em>Io cerco te</em></strong> per poi lasciare il posto a tre classici de Il Teatro degli Orrori: <strong><em>La canzone di Tom, Il turbamento della gelosia</em></strong> e <strong><em>A sangue freddo</em></strong>. Sul finale arriva la meravigliosa <strong><em>Lezione di musica </em></strong>che incanta il pubblico chiudendo due ore di pura energia. Due ore durante le quali Il Teatro degli Orrori ha dimostrato, se mai ce ne fosse ancora bisogno, che sa far male con le sue stilettate rock, nonostante i problemi tecnici che durante tre brani hanno tolto l’audio alla voce. Un Capovilla meno propenso a fare sermoni rispetto al passato, degno rappresentante della teoria che non serve il “bel canto” per immobilizzare il pubblico. Bastano uno sguardo quasi mefistofelico e un sorriso beffardo accompagnati da attitudine e carisma da vendere. (Foto di Katia Arduini)</p>
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		<title>Sono un nostalgico artigiano nel campo musicale: intervista a Marco Campitelli (Marigold)</title>
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		<pubDate>Thu, 10 May 2012 15:14:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Katia Arduini</dc:creator>
				<category><![CDATA[Editoriali]]></category>
		<category><![CDATA[Interviste]]></category>

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		<description><![CDATA[Fondati e nati da un progetto di Marco Campitelli, The Marigold si sono fatti notare negli ultimi anni grazie ai loro tre album, Divisional, Erotomania e Tajga. Il 24 aprile hanno pubblicato una ristampa del loro ultimo lavoro in studio e un Ep, Let the sun, che vede la collaborazione di Alessandra Gismondi dei Pitch. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="alignright size-full wp-image-18595" title="marigold_inter010512" src="http://www.losthighways.it/wp-content/uploads/marigold_inter010512.jpg" alt="" width="300" height="225" />Fondati e nati da un progetto di Marco Campitelli, The Marigold si sono fatti notare negli ultimi anni grazie ai loro tre album, <strong><em>Divisional, Erotomania </em></strong>e<strong><em> Tajga</em></strong>. Il 24 aprile hanno pubblicato una ristampa del loro ultimo lavoro in studio e un Ep, <a href="http://www.losthighways.it/2012/04/24/let-the-sun-ep-the-marigold/"><strong><em>Let the sun</em></strong></a>, che vede la collaborazione di Alessandra Gismondi dei Pitch. Il loro sound cupo, suggestivo ci ha conquistati così abbiamo voluto fare qualche domanda a Marco Campitelli, leader della band.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Iniziamo con la più classica delle domande: da dove arrivano i Marigold?</strong><br />
I Marigold sono nati nel 1998 e in questi anni abbiamo realizzato una manciata di dischi: <strong><em>Divisional, Erotomania, Tajga </em></strong>e l’ultimissimo EP <strong><em>Let the Sun</em></strong>. Abbiamo suonato in lungo e in largo in giro per l’Italia, in Austria, Slovenia e in Francia (al “Fugues Festival” dove in alto nel cartellone faceva capolino il nome di Robin Guthrie). I nostri ultimi tre dischi sono stati prodotti e missati da Amaury Cambuzat degli Ulan Bator, un fattore per noi di notevole importanza artistica, che ha reso il nostro sound molto contaminato e marcatamente <em>europeo</em>.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il 24 aprile avete pubblicato l’Ep <em>Let the sun</em> con una ristampa del vostro album <em>Tajga</em>. Ci volete raccontare il perché di questa scelta?</strong><br />
Abbiamo abbinato all’uscita dell’EP il nostro precedente disco <strong><em>Tajga</em></strong>, quest’ultimo così è divenuto il disco di riferimento del tour da cui sono tratte le riprese live di <strong><em>Let the Sun</em></strong>. Oltre a questo c’è una motivazione più pratica: rimasti senza copie durante gli ultimi live, ci sembrava doveroso ristampare <strong><em>Tajga</em></strong>, disco che è stato davvero apprezzato ed accolto con entusiasmo da pubblico e critica.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Nella title trak dell’Ep compare la voce di Alessandra Gismondi dei Pitch. Da dove nasce questa collaborazione?</strong><br />
Nel 2011 con la DeAmbula Records, etichetta indipendente che gestisco insieme a Silvia Verna, ci siamo occupati della produzione dell’ultimo lavoro dei Pitch<strong><em>, Comme un flux</em></strong>, da qui la conoscenza con Alessandra.<br />
Per la parte strettamente artistica ricordo che quando ho scritto e registrato la canzone <strong><em>Let the Sun</em></strong> immediatamente ho pensato a lei. Ricordo che prima di farle ascoltare la canzone già immaginavo la sua voce in quel contesto. Questa percezione è stata fondamentale per me, quasi come se fosse stata scritta appositamente per essere cantata da lei. Alessandra Gismondi ha un modo di cantare che da sempre mi affascina, ha un gran talento e credo che sia una delle più belle voci femminili che abbiamo in Italia!</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Come per gli album precedenti, anche nel caso di <em>Let the sun</em> vi siete affidati alla produzione di Amaury Cambuzat. Ci potete raccontare questo sodalizio artistico?</strong><br />
Amaury Cambuzat non è un semplice produttore per noi, è una persona che dopo sette anni di collaborazione si è prodigato per la buona riuscita dei nostri lavori in qualsiasi modo: suonando al nostro fianco nei dischi e nei live, scrivendo parti e realizzato arrangiamenti, fino ad introdurci anche all’interno del roster della sua etichetta, Acid Cobra. Con lui abbiamo avuto una crescita musicale/artistica ed umana che ci ha portato ad un “modo” di vivere la musica emozionante e sincero.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Nell’Ep <em>Let the sun</em> troviamo, oltre all’omonimo inedito, anche tre brani live. Quanto è importante la dimensione live per i Marigold?</strong><br />
Risposta banale, ma è fondamentale ed importantissimo… è il momento in cui devi “esprimerti” a modo tuo… (e questo potrebbe non essere così banale). Il live è certamente un modo per confrontarsi con le persone che conosci dopo aver suonato e mai come di questi tempi resta per fortuna l’unico vero modo per relazionarsi. L’importanza del live per noi è esplicita nell’ultimissimo <strong><em>Let the Sun </em></strong>in cui abbiamo inserito dei brani live, una fotografia ai momenti più emozionanti per noi, al fianco del nostro attento pubblico.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img class="alignright size-full wp-image-18596" title="marigold_inter020512" src="http://www.losthighways.it/wp-content/uploads/marigold_inter020512.jpg" alt="" width="300" height="200" />E il web? Quale rapporto hanno i Marigold con la tecnologia?</strong><br />
Oltre al nostro sito <a href="http://www.themarigold.com/">www.themarigold.com</a> attivo da tanti anni, siamo sempre arrivati “tardi” ai social network, cerchiamo di farne solo un semplice riferimento per la rete. Internet ha permesso a tutti di poter arrivare ovunque e questo è un bene, riconosciamo comunque anche i molti difetti di questo mondo virtuale sempre più grande ed esteso, notando tra l’altro che la quantità non è sempre qualità… anzi! In ogni caso, siamo riusciti a creare ed avere una buona cerchia di fedeli sostenitori, che apprezzano i nostri lavori e ci seguono nonostante la quantità di roba che ci gira intorno…<br />
Per quanto riguarda invece l’uso della tecnologia all’interno della composizione musicale, la riteniamo per molti aspetti comodissima, anche se ha comunque contribuito ad abbassare i livelli qualitativi. Spesso si passano più ore davanti ai monitor dei pc ad editare dischi piuttosto che a fare dei buoni suoni in presa diretta, la creatività passa dallo strumento ad un “clik”… In riferimento a questo faccio ancora fatica a comprendere quest’ottica, mi sento un nostalgico artigiano nel campo musicale.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Abbiamo iniziato l’intervista in modo classico e la chiudiamo allo stesso modo: cosa c’è nel futuro dei Marigold?</strong><br />
Fra qualche mese sarà disponibile un tributo ai Codeine che uscirà per White Birch (giovane label toscana) dove siamo presenti con una nostra versione di <strong><em>Gravel bed</em></strong>, poi durante l’estete registreremo un nuovo disco e poi nuove date a seguire!</p>
<h2 class="sectionhead">Let the sun &#8211; Preview</h2>
<p><object classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="320" height="110" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="data" value="http://www.losthighways.it/wp-content/uploads/mp3player.swf" /><param name="flashvars" value="&amp;file=http://www.losthighways.it/wp-content/uploads/Marigold_ep_2012_list.xml&amp;height=110&amp;width=320&amp;displaywidth=0&amp;autostart=true&amp;repeat=true&amp;frontcolor=0x971B7A&amp;backcolor=0xffffff" /><param name="src" value="http://www.losthighways.it/wp-content/uploads/mp3player.swf" /><embed type="application/x-shockwave-flash" width="320" height="110" src="http://www.losthighways.it/wp-content/uploads/mp3player.swf" flashvars="&amp;file=http://www.losthighways.it/wp-content/uploads/Marigold_ep_2012_list.xml&amp;height=110&amp;width=320&amp;displaywidth=0&amp;autostart=true&amp;repeat=true&amp;frontcolor=0x971B7A&amp;backcolor=0xffffff" data="http://www.losthighways.it/wp-content/uploads/mp3player.swf"></embed></object></p>
<h2 class="sectionhead">The Marigold Let the sun EP</h2>
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		<title>Questo mondo è fatto di vetro: limpidezza e fragilità lungo il binario dei Locomotif @ LaFactoryLive &#8211; Bar Zoki Lido Felix (Torre S.Gennaro – Br) 26/04/12</title>
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		<pubDate>Wed, 09 May 2012 15:37:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Maria Concetta Botrugno</dc:creator>
				<category><![CDATA[Editoriali]]></category>
		<category><![CDATA[Live report]]></category>

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		<description><![CDATA[Chiudi gli occhi. Immagina una terrazza che si affaccia sul mare, non molto grande, ma abbastanza spaziosa da contenere un pubblico, un paio di tavolini, una batteria, un piano Rhodes, una base in plastica ricoperta da un telo floreale su cui sono disposte delle campanelle giocattolo colorate ed un leggio, anch’esso rivestito dello stesso drappo. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img style="margin: 2px 6px; float: right;" src="http://www.losthighways.it/wp-content/uploads/loco010512.jpg" alt="" width="300" height="225" />Chiudi gli occhi. Immagina una terrazza che si affaccia sul mare, non molto grande, ma abbastanza spaziosa da contenere un pubblico, un paio di tavolini, una batteria, un piano Rhodes, una base in plastica ricoperta da un telo floreale su cui sono disposte delle campanelle giocattolo colorate ed un leggio, anch’esso rivestito dello stesso drappo. Se guardi dritto davanti a te, vedi il mare vestito per le grandi occasioni in elegante blu scuro, con le luci dei lampioni qui a riflettersi in un dorato zig-zag. Volgi il tuo sguardo ancora più lontano, vedi le luci del paese minuscole ed allineate a separare il mare dal cielo. Lassù si esibisce la luna, sulla terra ferma il palcoscenico è per loro, i Locomotif: Luca Barchitta alla batteria, Carmine Ruffino al piano elettrico e al computer, e Federica Faranda a voce e toy bells. Ore 23:00 circa, ha inizio il tanto atteso live della band di Catania. Luca è posizionato all’angolo, come un pugile carico in attesa di affrontare il suo avversario. I suoi guantoni sono le bacchette, il suo ring è la batteria. I suoi colpi non fanno male, non lasciano lividi, ma sono un costante supporto per Carmine col capo chino sul piano, e per Federica, piccola ed esile donna dalla grande vocalità. Rotto il ghiaccio, a parlare è la musica. Si susseguono uno dopo l’altro i brani del loro ultimo lavoro <strong><em>TWIMOG</em></strong> (acronimo di <strong><em>This World Is Made Of Glass</em></strong>). L’atmosfera si scalda e ci si immerge in un sogno con le dolci note di <strong><em>Onirica</em></strong>, preceduta da <strong><em>Promenade</em></strong> e dall’overture <strong><em>Il Volo</em></strong>. Poche parole tra un pezzo e l’altro, quelle che bastano per carpire comunque la simpatia, la dolcezza e la semplicità di questa ragazza, ma anche l’armonia e l’affetto che lega i membri del gruppo. Federica scioglie i capelli, inizialmente raccolti, ha gli occhi chiusi mentre canta e con le mani sembra disegnare nell’aria le parole pronunciate dalle sue labbra, parole e versi in più occasioni modellati ed arricchiti con appositi effetti vocali. E’ la volta del brano che presta il titolo al disco <strong><em>This World Is Made Of Glass</em></strong> e delle campanelle giocattolo. Segue <strong><em>Forget</em></strong> e, per descriverla, prendo in prestito le parole scritte da Federica nella presentazione del progetto Locomotif sulla pagina Facebook: “<em>Adesso ci piacerebbe solo che qualcuno di voi facesse almeno una volta nella vita l&#8217;amore con una nostra canzone in sottofondo, in qualunque parte del mondo. Che fa pure rima.</em>” Ecco, questo è il pezzo che mi sentirei di consigliare come sottofondo perfetto per un&#8217;intensa notte d&#8217;amore. Nostalgico, dolce, passionale, sensuale. Atmosfere jazz e twee pop convivono in <strong><em>Drunken Dreams</em></strong>, mentre <strong><em>La Luna e Gnac</em></strong> è la conferma della destrezza e creatività di Carmine al computer e al piano, dell’attenzione con cui fornisce lungo il cammino di Federica un tappeto sonoro fatto di bassi ed effetti elettronici che, nel pezzo in questione, contribuiscono alla freschezza dello stesso. C’è spazio anche per due cover, ovvero la ninnananna dei Radiohead <strong><em>No Surprises</em></strong> e la struggente <strong><em>Amare Inutilmente</em></strong> di Gino Paoli, arrangiata ed interpretata egregiamente, in linea con lo stile personale del gruppo. Un quarto alla mezzanotte, il live termina. Il pubblico applaude e chiede il bis, gentilmente concesso dai nostri amici catanesi.<br />
E in serate come questa, con la musica giusta, con musicisti in gamba ed umili, lo scenario perfetto e la gente piacevolmente coinvolta dallo spettacolo in corso, che mi verrebbe la voglia di stare dall’altra parte, dalla parte di chi fa il musicista, con i suoi sacrifici e le sue gioie. Sono serate come questa che si trascrivono come per incanto, da sole, su un foglio bianco. E’ questa la musica e sono queste le persone che vale la pena di raccontare. Grazie ai Locomotif e alle sensazioni regalate. Auguro a chi già li segue di risalire al più presto sulla loro locomotiva, mentre invito chi ancora non li conoscesse a prendere nota delle sue prossime fermate. Puoi riaprire gli occhi!</p>
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		<title>La purezza delle azioni passa per la cura e la bellezza: intervista a Manuel Agnelli e Giorgio Prette (Afterhours)</title>
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		<pubDate>Tue, 08 May 2012 10:28:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Amalia Dell'Osso</dc:creator>
				<category><![CDATA[Editoriali]]></category>
		<category><![CDATA[Interviste]]></category>

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		<description><![CDATA[Non sempre il tempo corre vorace. Talvolta lo fermi. Lo guardi in faccia e decidi tu come farlo scorrere. Con lentezza. Con la bellezza intorno, di una città che si risveglia in una primavera prepotente, del mare ritmico di vento, delle parole che si fanno occasione di confronto e riflessione. E’ stato così durante l’intervista [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img style="margin: 2px 6px; float: right;" src="http://www.losthighways.it/wp-content/uploads/Afterhours_inter010512.jpeg" alt="" width="300" height="199" />Non sempre il tempo corre vorace. Talvolta lo fermi. Lo guardi in faccia e decidi tu come farlo scorrere. Con lentezza. Con la bellezza intorno, di una città che si risveglia in una primavera prepotente, del mare ritmico di vento, delle parole che si fanno occasione di confronto e riflessione. E’ stato così durante l’intervista a Giorgio Prette e Manuel Agnelli. Il presente di <strong><em>Padania</em></strong>, il nuovo disco uscito il 17 aprile secondo la formula della totale autoproduzione, il passato rivisto come un incastro di anelli d’evoluzione, la modernità declinata in un rock dalla cifra stilistica così personale da rimanere sempre unico e inimitabile nel cambiamento, il coraggio della propria verità, l’onestà verso se stessi a rischio dell’impopolarità, il peso specifico delle parole e la loro forza emotiva, la bellezza come monito in ogni scelta ad un certo punto della vita. La musica non ama le etichette di genere, e quella degli Afterhours più che mai. E’ alchemica, profonda come gli oceani che non puoi conoscere del tutto se non li esplori dalla superficie fino al fondo del fondo. C’è della saggezza in quest’intervista, c’è quella sensibilità propria dei puri che non temono se stessi. (In collaborazione con Vladimiro Vacca; foto 1-3 di Ilaria Magliocchetti Lombi, foto 2 di Serena Mastroserio; si ringrazia Roberta Accettulli – Management)</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Padania</em></strong><strong> è un titolo provocatorio. Mette le mani nella carne cruda di una tematica politica ma per inquadrarla in una visione più ampia fino a spostare l’attenzione sulla dimensione umana e sui suoi vuoti in questi nostri anni di decadenza, giusto?</strong><br />
Manuel: Sì. Però non è solo così. Padania è un titolo non solo provocatorio ma anche grottesco, da un certo punto di vista. Volevamo cercare di dare una personalità e un contorno di colore a questi temi. Parli delle cose della vita, delle persone e a questi argomenti metti un costume. Definire una personalità dà forza ai temi che tratti e poi facilita la comprensione. Padania si prestava benissimo a queste intenzioni. E poi come idea immaginifica poteva rappresentare il malessere che stiamo provando tutti, nessuno escluso, qui e all’estero. Inquadra temi che non sono solo regionali, nazionali. Padania come stato immaginario, come stato del malessere, come stato del niente, e non come stato della perdizione, perché non è una Sodoma e Gomorra, piuttosto è la condizione dell’uomo che cerca di darsi delle regole, degli obiettivi, che lotta per ottenerli per poi arrivare al fallimento di questo tipo di visione. Quindi non rappresenta il paese della corruzione, il male, il potere, i soldi. Padania è il mondo delle persone oneste che sbagliano strada, e si perdono in maniera più sottile, combattendo tutti i giorni per la sopravvivenza o il miglioramento della propria condizione, e poi in realtà si allontano sempre più da quello che volevano essere all’inizio, dal motivo stesso per cui hanno cominciato a combattere, un motivo che è diverso per ognuno di noi. Non riesci a dire esattamente quale possa essere. Io da piccolo volevo fare l’archeologo, invece faccio il musicista e non suono al Primo Maggio! Sto cercando di dirti che si tratta di piccole storie, anch’io sono un personaggio di questa vicenda, anch’io mi ritrovo a combattere per degli obiettivi che non mi stanno più portando felicità, sono solo battaglie che devo vincere per mantenere quello che ho, la vita che mi sono costruito, lontana da quella che volevo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Quindi rispetto al mondo della iena, in <em>Padania</em> c’è un cambio di prospettiva?</strong><br />
Manuel: La figura della iena riguardava noi. Le iene eravamo noi e in qualche modo gli altri: si partiva da un discorso personale che tendeva ad una forma di generalizzazione per cui gli altri potevano vivere un processo di identificazione. In <strong><em>Padania</em></strong> si raccontano storie, ci sono vari protagonisti, che noi osserviamo e in cui ci specchiamo, per certi aspetti. Quindi la prospettiva è assolutamente invertita. La visione è rivolta verso l’esterno.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Metamorfosi</em></strong><strong> non a caso apre questo disco in maniera indicativa…</strong><br />
Manuel: Sì, <strong><em>Metamorfosi</em></strong> è un pezzo su un cambiamento non positivo. Un cambiamento che ti viene imposto e non decidi tu. Succederà e basta. E’ la metamorfosi. Il protagonista del racconto di Kafka si sveglia una mattina e si scopre un insetto, non ha deciso lui quella mutazione, la sta subendo. Ed è quello che sta succedendo a tutti noi in questo momento: c’è un cambiamento radicale in atto, non possiamo decidere che cosa sia né scegliere di abbracciarlo o meno, c’è e basta. Sappiamo cosa eravamo ma non sappiamo che cosa stiamo per diventare. Quindì, sì, è un pezzo indicativo. E lo è anche la sua atmosfera. Il protagonista, che poi ricorre in tutto il disco, dice <em>“vorrei spiegarti che cos’ho”</em>, ma in realtà non ne è capace. Ci prova a spiegarlo: <em>“è come un cane rabbioso che morde a sangue il mio futuro”</em>, c’è qualcosa che sta condizionando il suo futuro più della sua stessa volontà.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Metamorfosi </em></strong><strong>segna l’inizio più intenso e di più forte impatto emotivo tra tutti i vostri dischi, E’ come la chiave di volta dell’immaginario di <em>Padania</em>, per temi e umori sonori. Quindi è indicativo dell’intero disco anche per la varietà delle soluzioni stilistiche, in bilico tra melodia e sperimentazione, a partire dall’uso stesso che fai tu, Manuel, dello strumento voce…</strong><br />
Manuel: Parto dalla tua osservazione sulla voce in quanto strumento. Sono d’accordo fino ad un certo punto. Demetrio Stratos la usava in quel modo, in realtà io non faccio sperimentazione con la voce per creare suoni. Voglio usare la voce in quanto cantante, quindi cantare su delle strutture, per quanto strane. Sono molto più vicino all’uso che della voce fa Diamanda Galás, sempre nel contesto canzone e lontana dalla sperimentazione fine a se stessa. E proprio questa visione della sperimentazione non estrema è comune a tutti i membri della band. Abbiamo usato la sperimentazione con molta leggerezza, come forma di libertà. E credo che questo si percepisca. Anche se è un disco difficile, comunica subito la sua intensità, la sua forza. Poi magari non leggi tutto subito, un pezzo ti piace all’istante, un altro no (e forse non ti piacerà mai), però <strong><em>Padania</em></strong> ti spinge al riascolto, al ritorno.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ho sempre considerato la vostra musica moderna, contemporanea perché sempre al passo con i tempi. Siamo della stessa generazione, e nella vostra musica ho sempre sentito proprio la mia generazione, sia per temi che per suono sempre frutto di una precisa ricerca ed evoluzione. Voi percepite così la vostra musica, cioè figlia del tempo che nel tempo avete vissuto?</strong><br />
Giorgio: Io la percepisco assolutamente così. Magari risulta un po’ semplice, e forse lo è. I nostri dischi hanno sempre rappresentato una fotografia del periodo che stavamo vivendo, come adesso accade per <strong><em>Padania</em></strong>. Quando esce un disco nuovo, guardi gli altri precedenti con affetto, non li cambieresti di una virgola, ma ti accorgi che nell’arco degli anni che li separano ogni fotografia cambia, e quella che hai riprodotto col disco nuovo è proprio quella che ti sta circondando nel momento presente, a te contemporaneo. Questo traspare in sintesi e nello specifico dai testi che scrive Manuel, con i suoi cambiamenti, e dal punto di vista musicale.<br />
Il discorso vale per la musica sia nella sostanza che nella forma, nel senso che il desiderio di fare un disco che abbia un valore in sé riguarda anche il suo essere un oggetto, come abbiamo sempre sottolineato e oggi ancora di più. <strong><em>Padania</em></strong> è un disco nato e conformato in base ad una vera e propria forma di crisi di astinenza rispetto a musica di questo tipo. Mi spiego, noi stessi facciamo fatica a farci emotivamente coinvolgere da dischi di inediti che richiedano ascolti ripetuti, e che ti vuoi godere dall’inizio alla fine senza alcun salto di parti, aspetto che si è perso per colpa del supporto. Il vinile incentivava alla realizzazione di opere complete, connesse tra le parti. L’evoluzione della musica in digitale, pensa alle impostazioni dell’Ipod, ti porta ad avere una tale quantità di musica che finisci per sviluppare una tendenza all’ascotlo schizofrenico.<br />
Il lavoro svolto durante questo disco ha portato ad un risultato che dà proprio il senso di quella che tu indicavi come ricerca. Per <strong><em>Padania</em></strong> abbiamo seguito un metodo di lavoro che ci avrebbe potuto portare molto oltre, abbiamo sperimentato varie soluzioni e siamo arrivati a scegliere, non è importante ciò che tieni e ciò che escludi, l’importante è fare comunque quella ricerca. Tra possibili soluzioni magari tieni la prima trovata, ma sai che ne hai sperimentate molte, che non ti sei fermato. Sai che hai esplorato il più possibile e questo umore nel disco si sente molto forte nella sua totalità.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img style="margin: 2px 6px; float: left;" src="http://www.losthighways.it/wp-content/uploads/Afterhours_inter020512.jpg" alt="" width="230" height="385" />Insistendo sull’evoluzione e il cambiamento che contraddistingue la vostra musica, vi chiedo di parlarmi del ritorno di Iriondo. Un ritorno che segna un contributo diverso rispetto al passato, no?</strong><br />
Giorgio: Sì, è assolutamente vero. Il suo rientro viene ricollegamento direttamente alle parti chitarristiche di <strong><em>Padania</em></strong>, ma non è esattamente così. Xabier ha contribuito in maniera importante al nuovo disco, ma molto più marginale rispetto a quello che si possa immaginare. E’ entrato già in corsa. Ciccarelli ha avuto un peso specifico notevole…<br />
Manuel: Un disco è il risultato del lavoro di tutti. Ovvio che se parliamo di soluzioni chitarristiche Ciccarelli ha avuto un peso maggiore. Il punto è che la gente, come diceva Giorgio, crede di poter facilmente fare 2+2! Xabier non era quello che segnava la matrice della sperimentazione e dei chitarroni negli Afterhours, non è mai stato così, è stato “anche” così. Tutti noi avevamo quel tipo di approccio, poi le strade hanno preso direzioni diverse: noi quella della canzone e lui quella della sperimentazione pura/improvvisazione. Le due parti erano strettamente connesse in ciascuno di noi prima, non c’era la scissione che la gente ha visto a posteriori.<br />
In <strong><em>Padania</em></strong> Ciccarelli ha portato delle soluzioni egregie ed è coautore di una parte consistente delle musiche. La gente tende sempre a dare tutto per scontato. Viene riconsciuto il ruolo di D’Erasmo e non di Ciccarelli, e si pensa che i colori delle chitarre siano dovuti al ritorno di Iriondo, ma non è affatto così. Pensa che sono stati citati dei pezzi specifici in questo senso, tipo <strong><em>Fosforo e blu</em></strong> come tipico esempio del sound di Iriondo, ma in questo pezzo Iriondo nemmeno suona!</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Dove non arriva l’orecchio accendente gli occhi e leggetevi i credits!</strong><br />
Manuel: Esatto! Detto questo, ed è anche brutto dover specificare, Xabier è una grande risorsa per gli Afterhours, è un musicista straordinario e il suo contributo in <strong><em>Padania</em></strong> è preziosissimo. Ha innescato un cambiamento a livello di energia che è stato fondamentale, lui è una forza della natura. Però circolano troppe leggende inesatte. E dico semplicemente che è giusto mettere in chiaro i ruoli, anche quello di Ciccarelli.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Nel tempo gli Afterhours hanno perso vari membri in un processo di avvicendamento delle parti. La perdita è sempre stata trasformata in un punto di forza, in un’occasione per cambiare la pelle del vostro rock, no?</strong><br />
Giorgio: Impari a farlo. Nella nostra storia di band ci sono stati vari avvicendamenti, certe volte anche secondo modalità dolorose innescando una reazione sia collettiva che personale, quindi a livello di band e di singoli. Mi fa molto piacere che tu metta in evidenza questo aspetto perché è proprio così: abbiamo imparato a gestire queste situazioni di difficoltà proprio come fonte di stimolo. Il distacco ti procura dispiacere per non poter più condividere un progetto, ma ti aiuta anche a crescere.<br />
Manuel: Poi, sai, la gente tende ad identificare i dischi con le persone che ci suonano, è normale ed è anche vero, ma non è del tutto così. Non puoi associare <strong><em>I milanesi ammazzano il sabato</em></strong> con Gabrielli, <strong><em>Padania</em></strong> al ritorno di Iriondo e così via… I gruppi sono sempre delle alchimie. Un suono è un’alchimia.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Manuel, se pensiamo a I milanesi, che hai citato, certi colori non sono stati abbandonati con l’uscita di Gabrielli. Sono stati metabolizzati nel nuovo corso, ricontestualizzati… nel senso dell’identità del progetto…</strong><br />
Manuel: esatto, è proprio così.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Manuel, parliamo dei testi di <em>Padania</em>. Un disco rock con delle parti di cantautorato sui generis, non &#8220;lineare&#8221; e molto lontano dalla visione tradizonalista che abbiamo in Italia. E le parole sono sempre ricercate e incastrate secondo un criterio ben preciso. Cosa è rimasto del cut up nella scrittura di <em>Padania</em>?</strong><br />
Manuel: Quell’approccio mi è rimasto dentro come libertà mentale nella costruzione delle frasi che possono apparire illogiche e incapaci di stare in piedi. E’ il mio modo di parlare quello che arriva nei testi, riproduco il mio stesso linguaggio quotidiano fatto di associazioni. Per me è tutto molto naturale.<br />
Secondo me, il modo di scrivere di alcuni cantautori è un po’ scolastico. Si pretende dai testi sempre una linea narrativa chiara, logica. Le parole non devono servire solo a raccontare delle storie, le parole sono anche suoni che provocano delle emozioni, questo ce lo insegna tutta la musica anglosassone e la letteratura. Quando scrivo un testo non sto per forza scrivendo una storia, e non bisogna cercarla… perché non c’è! Alcune parole hanno una certa posizione per accrescere il senso di panico, l’urgenza, la rabbia, l’odio, il disorientamento. Uso certe parole per intensificare il senso e l’umore del pezzo, infatti spesso sono scritte dopo con un ruolo preciso. Ogni parola che scelgo ne ha. Le parole sono lì per emozionare.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>E’ come in certi quadri…</strong><br />
Manuel: Esatto. Perché ci metto il rosso? Perché è più forte. Perché mi aiuta ad arrivare dritto al tipo di tensione che ti voglio comunicare. Non perché la faccia sia rossa. Il concetto di avanguardia era scomporre questo tipo di visione logica. Nella musica sarebbe ora di arrivarci a livello testuale. Liberiamoci dalla schiavitù dalla logica, dal raccontino a tutti i costi. Preciso, in <strong><em>Padania</em></strong> a mio modo ci sono delle parti narrative, come notavi, che servono da appiglio per un filo conduttore, penso a <strong><em>Costruire per distruggere</em></strong>, <strong><em>La terra promessa si scioglie di colpo</em></strong>, <strong><em>Spreca una vita</em></strong>. E poi ci sono pezzi come <strong><em>Ci sarà una bella luce </em></strong>dove le parole hanno una posizione precisa per spingere l’emozione, l’urgenza, non necessariamente per raccontarti qualcosa.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Dimmi delle provocazioni dei due messaggi promozionali, che dal punto di vista musicale non sono affatto dei riempitivi…</strong><br />
Manuel: Infatti non sono dei riempitivi e nemmeno degli scherzi. Sono pezzi veri e propri che hanno la funzione di spot, perché nell’immaginario di <strong><em>Padania</em></strong> ci sono. Dopo la tragedia al telegiornale con l’immagine del bambino caduto nel pozzo… un secondo dopo ti arriva la pubblicità dei vestitini. L’abbiamo visto anche al Primo Maggio: un minuto di raccoglimento per le vittime del lavoro e poi arriva lo spot. I momenti di tensione e tragedia vengono sfruttati perché alzano il livello di sensibilità e attenzione delle persone per poi inondarle con lo spot. Questo c’è anche nel disco a livello provocatorio, è chiaro. C’è il brano intenso e poi ti arriva lo spot. Avevamo addirittura l’idea di enfatizzare questo concetto sul secondo spot attivando un numero verde per raccogliere le chiamate per l’acquisto degli spazi pubblicitari.<br />
Per quanto riguarda il primo messaggio l’attenzione si concentra su quel clima di tragedia che arriva dall’informazione, innescando un terrore interiore che ci blocca e ci tiene a casa sul divano e non ci fa agire. Ovviamente questa quantità di informazioni tragiche ci arriva molto di più dalla rete, ma non ci stava metricamente e poi la televisione ha ancora la sua bella parte. Il terrore puro che ci passano in tv vuole dirci semplicemente: rimani a casa e non rompere. In realtà basta spegnerla. Da quattro anni l’ho spenta. E sono guarito, anche se ce l’ho in casa la uso solo come schermo per i dvd. Dopo aver smesso di guardarla, mi sono reso conto che tutti i condizionamenti che ci dà sono davvero solo virtuali, non hanno ragione di determinare le nostre esistenze. Sono cose molto più piccole di quelle che vogliono farci credere. Il nostro è un invito molto leggero, un messaggio molto banale e psichedelico, molto anni 70: vogliamoci tutti bene, mettete i fiori nei vostri cannoni, è davvero così.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>I gruppi emergenti partono con le autoproduzioni e ambiscono all’etichetta, sia essa indipendente sia la major di turno. Voi avete fatto il percorso inverso: dalle regine delle indipendenti, Vox Pop e Mescal degli anni d’oro, alla Unversal, e infine all’autoproduzione. Cosa vuol dire per un gruppo come il vostro, con una storia ventennale, gestirsi ad ogni livello così, oggi?</strong><br />
Manuel: Vuol dire tornare a fare dei sacrifici, però essere anche più leggeri psicologicamente. Mi ha colpito molto uno dei commenti lasciati in occasione della questione relativa al Primo Maggio, si metteva in dubbio se capissi i sacrifici dei ragazzi per arrivare fino in piazza. Come posso non pensare io al sacrificio? Io che ho investito tutti i soldi che ho per fare questo disco, senza una struttura alle spalle, senza una casa discografica perché non abbiamo voluto pur potendo. Ovviamente abbiamo la libertà di sceglierlo questo sacrificio. E’ una questione di azione, e ci fa stare bene, ci toglie dei pesi, delle manette, ma è pur sempre un sacrificio. E lo facciamo perché è quello che sappiamo fare nel nostro modo. Altri hanno talenti diversi, a loro non costa non sentirsi grotteschi in situazioni grottesche, sorridere sempre. Noi non siamo così, in situazioni grottesche ci sentiamo grotteschi e soprattutto lo dimostriamo. Quindi non possiamo stare in certi contesti.<br />
Giorgio: La stessa persona che ha espresso quel giudizio a proposito del Primo Maggio, se noi avessimo accettato di salire su quel palco a mezzanotte e mezza con i volumi dimezzati avrebbe assistito ad una finzione, a nulla di vero e sincero. E in seguito avrebbe detto di aver fatto un sacrificio per arrivare fino a Roma col treno per uno spettacolo indegno.<br />
Manuel: Bisogna avere il coraggio di prendere delle posizioni. Non si capisce che se cedi al ricattino di dover suonare perché altrimenti sei tu a rimetterci a livello di immagine… questo meccanismo non verrà mai spezzato, e continuerà a esprimere prodotti di bassa qualità in cui la musica sarà sempre più marginale. La gente che prende posizione aiuta la qualità. Più gruppi prenderanno posizione, rischiando anche di essere impopolari, e prima le cose cambieranno. Non si può scegliere la piacioneria per ottenere il favore dei fans, non può essere l’unico scopo per chi fa cultura.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img style="margin: 2px 6px; float: right;" src="http://www.losthighways.it/wp-content/uploads/Afterhours_inter030512.jpeg" alt="" width="300" height="199" />In questo clima di evoluzione digitale, cui accennavamo prima, quanto conta per voi il supporto fisico inteso alla vecchia maniera? Mi riferisco al disco come oggetto artistico in senso lato, e quindi alla vostra idea di arte in questo momento della carriera.</strong><br />
Manuel: E’ molto importante. L’amore per il supporto è quello che ti spinge a comprarlo, altrimenti scarichi dal web. Noi continuiamo a considerare il disco, il supporto, come un biglietto da visita.<br />
Gli Afterhours vogliono diventare sempre più un progetto a diverse facce, dando molta importanza alle attività collaterali, per bypassare sempre di più la rete e comunicare il messaggio dell’esserci fisicamente. Bisogna considerare la comunicazione virtuale, sia essa meravigliosa e utile, per quella che è: comunicazione. Non è un’altra vita. La vita rimane quella fisica. Scendere in piazza, prendere posizioni concrete. Gli happening, gli eventi saranno al centro per noi. I concerti lo sono sempre stati ma lo saranno ancora di più. In tutto questo il disco rimane un biglietto da visita ma deve valerne la pena, per questo abbiamo deciso di curare in modo particolare l’oggetto, come abbiamo cura di tutto ciò che facciamo. Mi ha colpito molto una frase di Mauro Pagani a proposito. Sai, spesso me ne dice quando vado a trovarlo e ne faccio tesoro. Per esempio, una volta mi ha detto che non si finisce mai di imparare, e mi ha fatto sentire meno grottesco quando un anno fa ho ripreso a studiare pianoforte; lui ha ragione, è una cosa meravigliosa non fermarsi e non limitarsi, non dobbiamo pensare di non poter fare perché troppo avanti con l’età. Ma mi ha colpito ancora di più quando mi ha detto che lui ha deciso di voler fare solo cose belle. Conta fare solo cose belle, deve essere il primo desiderio. Tutto il resto l’abbiamo già fatto, abbiamo già combattuto. Dobbiamo sentirci liberi dal dovere e dobbiamo sentirci in dovere di godercela e fare solo cose di un certo tipo, di una certa qualità. Poi, è ovvio, non tutto può riuscire bene però lo scopo deve essere quello. Per noi vale questo principio. E così agendo scegli di dire dei no. Non potresti fare cose belle se accettassi tutto ciò che ti propongono. Impari a rinunciare. Vogliamo che ogni cosa che facciamo sia bella, tenda alla bellezza.</p>
<h2 class="sectionhead">Metamorfosi</h2>
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<h2 class="sectionhead">Padania &#8211; Video</h2>
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		<title>10mila chilometri in empatia sonora e umana con gli Afterhours: intervista ai Majakovich</title>
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		<pubDate>Mon, 07 May 2012 10:55:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Vladimiro Vacca</dc:creator>
				<category><![CDATA[Editoriali]]></category>
		<category><![CDATA[Interviste]]></category>

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		<description><![CDATA[Una giovane band vive l’emozione di un viaggio in USA a fianco della band numero uno del rock alternativo italiano. L’esperienza di registrare brani in studi mitici degli USA. Le istantanee emozionali, respirate nell’eseguire una cover storica come Dolphins con la band che seguivi da una vita. La magica scoperta di un’affinità elettiva dettata dall’istinto [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong><img style="margin: 2px 6px; float: right;" src="http://www.losthighways.it/wp-content/uploads/IMG_0581_sc.jpg" alt="" width="300" height="225" /></strong>Una giovane band vive l’emozione di un viaggio in USA a fianco della band numero uno del rock alternativo italiano. L’esperienza di registrare brani in studi mitici degli USA. Le istantanee emozionali, respirate nell’eseguire una cover storica come <strong><em>Dolphins</em></strong> con la band che seguivi da una vita. La magica scoperta di un’affinità elettiva dettata dall’istinto e dall’amore comune per il rock sincero e puro. Questo ed altro in un&#8217;intervista-diario ai <a href="http://www.facebook.com/majakovich">Majakovich</a>, band che ha partecipato alle registrazioni di <strong><em>Meet Some Freaks On Route 66</em></strong> (in allegato al numero 74 di XL) degli Afterhours.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Iniziamo a parlare di questo Jack Daniel&#8217;s On Tour con gli Afterhours. Focalizziamo prima di tutto sul viaggio negli USA. Quali sono le istantanee che vi sono rimaste impresse nella memoria?</strong><br />
Dunque la prima cosa che mi viene in mente ri-pensando a tutto quel popò di roba che abbiamo vissuto è indubbiamente il paesaggio, il suo variare quotidiano (per forza di cose&#8230; in 17 giorni abbiamo fatto quasi 10mila chilometri!). La luce delle cose, molto differente rispetto al nostro continente. Il resto è stato tutto troppo affascinante, entusiasmante, spasmodico e soprattutto differente da qualunque cosa ci potessimo minimamente immaginare nei giorni precedenti alla partenza. La cosa migliore che ci è rimasta è il rapporto umano ed artistico che s&#8217;è venuto a creare con tutta la crew ed in particolar modo con gli After. Persone squisite, da cui apprendere, anche solo da un semplice movimento.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Come è stata l’esperienza di suonare in quei particolari studi americani?</strong><br />
Una figata estrema. Posti bellissimi soprattutto. Poi vedere come lavorano è molto affascinante. Ho comunque l&#8217;idea che dalle nostre zone (l&#8217;Italia in particolar modo) si lavori anche meglio per certi versi, soprattutto sulle riprese dei singoli strumenti, però effettivamente eravamo in posti <img style="margin: 2px 6px; float: left;" src="http://www.losthighways.it/wp-content/uploads/IMG_0582_sc.jpg" alt="" width="300" height="225" />incantevoli (tipo il Church studio a Tulsa) con macchinari/strumentazione/tecnici di assoluto livello, quindi. Entrare all&#8217;electrical audio di Steve Albini e Greg Norman a Chicago è stato emozionante.  Comunque sia, davvero, ogni studio ci ha lasciato dentro cose diverse e molto belle. Sia come crescita &#8220;professionale&#8221; che come crescita personale.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Potete parlarci un po’ di questa cover di Dolphins? Come è nata l’idea?</strong><br />
L&#8217;idea nasce a causa del contest del Jack On Tour (che poi è quello che ci ha permesso di vivere questo &#8220;spettacolo&#8221;), ossia all&#8217;interno del regolamento di questo &#8220;concorso&#8221; c&#8217;era l&#8217;esigenza di proporre, oltre due propri brani, anche il riarrangiamento di una cover tra una ventina di pezzi selezionati ACCURATAMENTE dagli After in precedenza&#8230; c&#8217;era roba di Motorhead,  Pixies, i Canned Heath etc&#8230; noi per gusti personali abbiamo scelto il pezzo di Fred Neil nella versione riproposta da Tim Buckley. Per quanto riguarda la cosa che magari ai più interessa, ossia, il fatto che sia stato deciso poi di registrarla in un&#8217;inedita  formazione majafterhours, possiamo dire che è stata una situazione assolutamente non pianificata. Tutto deciso uno o due giorni prima. E poi non sapremmo mai descrivere l&#8217;empatia che s&#8217;è venuta a creare: sembrava di esser una band unica che suonava da anni ogni giorno insieme, considera che in tutto saremmo arrivati ad un paio di take&#8230; quindi &#8211; per usare un termine caro al mondo del cinema &#8211; quasi un: &#8220;buona la prima!&#8221;. Provate ad immaginare: sei in uno studio megagalattico dove hanno registrato mostri sacri del metal (!) mondiale con la band che maggiormente hai amato nella tua adolescenza da sbarbatello musicista sfigato e ci incidi un pezzo insieme&#8230; cose dell&#8217;altro mondo!</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Come è stato vivere questo tour con gli Afterhours? E soprattutto suonare in pezzi come <em>Pelle</em> e <em>La vedova bianca</em>?</strong><br />
Qualche tempo fa abbiamo scritto questo testo, che ti riporto, per provare a spiegare un po&#8217; cos&#8217;è stato, almeno l&#8217;inizio: &#8221; Fare questo viaggio, farlo accanto agli Afterhours ha un non so che di attuale. Quell&#8217;attualità che ci portiamo dentro dai tempi di  <strong><em>Lasciami leccare l&#8217;adrenalina</em></strong> e dei cartoni delle uova (che ancora usiamo). Ma a tutto questo è meglio non pensarci, ormai siamo a Chicago, ci siamo dentro. Siamo dentro una miriade di vette mistiche manco fossimo in Nepal. Grattacieli in ogni dove e&#8230; noi si viene dalla campagna e anche se siamo dei giramondo&#8230; ci si rimane. C&#8217;è un <img style="margin: 2px 6px; float: right;" src="http://www.losthighways.it/wp-content/uploads/MG_1763_sc.jpg" alt="" width="300" height="200" />locale, IL locale, chiamato Green Mill. Un posto in cui se ci vai, becchi ancora Al Capone seduto su una poltrona di pelle molto probabilmente umana e luci proiettate attraverso plafoniere che fanno paura per quanto sono grosse. Un posto strano dove fanno Slam Poetry. Ecco, lì abbiamo incontrato anche gli Afterhours.In una veste piuttosto insolita questi ti salgono su di un palco di molto a modo, uno di quei palchi in mezzo alla gente dove quasi ci si tocca, mettendo in scena un qualcosa di micidiale. Manuel legge un pezzo del suo Il meraviglioso tubetto, Xabier fa suoni che solo lui sa fare e Rodrigo al violino, accompagnati da un losco figuro poi rivelatosi un gran batterista. Noi di stucco, capiamo all&#8217; istante che la strada da fare per arrivare a Los Angeles non è poi così tanta&#8230; se si inizia così.&#8221;<br />
E&#8217; stato come andare in gita in quinto superiore, eravamo a metà tra l&#8217;età adulta e l&#8217;età così chiamiamola &#8220;cazzonica&#8221;. La sola e fondamentale differenza è che quando eri il quinto superiore stentavi a capire quello che facevi e invece ora ci butti quel neurone in più che hai conservato. Tour/viaggio/esperienza fantastica. Loro sono delle gran persone, umili quanto non ti aspetti, geniali più di quello che credi. E&#8217; stata una scuola sotto ogni punto di vista. Con gli occhi abbiamo rubato anche l&#8217;aria e appunto suonare in pezzi come <strong><em>Pelle</em></strong> e <strong><em>La vedova bianca</em></strong> son stati quei momenti in cui abbiamo tirato fuori di nuovo i grembiuli e il quaderno degli appunti. Nonostante la situazione al limite perchè i tempi (televisivi) imponevano velocità ed efficienza, che solitamente non fanno all&#8217;amore con la musica, abbiamo fatto bene il giusto. Perchè quando suoni in pezzi come quelli, soprattutto <strong><em>Pelle</em></strong> con cui sei cresciuto e che ha segnato la storia musicale di quest&#8217; Italietta,  non è proprio il caso di fare il &#8220;troppo&#8221;, ma proprio no.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Se doveste recensire in poche parole il disco <em>Meet Some Freaks On Route 66</em>?</strong><br />
<img style="margin: 2px 6px; float: left;" src="http://www.losthighways.it/wp-content/uploads/MG_7374_sc.jpg" alt="" width="300" height="200" />Generalmente non leggiamo recensioni, quindi evitiamo a priori di farle. Soprattutto su cose dove c&#8217;è anche il nostro zampino. Ci sono cose secondo noi belle e altre meno, ma comunque si tratta sempre di musica, le chiacchiere sono a zero, forse meno. L&#8217;elemento caratterizzante di questo disco è senz&#8217;altro la tensione, l&#8217;imperfezione, l&#8217;intensità di una live session e va preso come tale.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Cosa dobbiamo aspettarci da voi nel futuro?</strong><br />
Ora è uscito un remix di <strong><em>If I could take a light</em></strong>, fatto dai Low Frequency Club. Poi, dopo una pausa necessaria per riprenderci un po&#8217; le nostre esistenze dopo un anno e mezzo di tour tra Italia, Europa e questi 20 giorni in USA, stiamo cominciando a scrivere i pezzi per il prossimo disco e da Giugno saremo di nuovo in giro per l&#8217;Italia a suonare, cosa che faremo senza dubbio per tutta l&#8217;estate. Fatto ciò, tranne in qualche sporadico caso, credo che ci fermeremo in maniera definitiva e cominceremo a fare seriamente (ossia provare, provare, provare e registrare) il disco nuovo.</p>
<h2 id="watch-headline-title">AFTERHOURS + MAJAKOVICH &#8211; DOLPHINS live session @ Saltmine Studio, Mesa</h2>
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		<title>I nostri video? Veri e propri esseri viventi: intervista Fabio Miccoli, regista del nuovo video-clip dei Lenula (esclusiva LostHighways)</title>
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		<pubDate>Fri, 27 Apr 2012 17:39:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Emanuele Gessi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Editoriali]]></category>
		<category><![CDATA[Interviste]]></category>

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		<description><![CDATA[Dietro alla realizzazione di un videoclip (così come per una canzone, un disco, un dipinto o qualsiasi altro prodotto dell&#8217;ingegno umano) spesso c&#8217;è un lavoro enorme, complicato e personale. Alcune volte, poi, ciò che “sta dietro” assume un ruolo davvero fondante, e rientra a pieno titolo a fare parte dell&#8217;opera che si manifesta soltanto con [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img style="margin: 2px 6px; float: right;" src="http://www.losthighways.it/wp-content/uploads/lenula_BACKSTAGE-JEPEG-10.jpg" alt="" width="300" height="207" />Dietro alla realizzazione di un videoclip (così come per una canzone, un disco, un dipinto o qualsiasi altro prodotto dell&#8217;ingegno umano) spesso c&#8217;è un lavoro enorme, complicato e personale. Alcune volte, poi, ciò che “sta dietro” assume un ruolo davvero fondante, e rientra a pieno titolo a fare parte dell&#8217;opera che si manifesta soltanto con il risultato finale. Per questo motivo abbiamo intervistato Fabio Miccoli, regista del collettivo Zorobar, nonché batterista dei Lenula. Fabio ci ha parlato di un video affascinante, della sua gestazione e nascita, e dell&#8217;importanza della cura del processo creativo.<br />
Il video <strong><em>All&#8217;interno</em></strong> è in esclusiva per LostHighways.it (si ringrazia Zorobar, La Fabbrica e i Lenula)</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>All&#8217;interno</em></strong><strong> è un brano musicalmente spigoloso ed il testo è molto criptico e visionario. Come ci si approccia alla realizzazione di un video per un brano di questo genere?</strong><br />
<strong><em>All&#8217;interno</em></strong><em> </em>è un percorso con una costante empirica rivolta al senso stretto di vivere l&#8217;attimo stesso della propria narrativa, l&#8217;approccio è sensibile, riflesso sul senso di sentire l&#8217;istante, un gioco in cui video e brano sono complici, l&#8217;uno non isola l&#8217;altro. L&#8217;approccio  che si impone con un brano così intimo e simbolico crea una poetica e un&#8217;analisi  che va a ricreare quello stesso stato d&#8217;animo che nutre l&#8217;idea del musicista, autore del brano nella composizione. E&#8217; un vivere a pieno il sentimento. Si parla di sensazioni in <strong><em>All&#8217;interno</em></strong>, non si racconta nulla, si vive il sentimento dell&#8217;istante in cui una creatura nasce.<br />
Poi ovviamente il mio essere così coinvolto nella band mi ha permesso di delineare a pieno quelle sensazioni che io stesso ho vissuto nella creazione del brano.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il video si sviluppa e descrive per immagini una sorta di delirio? Un ricordo o un sogno? Cosa succede tra i personaggi che si scontrano in questa narrazione?</strong><br />
Il video ripercorre quella che è la confusione di gestazione di un&#8217;idea. Nonostante la messa in scena molto ermetica e psichedelica non è un sogno o qualcosa che ha a che fare con il surrreale: il senso è reale. L&#8217;intro del videoclip è accompagnata da uno scritto di Arthur Rimbaud, <strong>Falsa conversione </strong>contenuta in <strong>Una stagione all&#8217;inferno </strong>e identifica bene quello che voglio dire, <em>&#8220;non si e poeti in inferno&#8221;</em> significa che non si può sintetizzare quella parte emozionale così forte all’inizio di una creazione. L&#8217;unica azione narrativa infatti è la scrittura del foglio che apre e chiude il video. Il suo ermetismo è voluto. Possiamo considerarlo un vero e proprio strumento per combattere l&#8217;abitudine alla fruizione di storie o trame semplici. E’ quindi un video più che altro evocativo: che vuole provocare sensazioni.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La simbologia, che rimanda all&#8217;esoterismo, alle contrapposizioni bene/male e agli elementi naturali, è forse anch&#8217;essa protagonista di questo video. Cosa si è cercato di rappresentare ed evocare?</strong><br />
La simbologia di <strong><em>All&#8217;interno</em></strong> nasce da una ricerca molto intima e personale. La simbologia segue un percorso a sé, tracciando particolari sfumature anch’esse legate al contenuto della storia nel video. Certo niente è messo lì a caso, ogni immagine, ogni simbolo o raffigurazione in sé racchiude degli elementi significativi che rafforzano l&#8217;azione. Potremmo parlare dell&#8217;alchimia come citare le vicende mitologiche più vicine al concetto del fuoco, come delle altre allegorie presenti, ma mi dilungherei troppo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La scenografia quindi ha un ruolo importantissimo, di chi è merito e cosa vi ha ispirato maggiormente? </strong><br />
La scenografia è una parte viva e autonoma nel video. Ho sperimentato come l&#8217;immaginario del personaggio che abita dentro la scatola si riversasse nella creatività del nostro gruppo di lavoro; quindi attraverso i training di Rocco Caliandro, regista come me della Zorobar che mi ha affiancato in questo progetto, abbiamo cercato di ricreare un’atmosfera e di lavorare su di essa: bisognava simulare la situazione dell&#8217;abitare dentro una scatola/coscienza. Abbiamo quindi lasciato piena libertà agli artisti che hanno dipinto i pannelli perché anche loro erano coinvolti nell’attività di training. Allo stesso modo abbiamo lavorato nelle scene in esterna dove le coreografie sono state create dagli stessi attori che interpretavano “i demoni guida”, attraverso un percorso di training. Importantissime per quest&#8217;ultimo punto sono state poi le coreografie a cura di Leonardo Fumarola e Sergio detto &#8220;fumo&#8221;.<br />
Il videoclip opera una parafrasi sul testo molto attenta, grazie agli elementi visivi di sostegno e l&#8217;editing accelerato, si crea una tridimensionalità molto avvolgente che rende al massimo il concetto di confusione.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img style="margin: 2px 6px; float: left;" src="http://www.losthighways.it/wp-content/uploads/lenula_BACKSTAGE-JEPEG-6.jpg" alt="" width="300" height="215" />La costruzione di una tale scenografia e dei costumi quanto tempo ha richiesto in relazione al tempo di ripresa?</strong><br />
L&#8217;allestimento del videoclip ha visto due ambienti molto differenti tra loro. Il lavoro di messa in scena nella prima parte si è adattato ai lunghi tempi per la preparazione psicologica dei personaggi ed è stato girato completamente di notte per una decina di giorni. Per questa fase la preparazione dei costumi e delle maschere a cura di Ciro e Marika Nacci ha richiesto una settimana di lavoro. Mentre per la seconda parte non esiste un tempo definito. La notte prendevano vita i disegni e i simboli ed il giorno si girava in base alle sensazioni che gli stessi disegni ci davano. Quindi anche per la scenografia il metodo è stato lo stesso usato per il videoclip. La preparazione dell&#8217;allestimento scenico procedeva di pari passo ai tempi delle riprese.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il video è prodotto da Zorobar. Di cosa si occupa e come si muove? Raccontaci il vostro punto di vista sulla realtà pugliese, che spesso viene citata in ambito musicale tralasciando tutto il resto.</strong><br />
Zorobar è prima di tutto un nome collettivo che nasce nel 2010 quasi in forma massonica e sancisce la collaborazione tra Fabio Miccoli e Rocco Caliandro a cui si sono uniti, poi, negli anni, diversi collaboratori. La Zorobar si occupa principalmente di valorizzare forme d’espressione artistiche legate al video. In questi due anni ci è capitato soprattutto di lavorare a videoclip, ma abbiamo anche creato e realizzato veri e propri format diffusi essenzialmente attraverso il web. Crediamo molto in internet come mezzo di comunicazione, questo è da specificare. A proposito della realtà pugliese possiamo dire poco in quanto per nostra natura, credo in maniera quasi fisiologica, tendiamo ad essere una specie di isola. Possiamo dire che le nostre aperture siano in larga misura trasversali. Per un motivo a noi stessi sconosciuto tendiamo a collaborare maggiormente con artisti che non lavorano con il video. Sono note le nostre collaborazioni con officina <strong>Fly land</strong> impegnata soprattutto nella promozione della danza. Collaboriamo poi spessissimo con numerosi musicisti e adesso siamo impegnati in un progetto teatrale. In Puglia si girano moltissimi film anche grazie all’ausilio dei finanziamenti della “Puglia film commission”, ma spesso i fondi vengono assegnati a grosse produzioni con cui è quasi impossibile venire in contattato… non crediamo si possa parlare di <em>realtà pugliese. </em>Possiamo però dire di essere in rete con numerosissimi professionisti che operano in questo ambito con cui spesso ci confrontiamo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Per la produzione di un videoclip musicale quanto è importante il budget? Spesso i “big” della musica puntano sulle grandi produzioni, ma così non si rischia di stabilire uno standard pericoloso, innestando un riflesso inconscio che porta ad etichettare tutto ciò che è “piccolo” come “di scarsa qualità”. Tu cosa ne pensi?</strong><br />
Penso che “qualità” sia un termine “complicato”. E’ vero, noi produciamo a basso budget ma non credo che i nostri video possano essere definiti di “bassa qualità”. E questo è perché siamo maniacali nella cura del set. In più abbiamo dalla nostra due componenti essenziali: l’amore per quello che facciamo e la completa mancanza di senno. Ci facciamo assorbire dai nostri progetti che consideriamo, ogni volta, dei veri e propri esseri viventi. Non sappiamo se si rischia di stabilire uno standard pericoloso, alcune volte, è vero, succede. E sicuramente ci piacerebbe avere più spazio e visibilità soprattutto perché crediamo nel valore dei nostri video.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Io penso che un&#8217;idea, se buona e viva, troverà quasi sempre il modo di esprimersi al meglio ma&#8230; dove si trovano le idee?</strong><br />
L&#8217;idea per me vive in quell&#8217;istante che prende il nome di pausa. Siamo abituati a vivere in maniera veloce tutto ed accumulare sensazioni che hanno bisogno di trovare il giusto momento per emergere ed essere capite in noi stessi. Le pause emergono nei momenti in cui il nostro equilibrio è in sintonia con l&#8217;esterno, in situazioni semplici, perchè è a questo che si deve attingere, alla semplicità e non alla ricerca di idee a buon  mercato, piuttosto a ricercare nella “pratica” dei nostri sentimenti l&#8217;ispirazione.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img style="margin: 2px 6px; float: left;" src="http://www.losthighways.it/wp-content/uploads/lenula_BACKSTAGE-JEPEG-4.jpg" alt="" width="300" height="200" />Nel vostro video trovo geniale l&#8217;idea di quella fuga ed inseguimento in punta di dita lungo le pareti. Crea un effetto grottesco e claustrofobico, pur non andando ad attingere dai cliché delle classiche inquietanti inquadrature alle quali siamo abituati.  Quanto è difficile misurarsi con il “già fatto” e la ricerca di novità stimolanti sia per chi vedrà e giudicherà quanto realizzato, ma soprattutto per chi, come te, si pone dietro l&#8217;obiettivo?</strong><br />
Noi puntiamo molto al contenuto nei nostri progetti quindi può succedere che, nella evoluzione del lavoro che tentiamo sempre di legare al suo significato, e ti assicuriamo che il processo di cui parliamo è veramente lungo, possa capitarci di approdare a forme abbastanza lontane dai cliché di cui parli. E’ ovvio che la nostra percezione è sovraeccitata, del resto viviamo in una cultura che si fonda essenzialmente sull’immagine. Ma, al contrario di ciò che si può credere, l’immagine in sè non è tutto quando si lavora ad un video. Noi crediamo molto nel processo artistico che s’innesca prima, durante e dopo la creazione. E poi, noi, crediamo alla “magia delle cose” così come crediamo che la Zorobar abbia una sede legale in Giappone, forse a Tokio.</p>
<h2 class="sectionhead">All&#8217;interno &#8211; Video</h2>
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