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	<title>Lost Highways &#187; Recensioni</title>
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	<description>Seek your mood, Find your lost highways!</description>
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		<title>Human Error &#8211; Emil Moonstone</title>
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		<pubDate>Fri, 08 May 2026 16:11:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Alessandra Sodi]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Album]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni]]></category>

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				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class=" size-thumbnail wp-image-52276 alignright" src="https://www.losthighways.it/wp-content/uploads/Human-Error-Emil-Moonstone-200x200.jpg" alt="Human-Error-Emil-Moonstone" width="200" height="200" />Le prime note vibrano nell&#8217;aria, come un incedere di passi lenti, calibrati, decisi. Toglietevi la polvere dagli occhi e specchiatevi nella copertina lucida di Human Error, mentre la voce sintetizzata di Emil Moonstone introduce la visione desolata di <strong><em>War is a mistake</em></strong>. I colpi di batteria arrivano piano, poi aprono come a mitragliare l&#8217;anima, e immediatamente capisco di essere davanti a un disco che vuole farsi ascoltare, in ogni dettaglio. Alzo il volume in cuffia, le sonorità diventano piene, sottolineate da liriche brevi e dirette. <em>“Every soul deserves to fly” </em>mi riporta alla memoria una celebre “<em>everyone deserves the chance to fly</em>”, ma ancora non capisco perché la mia mente faccia un tale volo pindarico, da un disco alternative rock ad un musical di Broadway. Accantono per un attimo questa sensazione e mi lascio trasportare dalla voce intensa di Emil Moonstone che sembra quasi giocare con la musica della band, The Anomalies. Cambia registro, guida in maniera teatrale l&#8217;ascolto attraverso lo scenario apocalittico e salvifico di questo primo brano e subito dopo, con <strong><em>Stardust</em>, </strong>delinea tutto il perimetro in cui il disco si muove: mostrare l&#8217;umana fragilità, nella sua dimensione globale, rappresentata dalla guerra, il più grande degli errori, e quella intima dove, come in uno specchio, ci riconosciamo imperfetti, incompiuti, e vagamente sognatori, nonostante le nostre cadute. La parola <em>dreams </em>è una costante nei testi, forse a sottolineare ciò che, in realtà, ci rende perfettamente umani.<br />
Se la voce di Emil Moonstone seduce, al tempo stesso è la musica suonata dai The Anomalies che impone la direzione: le sonorità sono ricche e intense, sia nelle versioni che più guardano al desert rock che in quelle più melodiche. Se <strong><em>War is a mistake</em></strong> è a tratti ruvida e distorta,<strong> <em>Stardust</em> </strong>con delicata leggerezza sembra rompere l&#8217;oscurità tipica di altri brani e dilata immediatamente l&#8217;atmosfera, restando vagamente melodica. La polvere di certe strade di guerra diventa sabbia che accoglie una danza di anime nostalgiche e un tintinnare di polvere di stelle che si posa sulle nostre  fragili esistenze.<br />
La voce di Emil Moonstone torna a graffiare la pelle in due brani indubbiamente legati tra loro, la title track e <strong><em>Prison</em>, </strong>più oscura l&#8217;una, quasi asfissiante l&#8217;altra, nonostante la breve entrata apparentemente melodica che subito diventa altro, grazie al canto quasi recitato che mi riporta a quella iniziale sensazione del primo ascolto del disco, con un tuffo carpiato nel mondo dei musicals, dove le voci narranti si sovrappongono alle atmosfere corali, per creare un&#8217;esperienza a tutto tondo. Credo sia proprio nello spoken singing che Emil Moonstone riesce a consolidare la propria identità e a dare alla musica quella dimensione teatrale, avvolgente, capace di renderti ascoltatore e spettatore al tempo stesso. Una musica visionaria, ricca di sfumature, fatta di immagini evocate da testi immediati e parole che ritornano in diversi brani, come <em>“cage, peace, dreams, me myself</em>” a rendere ancora più concreti i muri di certe prigioni entro cui ci muoviamo, che noi stessi costruiamo, ciascuno perso nella ricerca di qualcosa che salvi, che spieghi o semplicemente nel tentativo di accettare i nostri errori, come unico baluardo di autenticità. <strong><em>Human Error</em></strong> pone domande, ed è proprio quel continuo fare domande, anche non sapendo se mai si avranno risposte, parte stessa della natura evoluzionistica dell’umanità, è il motore della ricerca, della sfida al futuro, del perpetuo non accontentarsi anche di cose apparentemente funzionanti in questo temporaneo presente, è un mettersi avanti che solo i pionieri sanno come accadrà a volte quel domani migliore che auspichiamo.<br />
Nella sua interezza, questo è un lavoro assolutamente accattivante, ben curato in ogni sfumatura di suoni e parole, un manifesto concreto e autentico che conclude i lavori di ricerca precedenti (<strong><em>Disappointed</em> &#8211; </strong>2018, <strong><em>Naked is man upon the Earth</em></strong> &#8211; )2023. Quasi una trilogia definita dall&#8217;autore stesso <em>“una indagine sull&#8217;essere umano”.</em><br />
Il tema è trasversale in ogni brano, ma è forse con <em>Acid Rain</em> che “<em>every creature is scared inside”</em> svela la dimensione più rappresentativa della fragilità: le paure che ognuno di noi vive e custodisce nelle prigioni più profonde dell&#8217;anima. E la musica diventa una marcia quasi oscura, il basso sottolinea l&#8217;incedere di quel “<em>dark future that make us fade”. </em>Poche liriche, cantate, narrate, per definire quella sorta di smarrimento che pervade tutto il disco e la musica di Emil Moonstone, che si muove sinuosa tra suoni elettronici e rimandi psichedelici.<br />
<strong><em>A weary soul</em></strong> svela rime che funzionano benissimo con un ritmo impertinente che mi ha riportato a certe sonorità dei Cure. E poi si cambia direzione e registro vocale in <strong><em>Faded Tomorrow</em></strong>, quasi un dialogo a due voci, tra luci e ombre di dubbi esistenziali.<br />
<strong><em>Alive</em></strong> apre con una melodia che pare quasi da film western, ma ben presto vira verso una dimensione più intima e psichedelica dove tutto ruota intorno a quel “<em>just me”</em>, come l&#8217;inizio e la fine di ogni riflessione. Il testo recitato rende ancor più inquietante questo discorso allo specchio, quasi paranoico. <strong><em>Boredome is sexy</em></strong> vuole suggerirci che ciò che ci completa, e che cerchiamo altrove, in realtà è dentro di noi. La dimensione introspettiva che pervade  tutto il disco torna in modo quasi stridulo e disturbante per poi chiudere l&#8217;album con <strong><em>Fading Light</em></strong>, una inaspettata e delicata ninnananna, dove la voce sussurra domande, senza trovare risposte. E non è forse in questo continuo domandare, la più alta espressione della nostra umana fragilità, l&#8217;attraversare la vita perdendoci senza avere mai risposte?</p>
<h2 class="sectionhead">Credits</h2>
<p><span style="color: #971b7a;">Label: </span>SelfReleased – 2026<br />
Emil Moonstone – Voce Chitarra<br />
Marcel Scarabo &#8211; Basso<br />
Mino Andriani – Chitarra<br />
Emanuele Laghi – Synth/Piano<br />
Michele Testi &#8211; Batteria<br />
Composizione, voci e testi: Emil Moonstone<br />
Arrangiamenti: Emil Moonstone &amp; The Anomalies<br />
Produzione Artistica: Emil Moonstone<br />
Missaggio e Mastering: Emil Moonstone</p>
<p>Tracklist<br />
War Is a Mistake<br />
Stardust<br />
Human Error<br />
Prison<br />
A Weary Soul<br />
Faded Tomorrow<br />
Acid Rain<br />
Alive<br />
Boredom Is Sexy<br />
Fading Ligh</p>
<p>Link<br />
<a href="https://www.emoonstone.it/">www.emoonstone.it</a></p>
<p><a href="https://www.instagram.com/emilmoonstone/">www.instagram.com/emilmoonstone</a></p>
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		<title>La fonte &#8211; Cosmo</title>
		<link>https://www.losthighways.it/2026/05/03/la-fonte-cosmo/</link>
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		<pubDate>Sun, 03 May 2026 11:57:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Vladimiro Vacca]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Album]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni]]></category>

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		<description><![CDATA[“C’è un luogo dove tutto ricomincia, dove il corpo si scioglie e la mente smette di fare resistenza.” La fonte è questo luogo. È il nuovo rito di Cosmo, il suo modo di tornare a chiamarci — non più dalle “voci” che ci assediavano in L’ultima festa, ma da un punto ancora più profondo, quasi &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="alignright size-thumbnail wp-image-52259" src="https://www.losthighways.it/wp-content/uploads/cosmo-lafonte_cover-200x200.png" alt="cosmo-lafonte_cover" width="200" height="200" />“C’è un luogo dove tutto ricomincia, dove il corpo si scioglie e la mente smette di fare resistenza.” <strong><em>La fonte</em></strong> è questo luogo. È il nuovo rito di Cosmo, il suo modo di tornare a chiamarci — non più dalle “voci” che ci assediavano in <strong><em><a href="https://www.losthighways.it/2016/09/26/l-ultima-festa-cosmo-recensione/" target="_blank">L’ultima festa</a></em></strong>, ma da un punto ancora più profondo, quasi pre-linguistico, dove il suono diventa carne, sudore, trance, liberazione. Cosmo aka Marco Jacopo Bianchi continua a leggere lo spleen delle generazioni nate negli Ottanta, ma qui lo fa con una maturità diversa: non più il disorientamento di chi cerca una notte infinita, bensì la consapevolezza di chi ha attraversato il caos e ora vuole trasformarlo in energia, in comunità, in respiro condiviso. La sua scrittura resta diretta, viscerale, ma si apre a una dimensione quasi rituale, come se Battisti e Battiato si fossero dati appuntamento in un club alle quattro del mattino, mentre Nicolas Jaar e The Field manipolano il tempo dietro la consolle. Dal punto di vista sonoro, <strong><em>La fonte</em></strong> è un laboratorio febbrile. Cosmo piega i synth, li plasma, li fa vibrare come membrane vive. Le sue atmosfere dancefloor non sono mai caciarone: sono ipnotiche, melodiche, profondamente fisiche, capaci di evocare tanto la malinconia dei Perturbazione quanto la sensualità rarefatta di certi progetti internazionali — dai primi Daft Punk alla spiritualità elettronica di Senni, passando per un’eco lontana di MGMT e Sohn. Ma, come sempre, il punto è che Cosmo somiglia solo a se stesso. Il disco è un flusso continuo: non cerca il tormentone, non strizza l’occhio alle classifiche, non vuole piacere. Vuole aprire. Vuole che chi ascolta si lasci attraversare. Ogni traccia è un piccolo rito: c’è la danza che guarisce, la voce che diventa mantra, il beat che pulsa come un cuore collettivo. È musica che non intrattiene: trasforma. Se <strong><em>L’ultima festa</em></strong> era la fotografia di una generazione sospesa, <strong><em>La fonte</em></strong> è il suo tentativo di rinascita. Una rinascita sudata, imperfetta, ma necessaria. Un disco che non si limita a interpretare l’umore del presente: lo scava, lo smonta, lo rimette in circolo. Cosmo firma così uno dei lavori più liberi e radicali del cantautorato elettronico italiano. Un invito a tornare dove tutto nasce. A bere. A lasciarsi andare.</p>
<h2 class="sectionhead">Credits</h2>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Label: </span>Sony Music &#8211; 2026</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Line-up: </span><span style="font-size: 10pt; font-family: Arial;">Cosmo (Marco Jacopo Bianchi) – scrittura, voce, produzione, synth, programmazioni </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Tracklist:</span></p>
<p>1. Tornare alla fonte<br />
2. Ciao<br />
3. Totem e tabù<br />
4. Ogni giorno / ogni notte<br />
5. La fine<br />
6. Parlare con te<br />
7. Per un’amica<br />
8. Per mio fratello<br />
9. Incanto<br />
10. Venite a vedere<br />
11. Sboccia il fiore<br />
<span style="color: #971b7a;">Link: <a href="https://www.facebook.com/cosmoitaly?fref=ts">Facebook</a></span></p>
<h2>Ciao &#8211; Video</h2>
<p><iframe title="YouTube video player" src="https://www.youtube.com/embed/ZpExacOHx0E?si=fSrPGLB2iH1eqE08" width="560" height="315" frameborder="0" allowfullscreen="allowfullscreen"></iframe></p>
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		<title>Black Salt &#8211; Kiiōtō</title>
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		<pubDate>Sun, 26 Apr 2026 11:58:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Vladimiro Vacca]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Album]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni]]></category>

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		<description><![CDATA[C’è qualcosa di profondamente rituale nel modo in cui i Kiiōtō stanno costruendo il proprio percorso. Il nome stesso — impegnativo, quasi ieratico — sembra suggerire un’idea di passaggio, di soglia. E Black Salt, il loro secondo album, è esattamente questo: un attraversamento. Un disco che nasce dal conflitto, dalla frizione, da quella zona in &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="alignright size-thumbnail wp-image-52222" src="http://www.losthighways.it/wp-content/uploads/kiioto_blac_salt-200x200.png" alt="kiioto_blac_salt" width="200" height="200" />C’è qualcosa di profondamente rituale nel modo in cui i Kiiōtō stanno costruendo il proprio percorso. Il nome stesso — impegnativo, quasi ieratico — sembra suggerire un’idea di passaggio, di soglia. E <strong><em>Black Salt</em></strong>, il loro secondo album, è esattamente questo: un attraversamento. Un disco che nasce dal conflitto, dalla frizione, da quella zona in cui due sensibilità si urtano fino a generare una nuova forma. Se <strong><em>As Dust We Rise</em></strong> era un lavoro di precisione, un mosaico di storie intime e dettagli scolpiti con cura — dal jazz da camera di <strong><em>Hem</em></strong> alle miniature narrative di <strong><em>Ammonite</em> </strong>e <strong><em>Josephine Street</em></strong> — <strong><em>Black Salt</em></strong> è il momento in cui quel linguaggio si apre, si incrina, si lascia attraversare da una corrente più elettrica e più emotiva. Là dove il debutto era misurato, quasi contemplativo, qui tutto è più esposto: i bassi sono più profondi, i ritmi più spezzati, la voce di Lou Rhodes più vulnerabile e più centrale. È come se il duo avesse deciso di abbandonare la compostezza del primo capitolo per entrare in un territorio più rischioso, più notturno, più jazz‑noir. E in questo movimento si sente l’eco di molte genealogie: la tensione emotiva dei Portishead, il DNA dei Lamb,  la profondità ritmica dei Massive Attack, la malinconia elettronica degli Everything But The Girl, la psichedelia morbida dei Khruangbin, la spiritualità di Alice Coltrane, la grana soul di Amy Winehouse e Norah Jones. Ma anche la scrittura melodica di Carole King, che riaffiora come un fantasma luminoso tra le pieghe del disco. Kiiōtō non imitano nessuno: abitano una zona liminale, dove jazz, soul, trip‑hop ed elettronica convivono senza mai fondersi del tutto. È un equilibrio instabile, ma proprio per questo vivo. <em><strong>Butterfly</strong> </em>non concede tregua: basso penetrante, accordi angolari, un’atmosfera claustrofobica che ritrae il narcisismo come una stanza senza finestre. È il lato più oscuro del duo, quello che affonda nel trip‑hop più teso. <strong><em>Zero Gravity</em>,</strong> ispirata al libro <strong><em>Orbital</em></strong>, è il respiro cosmico del disco. Le spazzolate leggere, il ritornello stratificato, la sensazione di osservare la Terra da lontano: qui Kiiōtō toccano una spiritualità che ricorda Alice Coltrane e la sospensione emotiva di Beth Gibbons. <em><strong>Little Axe</strong></em> è una delle tracce più narrative: la crescita maschile in un contesto urbano minaccioso, raccontata con chitarre soul e congas che pulsano come un cuore inquieto. È il punto di contatto tra la scrittura cinematica del primo album e la nuova tensione ritmica. <em><strong>White Noise</strong></em> si parla della mente contemporanea sotto assedio digitale. Ritmo staccato, pianoforte astratto, un senso di sovraccarico che diventa musica. Qui emergono gli echi più moderni: James Blake, Tirzah, il neo‑soul elettronico londinese. <em><strong>Lost Map</strong></em> risulta il brano più intimo: il DNA come mappa emotiva, la ricerca delle proprie eredità, il pianoforte rarefatto, la tromba con sordina che sembra parlare da sola. È il ponte più evidente con <em>As Dust We Rise</em>, con la sua delicatezza da camera. <em><strong>Five Eight</strong></em> è un colpo al petto: la perdita della madre di Heath, la voce di Rhodes quasi senza pelle, il Wurlitzer che scintilla come sale. È il momento in cui il disco si spoglia di tutto e resta solo la verità. Se <strong><em>As Dust We Rise</em></strong> era un album che costruiva un linguaggio, <strong><em>Black Salt</em></strong> è l’album che lo mette alla prova. Dove il primo era un laboratorio il secondo è una combustione. I Kiiōtō trovano finalmente la loro forma: un <strong>art‑pop jazz‑noir</strong> che guarda al passato senza nostalgia e al presente senza timore. <strong><em>Black Salt</em></strong> non è solo un disco: è una metamorfosi. E come tutte le metamorfosi, lascia una scia luminosa.</p>
<h2 class="sectionhead">Credits</h2>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Label: </span>Kiiōtō – SelfReleased – 2026</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Line-up: </span><br />
Lou Rhodes (voce, percussioni, chitarra) – Rohan Heath (piano, tastiere). <em>Ospiti principali:</em> Hawi Gondwe (chitarra), Andy Hamill (contrabbasso/basso), Myke Wilson &amp; Nikolaj Bjerre (batteria, congas), David Arnold (chitarra), Quinta (archi).</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Tracklist:</span></p>
<p>01 Moth</p>
<p>02 Butterfly</p>
<p>03 Warpaint</p>
<p>04 Walking Backwards</p>
<p>05 Lost Map</p>
<p>06 Zero Gravity</p>
<p>07 Little Axe</p>
<p>08 Paper Ships</p>
<p>09 White Noise</p>
<p>10 Five Eight</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Links: </span><br />
<a href="https://kiioto.bandcamp.com/">Bandcamp</a></p>
<h2>Warpaint – Video</h2>
<p><iframe title="YouTube video player" src="https://www.youtube.com/embed/bSz91_Yzg2I?si=6Z9U74T54NELNiBx" width="560" height="315" frameborder="0" allowfullscreen="allowfullscreen"></iframe></p>
]]></content:encoded>
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		<title>Primitivo &#8211; Gionata Mirai</title>
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		<pubDate>Sun, 26 Apr 2026 11:44:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Alessandra Sodi]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Album]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni]]></category>

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		<description><![CDATA[Un viaggio intimo senza destinazione alcuna. Un viaggio che inizia col mood quasi disturbante delle corde pizzicate da Gionata Mirai in Horn (Nick Drake – Pink Moon), primo brano che apre Primitivo ovvero il nuovo lavoro solista uscito il 24 aprile per La Tempesta e DOC Records. Disturbante, forse perché ogni scelta che facciamo, nel &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="alignright size-thumbnail wp-image-52223" src="http://www.losthighways.it/wp-content/uploads/Gionata-Mirai_Primitivo-FILEminimizer-200x200.jpeg" alt="Gionata Mirai_Primitivo (FILEminimizer)" width="200" height="200" />Un viaggio intimo senza destinazione alcuna. Un viaggio che inizia col mood quasi disturbante delle corde pizzicate da Gionata Mirai in <strong><em>Horn </em></strong>(Nick Drake – <strong><em>Pink Moon</em></strong>), primo brano che apre <strong><em>Primitivo</em></strong> ovvero il nuovo lavoro solista uscito il 24 aprile per La Tempesta e DOC Records. Disturbante, forse perché ogni scelta che facciamo, nel nostro vivere quotidiano, spesso nasce da gestazioni silenziose di anime burrascose. Poco più di un minuto per fare le valigie ed iniziare il viaggio, <em>dentro la vita e i suoi colori, </em>come suggerisce l&#8217;artista. In <em>nessundove</em>, penso io, se non in noi stessi, perché questo fa la musica: ti disturba, ti accompagna, ti legge dentro, tira fuori le parole che hai perso e, alla fine, ti riconcilia.<br />
Difficile capire cosa riserva questo disco che, dopo un&#8217;apertura così breve e struggente, con una cover, tra l&#8217;altro, quasi a suggerirci che ciascuno di noi può fare propria una melodia e buttarci dentro i propri pensieri, oltre le intenzioni di chi quella musica l&#8217;ha immaginata e costruita.<br />
<strong>Tutto riparato</strong> è uno dei brani più intensi dell&#8217;album, dove le sonorità diventano incalzanti, come a spingerci oltre, a chiederci a gran voce di non lasciar incartapecorire idee e desideri ma tirarli fuori da quel cassetto dove l&#8217;autore stesso ci racconta di aver tenuto le sue canzoni, per anni, in attesa di dare forma a questo album acustico, che si apprezza davvero nella sua totalità. L&#8217;ascolto di un disco strumentale è un azzardo, un viaggio pericoloso: ci costringe a perderci nella musica, senza la guida delle parole, per il puro piacere di lasciarci travolgere, e guardare fuori dal finestrino mentre inseguiamo il filo dei nostri pensieri.<br />
<strong><em>Mari Ermi</em></strong> apre lo sguardo in maniera definitiva sulle atmosfere intense e coinvolgenti che Gionata Mirai sa creare con indiscussa maestria: la melodia diventa quasi tormentosa, ma non lascia mai spazio alla tristezza.<br />
C&#8217;è in ogni brano una nota vibrante, forse quei colori della vita che l&#8217;autore ha voluto a suo modo indagare; il ritmo è sempre sostenuto, a tratti scanzonato come nella cover <strong><em>I due superpiedi quasi piatti</em></strong>  (il tema di <a href="https://www.facebook.com/guidoemauriziodeangelis">Guido e Maurizio De Angelis</a> per la colonna sonora del film omonimo) o riflessivo come in <strong><em>Roma26</em></strong>, fino ad ammorbidirsi in <strong><em>Milano Russa</em></strong><em>.</em><br />
La title track sembra volerci regalare un attimo di pausa a metà di questo viaggio, che riprende poi senza sosta con l&#8217;energia di <strong><em>Piccolo Tour</em> </strong>e<strong> <em>Ragtime XL</em></strong> e cambia nuovamente registro in <strong><em>Lentoneutro</em></strong>, aprendo spazio anche ad una ballata vagamente melodica prima di chiudere con <strong><em>Salta La Mula</em></strong>, dal sapore vagamente popolare, nella migliore accezione del termine.<br />
In ogni brano risalta una certa smania di mani che accarezzano e pizzicano le corde, l&#8217;urgenza quasi di suonare, una bramosia creativa che arriva in modo così spontaneo ed istintivo tanto da avere l&#8217;impressione che Mirai stia “improvvisando” canzoni senza parole capaci di intrecciare frasi e pensieri per un pubblico privato, in una stanza di casa, nel retro di un locale, in ogni luogo dove questa musica si insinua e trova spazio. Non è la gloria dei grandi palchi, è la necessità di esserci nel quotidiano, in un dialogo quasi confidenziale tra il musicista e il suo pubblico, non una ricerca stilistica ma una immediatezza di suoni che, inevitabilmente, fa viaggiare il cuore e la mente.<br />
Risulta particolarmente riuscita questa dimensione di quotidianità in cui Gionata Mirai colloca il suo terzo lavoro solista: musica per fare legna, per ridere, per fare l&#8217;amore e per dopo l&#8217;amore. Mirai sembra dirci <em>prendetevi questa musica e fatela vostra</em>, in ogni momento della giornata, e non è affatto banale: la musica ci accompagna costantemente, è la colonna sonora a cui affidiamo i ricordi delle nostre giornate, un viaggio che talvolta ci porta lontano, lasciandoci immaginare luoghi diversi con sonorità quasi country folk, e immediatamente dopo ci riporta a noi stessi, cullandoci con arpeggi delicati e melanconci. <strong><em>Primitivo</em></strong> ha l&#8217;ambizione di riuscire a trovare un accordo giusto per ogni pensiero o emozione che costantemente attraversiamo, nell&#8217;incerto fluire della vita. E allora sì, questo album è anche per noi che ascoltiamo musica mentre prepariamo il pranzo, mentre aspettiamo l&#8217;autobus, mentre camminiamo distrattamente. Una musica per perdersi e ritrovarsi, dentro la vita e i suoi colori, in un esercizio di quotidiana resistenza e di allenata resilienza.</p>
<h2 class="sectionhead">Credits</h2>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Label: </span>La Tempesta (DD) / DOC Records (LP)- 2026</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;">Gionata Mirai: chitarre, Alessandro “Rasta” Antonelli: armonica in 3, Stefano Pilia: chitarre in 10<br />
Registrato da Gionata Mirai<br />
Missato e masterizzato da Giulio Ragno Favero</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Tracklist:</span></p>
<p>1. Horn*<br />
2. Tutto riparato<br />
3. Mari Ermi<br />
4. I due superpiedi quasi piatti**<br />
5. ROMA26<br />
6. Milano russa<br />
7. Primitivo<br />
8. Piccolo tour<br />
9. Ragtime XL<br />
10. Lentoneutro<br />
11. Salta la mula</p>
<p>*Nick Drake<br />
**Guido e Maurizio De Angelis</p>
<p>LINK</p>
<p><a href="http://www.facebook.com/Gionata.Mirai">www.facebook.com/Gionata.Mirai</a><br />
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		<title>Ora sono un lago &#8211; Bono &#124; Burattini</title>
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		<pubDate>Sat, 25 Apr 2026 23:05:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Alessio Cuccaro]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Album]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni]]></category>

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		<description><![CDATA[I am silver and exact I am not cruel, only truthful I have looked at it so long I think it is a part of my heart Now I am a lake. (da Mirror, Sylvia Plath, 1961) Se la precedente sonorizzazione per film muti, Suono in un tempo trasfigurato, era una colonna dorica di essenzialità strutturale, &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="https://www.losthighways.it/wp-content/uploads/Bono-Burattini.jpg"><img class="alignright size-thumbnail wp-image-52111" src="https://www.losthighways.it/wp-content/uploads/Bono-Burattini-200x200.jpg" alt="Bono Burattini" width="200" height="200" /></a><em>I am silver and exact</em><br />
<em> I am not cruel, only truthful</em><br />
<em> I have looked at it so long I think it is a part of my heart</em><br />
<em> Now I am a lake.</em></p>
<p style="text-align: justify;">(da <em>Mirror</em>, Sylvia Plath, 1961)</p>
<p style="text-align: justify;">Se la precedente sonorizzazione per film muti, <strong><em>Suono in un tempo trasfigurato</em></strong>, era una colonna dorica di essenzialità strutturale, il secondo capitolo del duo Bono Burattini, svincolato da un diretto collegamento a sequenze di immagini in movimento, rappresenta l&#8217;evoluzione in colonna corinzia. Si tratta pur sempre di un elemento architettonico basilare ma si apre a un ventaglio eccezionale di varianti ed evoluzioni che, senza mai mutare la sua natura necessaria, viaggia con fantasiosa versatilità per adattarsi alle forme più disparate. La title-track, <strong><em>Ora sono un lago</em></strong> è una stratificazione inquietante di tastiere cariche di echi che da <strong><em>Strangers things</em></strong> risale al primo insuperato Dario Argento, con quei sinistri rimbalzi e i mugugni di creature bagnate da pioggia inesauribile. <strong><em>Prove d&#8217;esistenza/Il gesto</em></strong> modula una pulsazione di tastiera, che porta Vangelis nella techno e, in accoppiata con la batteria, diventa una cavalcata ansiogena sferzata da schiocchi e battimani steampunk, per confluire in una coda di sirene e raggi laser. <strong><em>Nuda vela</em></strong> gioca sull&#8217;inquietante uso di minimali vocalizzi gotico, a metà tra Lisel e Kaytlin Aurelia Smith, nuotando lentamente in un lago di nebbie sulfuree e ghiacci fumanti, transistor diabolici e ululati distanti da scioccante trama horror. <strong><em>Come un riflesso</em></strong> amplifica il concetto lavorando su una trama ritmica altalenante, discontinua ma di continui ritorni e assalti frontali, che si gettano nella suspense adrenalinica di <strong><em>Acrobata</em></strong>, e pare quasi di vederlo, il funambolo, muovere passi accurati su una corda d&#8217;acciaio tesa mentre il pubblico, cioè chi ascolta, trattiene il fiato e vive tensione palpabile, con ansia che cresce, sudore che riga la fronte, in attesa di un lieto fine che non ci è dato conoscere, giacché la performance svanisce nel vuoto, risucchiata dalle tenebre. <strong><em>Tra le labbra</em></strong> accenna finalmente, pur su una ritmica di tumultuosa ossessione, una frase melodica che rimonta a Sakamoto e all&#8217;elettronica strumentale dei primi anni &#8217;80, evaporando in mulinelli concentrici. <strong><em>Fragili danze</em></strong> discende dagli psichedelici cori orchestrali di <strong><em>Atom Earth Mother</em></strong> rievocando un medioevo immaginifico di contemplazioni e rituali di purezza incontaminata, magie e sortilegi di fate leggiadre, acque incantate e alberi dalle foglie dorate. All&#8217;opposto, <strong><em>Volo dell&#8217;Angelo</em></strong> è un presagio di tempesta caotica pronta ad esplodere da una mente consunta dai tarli, che si traduce in un moto sbilenco e irregolare, spezzato e ritorto, di potente suggestione. <strong><em>Oltre le palpebre</em></strong> gioca morbosa col suo pattern minimalista che si ripete con leggere e costanti variazioni ad ogni passaggio, aprendo porte su scenari distanti e profondità marine, da cui emergono pochi accordi di chitarra classica pizzicati come all&#8217;ingresso di una vecchia locanda. Chitarra che ritorna con fiondate dissonanti a scandire l&#8217;incedere claustrofobico di <strong><em>Lonely blue star</em></strong>, che trasfigura uno schema ritmico hard rock, come se i Led Zeppelin fossero una band di <em>Labyrinth</em>, poi sono ancora le sei corde a guidare i sinth verso una marcia processionale di impeto mitico, con la paura di non raggiungere la meta, il presagio di una sconfitta imminente che afferra al petto e obbliga a seguire l&#8217;eroe di un&#8217;impresa valorosa, soffrire assieme a lui, perdendosi nella nebbia. È un album di potente suggestione visiva ed emozionale, da ascoltare come una <em>esperienza</em>, nel senso hendrixiano del termine.</p>
<h2 class="sectionhead">Credits</h2>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Label: </span> Maple Death Records &#8211; 2026</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Line-up: </span>Francesca Bono (synthesizers, keyboards, classic guitar and vocals) &#8211; Vittoria Burattini (drums, percussions and vocals) &#8211; Marcello Petruzzi (bass on track 6)</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Tracklist:</span></p>
<p>&nbsp;</p>
<ol>
<li>Ora sono un lago</li>
<li>Prove d’esistenza/Il gesto</li>
<li>Nuda vela</li>
<li>Come un riflesso</li>
<li>Acrobata</li>
<li>Tra le labbra</li>
<li>Fragili danze</li>
<li>Il volo dell&#8217;angelo</li>
<li>Oltre le palpebre</li>
<li>Lonely blue star</li>
</ol>
<p>Link: <a href="https://www.instagram.com/bonoburattini">Instagram</a></p>
<p><a href="https://www.facebook.com/bonoburattini">Facebook</a></p>
<p><iframe style="border: 0; width: 350px; height: 470px;" src="https://bandcamp.com/EmbeddedPlayer/album=397129761/size=large/bgcol=ffffff/linkcol=0687f5/tracklist=false/transparent=true/" width="300" height="150" seamless=""><a href="https://mapledeathrecords.bandcamp.com/album/ora-sono-un-lago">Ora Sono Un Lago by Bono / Burattini</a></iframe></p>
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		<title>Psyché II &#8211; Psyché</title>
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		<pubDate>Sat, 25 Apr 2026 23:05:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Alessio Cuccaro]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Album]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni]]></category>

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		<description><![CDATA[A tre anni dall&#8217;omonimo esordio, questo secondo volume degli Psyché, allargatisi da trio a quartetto per l&#8217;occasione, suona come una gradita conferma di un progetto di respiro Mediterraneo che evita accuratamente il folklore olografico calandosi nell&#8217;attualità di un sound dal groove dinamico, per lo più strumentale, che si apre stavolta anche all&#8217;innesto di vocalità diverse, &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="https://www.losthighways.it/wp-content/uploads/Psyché.jpg"><img class="alignright size-thumbnail wp-image-52107" src="https://www.losthighways.it/wp-content/uploads/Psyché-200x200.jpg" alt="Psyché" width="200" height="200" /></a>A tre anni dall&#8217;omonimo <a href="https://www.losthighways.it/2023/06/25/psyche-psyche/">esordio</a>, questo secondo volume degli Psyché, allargatisi da trio a quartetto per l&#8217;occasione, suona come una gradita conferma di un progetto di respiro Mediterraneo che evita accuratamente il folklore olografico calandosi nell&#8217;attualità di un sound dal groove dinamico, per lo più strumentale, che si apre stavolta anche all&#8217;innesto di vocalità diverse, pur non cimentandosi in una vera e propria forma canzone. Questo gli consente di cambiare marcia in maniera imprevedibile, tant&#8217;è che alla presentazione live dell&#8217;album, pochi giorni prima della pubblicazione ufficiale, presso l&#8217;Auditorium &#8216;900 a Napoli (base della band) i brani suonavano già molto diversi da come sono stati incisi, mutati dal fuoco di una jam trascinante, con frecce scagliate in ogni direzione, dai disegni tonanti e ossessivi sui tom di Andrea De Fazio, alle divagazioni jazzate di Marcello Giannini che inventa ritmi e frasi sempre nuovi, agli assoli &#8220;pazzissimi&#8221; del nuovo tastierista Roberto Porzio, allo spirito errante di Paolo Petrella che seduto a terra a gambe incrociate si divide tra bassso e tastiere, fino all&#8217;incursione esotica di Sergio Di Leo al clarinetto e alle percussioni che Giannini definisce scherzosamente &#8220;sta specie &#8216;e nacchere&#8221;. L&#8217;album si apre con <strong><em>Nyama</em></strong>, una danza nel deserto al suono di voci filtrate e raddoppiate da una tastiera soffusa, che disegna tremando una melodia vintage, che pare uscita da videogiochi anni &#8217;80, pur muovendosi in un inedito tema desertico, con quelle modulazioni di corde stoppate che risalgono ai Police e all&#8217;inventiva di un genio della chitarra come Andy Summers. <strong><em>Hurriya (We Must Resist)</em></strong>  è una scorribanda tiratissima di predoni beduini, guidata dagli assalti sfrontati frusta alla mano di Ziad Trabelsi, fatti di parole annodate e strascichi vischiosi, incalzata dai legati vorticosi della sei corde che irrompono come tempeste di sabbie improvvise a spezzare il ritmo sostenuto dell&#8217;attacco. <strong><em>Yagé</em></strong> tocca una nota e la lascia risuonare per saltare a stretti balzi verso la successiva, costruendo una frase che è un moto ondoso, ciclico ritorno che erode lentamente il bagnasciuga, colando in mille rivoli che si perdono tra i granelli di sabbia grossa di una spiaggia variopinta, litorale illuminato dal sole caldo di un organo fluido, costa mossa da battiti che ci ricordano che un pezzo dei Nu Genea è qui. Come in un breve racconto sonoro, <strong><em>Cumana Dub</em></strong>, mette in musica l&#8217;introspezione di un ritorno a casa nel tardo pomeriggio, i pensieri che si rincorrono nel cortile vuoto della mente, con la luce invernale a gettare gli ultimi raggi arancioni che accendono ricordi di chitarre vibranti e fraseggi glissati di cruda malinconia andante, che si immergono nelle crome tristi di un antica mandolinata. <strong><em>Sabir</em></strong> si muove tra due sponde, una costruita da quel basso gutturale e quella chitarra elastica e ossessiva, l&#8217;altra che scivola come un surf su una frase fluttuante, miraggio di un deserto che asfissia. Introdotta dalla trama acida di un basso arabeggiante, <strong><em>Tropikal Halal</em></strong> scivola tra i vicoli stretti della Medina, tra cammellieri e incantatori di serpenti che si avvicendano a recitare lo stesso testo ancestrale, ciascuno con la sua indole, il suo approccio, modulando il suono come a costruire un castello di saponette scivolose, dilagando in intermezzo free jam che porta il medioriente verso le rotte del prog, le tastiere di Tony Banks, prendendo a bordo la migliore disco anni &#8217;70, fino a imboccare un articolato fraseggio discendente che ribalta la traiettoria verso una psichedelia acida che invade lo schermo come un Blob in espansione. <strong><em>Yallah!</em></strong> batte il tempo per la marcia sostenuta di una carovana desertica, allietata dalla voce sinuosa da fattucchiera di MERVE, della band turco-olandese Altin Gün, fatta di vocali mute, recitativi oscuri, timbri misteriosi e guizzi improvvisi che spiccano il volo come ad un Sabba dove compaia finalmente il demonio a trascinare le streghe in un vortice orgiastico inarrestabile. <strong><em>Sahra Azul</em></strong> chiude il cerchio con gustosa citazione dei Led Zeppelin di <strong><em>No quarter</em></strong> e dei Pink Floyd anni &#8217;70 e quel gusto per la dilatazione che dal <strong><em>Live at Pompei</em></strong> giunge fino alle ciminiere tetre di <strong><em>Animals</em></strong>, con quel meraviglioso bending che renderebbe orgoglioso David Gilmour. Otto brani di groove e creatività frullati nelle ricche acque del Mediterraneo, un autentico toccasana per il corpo e la mente.</p>
<h2 class="sectionhead">Credits</h2>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Label: </span> Four Flies Records &#8211; 2026</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Line-up: </span>Marcello Giannini (chitarra, tastiere) &#8211; Andrea De Fazio (batteria) &#8211; Paolo Petrella (basso, tastiere) &#8211; Roberto Porzio (tastiere) &#8211; Ziad Trabelsi (voce)  MERVE (voce)</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Tracklist:</span></p>
<p>A1 Nyama<br />
A2 Hurriya (We Must Resist) (feat Ziad Trabelsi)<br />
A3 Yage<br />
A4 Cumana Dub<br />
B1 Sabir<br />
B2 Tropikal Halal<br />
B3 Yallah! (feat Merve)<br />
B4 Sahra Azul<br />
Link: <a href="https://www.instagram.com/psyche__anima/">Instagram</a><br />
<iframe title="YouTube video player" src="https://www.youtube.com/embed/CDP1HYVmHcQ?si=2yuDlL_xdOHMUDmA" width="560" height="315" frameborder="0" allowfullscreen="allowfullscreen"></iframe><br />
<iframe style="border: 0; width: 350px; height: 470px;" src="https://bandcamp.com/EmbeddedPlayer/album=759163295/size=large/bgcol=ffffff/linkcol=0687f5/tracklist=false/transparent=true/" width="300" height="150" seamless=""><a href="https://fourfliesrecords.bandcamp.com/album/psych-ii">Psyché II by Psyché</a></iframe></p>
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		<title>E poi scegliere con cura le parole &#8211; Mauro Ermanno Giovanardi</title>
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		<pubDate>Mon, 20 Apr 2026 15:51:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Alessandra Sodi]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Album]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni]]></category>

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		<description><![CDATA[Certa musica merita un ascolto lento. Certa musica non si ascolta frettolosamente, non si scrolla tra i mille impegni di una giornata. Certa musica ha bisogno del tempo necessario per entrarti dentro e scavare lentamente quei labirinti esistenziali dove, prima o poi, ciascuno di noi si perde. Certa musica d&#8217;autore si sceglie con la stessa &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class=" size-thumbnail wp-image-52152 alignright" src="https://www.losthighways.it/wp-content/uploads/WW146_COVER_3000px-768x768-200x200.jpg" alt="WW146_COVER_3000px-768x768" width="200" height="200" />Certa musica merita un ascolto lento. Certa musica non si ascolta frettolosamente, non si scrolla tra i mille impegni di una giornata. Certa musica ha bisogno del tempo necessario per entrarti dentro e scavare lentamente quei labirinti esistenziali dove, prima o poi, ciascuno di noi si perde. Certa musica d&#8217;autore si sceglie con la stessa attenzione con cui in una libreria affollata di testi dai titoli accattivanti, mi fermo a scegliere proprio quel libricino elegante che sbuca tra copertine sguaiate. Un piccolo testo poetico che infilo in un vecchio zainetto Invicta, mentre cammino lungo altre strade di una vita passata, con le cuffiette di un antico walkman nelle orecchie che mi rimandano questa musica schietta e sincera, senza fronzoli, fatta di testi importanti, solo apparentemente <em>fuori moda </em>in un mondo dove <em>devi andare veloce anche se non ti piace.</em><br />
Oggi il mio mondo si ferma, <em>cambio i miei stati di necessità </em>e mi concedo un viaggio poetico tra le pagine musicali di <strong><em>E poi scegliere con cura le parole</em></strong>, ultimo lavoro di Mauro Ermanno Giovanardi (Woodworm Label) uscito il 20 marzo.<br />
Il delicatissimo arrangiamento de <strong><em>Il buio nella pelle</em> </strong>è la chiave di un diario segreto che apre ogni stanza dell&#8217;anima e svela, come un manifesto di vita, i temi che nelle tredici tracce dell&#8217;album si rincorrono e si intrecciano. <strong><em>E poi scegliere con cura le parole</em> </strong>è tutto un intenso stream of consciousness dove la musica diventa sentiero dentro le pieghe più intime dei pensieri, e le parole scorrono come pagine di poesia. A tratti struggente, a tratti quasi scanzonato, Mauro Ermanno Giovanardi canta la disillusione dei nostri anni e quel sentimento costante di inadeguatezza che accompagna la nostra generazione, in bilico tra passato, presente e futuro. Una generazione che non ha più le parole giuste per raccontarsi, incastrata nei nuovi linguaggi dettati dagli algoritmi, che ne <strong><em>La coscienza della mia generazione</em> </strong>definisce con la bellissima immagine di <em>fiori senza figli e senza padri, </em>rendendo meravigliosamente poetica anche l&#8217;espressione di fallimento e smarrimento che accompagna tutto il testo. E noialtri, fiori a volte recisi ancora con l&#8217;illusione di sbocciare, collezioniamo domande, sottointese in ogni brano, che tanto mi ricordano certi versi di Eugenio Montale <em>“Codesto solo oggi possiamo dirti, ciò che non siamo, ciò che non vogliamo</em>”. Se il Poeta recitava <em>“non chiederci la parola”, </em>oggi il Cantautore cerca e sceglie proprio quelle parole semplici ma intensamente emotive che fanno parte dell&#8217;esperienza di vita di ognuno di noi, quando gli anni lasciano sbiadire la nostra parte più ribelle, rivoluzionaria e spensierata e ci presentano il conto di una esistenza che all&#8217;improvviso appare indefinita, perché non sappiamo più riconoscerci nell&#8217;immagine che lo specchio ci rimanda.<br />
<strong><em>Anni zero</em></strong> sembra quasi cullare le nostre incertezze, ricordandoci che nessuno può fermare il fluire della vita e, comunque, del cambiamento; il tema del tempo ritorna poi in una delle tracce successive, <strong><em>Ogni voglia di noi due</em> </strong>che racchiude il delicato senso dell&#8217;esserci, nel presente di ogni emozione e sentimento perché, quasi con un rimando all&#8217;inferno dei viventi calviniano, <em>cos&#8217;altro importa se il paradiso è qui? </em>A volte bisogna davvero lasciarsi fermare, stare nel presente, nella relazione con l&#8217;altro che diventa proprio l&#8217;unico specchio in cui possiamo finalmente vederci e riconoscerci, <em>rime e poesie </em>che si fondono insieme, nella ricerca di un senso comune. Con una narrazione musicale mai banale, Mauro Ermanno Giovanardi affronta proprio il nostro inferno quotidiano, e quello ancor più profondo delle nostre identità smarrite, con una leggerezza davvero unica, mai drammatica, neanche quando le parole scelte sono <em>morte </em>e <em>tradimento. <strong>Amore Giuda</strong></em> indaga il tradimento forse non verso un altro da sé, ma verso sé stessi, ancora una volta legato a quel non riconoscersi. In questo spaesamento generazionale, tradire la propria identità gridando che <em>“questo posto non è il mio non è quello che volevo, non è quello in cui credevo” </em>è il vero tradimento, il peso che ci costringe a fare i conti con le nostre inquietudini e con quei mostri che prendono forma in <strong><em>Di struggente amore</em> </strong>e <strong><em>Fermami</em> </strong>dove si fa strada la consapevolezza che nelle nostre umane solitudini possiamo solo ritrovarci nell&#8217;altro a cui rivolgiamo la nostra richiesta di aiuto. <em>Fermami se vuoi che resti qui</em>, è forse l’apice lirico di tutto il disco, perché svela tutta la nostra fragilità e il bisogno di avere qualcuno accanto a noi che sappia contenere i nostri smarrimenti e disegnare i nostri confini.<br />
Le successive <strong><em>Per cantare più forte</em>, <em>Il numero che viene dopo</em>, <em>Un errore</em> </strong>tracciano il perimetro concreto delle nostre vite, piene di convinzioni perdute, di illusioni, desideri ed errori, sensazioni con cui ciascuno di noi deve fare i conti e affrontano forse le nostre più grandi difficoltà: il desiderare stesso, la necessità di superare i limiti che torna anche in <strong><em>Non credo nei miracoli</em>. </strong><em>La vita è un viaggio che è un percorso ad ostacoli: </em>la vita è proprio questa continua ricerca della nostra immagine più vera, riflessa in ogni specchio, in ogni pozzanghera lungo il cammino, in ogni persona in cui bagniamo le nostre labbra, come recita <strong><em>Ogni voglia di noi due</em> </strong>che sembra dare una risposta proprio alla nostra stessa esistenza: troppo corta per non viverla senza lasciarsi troppo ferire dai nostri cocci rotti, dal cumulo di detriti su cui quotidianamente camminiamo.<br />
<strong><em>Ha ragione Shopenhauer</em></strong> chiude l&#8217;album nella maniera più dolorosa: le domande restano definitivamente senza risposta e sembrano non lasciare spazio ad alcuna possibilità di riscatto nella nostra esistenza: “<em>Mi chiedo perché il mio cervello si fa solo di queste domande, il cuore vorrebbe risposte perché il suo dolore è davvero gigante”.</em><br />
Riavvolgo il nastro, rimetto la musica, riparto dalla prima traccia e proprio lì trovo la risposta, quasi un ritrovare la strada nelle spire del labirinto dove Mauro Ermanno Giovanardi mi ha spinta a perdermi, nell&#8217;eterna e malinconica ricerca del senso della vita. <em>Ora so perché le parole giuste non mi vengono più.</em></p>
<h2 class="sectionhead">Credits</h2>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Label: </span>Woodworm &#8211; 2026</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;">La parte musicale del disco è stata sviluppata insieme a Leziero Rescigno, che ha co firmato la produzione artistica di tutto il lavoro e con LeLe Battista alla consolle per le registrazioni.<br />
I testi nascono invece da un lavoro corale, che potremmo definire un vero e proprio collettivo della parola: l’artista ha coinvolto un gruppo di autori e musicisti con cui ha scritto i brani a quattro mani. Tra di loro figurano:<br />
Francesco Bianconi, Colapesce, Kaballà, Alessandro Cremonesi dei La Crus, Cheope e Anastasi.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Tracklist:</span></p>
<ol>
<li>Il buio nella pelle</li>
<li>Veloce</li>
<li>La coscienza della mia generazione</li>
<li>Anni zero</li>
<li>Amore Giuda</li>
<li>Di struggente amore</li>
<li>Fermami</li>
<li>Per cantare più forte</li>
<li>Il numero che viene dopo</li>
<li>Un errore</li>
<li>Non credo nei miracoli</li>
<li>Ogni volta di noi due</li>
<li>Ha ragione Shopenhauer</li>
</ol>
<p><strong>PROFILI</strong><br />
Spotify: <a href="https://open.spotify.com/intl-it/artist/0D7v7fZ06niESi9HqqKvTl?si=YlfWJPXnS-KOUO9hgWBtfA&amp;nd=1&amp;dlsi=6638a54a9274455f">Mauro Ermanno Giovanardi | Spotify</a><br />
VEVO/Youtube: <a href="https://www.youtube.com/@GiovanardiVEVO">GiovanardiVEVO &#8211; YouTube</a><br />
IG: <a href="https://www.instagram.com/mauroermannogiovanardi/">Mauro Ermanno Giovanardi (@mauroermannogiovanardi)</a><br />
Facebook: <a href="https://www.facebook.com/mauroermannogiovanardi/?locale=it_IT">Mauro Ermanno Giovanardi | Facebook</a></p>
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		</item>
		<item>
		<title>Atlanta &#8211; Gnarls Barkley</title>
		<link>https://www.losthighways.it/2026/04/12/atlanta-gnarls-barkley/</link>
		<comments>https://www.losthighways.it/2026/04/12/atlanta-gnarls-barkley/#comments</comments>
		<pubDate>Sun, 12 Apr 2026 19:26:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Vladimiro Vacca]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Album]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni]]></category>

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		<description><![CDATA[C’è un momento, ascoltando Atlanta, in cui sembra di sentire Danger Mouse sorridere dietro la console. Non un sorriso nostalgico, ma quello di chi torna nel luogo dove tutto è iniziato e scopre che le fondamenta sono ancora solide, ancora fertili. Gnarls Barkley non è un revival: è un cerchio che si chiude e si &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="alignright size-thumbnail wp-image-52125" src="https://www.losthighways.it/wp-content/uploads/gnarlsbarkley_atlanta-200x200.jpg" alt="gnarlsbarkley_atlanta" width="200" height="200" />C’è un momento, ascoltando <strong><em>Atlanta</em></strong>, in cui sembra di sentire Danger Mouse sorridere dietro la console. Non un sorriso nostalgico, ma quello di chi torna nel luogo dove tutto è iniziato e scopre che le fondamenta sono ancora solide, ancora fertili. Gnarls Barkley non è un revival: è un cerchio che si chiude e si riapre, come se <strong><i id="mwSw">St. Elsewhere</i></strong> fosse stato solo il primo capitolo di un romanzo rimasto sospeso per troppo tempo. Danger Mouse rientra in questo progetto con la consapevolezza di chi, nel frattempo, ha attraversato mondi sonori diversissimi: le atmosfere polverose e cinematografiche di <strong><em><a href="https://www.losthighways.it/2011/10/02/danger-mouse-daniele-luppi-rome/" target="_blank">Rome</a></em></strong> con Norah Jones e Jack White, la produzione chirurgica e visionaria per giganti come gli U2 o per l&#8217;astro nascente del neo-soul Michael <a href="https://www.losthighways.it/2020/01/02/kiwanuka-michael-kiwanuka/" target="_blank">Kiwanuka</a>, la capacità di trasformare ogni collaborazione in un piccolo universo coerente. Tutto questo bagaglio torna in <strong><em>Atlanta</em></strong>, ma filtrato da una leggerezza nuova, quasi una voglia di giocare con le ombre e con la luce. CeeLo Green, dal canto suo, sembra più libero che mai: la sua voce non è più solo un’arma soul, ma un personaggio narrativo, un narratore che cambia maschera a ogni brano. È come se i due avessero ritrovato un linguaggio segreto, un codice che nessun altro duo riesce a replicare.  <strong><em>Atlanta</em></strong> è un titolo che non mente: il disco pulsa come una metropoli al tramonto, con i neon che si accendono e le strade che si riempiono di storie. Le produzioni sono stratificate ma mai pesanti, eleganti senza essere levigate. Danger Mouse costruisce beat che sembrano provenire da un futuro immaginato negli anni ’70: bassi morbidi, synth che si piegano come fumo, percussioni che entrano ed escono come passi sul marciapiede. C’è un gusto quasi cinematografico, un senso di movimento continuo. Ogni traccia è una scena, un’inquadratura, un cambio di prospettiva. <em><strong>Tomorrow Died Today</strong></em> è un’elegia sintetica sul tempo che collassa: il futuro si sgretola in un loop di beat lenti mentre CeeLo canta come se stesse raccogliendo le ultime scintille di un domani evaporato. <em><strong>Cyberbully </strong></em>è un groove inquieto che lampeggia come una notifica tossica: CeeLo canta la fragilità digitale mentre Danger Mouse costruisce un labirinto di glitch eleganti. <em><strong>Sweet evil</strong></em> è una tentazione dal sorriso dolce: bassi vellutati, synth che sussurrano e una malizia elegante che solo Danger Mouse sa trasformare in seduzione sonora.  C&#8217;è spazio anche per un flusso tagliente che scorre come un freestyle notturno (<em><strong>Boy genius</strong></em>): CeeLo incastra barre velenose mentre Danger Mouse costruisce un beat nervoso, sporco, da laboratorio hip‑hop. Se l’ultimo disco dei Gorillaz si muove come un collage urbano, pieno di ospiti e deviazioni, <strong><em>Atlanta</em></strong> sceglie un’altra strada: meno affollata, più intima, più notturna. Damon Albarn costruisce mondi popolati da personaggi, Danger Mouse costruisce atmosfere popolate da stati d’animo. Dove i Gorillaz giocano con la saturazione, Gnarls Barkley lavora con il vuoto. Dove Albarn stratifica, Danger Mouse sottrae. Il risultato è un disco che non cerca l’impatto immediato, ma la risonanza emotiva. Le tracce più particolari — quelle in cui i synth sembrano respirare, in cui la voce di CeeLo diventa quasi un sussurro distorto — sono anche le più riuscite: piccoli momenti di magia sospesa, come se Danger Mouse avesse trovato un modo per rallentare il tempo. <strong><em>Atlanta</em></strong> non è un ritorno nostalgico, ma un ritorno necessario. È la prova che Gnarls Barkley non era un incidente fortunato, ma un laboratorio creativo ancora vivo. Danger Mouse firma una produzione che unisce maturità e immaginazione, mentre CeeLo ritrova la sua forma più autentica. È un disco che non urla, ma resta. Che non cerca di essere per forza pop, ma di essere qualcosa di nuovo. E ci riesce, con una naturalezza disarmante.</p>
<h2 class="sectionhead">Credits</h2>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Label: </span>Downtown Records &#8211; 2026</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Line-up: </span>CeeLo Green (voce principale, testi, arrangiamenti vocali) &#8211; Danger Mouse (Brian Burton (produzione, arrangiamenti, synth, campionamenti, drum programming, direzione artistica).</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Tracklist:</span></p>
<p>01 Tomorrow Died Today<br />
02 I Amnesia<br />
03 Pictures<br />
04 Line Dance<br />
05 Turn Your Heart Back On<br />
06 Let Me Be<br />
07 Cyberbully (Yayo)<br />
08 Perfect Time<br />
09 Sweet Evil<br />
10 Boy Genius<br />
11 The Be Be King<br />
12 Sorry<br />
13 Accept It<br />
<span style="color: #971b7a;">Links:</span><a href="https://www.michaelkiwanuka.com/">Facebook</a></p>
<h2>Tomorrow Died Today &#8211; Video</h2>
<p><iframe title="YouTube video player" src="https://www.youtube.com/embed/xXZelci1kZ0?si=ssZ0bfnrIFSX7X8F" width="560" height="315" frameborder="0" allowfullscreen="allowfullscreen"></iframe></p>
]]></content:encoded>
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		</item>
		<item>
		<title>Existence Is Bliss &#8211; Deadletter</title>
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		<pubDate>Sun, 12 Apr 2026 11:13:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Vladimiro Vacca]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Album]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni]]></category>

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		<description><![CDATA[La purezza è solo un ricordo. La nostra realtà è manipolata e proiettata in un’unica direzione: l’auto‑inganno. Abbiamo bisogno di una fuga verso uno stato primordiale, quasi animale. È questo che ci declama la voce teatrale di Zac Lawrence in Purity I, brano d’apertura del secondo disco dei Deadletter, Existence Is Bliss. Questo primo pezzo fotografa &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="alignright size-thumbnail wp-image-52097" src="https://www.losthighways.it/wp-content/uploads/212787-deadletter-existence-is-bliss-200x200.jpg" alt="212787-deadletter-existence-is-bliss" width="200" height="200" />La purezza è solo un ricordo. La nostra realtà è manipolata e proiettata in un’unica direzione: l’auto‑inganno. Abbiamo bisogno di una fuga verso uno stato primordiale, quasi animale. È questo che ci declama la voce teatrale di Zac Lawrence in <strong><em>Purity I</em></strong>, brano d’apertura del secondo disco dei Deadletter, <strong><em>Existence Is Bliss</em></strong>. Questo primo pezzo fotografa subito la forza emotiva dell’album: cronache di decadenza urbana immerse in riferimenti letterari a Beckett, Camus e Nabokov, accompagnate da un post‑punk contemporaneo screziato da un sax vicino al free‑jazz. Il suono di <strong><em>Existence Is Bliss</em></strong> è più stratificato, meno impulsivo, più controllato rispetto al debutto <strong><em>Hysterical Strength</em></strong>. Il sax diventa una voce narrativa, non più soltanto un colpo di frusta. C’è maggiore varietà ritmica: momenti dance‑punk, sezioni più atmosferiche, aperture art‑rock. Il tono è meno rabbioso e più analitico, come se la band londinese osservasse la propria stessa nevrosi da fuori. Se il primo lavoro era un “pugno”, questo secondo disco può essere definito un labirinto. La prima parte è energica, punk‑dance, con richiami ai Franz Ferdinand, per poi virare verso una seconda metà più introspettiva, atmosferica, art‑rock, nella scia di Gang of Four, Talking Heads, Joy Division e di un certo David Bowie. <strong><em>Purity I</em>, <em>Among Us</em>, <em>Focal Point</em> e <em>It Comes Creeping</em> </strong>sono i brani che più affascinano l’ascoltatore. Ma è <strong><em>Meanwhile In A Parallel</em></strong> la traccia più ardita, dove spiccano la complessità polifonica e la dissonante presenza del sax. <strong><em>Existence Is Bliss</em></strong> rappresenta un passo avanti significativo per la band originaria dello Yorkshire: un album concettualmente più ricco, con un uso del sax più consapevole e una scrittura che affonda nella filosofia dell’assurdo e nella tensione emotiva.</p>
<h2 class="sectionhead">Credits</h2>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Label: </span>SO Recordings &#8211; 2026</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Line-up: </span> Zac Lawrence (voce, testi) &#8211; George Ullyott (basso) &#8211; Alfie Husband (batteria) &#8211; Sam Jones – (chitarra) &#8211; Will King (chitarra) &#8211; Nathan Pigott (sax).</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Tracklist:</span></p>
<p>1. Purity I<br />
2. To The Brim<br />
3. Songless Bird<br />
4. It Comes Creeping<br />
5. What The World Missed<br />
6. Cheers!<br />
7. Among Us<br />
8. Focal Point<br />
9. (Back To) The Scene of the Crime<br />
10. Frosted Glass<br />
11. He, Himself, And Him<br />
12. Meanwhile In A Parallel</p>
<h2>Purity I &#8211; Video</h2>
<p><iframe title="YouTube video player" src="https://www.youtube.com/embed/xl5BamnJC5E?si=AaK4elu4E2oe9qOm" width="560" height="315" frameborder="0" allowfullscreen="allowfullscreen"></iframe></p>
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		</item>
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		<title>Dduje paravise &#8211; Gnut &amp; D’Alessandro</title>
		<link>https://www.losthighways.it/2026/04/08/dduje-paravise-gnut-dalessandro/</link>
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		<pubDate>Wed, 08 Apr 2026 20:38:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Alessio Cuccaro]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Album]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni]]></category>

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		<description><![CDATA[Dduje viecchie prufessure ‘e cuncertino, nu juorno, nun avevano che fá. Pigliájeno ‘a chitarra e ‘o mandulino e, ‘nParaviso, jèttero a suná. (da Duuje paravise, di E.A. Mario e Ciro Parante). Duje paravise è un classico della canzone napoletana, nato dalla penna del sommo E. A. Mario, che celebra la fiorente scena musicale partenopea all&#8217;apice della &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="https://www.losthighways.it/wp-content/uploads/gnut-e-alessandro-d-alessandro.jpg"><img class="alignright size-thumbnail wp-image-51991" src="https://www.losthighways.it/wp-content/uploads/gnut-e-alessandro-d-alessandro-195x200.jpg" alt="gnut-e-alessandro-d-alessandro" width="195" height="200" /></a><em>Dduje viecchie prufessure ‘e cuncertino,</em><br />
<em> nu juorno, nun avevano che fá.</em><br />
<em> Pigliájeno ‘a chitarra e ‘o mandulino</em><br />
<em> e, ‘nParaviso, jèttero a suná.</em></p>
<p style="text-align: justify;">(da <em>Duuje paravise</em>, di E.A. Mario e Ciro Parante).</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Duje paravise</em></strong> è un classico della canzone napoletana, nato dalla penna del sommo E. A. Mario, che celebra la fiorente scena musicale partenopea all&#8217;apice della sua gloria, musica tanto bella e varia che, immagina il testo, si ascolta persino in Paradiso. Senza eseguirla, Claudio Gnut Domestico e Alessandro D&#8217;alessandro, incontratisi nel 2025 grazie a un&#8217;idea vincente di Toscana Produzione Musica, prendono in prestito il titolo per quest&#8217;album che, dopo una serie di concerti in duo, mette in pulito una raccolta di perle della musica prodotta a Napoli nell&#8217;arco di un secolo e più, condita da due gustosi inediti che rafforzano l&#8217;intesa artistica tra i due musicisti.<br />
<em>Cammenanno</em> a passi leggeri, arriva il primo inedito <strong><em>Sott’o muro</em></strong>, ballata andante sul ritmo percussivo di sapore siculo e la fluidità dell&#8217;organetto o fisarmonica diatonica di D&#8217;Alessandro a indirizzare in percorsi inediti il timbro vocale di Gnut. Lungo le stesse coordinate si muove il pattern di battiti e scratch che accompagna il dramma doloroso di <strong><em>Carmela</em></strong>, che qui trova un brio assente nella versione dell&#8217;autore Sergio Bruni, marchiata a fuoco dal suo canto antico denso di vibrati e composta disperazione, appena rischiarata da un tenue fischietto che dialoga con la malinconia degli archi. Qui il disegno di chitarra classica lascia il posto a corde dalla ritmica di brezza, quasi un bordone lieve, sostenuto anche dagli accordi larghi dell&#8217;organetto, che si lancia in un assolo mediorientale per ritrovare la melodia portante e un ritornello conclusivo che gioca su misurate variazioni tonali. <strong><em>L’Alleria e o’ dulore</em></strong> è una traduzione in napoletano della <strong><em>Manhã de carnaval</em></strong> scritta da Luiz Bonfà per il film <em>Orfeo Negro</em>, che nel 1959 sancì la nascita della bossa nova, affidata allora al timbro lirico e popolare di Elizete Cardoso, ai suoi gorgheggi variopinti. Ed è l&#8217;occasione per un dialogo intimista tra Claudio e Tosca, che si dividono le parole o le intonano all&#8217;unisono, mostrandoci quanto la melodia classica partenopea dovesse essere ben nota ai grandi autori brasiliani degli anni &#8217;50. <strong><em>Silenzio cantatore</em></strong>  scritta nel 1922 da Libero Bovio e Gaetano Lama, forse in una residenza a picco sul mare a Marina di Camerota, naviga sottovento tra quelle acque cristalline, su un pattern di fremiti e colpi, intonando melodia larga da balera danzante per chiudere con un solo d&#8217;organetto, che fuor di contesto diremmo lisergico e tra quelle acque terse sentiamo salino. <strong><em>E mo’ e mo’</em></strong>, spogliata dell&#8217;arrangiamento dance pop col quale Peppino Di Capri la presentò a Sanremo nell&#8217;85, rivela il <em>classicismo</em> di una melodia ben piantata nel solco della tradizione partenopea, con Claudio che, senza darlo a vedere, interpreta anche le seconde voci di una lettura vocale asciutta ma non arida, giacché l&#8217;amore perduto vibra in ogni singola nota con un carico di pathos che squarcia il petto. Il secondo inedito <strong><em>Tutto o niente</em></strong> sembra guardare a forme ancestrali della tradizione popolare, rimestate in un processo di dilatazione che ne rende al primo ascolto irriconoscibili le strutture armoniche. Con un magnifico lavoro all&#8217;elettrica di suoni stoppati, bassi sospesi e sincope dal sapore raggae, <strong><em>Villanella di Cenerentola</em></strong>, dal capolavoro del compianto maestro Roberto De Simone, traghetta l&#8217;usuale forma musicale del folklore partenopeo le cui origini rimontano al XV secolo in un mondo attualissimo di suoni destrutturati e stratificazioni ardite che esplorano i territori nebbiosi della psichedelia nei passaggi strumentali. <strong><em>Maruzzella</em></strong> dopo decenni di cover in tutte le salse dovrebbe finalmente tornare nei confini d&#8217;ascolto della primitiva, incantevole versione di Renato Carosone, vertice inarrivabile di sintesi tra la melodia del Golfo, ritmi caraibici ed esotismi mediorientali, il sublime canto di miele, vibrante e sommesso di Renato, di commuovente delicatezza sentimentale. Non me ne vogliano i nostri Claudio e Alessandro, questa è una cover degnissima, che sposta con fare andante la rotta da Cuba al tango argentino, conservando l&#8217;introspezione passionale dell&#8217;originale. Del resto uno dei propositi dell&#8217;album è certamente quello di invitare gli ascoltatori a riscoprire gli autori e i testi originali del repertorio proposto. Cantata perfino da De André nell&#8217;album <em>Le nuvole</em>, <strong><em>La nova gelosia</em></strong>, classica canzone napoletana in 3/4 riscoperta da Murolo, diventa qui uno strumentale per organetto, con quel brio spinto che sa di partecipata festa contadina d&#8217;un tempo ormai remoto. Con le parole di Salvatore Di Giacomo, che racconta di un triangolo amoroso intorno allo specchio d&#8217;acqua del Granatello, nei sobborghi della Napoli di fine &#8216;800, <strong><em>‘E ccerase</em></strong> scorre come sangue caldo da una ferita aperta, dolorosa disperazione di un amore perduto nella voce straziata di Gnut, tensione che sale sulle note allungate come lame di pugnale sui tasti della fisarmonica, graffiante sconforto nello scuro catrame di Enzo Gragnaniello, che raccoglie la seconda strofa con un moto d&#8217;orgoglio misto a rassegnazione rauca, &#8220;<em>capitano d&#8217;o legno genuvese / a me nun me ne &#8216;mporta ca t&#8217;a spuse / me daje &#8216;na voce a n&#8217;atu pare &#8216;e mise</em>&#8220;. E allora ci sta che in chiusura il duo si cimenti con il canto di vecchiaia e solitudine <strong><em>Cammina cammina</em></strong>, dall&#8217;album di esordio di Pino Daniele, raccogliendo e allargando quella tristezza di vivere <em>vicino &#8216;o puort&#8217;</em>, in attesa di una morte ineluttabile e liberatoria, passando rispettosamente dalla classica all&#8217;elettrica e con l&#8217;aggiunta di un organetto che è un mare calmo che trattiene tempeste. Ma non si tratta di una chiusura pessimista, come non lo era l&#8217;originale di Daniele, è invece lucida cantica di un vissuto che incarna gli stati d&#8217;animo e la storia di una terra e dei suoi suoni, dall&#8217;infimo al sublime, dalle risate di gioia alle pene d&#8217;amore, dalla nascita alla morte, in un moto passionale sempre uguale, sempre diverso.</p>
<h2 class="sectionhead">Credits</h2>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Label: </span>Squilibri &#8211; 2026</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Line-up:</span> Claudio Gnut Domestico (voci, chitarre) &#8211; Alessandro D&#8217;Alessandro (organetto, elettronica)</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="color: #971b7a;">Tracklist:</span></p>
<ol>
<li>Sott’o muro</li>
<li>Carmela</li>
<li>L’Alleria e o’ dulore (Manhã de carnaval) Feat. Tosca</li>
<li>Silenzio cantatore</li>
<li>E mo’ e mo’</li>
<li>Tutto o niente</li>
<li>Villanella di Cenerentola</li>
<li>Maruzzella</li>
<li>La nova gelosia</li>
<li>‘E ccerase Feat. Enzo Gragnaniello</li>
<li>Cammina cammina</li>
</ol>
<p><span style="color: #971b7a;"><br />
Link Facebook: <a href="https://www.facebook.com/alessandrodalessandro.music">D&#8217;Alessandro</a><br />
<a href="https://www.facebook.com/gnutmusic">Gnut</a></span></p>
<p><iframe title="YouTube video player" src="https://www.youtube.com/embed/xO3pjaMaf68?si=36lhxHOyHDYdmBDE" width="560" height="315" frameborder="0" allowfullscreen="allowfullscreen"></iframe></p>
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