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Non andare: Francesco Guccini

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La notizia arriva direttamente sul cellulare. Il menù a tendina si apre e leggo le news mentre sto lavorando.
È morto Guccini.
Semplice. Diretto. Senza fronzoli.
Forse, chissà, gli sarebbe anche piaciuto.
Resto fermo giusto un paio di secondi. Sapevo che sarebbe stata una brutta giornata, chissà perché lo sapevo già. Ma così. Così è dura.
Torno a lavoro.
Tornano alla mente una serie di fotografie e di note. Un disco incorniciato appeso alla parete. I primi accordi alla chitarra, quel passaggio da Do a Sol7+ che ricorda l’andamento di una Locomotiva. Un vecchio concerto visto con Vlady. Quando eravamo alunni di un altro mondo.
E stranamente mi si apre un inaspettato sorriso. Un sorriso che è quasi il risultato di un senso di comprensione, come quando da ragazzino ti riusciva quell’equazione così difficile.
Dare un senso agli eventi.
Il mondo è cambiato, dice Galadriel.
Non è più il nostro. Non è più il suo.
Oramai era fuori posto.
Praga è rifiorita dopo quella Primavera, le fiamme che divorano Ian Hus non le vede più nessuno. Anche le sue urla dal rogo sono silenziate dalle risate che arrivano dai KFC.
Non era più il mondo del Guccio.
I nipoti di coloro che sono passati per il camino, di coloro che sono nel vento, hanno trasformato il loro viso. Non sono più simili ai topolini di Spiegelman. Ora sono lupi e chiamano Difesa ciò che i loro nonni andati in fumo avrebbero chiamato Abominio.
Non era più il mondo del Guccio.
Frotte di turisti stipati negli autogrill mangiano guardando il cellulare. Non ci sono più occhi per quella ragazza d’una sua bellezza acerba e bionda senza averne l’aria. Così dolce ma così triste, come i fiori e l’erba di scarpata ferroviaria. Oramai si corre, bisogna produrre. Il tempo dei jukebox sembra poterlo ancora afferrare con la mano ma, in realtà, è sempre più Passato. Si dipinge d’azzurro, color di lontananza.
Non è più il mondo del Guccio questo.
In questo mondo un presidente del Senato, alla commemorazione della Strage che scolpì l’Italia nella sua forma attonita, non pronuncia mai, nemmeno una volta, le parole “bomba fascista” per commemorare i morti di Bologna. Come se le parole fossero offensive. Come se quei binari fossero saltati in aria per opera e virtù dello Spirito Santo. Quello stesso Spirito Santo che rende Bologna forte da poter restare in piedi per quanto colpita.
No, non è più il mondo di Guccini questo. Questo in cui vendiamo armi per non sentirci imbelli, lasciamo che la gente si scanni purché si possa credere di avere ancora sogni senza tempo, impressioni di un momento come luci di case intraviste da un treno.
Mi fermo qui.
Ho avuto nomi che mi hanno formato. De Andrè, Pino, Garcia Marquez, Dostoevskij. Non li voglio elencare tutti. Non ne ho voglia.
Però Guccini era uno di questi.
Vorrei poter dire cosa è stato per me ma non vi interessa. Pazienza.
Interessa me. Vorrei aver potuto conoscere l’odore del suo paese e camminare di casa nel suo giardino e respirare nell’aria sale e maggese, gli aromi della sua salvia e del rosmarino.
Tante cose vorrei, adesso, Guccio. Ma cosa vuoi che ti dica adesso che sei andato via?
Non andare.
Vai.
Non restare.
Stai.
Non parlare.
Parlami di noi.

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