See the boys of Dungeon Lane
Along the Mersey shore
Some of them will feel the pain
But some were meant for more
Cielo coperto, strada bagnata e pozzanghere (andate a verificare su Google Street View), un ragazzo attraversa di corsa in calzoncini corti e coppola scura calcata sul capo, reca sotto il braccio un cartello stradale che riporta la scritta The boys of Dungeon Lane. Una strada desolata e cieca, nel sobborgo di Speke, che costeggia la pista dell’aeroporto John Lennon di Liverpool. Sarà anche per questo che Paul McCartney, alla soglia degli ottantaquattro anni, ha scelto di intitolare a un luogo tanto anonimo (già menzionato nel verso di una demo per l’album Off the Ground) il suo ultimo lavoro discografico, sottendendo una memoria personale e un legame affettivo che risale all’adolescenza. Come a dire non sono un vecchio che vive di ricordi, ma quello stesso ragazzino che scorrazzava nei campi alla periferia della città dove sono cresciuto, ne conservo intatta la curiosità, la voglia di fare e di fare musica. Posizione che suonerebbe saputella nella bocca di molti, ma Macca può permettersi questo ed altro, e anche se non sarà in grado di rivoluzionare la musica ancora una volta, e chiederglielo sarebbe ingiusto, mostra con limpidezza cristallina di avere ancora l’estro per scrivere bella musica. E come nelle sue migliori prove da solista fa quasi tutto da solo, l’elenco degli strumenti suonati è impressionante, raccogliendo stavolta l’aiuto in produzione e persino in scrittura di alcuni brani del molto più giovane Andrew Watt, polistrumentista eclettico capace di lavorare dietro le quinte per Ozzy Osbourne e Iggy Pop come per Dua Lipa e Miley Cyrus. L’apertura con As You Lie There è proprio una di quelle cose che scaldano il cuore pensando a ricordi remoti, trasmessi ormai solo da parole commosse, accennate da una voce consumata e impastata da vecchio, ma non c’è alcun rimpianto che anzi viene spazzato via da una chitarra satura e un canto d’improvviso urlato come nelle fasi più hard dei Wings, pescando un middle eight di cinguetti e zampilli elettrici tra George e Jimi. Lost Horizon è uno slow-rock seventies a metà strada tra il glam britannico, con le sue molli cadenze, e le distese pianeggianti americane che si aprono nel ritornello alla Lynyrd Skynyrd, da percorrere col tettuccio aperto fino a raggiungere l’arpeggio in perfetto stile McCartney di Days We Left Behind soffice e malinconica ballata di soavi armonizzazioni, e fingerpicking dal vago sapore di Blackbid. È ancora un accurato intreccio vocale quello che imbastisce la trama melodica di Ripples in a Pond, armonia che potrebbe omaggiare i Roxy Music col suo brio nelle strofe per poi azzardare un’escursione quasi prog nel contrasto tra un breve solo dal suono prosciugato e l’impennata ascendente del riff finale, dai bassi inquietanti. Con simile approccio anche le spensierate movenze di Mountain Top sono imperversate da sortite improvvise e deviazioni sinistre che disorientano e proiettano in un mondo di possibilità surreali, come nell’accelerata finale che inzuppa il tema portante in una coppa grondante acido. Chitarroni da buon vecchio country e naturalmente si viaggia Down South, verso il mito dell’America, quello del rock’n’roll, che tanta impressione fece su un gruppo di geniali ragazzi di Liverpool. We Two parte come una tipica romanticheria di McCartney che va dritta al cuore col suo sound essenziale, il canto lineare, quel disegno di chitarra pulita, l’accenno distante del Mellotron che rispetta l’intimità degli amanti, per poi trovare una solitaria coda dissacrante. Parte subito esplicita, invece, Come Inside col suo riff hard e i ritornelli svegli che trascinano su chitarre graffianti. Never Know scorre lungo la corrente di un fiume fatato, con un piglio californiano degno del miglior David Crosby, che avrebbe di certo apprezzato i contrappunti vocali e quei reverse risucchianti, finché la navigazione conduce a un reame rigoglioso al suono di flauti sognanti e chitarre lisergiche che abbagliano come fari nella notte. È un disco basato sui ricordi e allora non poteva mancare il duetto tra Paul e Ringo, sorretti dai cori di Chrissie Hynde (Pretenders) e Sharleen Spiteri (Texas); Starkey non ha la scrittura di Macca ma è suo compagno ideale, qui anche alla batteria dagli inconfondibili cambi e fill, doppiando col suo timbro rude la tirata Home to Us, la sua scanzonata verve e fiera dichiarazione d’amore per le proprie origini: “The place we used to live in, you could say it wasn’t much / But it was home to us“. Life Can Be Hard, lo sa bene un vecchio Junk, e lo racconta come su un palco di Broadway in una di quelle scene in cui lo sventurato protagonista ripercorre la sua vita con martoriato trasporto e malinconica volontà di affrontare il domani, con delizioso equilibrio degli arrangiamenti. Lo stesso che si avverte in First Star of the Night che suona dolce come una ninna nanna, con quei cori soffusi e le chitarre di sogni liquidi. Salesman Saint è all’opposto una notturna ballata macabra in cui la tromba di Mike Davis, dopo un intro quasi mariachi, accende lampi provenienti direttamente dal Cotton Club di Harlem, mentre Paul racconta con voce lontana un dopoguerra di faticosa sopravvivenza “My father was a salesman / My mother was a saint / Working every God-given minute / To make enough to pay the rent“. Infine, Momma Gets By viene a spezzare i nostri cuori come l’inesorabile epilogo di The long and winding road, con la voce di Macca rotta, appassionata e lirica, in epica orchestrazione, ma qui fa tutto Paul, stringendo tra le mani il proprio cuore sanguinante mentre declama l’ardente sacrificio di una madre innamorata “while papa gets high“. Un album di ricordi che scavano un solco difficile da colmare, come l’annuncio di una tragedia incombente, l’ennesimo sigillo di un artista monumentale, ineguagliabile.
Credits
Label: Capitol – 2026
Line-up: Paul McCartney (voce; chitarra acustica, 1-13; basso, 1-5, 7-14; chitarra elettrica, 1, 2, 4-7, 9, 10, 12, 13; batteria, 1, 2, 4, 5, 7-9, 11-13; sintetizzatore, 1, 5, 11; shaker, 1, 11; piano Rhodes, 1; armonium, 3; maracas, 4, 5, 11; piano elettrico Wurlitzer, 5, 8, 9; tamburello, 5, 11-13; bonghi; Moog, 5; Mellotron, 7, 9, 11, 13; battiti di mani, 8, 13; flauto dolce, 9; spinetta, 13; chitarra classica, 14) – Andrew Watt (chitarra elettrica, 1, 7, 9; sintetizzatore, 1, 4, 10, 11; piano elettrico Wurlitzer, 1; Mellotron, 4; tamburello, 4, 8, 9; chitarra acustica, 8, 10, 11, maracas, 8; batteria, 9) – Ringo Starr (voce, 10; batteria, 10; tamburello, 1, 10) – Mike Davis (tromba, 4, 13) – Chrissie Hynde (cori, 10) – Sharleen Spiteri (cori, 10)
Tracklist:
- As You Lie There
- Lost Horizon
- Days We Left Behind
- Ripples in a Pond
- Mountain Top
- Down South
- We Two
- Come Inside
- Never Know
- Home to Us (feat. Ringo Starr)
- Life Can Be Hard
- First Star of the Night
- Salesman Saint
- Momma Gets By
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