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Svelare, ascoltare: intervista a Giuliano Dottori

_AYG1872La musica è un caleidoscopio di storie, alcune in primo piano con conquiste di convinzione e rabbia, perseveranza e dolcezza, altre invece nascoste per disincanto e ritrosia, estremismo e resistenza. La sua fascinazione sta in questa pluralità e nella possibilità di perdersi tra luce e ombra. Facile soffermarsi dove tutto brilla, più complicato andare oltre e leggere di intrecci e personaggi con parole e melodie rintanate. Giuliano Dottori è una di quelle piccole grandi storie meravigliose che dal 2007 continua a srotolarsi con delicato talento ed eleganti intuizioni. Cantautorato in forma acustica che sogna l’elettronica, podcast, Tascam, produzioni, festival. Tanti capitoli in un sistema che ti digerisce appena ti intercetta. Eppure, quella storia resiste, con ostinazione e amore. Chi dice che l’interesse lo motiva soltanto il tempo della promozione di un’uscita? Una storia è una storia. La sveli, se vuoi. La ascolti, se vuoi. Metti Milano. Metti una tana di luce calda, di strumenti musicali, di cassette d’altri tempi. Metti di avere anche il tempo di una passeggiata. Così è nata questa intervista e così sono nate le fotografie di Nicola Cordì. Fotografie che non fermano soltanto i momenti, si fanno parte del racconto con grazia e discrezione.

Come sta la tua musica? Da un po’ hai assunto un atteggiamento molto protettivo e critico.
Sono sicuramente entrato in protezione, come fanno gli impianti audio quando il volume è troppo alto. Cerco di proteggermi dai troppi input esterni. E cerco anche di criticare la china che ha preso il mondo della musica. In generale, penso che siamo in un momento storico in cui è obbligatorio schierarsi.

La conseguenza delle tue riflessioni è stata la rimozione del tuo catalogo dalle varie piattaforme, eccetto BandCamp. Parlami di questa scelta così estrema in tempi in cui il presenzialismo digitale ha una declinazione delirante anche per il musicista.
Premesso che BandCamp non la considero una piattaforma come le altre, anche solo per l’equità dei compensi, la rimozione del mio catalogo è il frutto di una lunga riflessione, durata qualche anno. L’idea che più pubblichi più hai chance di “essere visto” dall’algoritmo è aberrante. Così come l’ossessione per i numeri. Ho apprezzato moltissimo Madame e prima di lei altri artisti giovani che hanno capito che la musica oggi è una centrifuga al servizio degli oligarchi digitali. Che bisogna anche fermarsi. Vivere. Prendere il proprio spazio. E poi, forse, scrivere una canzone. Ma la cosa che più mi manda ai matti è questa cosa per cui un musicista deve diventare un content creator. Fare la storia, il balletto. È tutto molto faticoso e sbagliato.

Il 26 Aprile hai annunciato una raccolta essenziale che hai definito un “best of minimo”. Dimmi di più di questa scelta che è pratica e politica.
Diciamo che l’abbandono di Spotify era facilmente comprensibile da un punto di vista politico (per la nota questione legata agli investimenti militari del suo fondatore), mentre cancellare tutto da ogni piattaforma di streaming lo era meno. Mi sono confrontato tanto, anche con colleghi musicisti. L’iniquità della distribuzione delle royalties è uno dei problemi. Un’altra questione grossa è il pensiero che ci sta dietro, che è un pensiero dichiaratamente capitalistico di arricchimento. Ne comprendo il fine, ma non le modalità con cui viene perseguito. Ad esempio: invece di non pagare sotto i 1000 stream, si potrebbe fare esattamente il contrario. I primi stream valgono 1 euro e se ne fai 1000 guadagni 1000 euro. Poi più ne fai e meno vieni ricompensato. Tanto, voglio dire, Beyonce o Taylor Swift sono già milionarie, no? Perché invece non diamo di più agli esordienti? Perché non rovesciare la piramide? Poi c’è tutto il discorso legato ai bot che pompano gli streaming su cui non c’è nessun tipo di controllo. E chiudiamo con l’AI, la musica creata dal nulla e che toglie spazio ad artisti reali e genera introiti. Insomma, quello dello streaming è un ambito secondo me estremamente problematico. E, in generale, è bene ricordare sempre che, se una cosa è gratuita o costa molto poco, l’attenzione e l’impegno che ci si mette per fruirne è molto poco. Mi spiego: se ho speso 50 euro per andare a vedere Shakespeare a teatro, io quelle tre ore e mezzo me le godo tutte. Invece se esce il nuovo disco di Tizio e me lo trovo gratis (o quasi) nel telefono, è facile che premo skip senza grandi problemi. Questa dinamica elementare ci spiega anche perché poi siamo disposti a spendere 100 euro per un concerto, oltre a 15 di parcheggio, 10 per una birra piccola e 30 per una t-shirt al Merch ufficiale, cosa che invece per me è totalmente inaccettabile.
Tornando a me e alle mie riflessioni, diciamo che la cosa che ho capito è che alla fine gli unici che davvero ci rimettevano erano i miei ascoltatori e che pubblicare un “best of” gli dava qualcosa, una base minima. Al netto che – è ovvio – non sono Bob Dylan e che quindi si può fare tranquillamente a meno delle mie canzoni. Però sì, era importante che ci fosse qualcosa online. Mi piace l’idea che su 1000 ascoltatori magari ce n’è uno che dice “oh, mica male questo Dottori” e va su BandCamp a prendersi un disco. Non voglio fare il venale, però per me oggi, 1 euro è comunque più di zero.

_AYG2390Cosa è accaduto alla “terra di mezzo” della nostra generazione? La sua implosione a cosa la attribuisci? C’è stato, dal tuo punto di vista, un momento cruciale che ne ha segnato la crisi? Non mi riferisco soltanto alla logica del digitale. Io ne faccio una questione anche di etica e, sai, non è stata soltanto colpa del mezzo. Tutti ci siamo lasciati sedurre…
Assolutamente siamo tutti “colpevoli”, io per primo. Penso che sia stata una gigantesca, enorme sbronza collettiva. Interagire coi propri fan, vedere la propria piccola popolarità crescere. Alimentare il proprio ego era ed è oggi molto, forse troppo facile, oltre che sbagliato. È inebriante. Quindici anni fa ci sembrava tutto nuovo e magico, poter pubblicare un disco direttamente, senza intermediari, arrivando in tutto il mondo. Ma come dice il mio amico Fabrizio Coppola: “alla fine che mi frega di avere il disco in Lituania!”… è molto più importante coltivare la propria piccola nicchia. Ma la cosa ancora più importante che ho capito è che il mezzo non è neutrale. Non lo è mai stato. Cioè, non è solo colpa nostra se le cose sono andate in questa direzione scadente e noiosa. Ci siamo fatti sicuramente abbindolare dal nostro stesso entusiasmo, ma la strada era segnata ed era sin da principio semplicemente la strada dei soldi e dell’arricchimento di pochi a discapito di molti.

Io ho la sensazione che il vento stia cambiando. Sarà che mi sono lasciata contagiare dall’entusiasmo e dalla voglia di agire che ho respirato seguendo e condividendo il progetto Suoni dal Futuro, ma davvero mi sembra che circoli nuova energia nei musicisti e nuovo interesse da parte del pubblico. Tu cosa ne pensi?
Non lo so, comprendo il tuo entusiasmo, ma non so. Sicuramente c’è qualcosa nell’aria e qualche band in più rispetto al passato recente. Ciò che sta facendo Manuel è più che nobile, su questo non ho nessun dubbio. Ma da qui a dire che c’è una nuova scena no. Non c’è ancora nessuna nuova scena, secondo me, se per scena intendiamo un movimento naturale, dal basso, che germoglia e fiorisce in contesti spesso assurdi e non convenzionali: prendi il CBGB di New York nel 1976 o Catania a inizio Novanta, ad esempio. Sicuramente offrire uno spazio è un’ottima base di partenza, soprattutto oggi che si procede con gli sgomberi dei centri sociali e che le leggi fanno tutto fuorché rendere facile organizzare eventi.

Hai dei figli giovani, quindi la tua percezione è diretta. Ci sono possibilità per la ripresa effettiva di una rete reale? Una rete fatta di persone che possano creare i contesti giusti per la musica e la sua diffusione? Una rete che possa riportare la musica ad una dimensione umana e non filtrata dall’algoritmo. Il passaparola, il contatto fisico possono tornare imperanti?
Quello che sto vedendo in questi mesi è che – finalmente – c’è un fetta di under 20 che è tornata a interessarsi alla politica. Il genocidio a Gaza è un evento davvero epocale. L’impunità di Israele, il controllo politico che questo stato detiene a livello globale è spaventoso e ha contribuito a risvegliare un po’ le nostre coscienze. Qualche settimana fa sono stati sequestrati decine di attivisti in acque territoriali internazionali a centinaia di km dalla costa di Tel Aviv. Il fatto che tutti i leader non abbiano protestato formalmente contro Israele è motivo di grande frustrazione. Voglio dire: io sto a Parigi e a un certo punto mi sequestra uno stato X, mi porta via, mi detiene, probabilmente mi tortura. Senza nessun motivo legale lecito. Quando si dice che la realtà supera sempre la fantasia. È un crimine, gravissimo e a me sembra incredibile che il mondo intero non stia isolando completamente Israele. Uno stato in cui è stata reintrodotta la pena di morte. Il mondo in cui siamo cresciuti si è dissolto e a volte ho la sensazione – spaventosa, che mi atterrisce – che siamo tornati in mezzo all’ignoranza più bieca, dove vince solo il più forte e ricco.
Non sto sviando la domanda: penso che sia tutto collegato e che in qualche modo ogni cosa abbia un peso politico, da ciò che scegliamo per nutrirci a ciò che facciamo nella nostra quotidianità. Abbiamo assistito a 10/15 anni di disimpegno politico e guarda caso la colonna sonora è stata in larga parte una musica dozzinale, povera melodicamente e armonicamente, i cui testi erano costituiti solo da volgarità machiste. Poi se provavi a dire “beh” ti dicevano che eri vecchio. Ha ragione Manuel quando dice che “quella roba lì fa schifo e basta e sarà spazzata dalla storia nel giro di pochi anni”. Tutti bravi a fare le rime con i brand inglesi, per altro, fallo in italiano! Impegnati! Studia! L’impoverimento lessicale nell’ambito del rap è stato esplorato in modo oggettivo ed è un dato di fatto. Non è un caso che se poi ascolti Fabri Fibra ti sembra Leopardi. Io credo che, tornando un po’ di coscienza politica e di attenzione all’uso delle parole, possa tornare anche un po’ di musica decente. Che non vuole solo fare stream su Spotify, ma portare anche un po’ di contenuto. È music business, lo è sempre stato. Anche con Elvis e i Beach Boys, certo, ma un po’ di decenza, dai. Allarghiamo un po’ l’immaginario: siamo nel 2026 e dovete ancora parlarmi di Gucci, del ferro che hai in tasca e di quanto le donne siano troie? Davvero?

Parlami di audiocassetto.
Nato per gioco, su una prima suggestione di Matteo Cantaluppi nel 2019 che, mentre produceva la mia L’albero dei sogni, mi disse di provare a fare una roba su cassetta. Da lì è stato un percorso a ostacoli. Trovato su eBay un Tascam del 1982, il problema era trovare i pezzi per aggiustarlo. Ci ho messo cinque anni. Quando ho avuto la macchina funzionante ho guardato un tutorial su YouTube e imparato in un paio d’ore. Bellissimo. Quasi commovente per chi, come me, aveva un walkman Sony ed aveva fatto le prime registrazioni su nastro. Audiocassetto è un po’ questa roba qua: giocare con la musica, senza rete. La take la devi fare tutta, non puoi barare. Devi imparare il pezzo, decidere un micro arrangiamento e farlo. Poi le cassette costano e non è facilissimo trovarle, dunque non hai troppo spazio per fare prove. Aggiungo una chiosa sull’economia di questo progetto che è gratuito su Substack per tutti, ma si può sostenere con un abbonamento mensile o annuale. Ecco, con Audiocassetto ho guadagnato in tre mesi più che con dieci anni di streaming su Spotify. Dieci. Anni. Direi che da solo questo dato dice tutto.

Questo tuo progetto sembra averti riportato ad una sorta di tana in cui la musica è una questione intima. La condividi in maniera discreta, ma resta soprattutto un piacere tuo. Questa dimensione custodisce una qualche forma di disillusione oppure è un modo per guardarti dentro ed attendere il momento di una ripresa creativa?
Che sia disilluso è palese da quando ho pubblicato Addio sogni di gloria tre anni fa. La mia disillusione riguarda però anche l’ambito indie. Mai completamente accolto, spesso guardato con sufficienza. Io dal punto di vista creativo sto benissimo, mi piace un sacco ciò che faccio. Ho passato troppi anni a rosicare per un successo che stentava ad arrivare. Posso dirti, oggi che ho quasi cinquant’anni, “chi se ne frega”? Quando riascolto i miei dischi sono semplicemente orgoglioso di quello che ho fatto. Mi piacciono tutti, ancora oggi.

_AYG2138So bene quanto possa essere faticoso e dispendioso oggi riabbracciare l’idea di rimettere in moto la macchina dei sogni. Progettare la produzione di un disco, la sua promozione, un calendario di concerti in un Paese dove i locali dai numeri contenuti scarseggiano sembra un’impresa titanica. Ci pensi ogni tanto? Sei tentato?
Devo trovare prima un’idea. Tutti i miei dischi tranne il primo, che come spesso succede è una somma di canzoni scritte in momenti molto diversi, hanno un cuore pulsante. Non li posso definire dei concept album, ma hanno una spinta iniziale molto definita. Poi ciò che segue alla pubblicazione mi affatica sempre più, anche perché, come giustamente dici tu, il piccolo circuito virtuoso che ho abitato e contribuito a costruire fra il 2007 e il 2015 non esiste più. Ovviamente per ragioni anagrafiche per me è complicato intercettare i nuovi luoghi della musica, ammesso che esistano.

Una volta mi hai detto che l’unica cosa che ti rende felice è scrivere canzoni chiuso nella tua stanza. Può essere la spinta a riprovarci, a vincere l’amarezza per un sistema logorato?
In questo momento sono felicissimo di accendere il mio Tascam 244 e perdermi dentro una canzone per un paio d’ore. Sulla scrittura quello che ho imparato in questi anni è che prima o poi il momento giusto arriva e non bisogna mai forzare.

Cosa stai ascoltando adesso? Cosa ti sta influenzando? Come faresti un disco adesso? Che suoni avrebbe e cosa racconterebbe nei suoi testi. Sono sicura che tu ci abbia pensato!
Ascolto poca musica nuova, mi piace riascoltare cose che conosco molto bene (Meddle, Remain in light, Either/or, Anime salve, 22, A million, Piccoli fragilissimi film, Sea Change… e potrei andare avanti a lungo) e scoprire artisti enormi che per uno strano caso del destino non ho mai intercettato. Penso a Ivan Graziani che sto spulciando in questi giorni. Poi certo, un paio di volte al mese mi ci metto e trovo cose molto belle. Sui testi sono a un punto morto. Sui suoni, credo che mi piacerebbe proseguire sulla strada de La vita nel frattempo, dunque su un ibrido elettro-acustico in stile Bon Iver. Ma mi affascina moltissimo anche l’idea di esplorare sonorità più orchestrali.

Quando lo farai uscire?!
Mai!

Link di riferimento

giulianodottori.bandcamp.com

giulianodottori.substack.com

www.nicolacordi.com

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